“Quanti sono i momenti belli e importanti nella vita di una persona? ...
Pochi giorni, …, forse poche ore, il resto è niente o male”, dice tra sé
Roberto, avvocato quarantatreenne, protagonista dell’ultimo, perfetto, romanzo breve
di Claudio Piersanti La finestra sul porto (Gramma, Feltrinelli, 2025).
Siamo a metà del libro: la vita di Roberto ha da poco conosciuto il grande
inatteso cambiamento che lui nemmeno sognava più e tra poco ne subentrerà un
altro, negativo, conseguenza del primo e che rischierà di mandarlo all’aria e
guastarlo per sempre.
Roberto, scapolo, con una vita professionale apprezzabile anche se meno di
quanto potrebbe se, come dicono a scuola, si applicasse di più e fosse più
pragmatico e cinico, e con varie storie sentimentali di poco conto alle spalle,
ha da poco trovato modo di rivelare il suo amore a Maria, la donna di cui è
stato innamorato fin dalla prima volta che l’ha vista in compagnia di Piero, il
suo migliore, e anzi unico vero amico, che poi se l’è sposata. Si sono
frequentati per anni, ma lui non ha mai lasciato trapelare il suo sentimento
che è diventato con il tempo sempre più difficile da celare, tanto più che pian
piano l’amicizia con Piero si era venuta allentando, così come il legame tra la
coppia, soprattutto da parte di Maria, mentre Piero, narcisista ambizioso e collerico,
ma anche brillante e generoso, dà per scontato che lei lo ami come sempre.
Maria si accorge di quanto tiene a Roberto quando lui comincia a disertare le
cene e non risponde alle sue chiamate, e scopre a sua volta con stupore e gioia
di amarlo il giorno che lo cerca per chiedergli conto delle sue lunghe
latitanze.
È un momento di grande trepidazione quello
in cui si manifesta la reciproca attrazione, qualcosa che li travolge e sorpassa
come può capitare solo a due adolescenti al loro primo amore. E difatti per
Roberto lo è davvero, vertiginoso, mentre per Maria è una rivelazione
improvvisa, come repentina è la sua accettazione, sia pure con un prevedibile
sgomento: la scoperta che nella vita un po’ soffocante in cui stava cadendo,
non fosse che per il lavoro di archeologa che la appassiona e le dona non pochi
momenti di incanto, si spalanca una finestra da cui si scorge un nuovo
orizzonte.
Ora la felicità è entrata a vele spiegate nella vita di entrambi, ma Piero
ha scoperto il loro legame e sta per chiedere conto a Roberto del suo
tradimento, che in seguito cercherà di far pagare a entrambi con un gesto terribile,
ma, a conti fatti, solo per lui.
Fino ad allora, cioè a poche settimane prima di quel momento, la vita di
Roberto era trascorsa pacificamente ma senza entusiasmi: orfano di padre dalla
nascita, era stato cresciuto dalla madre infermiera nella città di mare dove lei
aveva vinto un concorso, in un piccolo appartamento della città vecchia che lui
aveva conservato dopo la morte di lei come suo rifugio segreto, che nessuno
conosceva, e dove poteva ritirarsi ogni volta che voleva sparire o starsene per
un po’ da solo in santa pace.
Ora invece finalmente ha trovato l’amore con la donna che
aveva sempre desiderato. Il libro racconta questa storia. La storia di un amore
felice. Niente di peggio per un romanzo, quindi, se, come dice Borges, “l’unica cosa senza mistero è la
felicità, perché si giustifica da sé”. E senza mistero, niente storia. Ma
siccome nessuna felicità è mai piena e senza smagliature, anche la sua manutenzione
ha una storia e Piersanti, maestro nel raccontare esistenze all’apparenza
banali e piatte, la racconta nelle sue differenti declinazioni e sfumature.
L’amore degli adulti è sempre stato uno dei suoi temi
prediletti, oltre che il titolo del suo secondo libro, uno dei più fortunati
peraltro (ultima edizione, Feltrinelli 2006), ma raramente lo scrittore ne
aveva narrato la nascita e il consolidamento in modo così dettagliato, senza in
apparenza inventare niente di nuovo, ma evitando al contempo qualsiasi
occasione di déjà-vu, tanto da arrivare a costruire un edificio autonomo, con
una sua singolare fisionomia e forza, e delicatezza. Perché, per quanto ciò che
Roberto e Maria cercano e trovano non sia che una vita normalmente felice, e la
normalità appaia “bellissima” a Maria quando considera la loro quotidianità
dopo che hanno preso a vivere insieme, nessuna normalità e nessuna felicità
sono banali, neppure quando appaiono scontate. Tanto più che a turbarle, e a
metterle a rischio, arriva il suicidio di Piero, che forse era anche un
tentativo di omicidio di Maria, alla cui possibilità nessuno aveva mai pensato,
che accentua i sensi di colpa già avvertiti dai due innamorati per un
tradimento che peraltro non sentono tale, e che non cesseranno finché non
saranno loro a perdonarsi andando a chiedere perdono a Piero sulla sua tomba,
estinguendo con il proprio pentimento anche la colpa.
Personalità equilibrata, in apparenza, e distaccata, Roberto, pur
essendosi fatto del mondo un’idea non proprio lusinghiera, anche in ragione del
campionario umano con cui deve trattare per professione ogni giorno, è
nondimeno capace di empatia, per quanto malinconica e disincantata. Forse
proprio in ragione del fatto che le sue idee sociali e politiche “poco
realistiche” sono molto critiche e completamente pessimiste, si fa della
compassione quasi un dovere, convinto che la pietà è “il più nobile dei
sentimenti umani”, e rifugge da qualsiasi aggressività e rancore. Il rancore,
una malattia sociale oltre che individuale che ricorre in tante altre opere di
Piersanti e persino nel titolo della penultima (Ogni rancore è spento,
Rizzoli, 2023: vedi la recensione di Chiara De Nardi), in
questa affligge solo Piero, attore frustrato e invidioso della fama altrui, mentre
è del tutto assente in Maria e in Roberto, che l’autore riesce nell’impresa di
presentarci, senza enfasi e sdolcinature, come personaggi infine del tutto
positivi.
L’atteggiamento di distacco, razionale più che morale, che
contraddistingue Roberto, è anche in lui, come spesso capita, una difesa
abituale e in apparenza consolidata, ma basta poco a Maria a infrangerlo
portando in primo piano tutti i lati positivi che già contraddistinguevano la
sua personalità, come segnalato dal suo cognome, Clemente, significativo come spesso
nei personaggi di Piersanti.
L’amore accolto senza remore è un atto di liberazione, la conquista di una
libertà che, se non esenta dall’assunzione di responsabilità, proietta la nuova
coppia in una specie di innocenza che tuttavia non manca di un suo risvolto
tragico e colpevole, che li tocca per quanto non ne siano oggettivamente
responsabili.
Liberazione e responsabilità, innocenza e colpa sono tutte il risultato
dell’abbandono, nel duplice senso del termine, che ha condotto alla loro unione:
l’abbandono di un marito ormai insopportabile e di un amico carissimo con cui però
la complicità e la confidenza si erano ormai consumate; e l’abbandono a cui
finalmente cedono entrambi: l’uno nei confronti dell’altra e entrambi a ciò che
di profondo c’è in loro stessi: al proprio desiderio, alla felicità, che non è
mai gratis, come avviene quando si prende atto di una verità: perché anche
allora “non si ottiene un sollievo totale, [e] all’improvviso scende un
invisibile velo malinconico sopra ogni cosa”.
Piersanti riesce a raccontare con grande equilibrio, con una prosa pacata
e dal ritmo sommesso e quasi inavvertito governato da una sottile musicalità,
tutte le gradazioni di gesti e sentimenti, i dubbi e le decisioni a volte sorprendenti
prima di tutto per chi le prende, senza mai cadere in psicologismi o in
semplificazioni. Anche i momenti più drammatici e intensi sono narrati in un calibratissimo
amalgama di focalizzazione interna, con uso misurato dell’indiretto libero, e
distacco, come a sottoporli a un processo di raffreddamento che però non li
spegne, senza la minima traccia di cinismo, in modo da lasciare che sotto la
superficie piana del discorso continuino a agire, e a trasparire, le emozioni,
le loro sfumature e tensioni, le differenti lunghezze d’onda e vibrazioni, e
persino il loro tremolio, i loro fremiti, quando ometterli sarebbe una
mancanza, un cedimento stilistico non minore di eventuali concessioni al
lirismo o a colpi ad effetto sempre in agguato in quei frangenti.
È più difficile narrare un’apertura che
una chiusura; parlare di qualcuno che prova a vivere che di qualcuno che si
chiude e rinuncia e crolla. La misura stilistica della felicità è millimetrica
e fragile. Piersanti in questo libro parla di persone che provano a vivere,
senza eroismi e volontarie cecità. Alcuni ci riescono, altri no. “Aveva ragione
Maria: erano anni importanti quelli che stavano vivendo, … e loro li stavano
sprecando”. Tutti partono da una parvenza di vita soddisfatta, che forse per un
po’ lo è anche stata, ma che con il tempo diventa consuetudine, irosa per
qualcuno, placida per altri, rassegnata per altri ancora. Finché questa specie
di equilibrio neutro, di un’infelicità talmente pervasiva da essere diventata consuetudine
assimilata, si spezza, e i protagonisti si trovano nelle condizioni di
arrendersi alla vita, di accettarne l’azzardo. Piero ci prova ma alla fine ne è
vinto e rifiuta il cambiamento, a cui soccombe; accusando gli altri della
propria mediocrità e fallimento non ha sospetti su di sé, finché non si trova
davanti a una catastrofe che gli rivela il proprio vuoto e non sa affrontarla,
tanto più che le uniche due persone che avrebbero potuto soccorrerlo sono
quelle che l’hanno provocata. Anche lui, come loro, era il figlio disilluso di
una generazione, quella del boom, “inutile” con i suoi “incomprensibili sogni
rivoluzionari, le … fedi tutte rigorosamente autoritarie, le loro barricate, i
loro riti” … e che non aveva lasciato loro “altra scelta se non quella di
andarsene”.
Roberto ha questa tentazione di lasciare e di chiudersi nella sua vita costellata
di segreti, che sembra quasi collezionare compiaciuto. “Nessuno in città sapeva
niente del suo passato. O meglio, nessuno al mondo poteva affermare di
conoscerlo veramente. I segreti che custodiva, non avendo più famiglia, erano
segreti assoluti.” Non si tratta di chissà che misteri o colpe, ma solo di cose
che egli non vuole che siano conosciute e che in un certo senso custodiscono la
sua identità e la sua storia. Sono il nucleo in cui è racchiusa la sua vera
identità, o almeno quella che lui ritiene tale e che quindi intende preservare
ad ogni costo. “Soltanto la sua vita segreta aveva un senso”, scrive Piersanti
all’inizio del libro, salvo poi aggiungere più tardi, dopo che alcuni erano
stati rivelati, “ma non aveva mai saputo mentire”. Il che implica che nessuno
li conosce perché nessuno ha pensato bene di interessarsi tanto a lui da
chiedergli se ne aveva e quali; e viceversa che nessuno, prima di Maria, è
stato per lui così importante, intimo e affidabile da suscitargli il desiderio,
se non addirittura il bisogno, di confidarglieli, di poterglieli affidare. E
infatti, nonostante tutti i contatti che la sua professione comporta e le
fidanzate che si susseguono, “sentiva molto il peso della solitudine…, era
sempre stato solo nella sua vita adulta. Un senso di solitudine che lo divorava
e nello stesso tempo lo nutriva. Se si è soli meglio esserlo completamente”,
pensava
Il segreto è la sua forza: da lì nessuno lo può attaccare; ma insieme è
anche la sua debolezza: è il punto sensibile, quello che, se si incrina e cede,
può portare al crollo e alla resa, ammesso che la resa sia sempre negativa, una
sconfitta definitiva e non, talvolta, l’inizio di un nuovo percorso che
potrebbe portare a una vera salvezza, una vittoria al di fuori della logica
dello scontro, di una concezione bellica dell’esistenza e del rapporto tra gli
uomini, come invece potrebbero indurlo a pensare i casi che deve affrontare
quotidianamente nella sua professione. È la sua difesa: da lì non è esposto a nessun attacco, ma da lì non potrà
neanche uscire, non si dice per attaccare, ma nemmeno per provare a espandersi
verso l’esterno, ad allungare le proprie propaggini verso gli altri e il mondo
per costruire altrimenti la sua vita. Ad aprire porta e finestre.
Quando questo, non a caso in un momento di debolezza reciproca con Maria a
fare da elemento scatenante, troverà uno spiraglio da cui affacciarsi, tutta la
strategia difensiva mostrerà la sua inconsistenza e la forza dell’irruzione
sarà tale da smantellare ogni difesa, rivelandone a Roberto l’essenza, peraltro
già sospettata (non è stupido) in quanto prigione. I segreti infatti sono meno
ciò che egli racchiude, di ciò che invece racchiude lui. Un luogo (interiore
prima ancora che fisico: la casa) in cui si sente sicuro, ma che rischia di
soffocarlo tenendolo separato dal resto, con cui comunica (o crede di
comunicare) solo da lontano, come guarda fuori dalla finestra che dà sul porto,
dove persone e merci arrivano e partono e dove lui ha sì l’abitudine di recarsi
a passeggiare e a fare colazione, ma sempre e solo per guardare, per assistere
alla vita degli altri.
Dalla finestra però vede il mare, l’unica cosa che sembra rasserenarlo e
appagarlo. Se era rimasto nella cittadina dove era cresciuto a seguito della
madre, nonostante i concittadini gli fossero estranei e si fosse “sempre
considerato apolide”, era stato “perché sentiva il bisogno di vedere il mare
ogni giorno”. La finestra è l’apertura sul mondo, da lontano, restando
nascosti, protetti, ma aperta all’incanto che dalla lontananza arriva: il porto
e il mare. È la soglia protetta, segreta, tra interno (la casa, la piccola, simbiotica
famiglia con la sola madre vedova, e con Maria poi) e esterno. Soglia che viene
raddoppiata dal porto, dove però l’interno è soggetto all’irruzione anche
violenta dell’imprevisto, come il litigio cruento dei due coniugi stranieri che
lascia una forte impronta in Roberto e la cui memoria torna in alcuni contesti
cruciali del libro, ma che comunica con il mare, aperto assoluto, che è bello
guardare, che dà respiro, anche all’immaginazione, e che forse il figlio che
alla fine Maria concepisce percorrerà, esponendosi a quei possibili che il
padre si sarà negato, pago, alla fine, di quell’unico che per lui aveva
importanza, e che con Maria si rivela ricco di tante imprevedibili, minime ma
assolute, fioriture. Come se “alla fine tutto abbia un senso”.
