18/12/25

Claudio Piersanti, provare a vivere. (La finestra sul porto. 2025)

 


“Quanti sono i momenti belli e importanti nella vita di una persona? ... Pochi giorni, …, forse poche ore, il resto è niente o male”, dice tra sé Roberto, avvocato quarantatreenne, protagonista dell’ultimo, perfetto, romanzo breve di Claudio Piersanti La finestra sul porto (Gramma, Feltrinelli, 2025). Siamo a metà del libro: la vita di Roberto ha da poco conosciuto il grande inatteso cambiamento che lui nemmeno sognava più e tra poco ne subentrerà un altro, negativo, conseguenza del primo e che rischierà di mandarlo all’aria e guastarlo per sempre.

Roberto, scapolo, con una vita professionale apprezzabile anche se meno di quanto potrebbe se, come dicono a scuola, si applicasse di più e fosse più pragmatico e cinico, e con varie storie sentimentali di poco conto alle spalle, ha da poco trovato modo di rivelare il suo amore a Maria, la donna di cui è stato innamorato fin dalla prima volta che l’ha vista in compagnia di Piero, il suo migliore, e anzi unico vero amico, che poi se l’è sposata. Si sono frequentati per anni, ma lui non ha mai lasciato trapelare il suo sentimento che è diventato con il tempo sempre più difficile da celare, tanto più che pian piano l’amicizia con Piero si era venuta allentando, così come il legame tra la coppia, soprattutto da parte di Maria, mentre Piero, narcisista ambizioso e collerico, ma anche brillante e generoso, dà per scontato che lei lo ami come sempre. Maria si accorge di quanto tiene a Roberto quando lui comincia a disertare le cene e non risponde alle sue chiamate, e scopre a sua volta con stupore e gioia di amarlo il giorno che lo cerca per chiedergli conto delle sue lunghe latitanze.

È un momento di grande trepidazione quello in cui si manifesta la reciproca attrazione, qualcosa che li travolge e sorpassa come può capitare solo a due adolescenti al loro primo amore. E difatti per Roberto lo è davvero, vertiginoso, mentre per Maria è una rivelazione improvvisa, come repentina è la sua accettazione, sia pure con un prevedibile sgomento: la scoperta che nella vita un po’ soffocante in cui stava cadendo, non fosse che per il lavoro di archeologa che la appassiona e le dona non pochi momenti di incanto, si spalanca una finestra da cui si scorge un nuovo orizzonte.

Ora la felicità è entrata a vele spiegate nella vita di entrambi, ma Piero ha scoperto il loro legame e sta per chiedere conto a Roberto del suo tradimento, che in seguito cercherà di far pagare a entrambi con un gesto terribile, ma, a conti fatti, solo per lui.

Fino ad allora, cioè a poche settimane prima di quel momento, la vita di Roberto era trascorsa pacificamente ma senza entusiasmi: orfano di padre dalla nascita, era stato cresciuto dalla madre infermiera nella città di mare dove lei aveva vinto un concorso, in un piccolo appartamento della città vecchia che lui aveva conservato dopo la morte di lei come suo rifugio segreto, che nessuno conosceva, e dove poteva ritirarsi ogni volta che voleva sparire o starsene per un po’ da solo in santa pace.

Ora invece finalmente ha trovato l’amore con la donna che aveva sempre desiderato. Il libro racconta questa storia. La storia di un amore felice. Niente di peggio per un romanzo, quindi, se, come dice Borges, “l’unica cosa senza mistero è la felicità, perché si giustifica da sé”. E senza mistero, niente storia. Ma siccome nessuna felicità è mai piena e senza smagliature, anche la sua manutenzione ha una storia e Piersanti, maestro nel raccontare esistenze all’apparenza banali e piatte, la racconta nelle sue differenti declinazioni e sfumature.

L’amore degli adulti è sempre stato uno dei suoi temi prediletti, oltre che il titolo del suo secondo libro, uno dei più fortunati peraltro (ultima edizione, Feltrinelli 2006), ma raramente lo scrittore ne aveva narrato la nascita e il consolidamento in modo così dettagliato, senza in apparenza inventare niente di nuovo, ma evitando al contempo qualsiasi occasione di déjà-vu, tanto da arrivare a costruire un edificio autonomo, con una sua singolare fisionomia e forza, e delicatezza. Perché, per quanto ciò che Roberto e Maria cercano e trovano non sia che una vita normalmente felice, e la normalità appaia “bellissima” a Maria quando considera la loro quotidianità dopo che hanno preso a vivere insieme, nessuna normalità e nessuna felicità sono banali, neppure quando appaiono scontate. Tanto più che a turbarle, e a metterle a rischio, arriva il suicidio di Piero, che forse era anche un tentativo di omicidio di Maria, alla cui possibilità nessuno aveva mai pensato, che accentua i sensi di colpa già avvertiti dai due innamorati per un tradimento che peraltro non sentono tale, e che non cesseranno finché non saranno loro a perdonarsi andando a chiedere perdono a Piero sulla sua tomba, estinguendo con il proprio pentimento anche la colpa.

Personalità equilibrata, in apparenza, e distaccata, Roberto, pur essendosi fatto del mondo un’idea non proprio lusinghiera, anche in ragione del campionario umano con cui deve trattare per professione ogni giorno, è nondimeno capace di empatia, per quanto malinconica e disincantata. Forse proprio in ragione del fatto che le sue idee sociali e politiche “poco realistiche” sono molto critiche e completamente pessimiste, si fa della compassione quasi un dovere, convinto che la pietà è “il più nobile dei sentimenti umani”, e rifugge da qualsiasi aggressività e rancore. Il rancore, una malattia sociale oltre che individuale che ricorre in tante altre opere di Piersanti e persino nel titolo della penultima (Ogni rancore è spento, Rizzoli, 2023: vedi la recensione di Chiara De Nardi), in questa affligge solo Piero, attore frustrato e invidioso della fama altrui, mentre è del tutto assente in Maria e in Roberto, che l’autore riesce nell’impresa di presentarci, senza enfasi e sdolcinature, come personaggi infine del tutto positivi.

L’atteggiamento di distacco, razionale più che morale, che contraddistingue Roberto, è anche in lui, come spesso capita, una difesa abituale e in apparenza consolidata, ma basta poco a Maria a infrangerlo portando in primo piano tutti i lati positivi che già contraddistinguevano la sua personalità, come segnalato dal suo cognome, Clemente, significativo come spesso nei personaggi di Piersanti.

L’amore accolto senza remore è un atto di liberazione, la conquista di una libertà che, se non esenta dall’assunzione di responsabilità, proietta la nuova coppia in una specie di innocenza che tuttavia non manca di un suo risvolto tragico e colpevole, che li tocca per quanto non ne siano oggettivamente responsabili.

Liberazione e responsabilità, innocenza e colpa sono tutte il risultato dell’abbandono, nel duplice senso del termine, che ha condotto alla loro unione: l’abbandono di un marito ormai insopportabile e di un amico carissimo con cui però la complicità e la confidenza si erano ormai consumate; e l’abbandono a cui finalmente cedono entrambi: l’uno nei confronti dell’altra e entrambi a ciò che di profondo c’è in loro stessi: al proprio desiderio, alla felicità, che non è mai gratis, come avviene quando si prende atto di una verità: perché anche allora “non si ottiene un sollievo totale, [e] all’improvviso scende un invisibile velo malinconico sopra ogni cosa”.

Piersanti riesce a raccontare con grande equilibrio, con una prosa pacata e dal ritmo sommesso e quasi inavvertito governato da una sottile musicalità, tutte le gradazioni di gesti e sentimenti, i dubbi e le decisioni a volte sorprendenti prima di tutto per chi le prende, senza mai cadere in psicologismi o in semplificazioni. Anche i momenti più drammatici e intensi sono narrati in un calibratissimo amalgama di focalizzazione interna, con uso misurato dell’indiretto libero, e distacco, come a sottoporli a un processo di raffreddamento che però non li spegne, senza la minima traccia di cinismo, in modo da lasciare che sotto la superficie piana del discorso continuino a agire, e a trasparire, le emozioni, le loro sfumature e tensioni, le differenti lunghezze d’onda e vibrazioni, e persino il loro tremolio, i loro fremiti, quando ometterli sarebbe una mancanza, un cedimento stilistico non minore di eventuali concessioni al lirismo o a colpi ad effetto sempre in agguato in quei frangenti.

È più difficile narrare un’apertura che una chiusura; parlare di qualcuno che prova a vivere che di qualcuno che si chiude e rinuncia e crolla. La misura stilistica della felicità è millimetrica e fragile. Piersanti in questo libro parla di persone che provano a vivere, senza eroismi e volontarie cecità. Alcuni ci riescono, altri no. “Aveva ragione Maria: erano anni importanti quelli che stavano vivendo, … e loro li stavano sprecando”. Tutti partono da una parvenza di vita soddisfatta, che forse per un po’ lo è anche stata, ma che con il tempo diventa consuetudine, irosa per qualcuno, placida per altri, rassegnata per altri ancora. Finché questa specie di equilibrio neutro, di un’infelicità talmente pervasiva da essere diventata consuetudine assimilata, si spezza, e i protagonisti si trovano nelle condizioni di arrendersi alla vita, di accettarne l’azzardo. Piero ci prova ma alla fine ne è vinto e rifiuta il cambiamento, a cui soccombe; accusando gli altri della propria mediocrità e fallimento non ha sospetti su di sé, finché non si trova davanti a una catastrofe che gli rivela il proprio vuoto e non sa affrontarla, tanto più che le uniche due persone che avrebbero potuto soccorrerlo sono quelle che l’hanno provocata. Anche lui, come loro, era il figlio disilluso di una generazione, quella del boom, “inutile” con i suoi “incomprensibili sogni rivoluzionari, le … fedi tutte rigorosamente autoritarie, le loro barricate, i loro riti” … e che non aveva lasciato loro “altra scelta se non quella di andarsene”.

 

Roberto ha questa tentazione di lasciare e di chiudersi nella sua vita costellata di segreti, che sembra quasi collezionare compiaciuto. “Nessuno in città sapeva niente del suo passato. O meglio, nessuno al mondo poteva affermare di conoscerlo veramente. I segreti che custodiva, non avendo più famiglia, erano segreti assoluti.” Non si tratta di chissà che misteri o colpe, ma solo di cose che egli non vuole che siano conosciute e che in un certo senso custodiscono la sua identità e la sua storia. Sono il nucleo in cui è racchiusa la sua vera identità, o almeno quella che lui ritiene tale e che quindi intende preservare ad ogni costo. “Soltanto la sua vita segreta aveva un senso”, scrive Piersanti all’inizio del libro, salvo poi aggiungere più tardi, dopo che alcuni erano stati rivelati, “ma non aveva mai saputo mentire”. Il che implica che nessuno li conosce perché nessuno ha pensato bene di interessarsi tanto a lui da chiedergli se ne aveva e quali; e viceversa che nessuno, prima di Maria, è stato per lui così importante, intimo e affidabile da suscitargli il desiderio, se non addirittura il bisogno, di confidarglieli, di poterglieli affidare. E infatti, nonostante tutti i contatti che la sua professione comporta e le fidanzate che si susseguono, “sentiva molto il peso della solitudine…, era sempre stato solo nella sua vita adulta. Un senso di solitudine che lo divorava e nello stesso tempo lo nutriva. Se si è soli meglio esserlo completamente”, pensava

Il segreto è la sua forza: da lì nessuno lo può attaccare; ma insieme è anche la sua debolezza: è il punto sensibile, quello che, se si incrina e cede, può portare al crollo e alla resa, ammesso che la resa sia sempre negativa, una sconfitta definitiva e non, talvolta, l’inizio di un nuovo percorso che potrebbe portare a una vera salvezza, una vittoria al di fuori della logica dello scontro, di una concezione bellica dell’esistenza e del rapporto tra gli uomini, come invece potrebbero indurlo a pensare i casi che deve affrontare quotidianamente nella sua professione. È la sua difesa: da lì non è esposto a nessun attacco, ma da lì non potrà neanche uscire, non si dice per attaccare, ma nemmeno per provare a espandersi verso l’esterno, ad allungare le proprie propaggini verso gli altri e il mondo per costruire altrimenti la sua vita. Ad aprire porta e finestre.

Quando questo, non a caso in un momento di debolezza reciproca con Maria a fare da elemento scatenante, troverà uno spiraglio da cui affacciarsi, tutta la strategia difensiva mostrerà la sua inconsistenza e la forza dell’irruzione sarà tale da smantellare ogni difesa, rivelandone a Roberto l’essenza, peraltro già sospettata (non è stupido) in quanto prigione. I segreti infatti sono meno ciò che egli racchiude, di ciò che invece racchiude lui. Un luogo (interiore prima ancora che fisico: la casa) in cui si sente sicuro, ma che rischia di soffocarlo tenendolo separato dal resto, con cui comunica (o crede di comunicare) solo da lontano, come guarda fuori dalla finestra che dà sul porto, dove persone e merci arrivano e partono e dove lui ha sì l’abitudine di recarsi a passeggiare e a fare colazione, ma sempre e solo per guardare, per assistere alla vita degli altri.

Dalla finestra però vede il mare, l’unica cosa che sembra rasserenarlo e appagarlo. Se era rimasto nella cittadina dove era cresciuto a seguito della madre, nonostante i concittadini gli fossero estranei e si fosse “sempre considerato apolide”, era stato “perché sentiva il bisogno di vedere il mare ogni giorno”. La finestra è l’apertura sul mondo, da lontano, restando nascosti, protetti, ma aperta all’incanto che dalla lontananza arriva: il porto e il mare. È la soglia protetta, segreta, tra interno (la casa, la piccola, simbiotica famiglia con la sola madre vedova, e con Maria poi) e esterno. Soglia che viene raddoppiata dal porto, dove però l’interno è soggetto all’irruzione anche violenta dell’imprevisto, come il litigio cruento dei due coniugi stranieri che lascia una forte impronta in Roberto e la cui memoria torna in alcuni contesti cruciali del libro, ma che comunica con il mare, aperto assoluto, che è bello guardare, che dà respiro, anche all’immaginazione, e che forse il figlio che alla fine Maria concepisce percorrerà, esponendosi a quei possibili che il padre si sarà negato, pago, alla fine, di quell’unico che per lui aveva importanza, e che con Maria si rivela ricco di tante imprevedibili, minime ma assolute, fioriture. Come se “alla fine tutto abbia un senso”.

 


 

 

 

 

 

 

18/09/25

Kafka, Diari, 20-1-1922 , vol. II p. 207 (Mia vecchia ediz. BMM)


 

“come se acquistassi il vero senso di me stesso solo quando sono insopportabilmente infelice. Ed è anche giusto che sia così.”

La prima frase suona convincente e vera. E non si può dubitare che così Kafka si senta, dal momento che lo scrive. Però mi sembra, quanto a ciò che dice, vera solo in parte. Perché l’infelicità, quando è insopportabile, se non annienta completamente la possibilità di pensare proprio in quanto insopportabile, tanto da non lasciare margine per nient’altro al di fuori di sé, può davvero portare a conoscere se stessi per avere allora raggiunto il proprio limite estremo, così che ci vediamo in modo radicale, privo di orpelli e superfetazioni morali o razionali, come ridotti al nocciolo essenziale del nostro essere nella vita, alla sua verità nuda e cruda. Ma che sia anche giusto, al di là del fatto che Kafka trova giusta ogni umiliazione e punizione e quindi ogni sofferenza, vero non è: nel senso che non c’è nessuna giustizia, nemmeno per chi si sente assolutamente colpevole, nell’infelicità, tanto più quando è estrema, al colmo della sua insopportabilità; e poi perché non può esserci senso vero senza quelli che sono ritenuti aspetti esteriori o superficiali o accessori, come la ragione e la morale ecc., senza i quali nessun discorso o definizione di verità può darsi né pensarsi. E infine perché un vero senso non si dà, tanto più unitario e immutabile, non soggetto ai continui mutamenti di ciò che sentiamo come noi stessi, se non come illusione prodotta dall’insopportabilità del dolore, che allora diventa un po’ meno insopportabile, dal momento che quanto meno elargirebbe la percezione del vero senso di se stessi. Cioè un po’ di consolazione. Resta vera solo l’insopportabilità percepita, la percezione di aver raggiunto una soglia oltre la quale non si può andare.

E però si va. Ci si tiene il dolore, si sta nella sua insopportabilità che prima o poi finisce. E allora si muore. O si allenta. E allora si scrive.

02/09/25

Rubens, Seneca morente

 


 

La carne rosa con velature grigie, che qualsiasi riproduzione tradisce, il rilievo più chiaro delle vene, i polpacci possenti rispetto alle cosce, ancora muscolose ma un po’ molli nell'incavo, come la carne del petto e dello stomaco, quasi cinerea, livida, come se la necrosi fosse già cominciata in vita, mentre il sangue ha appena preso a sgorgare solo dal braccio sinistro, quasi abbia subito una maldestra endovena: il corpo vecchio di un vecchio, senza infingimenti né compiacimenti, che non è seduto o immerso in una vasca, ma si erge con i piedi ben piantati in un grosso catino di ottone, un corpo che è stato possente e è ancora forte, monumentale, che va incontro alla morte senza timore né eroismo, solo lo sguardo rivolto in alto verso qualcosa di superiore, un principio che resiste, o di resistenza.

30/08/25

Le lumache non puzzano



Stamattina era tutto uno zigzagare tra lumache e qualche residuo lumacone. Prudentissime, affollano i marciapiedi, le corsie pedonali e i muretti e i bordi delle recinzioni. Ci tengono a non morire prima del tempo. Quando sono nate si sono trovate con una serie di istruzioni, con qualche libertà di variazione, e dei compiti precisi da eseguire, col solito tornaconto di piacere e gradevolezze varie (l’aria, la gradazione dell’umidità, le differenti temperature e superfici da cui farsi titillare ecc.), come da contratto, e loro si attengono alla programmazione senza bisogno che qualche supervisore controlli. Lo fanno volentieri e con leggerezza. Non dico velocità. Nemmeno quando si accoppiano, perché il compito principale è perpetuare la specie, ovvio: ma quello forse comporta qualche sforzo in più, non saprei, comunque premiato da un godimento adeguato. La natura non risparmia in merito. Meglio troppo che non abbastanza. Cioè, immagino, a partire dalla mia risicata esperienza, e dalla prosopopea dei discorsi dei miei simili, così come dalle reazioni di animali più facilmente osservabili. Va be’ che sto a dire? Ahi ahi! Comunque sia, io, che scelgo apposta strade senza traffico e gli ampi marciapiedi del quartiere residenziale che sono sempre deserti, tutti in casa o via di corsa nelle loro grosse macchine, e tutt’al più qualche disperato a perdere tempo in giardino o a curarlo, è lo stesso, perché così posso ascoltare musica, guardarmi attorno svagato, senza pensieri manco a volerlo, e senza dover stare attento a dove metto i piedi, cacche di cane a parte, abbastanza rare in questa zona, devo ammetterlo, se ora, per evitare inutili stragi, da aggiungere alle tante di cui leggo ogni giorno, uomini animali e piante mi è difficile fare distinzioni, tranne quando mi siedo a tavola, se ora, dicevo, devo camminare con la testa costantemente bassa, già che tendo a incurvarmi di mio oltre che per l’età, e con gli occhi fissi a un paio di metri davanti ai miei piedi, con il rischio di scontrarmi con qualcuno che inopinatamente arriva in direzione opposta intento a precauzioni analoghe, allora il gioco non vale più la candela. 

 

Qualche etologo mi dica quali sono gli orari preferiti per gli spostamenti di queste vagabonde, che io cerco di adeguarmi, sempre che non faccia troppo caldo. Altrimenti sarò costretto a passeggiare per i centri commerciali o per le vie delle città. Che però sono pieni zeppi di esseri umani che fanno tutto meno che camminare e ti arrivano addosso da ogni direzione. Brutti, cattivi e puzzolenti. Le lumache non ti investono, invece. Non grugniscono. E soprattutto non puzzano.


 

 

25/08/25


 

Nel polittico del Maestro Paroto, Madonna col bambino, donatore e santi, in prestito dalla Tosio Martinengo, in basso a destra c’è una santa Agata che, invece che adagiato in buon equilibrio con il suo gemello sul canonico vassoio, esibisce un unico seno tenuto delicatamente per un capezzolo, in sublime equilibrio, dalla stessa tenaglia che gliel’ha strappato e maciullato. Il seno con base resecata in alto ritrova grazie al martirio una sua perfezione iperuranica e forma con la tenaglia uno strano fiore, elegante e perturbante, una rosa, il cui colore viene ripreso e amplificato dal risvolto del lungo mantello che copre la figura slanciata, da cui spunta, specularmente rovesciata rispetto a quella che regge con la punta delle dita la tenaglia, una mano sottile, abbandonata con la stessa raffinatezza che caratterizza tutta la figura, dolce e rassegnata, più che orgogliosa, della santa. Noi la guardiamo senza orrore e senza malizia, con rispetto e tenerezza, e quasi con l’eco sommessa di un desiderio.

21/08/25

L'atelier dell'errore



Mentre sul grande schermo la ragazzina inginocchiata sull’enorme foglio bianco compie il suo lento, danzato rituale prima di impugnare la matita, un grande insetto nero, con le estremità delle zampe e il lungo becco d’oro, attraversa il buio del palco ancora deserto pestando le zampe sull’assito, poi scende la scaletta che conduce in platea, percorre il corridoio laterale sfiorando gli spettatori che ritraggono le gambe accavallate all’infuori, apre una porta di sicurezza e scompare, nella luce dell’esterno.

Lui ce l’ha fatta. 

 


Alla fine, quando tutti se ne sono tornati tra le quinte, le luci si sono accese e gli astanti si sono alzati e alcuni stanno già lasciando la sala, uno dei ragazzi che hanno raccontato i loro disegni torna sul proscenio e comincia a parlare, con frasi forti e smozzicate, ringrazia, richiama un allibito Luca Santiago Mora sul palco per un supplemento di applausi, e intanto prosegue il suo discorso al pubblico che interrompe il deflusso, a sua volta sconcertato: Quando avete qualcosa di importante, dice, quando c’è qualcosa che per voi è davvero importante... quando... si interrompe, abbozza qualche altro spezzone di frase, perde il filo, lo riprende, e lo riperde e recupera di nuovo... insomma, ecco, non importano le difficoltà che dovete affrontare... e se anche qualche volta avete solo voglia di lasciar perdere... riassumo io, ...se avete la tentazione di mollare... non dovete perdere di vista la cosa importante... si muove, non riesce a stare fermo... ecco, andare avanti, mi raccomando, non mollare... e sta lì, ondeggiando leggermente, a guardarci tutti... e noi tutti lo guardiamo, immobili: l’unico che poteva dirci queste cose che volevamo sentirci dire e con l’autorità di dirle.


 


26/06/25

Senza nessunissima ragione



Non ci sarebbe nessunissima ragione per farlo: il mondo, le guerre, la gente, il nostro miserabile paese e i miserabili che governano questa provincia di docili cagnolini ai margini dell'impero, di qualsiasi impero presente e futuro, i folli e gli assassini massacratori che decidono tutto, il caldo, l'età, l'assoluta piattezza e monotonia dei giorni da molti anni a questa parte, eppure, mentre camminavo cercando l'ombra, a un certo punto mi sono accorto che stavo fischiettando una canzone dei Beatles. E tutto gratis.

16/06/25

Storie non raccontate

 


Sono decenni, praticamente dall’adolescenza, che non racconta niente a nessuno (tranne questa che ora racconta a me, chissà perché), e anni e anni che nessuno racconta niente a lui. Cioè parla, lui, e parlano gli altri, qualche volta, ma in pratica raccontare, dire davvero qualcosa, e sentirne, non si ricorda l’ultima volta che gli è capitato. Persino con il suo migliore amico, l’ultimo, morto anni fa, era tutto un parlare indiretto, un raccontare altro, per cenni, un continuo cazzeggiare. Diffusamente non ci riuscivano. Per esempio, l’amico, certe cose della sua infanzia, importanti, mica scemenze, gliele ha raccontate dopo vent’anni che si conoscevano. Ah, questo non lo sapevo!, gli ha detto lui. E l’amico: davvero? Credevo di avertelo raccontato più di una volta. No. Probabilmente nella sua testa gliel’aveva raccontato, ma a voce, di persona, no. Si capisce che una volta raccontato nella testa, gli bastava. Era come se l’avesse fatto davvero. Anche a lui capitava così. Ma questi dialoghi di cose non dette, queste storie mai raccontate, non si sa perché, cementavano la loro amicizia. Finché non c’è stato più occasione di raccontare niente, e entrambi vivono, ciascuno a modo suo, in un mare di storie azzerate.

08/06/25

Giampiero Comolli, La foresta intelligente (1982)


 

 

La situazione di partenza di La foresta intelligente, primo romanzo del trentenne saggista milanese Giampiero Comolli, è quasi un concentrato di luoghi classici, ma fortunatamente non risaputi sono tanto lo svolgimento quanto la scrittura: in una Notte di Carnevale un Anonimo Soldato riceve l’Ordine Imprecisato di tenersi pronto per una Misteriosa Spedizione nell’Infinita Foresta del Nord, e da quel momento la vita sinora sonnolenta, ma soprattutto il suo modo di guardare, sentire e pensare il mondo comincia a modificarsi radicalmente.

Tutto il romanzo accompagnerà poi il soldato nella complessa rete di indagini, incontri, supposizioni, notizie, indizi, sorprese e sogni che lo porteranno alle soglie della partenza: preparativi al viaggio che però si trasformeranno lentamente a loro volta in un fantastico viaggio, - se non l’unico reale, l’unico possibile e narrabile, almeno per il momento.

Se infatti l’immensa foresta è l’ignoto, ciò che si apre al di là delle nostre attuali possibilità di conoscenza, può però sorgere anche la plausibile ipotesi che gli strumenti che nei preparativi il soldato di volta in volta scopre e appronta, le nozioni che sulla foresta viene apprendendo, di fatto lo trasportino già dal lontano geografico e immaginoso nell’altra faccia di ciò che costituisce il nostro mondo presente e reale.

Non per nulla il libro si conclude sulla felicità della doppia conoscenza che il soldato ha acquisito che gli permette di conoscere, ormai, “oltre alla ‘sua’ vita particolare, (...) anche questo frammento di una seconda terra, dove dei personaggi ignoti appaiono per un momento nel trascorrere della loro vita simile-dissimile” dalla sua; seconda terra che appunto è già la foresta, forse, ancora prima che in essa si sia entrati.

La ricerca di questo pensiero nuovo e differente, che trasforma completamente ciò che appariva noto e isterilito, è il motore principale di questo romanzo, non solo, o non tanto, dal punto di vista tematico, quanto soprattutto a livello stilistico, emotivo e percettivo. Comolli, nel solco di quella che si è convenuto chiamare crisi della razionalità, si era già occupato di questi problemi in alcuni dei saggi che viene pubblicando da alcuni anni sulla rivista Aut aut; ma mentre alcuni studiosi si erano rivolti specialmente al riesame dello statuto e dei fondamenti della scienza, egli, con altri, aveva rivolto la propria attenzione in particolare ai rapporti tra filosofia e letteratura.

Senza nulla togliere al valore di questi suoi contributi, credo però che il suo apporto più importante, anche dal punto di vista teorico, consista proprio in questo romanzo, che non per nulla è l’unico inserito in una collana sinora esclusivamente saggistica. Importante perché è proprio con un romanzo che Comolli tenta di misurare quegli spazi nei quali la filosofia non era ancora giunta, pur avendolo a più riprese tentato; ed è in questo che consiste il metro della sua ambizione, e anche della sua originalità.

Finora infatti, sebbene la complicità tra filosofia e letteratura sia sempre stata profonda, e anzi (come sostiene nella postfazione Franco Rella) “nel nostro secolo, la letteratura abbia addirittura occupato il luogo classico della filosofia, proponendoci un sapere che sfugge alle grammatiche filosofiche”, finora raramente era stata assunta come base di partenza e in modo così esplicito la maggiore ampiezza delle potenzialità romanzesche nel campo stesso della filosofia.

Una pretesa rischiosa, a meno di non essere avallata da buone ragioni, che consisterebbero, nel caso, nell’aver individuato la preponderanza e la produttività del discorso figurato tipico della letteratura laddove il quadro di un pensiero ormai consolidato comincia a non essere più abitabile proficuamente e si tentano nuovi percorsi; non solo in campo filosofico stretto, ma anche, per limitarci alla modernità, nella psicanalisi e nelle scienze umane. Solo che, se prima a questa lingua si faceva prevalentemente ricorso come a un’ultima spiaggia, ora sempre più c’è chi la adotta, senza per questo rinunciare alla ragione, come apertura inaugurale, come fa appunto Comolli. Questo gli premette di scrivere un romanzo nel quale la componente filosofica non si esplicita, come già classicamente, in inserti più o meno separati, in riflessioni e dialoghi di andamento saggistico, ma confluisce totalmente nella scrittura romanzesca stessa: nelle varie scene, nei personaggi e nelle descrizioni.

Credo anzi che consista proprio in questo la qualità principale del libro: nel fatto che, volendo, lo si potrebbe leggere come puro romanzo di tensione misteriosa, tessuto in un “principio alterno di malinconia e meraviglia”. Credo infatti che il pensiero dal “doppio sguardo” al quale, in un mosaico di immagini, approda come nuova esperienza della realtà il protagonista, non consista tanto nella rete (a volte troppo insistita e quasi meccanica) di paragoni e figure che costituisce il suo vissuto, quanto piuttosto nella duplicità della narrazione stessa: soltanto in essa, propriamente, il soldato può affermare, in un “sentimento oscillante fra una dolcissima tristezza e un godimento pieno di stupore, lì, in quell’alternanza sospesa del sentimento, lì, delicatamente, io sono”.

 

 

Giampiero Comolli, La foresta intelligente, Cappelli, Bologna, 1981

 

20/05/25

I miei demoni oggi hanno deciso di non seguirmi

 


I miei demoni oggi hanno deciso di non seguirmi. Quando mi sono preparato per uscire mi hanno detto che preferivano restare a casa. Non ho insistito. E’ gente tranquilla ma ostinata. Facciano quel che gli pare, io esco. Più che cani infernali, sono animali da compagnia e non sempre apprezzano che io scelga di evitare i luoghi affollati e inoltrarmi lungo stradine e in boschi dove se si incontra qualcuno è come me, che finge di non vedermi e si volta dall’altra parte. A loro invece non dispiacerebbe, ogni tanto, fare conversazione con i loro simili, scambiarsi osservazioni e esperienze sui relativi padroni, chiamiamoli così, perché più che tenerli prigionieri e fargli fare quello che vogliono loro, spesso sono loro che li chiudono nelle loro segrete e li obbligano a giacere lì, in quelle celle buie e umide, loro abituati al fulgore rovente delle fiamme. Gli è stato assegnato un compito ingrato e se la devono cavare come possono, con gli scarsi strumenti a loro disposizione, sottoposti a una doppia tirannia, quella di chi li ha inviati lì, per una paga scarsa o nulla, e quella del corpo repellente e capriccioso a cui sono stati assegnati. Uno ha un bel dire che un corpo è una robetta fragile e malleabile, facile da influenzare. Bisogna stare attenti, dosare le misure, le spinte, i metodi di invasione, perché se no si creano resistenze, o, peggio, si finisce per essere sconfitti da un eccesso di vittorie. Se l’invasione infatti è totale, il soggetto perde quel minimo di controllo che garantisce la partecipazione volontaria indispensabile e il conseguente senso di colpa e i bellissimi rimorsi. Si abbandona al loro governo, che non è certo illuminato, e declina ogni responsabilità. Fate voi e non rompete il cazzo. Per lavorare bene, hanno bisogno della sua collaborazione. E’ paradossale, ma preferiscono un eccesso di resistenza a una vittoria in tutti i campi. Ogni volta che ne rompono una il lavoro prende un senso, ogni metro conquistato è una soddisfazione. Vedere come questo esserucolo lotta e poi cede, e una volta sconfitto, si dibatte tra lo zuccherino che gli è stato concesso e il veleno che lo accompagnava, è uno stimolo anche per loro. Quelli che si vantano di facili vittorie sono degli stupidi, avventizi alle prime armi. Se li stanno ad ascoltare è solo per compiaciuta compassione, o per scambiare due parole se è da tanto che sono ridotti alla mia silenziosa compagnia. Io di solito faccio finta di niente, infatti, manco li sto ad ascoltare, o altrimenti la metto sul ridere. Non c’è niente che li fa imbufalire di più. Come mi permetto? Oppure cedo come se niente fosse, distratto e pronto a dimenticare subito. Ma preferisco non cedere, è chiaro. Dimenticare è fatica. Però ogni tanto lo faccio. Devo farlo, dargli questa soddisfazione, così li metto a cuccia per po’. Sono vanitosi. Credono di essere chissà chi. E invece non sono altro che manodopera generica, strumenti in mano a chissà chi, al di là delle gerarchie di cui non vedono il vertice, né se questo vertice è a sua volta manodopera di chissà chi altro, sia pure più specializzata. Speculazioni metafisiche che non gli interessano peraltro, impegnati come sono a sfangare le incombenze quotidiane. Qualche cedimento allora me lo concedo. E poi non è il caso che me la tiri troppo nemmeno io. Non sono così forte da non sentire pressioni e da superare ogni ostacolo. Mi barcameno. Sinceramente non do grande importanza alle proposte che mi sottopongono, ma alcune talvolta sono piacevoli, altre mi prendono di sorpresa e mi accorgo di averle seguite solo a cose fatte. Lì un po’ mi dispiace, mi pento, mi faccio qualche rimprovero. Ma in genere manco li sento. Però me li porto appresso abbastanza volentieri, in linea di massima. Se non mi vogliono seguire, peggio per loro. E che diavolo!, esco da solo.

 


1) Signorelli, Storie  dell'Anticristo (dett.

2) Rutilio Manetti, Tentazioni di Sant'Antonio Abate

 

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02/05/25

L'acqua alla lettera

Federico De Leonardis

a) Il mio amico Federico mi chiede di scrivere un racconto sull’acqua

Non mi piacciono le cose che, anche prese alla lettera, sono già metafore. Tanto più che, in genere, sono quelle di cui è impossibile fare a meno. E io non sono mai riuscito ad accettare fino in fondo che di qualcosa sia impossibile fare a meno. Ma ovviamente, poiché di farne a meno è impossibile anche a me, ne sono attratto nella stessa misura in cui ne diffido. Ne diffido non solo perché dipendo da esse, ma anche perché mi sfidano su un terreno troppo vasto, che non posso controllare, dove rischio di perdermi ancora prima di riuscire a incontrarle. E mi attraggono per lo stesso motivo. La loro forza sta nel fatto che, quando credi di averle trovate, ti sfuggono da tutte le parti, come acqua dalle mani, ogni volta che cerchi di afferrarle. E del resto anche afferrarne un lembo, accontentarsi di coglierne un aspetto, oltre che insoddisfacente, è ancora cedere al loro potere, restarne prigioniero, esserne ostaggio, nonostante che spesso quanto ci è concesso non si riduca che a questo. Ma è appunto questo che mi fa imbestialire. L’onnipotenza o niente (mi dico consumando l’obolo che mi viene distrattamente gettato tra i piedi). E intanto il nodo di diffidenza e attrazione si stringe sempre di più e loro si stagliano sempre più gigantesche davanti a me. Beffarde. Ben mi sta.

Ne diffido e mi attraggono perché mi fanno paura. Ho paura della paura, ma a volte mi piace. Così a volte distolgo lo sguardo, fuggo; altre invece resto medusato, incapace di fare alcunché ma con tutti i sensi acuiti, con la testa percorsa da innumerevoli piccole scariche che schizzano incontrollabili in ogni direzione. In questi casi prima cerco di prestare attenzione a tutte, poi, chissà perché, qualcuna mi resta incollata addosso o mi cattura nel suo gorgo, e così, senza accorgermene, comincio a muovermi e quando me ne accorgo sono già abbastanza avanti da non sapere più come, e a volte da non volere, tornare indietro. Allora non mi resta che lasciarmi trascinare da esse, attraversarle e esserne attraversato, in una specie di panico attivo. Sono tutto meno che intrepido: lo faccio perché devo farlo, perché senza di esse non si vive (non si pensa, non si parla). Queste sono le cosiddette cose elementari.

Più una cosa è elementare, meno è possibile prenderla alla lettera. Meno puoi prendere alla lettera una cosa, più difficile diventa parlarne. Si potrebbe pensare il contrario: più immagini e connessioni una cosa suscita, più spazio hai per muoverti e più materiale a disposizione. Ma sarebbe un errore, almeno per me. Più una cosa è elementare e meno è a tua disposizione: semmai, sei tu a disposizione sua. Una cosa elementare non è un materiale. Né uno spazio libero in cui muoverti: meno sono visibili i vincoli, più forti sono e più facilmente ci si ritrova ingorgati. Lo stesso avviene con le parole.

Non considero il passato (le immagini) come un magazzino teatrale al quale attingere allegramente ciò che mi serve né le parole come altrettanti costumi da indossare, come faceva Rembrandt, per rappresentare ciò che voglio, ammesso che a Rembrandt i costumi interessassero veramente. Anche se poi si finisce per farlo comunque; ma non è una scusa. E poi io non sono Rembrandt (lo si era già capito). Piuttosto preferisco immergermi e percorrere tutte le strade, senza darlo a vedere (senza citare: allora le uso anch’io come costumi per nascondermi, o meglio come falso bersaglio per scremare i distratti, quelli il cui sguardo scorre sulle parole come l’acqua verso valle, dei quali non mi curo di catturare l’attenzione. Se capita lo stesso, tanto meglio. Da ragazzo ho catturato, a bastonate, una grossa trota rimasta imprigionata in una gora dal ritrarsi di un torrente. Forse si era addormentata), per cercare di tracciarne un’altra, se possibile. E quest’altra deve partire da me, dall’esperienza, poca o tanta che sia, che io ne ho, della quale ovviamente le immagini e le parole fanno parte.


 Serse Roma

b) Dichiaro che è impossibile. Poi lo scrivo.

A partire dalle immagini, invece, non si finisce più. Un’immagine non è niente da sola: anche una bella immagine, per quanto ci sia chi afferma di essere disposto a sacrificare parecchio per essa, se non tutto. Ma allora, non è più l’immagine che conta, è l’ossessione. Ammesso che dica il vero, e che non si inganni sulla verità di ciò che dice. Comunque, con l’acqua è impossibile persino cominciare. O si è sempre già cominciato.

L’acqua è ovunque, dal poema di Gilgamesh e dal Genesi a tutte le cosmogonie, dall’Iliade alla mia lista della spesa (acqua minerale non gasata, acqua demineralizzata per il ferro da stiro), dalle acque che si sono rotte perché io potessi nascere a quelle che rilascerò alla mia morte. Non ci sono vie preferenziali per attraversare l’acqua. A parte le correnti, i venti e il calore, cioè qualcosa che è in relazione con l’esterno, su cui però anch’essa influisce. L’acqua è ciò che attraverso senza tracciare strade e che mi attraversa lungo strade che ignoro. Mi avvolge e la avvolgo. Mi contiene e la contengo.

Io sono fatto d’acqua, ma lo so davvero solo quando ho sete e sudo. Quando ho sete bevo. E io devo bere molto, poiché soffro di coliche renali. Comunque bevo, e mi piace che l’acqua sia buona.

L’acqua che bevo deve essere pura. Cioè quasi pura. E questo “quasi” dell’acqua mi piace molto: quasi  pura perché possa berla, quasi trasparente per vederle attraverso vedendo anche lei. L’aria non la vedo, se non raramente: la sento, la respiro; l’acqua la vedo sempre. (Il mio amico A. mi dice che la trasparenza di una cosa le deriva dall’essere composta di atomi che sono al nostro occhio invisibili e perciò non si manifestano come colore ma acquistano solo un valore di brillanza.) L’acqua pura non esiste, deve essere distillata apposta. L’acqua non esiste pura: anche la più buona deve contenere dell’altro. Pura, l’acqua è dannosa, per il mio organismo quantomeno. E, se non dannosa, poco buona. Perché mi purifichi, deve essere quasi pura.

L’acqua piovana invece non è buona da bere; neanche quella del fiume lo è, se non vicino alle sorgenti. Non è buona l’acqua che scende, lo è quella che sale. Ma prima di salire deve essere scesa, deve essersi resa invisibile passando attraverso la terra, che non è buona. L’acqua filtra attraverso la terra, scende piano, paziente, finché non trova un fondo, il suo. Lì si deposita e si accumula; quando il livello è troppo cresciuto, lentamente sale verso la superficie o lentamente scivola verso un altro fondo collegato al primo: arrivata lì, è buona. Ma ci vuole tempo. È da lì che bisogna farla salire per poterla bere. Se invece sale troppo, allaga il terreno e bisogna prosciugarla.

Quando ho bevuto, l’acqua si distribuisce nel mio corpo e poi ne fuoriesce. Tutta, o quasi tutta. Perdo acqua in continuazione, di solito senza accorgermene. Evapora. Mi piacerebbe vedere il mio corpo evaporare. Qualche strumento in grado di riprendere il processo ci sarà senz’altro, ma io, faute de mieux, mi limito a immaginarlo, e poiché è estate e fa caldo, lo immagino come il calore che esce dall’asfalto, che infatti allora sembra bagnato, in lontananza, e vivo. Vedo la mia pelle ingigantita, come un’enorme distesa offuscata da queste esalazioni che fanno impercettibilmente vibrare la peluria che la ricopre, a tratti densa e in altri rada, mentre in certe pieghe scorrono rivoli d’acqua. Fiumi, boschi, campi, pianura. Quella dove abito io.

Mi accorgo di perdere acqua solo quando sudo: allora non sono invisibili esalazioni ma gocce. Anche il sudore in genere è buono. Lo dico perché sono sano, non devo faticare quindici ore al giorno in miniera e non sono disperso nel Sahara. Il sudore è buono non solo quando è prodotto dallo sforzo di un corpo che ha il vigore per compierlo, ma anche quando cerca di ripristinare la temperatura corporea d’estate o durante le febbri («Prendi un’aspirina, mettiti a letto e fai una bella sudata», mi diceva mia mamma quando ero influenzato) e perché trasmette l’odore del nostro corpo a chiunque in un modo o nell’altro vi sia interessato. Non si sa mai.

Quando sudo, o comunque mi sento sporco, mi lavo. Ma l’acqua da sola non lava. È un discreto ma blando solvente e uno sgrassante deficitario. Lavarsi può essere fastidioso (quando fa freddo, per esempio), ma in genere è piacevole, specie al mattino, appena svegli. Di solito io mi alzo allegro, e l’acqua mi fa buona compagnia. Mi piace anche farmi la barba, pelo e contropelo, con devozione, e quando le guance sono perfettamente lisce e morbide è bello sciacquarle con l’acqua fredda. Ho ricevuto il buonumore in dote alla nascita. Sono felice. Non scrivo perché la vita mi fa male (anche se una quota la versa anche a me); scrivo per aumentare la felicità, la mia in primis e eventualmente quella di qualcun altro. Non ce n’è mai abbastanza. (Il mio amico M., leggendo ieri questo passaggio, mi ha detto che devo smetterla di scrivere queste cose. Se uno dice di essere felice, insistendo come faccio io, non verrà mai creduto: cent’anni di psicanalisi saranno pur serviti a qualcosa! Si chiama denegazione, lo so. Ma io non pretendo di essere creduto quando scrivo. Se c’è una verità in ciò che uno scrive, non si esaurisce certo nella lettera. Comunque va bene: sono infelice. Molto infelice. Disperato. Così mi crederanno. Non il più disperato degli uomini. Meglio non esagerare. Se si dice a qualcuno di essere più disperato di lui, garantito che quello si offende. Allora diciamo che sono piuttosto disperato, ma un filino meno di ciascuno dei miei lettori. Così sono contenti tutti. Si scrive per questo, no?)

Mi lavo e canto, sottovoce. È la bellezza della doccia del mattino: le acque mi scorrono lungo il corpo, mi massaggiano e mi consegnano fresco a una nuova giornata nella quale, olimpicamente, non mi importa se combinerò qualcosa o il solito fico secco. E tu, Cielo, dall’alto dei mondi. Do re mi. Il bagno invece è meglio la sera, quando sono stanco, cioè quasi mai. È però la prima cosa che faccio quando prendo possesso della mia camera d’albergo dopo un viaggio. Faccio scendere l’acqua calda mentre disfo i bagagli e, quando è pronta, ci resto immerso fino a quando non mi sono abituato al nuovo luogo. E poi via! Quanto al resto, non sono un patito del bagno, neanche al mare, dove infatti di solito non vado.

Facevo invece molti bagni da ragazzo, al fiume, vicino al punto dove si incontra con uno dei due canali che lo costeggiano al mio paese. È un punto pericoloso, dove annega sempre qualcuno, come è accaduto proprio una decina di giorni fa, in modo banalissimo, a due ragazzi, due fratelli. A guardarlo così, senza pensare a niente, è un incanto. Ci vado ancora, da solo o con gli amici che vengono da fuori, a fare delle passeggiate, e tutti ne sono conquistati. C’è una pace! E invece ogni anno ci muore qualcuno, qualcuno ci annega o va ad annegare.

Una volta sono partito proprio da lì per attraversare il fiume controcorrente, nonostante fosse più rapido del solito. Nuotavo in diagonale, verso monte, per non rischiare di ritrovarmi dalle parti della diga che c’è più a valle. Poco oltre la metà del fiume, le forze hanno cominciato a mancarmi e così ho cercato di resistere meno alla corrente, pur senza assecondarla del tutto. Alla fine, stremato e vicino alla disperazione, sono riuscito ad aggrapparmi a un arbusto che sporgeva sull’acqua, ancora lontano dalla diga. Mi sono trascinato sulla sponda e sono rimasto lì, sdraiato in pendenza tra i cespugli, confuso e col batticuore, per non so quanto tempo. Con l’acqua è così.

Per tornare a riprendere le mie cose mi son dovuto fare un giro lunghissimo. Mancava ancora parecchio al tramonto, ma le nubi si stavano già preparando per il solito temporale serale. Avevo freddo. Dei miei amici, molti se n’erano già andati a casa. Mi sono rivestito in silenzio e mi sono seduto contro un albero a guardare il ponte alla mia sinistra, tranquillo adesso. Allora gli amici rimasti mi hanno chiesto cosa mi era successo. L’ho riassunto velocemente. Bel pirla, mi hanno detto, e si sono tuffati per un’ultima nuotata.

Eppure io ero convinto di aver capito qualcosa.


 

 

29/04/25

HOUELLEBECQ E LOVECRAFT


 

 

Sembra paradossale immaginare un Houellebecq ingenuo, come lui vorrebbe farci credere nel suo ultimo libretto (Qualche mese della mia vita, trad. di Milena Zemira Ciccimarra, La nave di Teseo, 2023) dove racconta di come sarebbe stato raggirato nella realizzazione di alcuni filmati porno. Già dal primo romanzo la sua prosa è quella di uno scrittore disincantato, che nelle cose vede solo il peggio, o quantomeno la loro deriva entropica. Nato disilluso, si direbbe.

Eppure leggendo le sue prime poesie, in cui enumera considerazioni apodittiche sulla vita e su come affrontarla per sopravvivere, uno si chiede come è possibile scrivere certe cose con quel tono perentorio, enunciando senza tentennamenti “verità” e regole di condotta che il normale adulto di fine XX secolo avrebbe qualche imbarazzo solo a pensare. Ma non dirà sul serio?, vien da chiedersi al lettore, forse anche condizionato dalla lettura delle opere successive. In ogni caso restano un indicatore di una personalità che, individuato un suo tono e delle certezze, segue imperterrita la strada scelta.

Un dubbio del genere non può sorgere leggendo H.P. Lovecraft. Contro il mondo, contro la vita, il primo libro scritto da un Houellebecq poco più che trentenne (è nato nel 1956) e pubblicato nel 1991, tradotto da Sergio Claudio Perroni per Bompiani nel 2001 (ora ripreso in ebook presso La nave di Teseo, 2024) e da poco riproposto da Wudz con una prefazione di Stephen King in nuova traduzione di Damiano Scaramella, che si districa bene nell’arduo compito di distinguere la propria dalla precedente, di un libro dalla scrittura limpida, sintatticamente piana e priva di ambiguità e ricercatezze stilistiche, così che spesso è impossibile tradurre in modo diverso senza distorcere e indebolire l’originale. Pertanto citerò da entrambi in modo indifferente.

Non ci sono dubbi sull’intonazione del libro e sulle prese di posizione che vi compaiono. Il rifiuto del mondo e della vita indicato dal sottotitolo è totale. Houellebecq lo riferisce a Lovecraft, ma vale anche per lui. Sembra infatti che l’adesione alle idee sull’esistenza e sull’universo dello scrittore di Providence sia completa (a parte le posizioni politiche e il razzismo, peraltro sminuite da Houellebecq non quanto alla loro gravità, ma relativamente all’impatto sull’invenzione fantastica) e che siano riportate solo le sue teorie e opinioni, con pochissime intercapedini in cui si possa insinuare un distacco critico, uno spazio per respirare. Ma non è questo che importa: importa che mentre le espone, senza accorgersene (senza accorgersene?) Houellebecq parla di sé, enuncia alcuni assiomi e convinzioni che saranno capitali nella sua opera a venire, almeno nelle prime, per quanto a questo punto (fine anni ’80-primissimi ’90) di scriverle forse ancora non immagina neppure. Al momento è solo un poeta. Per questo quanto dice è ingenuo, in un certo senso: non c’è ancora il sottofondo di un’opera che sarebbe da illustrare o difendere; quindi più diretto, più puro, meno mascherato o giocato sul filo che divide e unisce verità e finzione, è quello che Houellebecq scrive, e più rivelatore di alcuni assunti di base della sua personalità di scrittore che ha già operato scelte fondamentali.

Ma quando pubblica il libretto su Lovecraft, Houellebecq è solo un giovane autore di poesie perlopiù inedite e note solo ai pochi aspiranti poeti con cui si confrontava regolarmente in una biblioteca di quartiere, che sta per pubblicare la sua prima raccolta, una plaquette intitolata La porsuite du bonheur e i brevi testi tra il saggistico e il poetico di Rester vivant. méthode (entrambi presso La différence, 1991), confluiti in Italia nel primo volume di La vita è rara. Tutte le poesie, traduzione di Fabrizio Ascari, Alba Donati e Anna Maria Lorusso, Bompiani, 2016), che escono quasi in contemporanea con questo saggio sorprendente. Sorprendente sia per la scelta dell’argomento: uno scrittore giudicato, a quei tempi (e da molti anche oggi) di serie B, se non C; sia per la disinvolta, per non dire provocatoria, tonalità del discorso e la sicurezza espressiva e di giudizio che prefigurano quelle dei romanzi che lo renderanno universalmente noto, ammirato e denigrato in pari misura. Questo ci permette di leggerlo, oltre che per ciò che dice dello scrittore di Providence, anche come una specie di autoritratto indiretto, e nemmeno tanto criptato, nonché di precoce dichiarazione di poetica e di sintetica visione del mondo, che si può facilmente integrare con quanto dirà anni dopo nel libretto su Schopenhauer (In presenza di Schopenhauer, La nave di Teseo, 2017), la cui lettura decisiva, che gli ha aperto gli occhi e ha offerto basi teoriche a sensazioni e emozioni che fino a quel momento erano rimaste se non embrionali, inespresse o avvertite come informulabili, è però di quegli stessi anni formativi.

L’incipit è già puro Houellebecq: “La vita è dolorosa e deludente” e l’umanità ispira al massimo “una lieve curiosità” accompagnata da un “leggero senso di nausea”. Una buona ragione, tra l’altro, per non scrivere romanzi realistici. “L’età adulta è un inferno” e dati i valori su cui si fonda (“Principio di realtà, principio di piacere, competitività, sfida costante, sesso e investimenti di capitale…”: quelli del capitalismo in poche parole) c’è ben poco da divertirsi. Palliativi, tutt’al più, che spesso non fanno che peggiorare le cose e creare insoddisfazione, frustrazione e angoscia. “L’universo non è altro che una accidentale combinazione di particelle elementari (corsivo mio). Una figura di transizione verso il caos, che finirà per inghiottirlo. La razza umana scomparirà.” Chi parla? HPL o MH?

Sono questi i presupposti dell’attrazione che esercita HPL: il suo materialismo radicale, il rigetto della benché minima illusione e consolazione. Un pessimismo assoluto, certo, ma “tonificante”, giacché “la delusione non è una brutta cosa” sostiene Houellebecq in un’intervista, con la sua tipica procedura di prendere un dato o un’asserzione o un giudizio che paiono assodati, indiscutibili nella loro evidenza, e poi capovolgerli, in genere non in modo piatto o automatico, ma leggermente di lato, o di sbieco, o, come qui, attutito con una litote.

Queste certezze consentono a Lovecraft di vedere, e evocare, l’orrore “oggettivo” di questo mondo, e dei mondi che esso cela o che gli scorrono accanto pronti a irrompervi, come già è accaduto in epoche remote i cui residui sopravvivono ancora al di là di fragili soglie che lasciano trasparire segnali perturbanti e che basta poco a infrangere. Un “cosmo disperato [che] ci appartiene in tutti i sensi”, in cui dominano, per dirlo con parole di Schopenhauer, “oppressione, privazione, miseria e paura, grida e urla”. Un cosmo dove regnano divinità mostruose, figlie del caos e sue portatrici, che formano un pantheon rivelato da libri proibiti e introvabili, che con i loro miti hanno dato vita, secondo Houellebecq, a un vero e proprio epos, ampliato da imitatori e seguaci: “non è stato registrato nulla di simile dai tempi di Omero e delle chansons de geste medievali. Abbiamo a che fare, dobbiamo umilmente ammetterlo, con un cosiddetto “mito fondatore”.” “Probabilmente, aggiunge MH, una volta dissipate le nebbie morbose delle avanguardie molli, il XX secolo rimarrà l’epoca d’oro della letteratura epica e fantastica”, e il rifiorire odierno di opere letterarie, cinematografiche e televisive appartenenti generi che ormai si è convenuto adunare sotto l’insegna del weird starebbe a confermarlo.

Da un’opera all’altra si è venuto formando un universo di storie in espansione creato da una immaginazione si direbbe sconfinata, come lo sono l’orrore e la paura che gli soggiacciono. Persino quando Lovecraft è imperdonabile, per esempio con il suo razzismo, la sua fantasia si scatena e produce pagine memorabili. Perché, e qui è MH a parlare, se “il disprezzo non è un sentimento molto produttivo in letteratura”, l’odio e il rancore lo sono, invece; e così la cattiveria, la malignità, il cinismo: tutto ciò che deriva da uno sguardo negativo, non pacificato, che mette in discussione l’apparente naturalezza del mondo, lo rivolta e lo mette in moto. L’esasperazione dell'odio contro tutto ciò che appare meticciato e impuro si ribalta in fobia, provocando “quello stato di trance poetica in cui trascende se stesso nel ritmico e folle battere di frasi maledette … con un orrendo cataclismatico bagliore”. “La sua visione, alimentata dall’odio, assurge alla paranoia vera e propria, e ancora più in alto, fino a quel totale squilibrio dello sguardo” che sfocerà nei “deliri verbali dei “grandi testi”.” A coloro che sostengono che, al pari di questi deliri, anche lo stile è eccessivo, incontrollato e alquanto rivedibile, MH ribatte che “HPL non aderisce in alcun modo alla concezione elegante, sottile, minimalista e discreta che in genere scatena l’entusiasmo dei critici” e che se il suo stile “è pietoso, possiamo allegramente concludere che lo stile non ha, in letteratura, la minima importanza. E passare ad altro”. Sono accuse che molti critici avrebbero mosso più tardi anche allo stile di MH, che qui sembra presagirle e rispondervi in anticipo.

La vaghezza, non impressionista né psicologica, è voluta e positivamente esasperata nonostante, o proprio perché, ottenuta mediante l’uso di un lessico attinto dalle più disparate discipline scientifiche con rigore e precisione (“più gli avvenimenti e le entità descritte saranno mostruose e inconcepibili, più la descrizione dovrà essere precisa e clinica. Per scorticare l’innominabile occorre un bisturi”), perché, al di là di ciò che viene alluso, più che detto, o di descrizioni dettagliatissime ma che poi è praticamente impossibile visualizzare, quello che conta “è mettere il lettore in uno stato di fascinazione. Gli unici sentimenti umani di cui Lovecraft vuole sentir parlare sono la meraviglia e lo spavento, e infatti egli costruisce il proprio universo su di essi e solo su di essi. È chiaramente un limite, aggiunge MH, però consapevole e deliberato. E non esiste creazione autentica senza un minimo di accecamento volontario.”

“L’universo è una cosa francamente disgustosa” e l’unica reazione ragionevole nei suoi confronti è la paura. Ed è questo che provano e affrontano i protagonisti, “proiezioni dell’autore” e delle sue fobie, ma solo nel senso di un’“amplificazione”, che dichiara inutile “qualsiasi psicologia differenziata” e opta per una scelta di “deliberata piattezza” finalizzata a “trasformare le percezioni ordinarie della vita in una fonte illimitata di incubi”: che è poi “l’audace scommessa di tutti gli autori di narrativa fantastica”, che si tradurrà da parte di Houellebecq scrittore nell’adozione di uno sguardo diretto a individuare di ogni cosa il versante negativo, sconfortante, farsesco e repellente.

E a volte appariva tale, eccetto a chi lo conosceva che invece lo adorava, anche l’“atteggiamento allo stesso tempo altezzoso e masochista, ferocemente anti-commerciale” di HPL, che “faceva di tutto per risultare sgradito” senza fare nessuna concessione, tanto da giocare si direbbe volontariamente “contro se stesso”. Atteggiamento con molte affinità con quello che ha sempre caratterizzato anche la figura pubblica di MH, il quale tuttavia ha assimilato benissimo la strategia, adattandola alle nuove regole della società mediatica, e così trasformandola, da parte sua, in una carta a favore di se stesso, con il risultato di attrarre su di sé una fortissima attenzione che, stanti appunto i tempi mutati, ha diviso in sensi opposti le simpatie e il giudizio dei lettori, non sempre a vantaggio di un approccio spassionato alle sue opere, che invece, come quelle di HPL, lo meritano a prescindere. Se Lovecraft non ha stipulato nessun compromesso con la vita “ridotta al minimo, da cui ogni forza vitale è stata drenata verso la letteratura e il sogno. Una vita esemplare” per immergersi senza residui nel suo mondo immaginario, si può dubitare che lo scrittore francese abbia seguito questo modello, anche perché, se lo “sporco mestiere … del romanziere” lo porta a trattare “la vita in generale”, con essa egli “si ritrova necessariamente compromesso”. Bisogna capirlo. Non può essere davvero contro il mondo e contro la vita. E con questo il primo passo verso l’autoassoluzione è compiuto.