14/10/16

Tempo disidratato



La cascina vibra sommessa al passaggio del treno lontano. L’uomo accoccolato contro la cancellata è morto. Chi passa in bicicletta ne avverte l’assenza e la interpreta come un indice sicuro eppure confuso di un qualche assoluto: un assoluto d’accatto. Allora elenca nomi di piante arbusti e erbe, che comunque finiscono presto. Del resto la casa è vicina. Gli effetti del cielo sull’asfalto sono poco discosto, alle sue spalle: un’ombra indecisa. Quale consuntivo, la sua sola ambizione sarebbe sparire senza lasciare traccia. Un bel risultato, a riuscirci. La donna incinta che lo saluta è stupenda, come se davvero portasse una nuova meraviglia. Lui muove la testa senza parlare, ancor meno di un cenno; sorride in ritardo, da solo, nel tempo disidratato. Le case si susseguono a distanza, in reciproca, disinvolta indifferenza, segno indiscutibile di signorilità. Indaga con minuzia la strada e i giardini, a pedali fermi. Prima di ricominciare misura l’inerzia: misera; intanto respira. Un terzetto di elicotteri passa a media quota senza lasciare traccia, se non il sussulto del primo frastuono e un presagio incongruo di ritorno. Gli insetti incrociano distratti pensieri oziosi, pure divagazioni, specie le api, che vedono, e forse guardano, i raggi ultravioletti, non lui, costretto a procedere a zig zag. Una macchina bianca, una Cinquecento sopravvissuta, attraversa lentamente la strada poco avanti, come di routine, e scompare dalla stretta visuale. Immediatamente però, meno di un istante, ricompare nello stesso punto e riattraversa la strada nella stessa direzione: un’impresa che certo non prevedeva testimoni. Nessuno si sorprende, ma il duplice vuoto scavato nel paesaggio rimane e diffonde un’inquietudine porosa, impersonale. A casa si siede sul balcone che dà verso i campi e, accesa una sigaretta, segue il fumo che sale. Scampoli di nubi rosa e viola chiazzano il cielo con impareggiabile sicurezza, come fossero eterne. Lo sono.

09/10/16

Passaggio di Figueroa

 

Lo spettacolo di maggior successo, quello che nessuno ha visto. C'è il prima e il dopo, non il durante; e se qualcosa è stato percepito, al massimo si tratta di un'eco, magari impropria. Dagli effetti si potrebbe arguire non certo la causa, appena cosa sarebbe successo, che poi non interessa. Il cosa si identifica con gli effetti, ma gli effetti chissà quali sono esattamente. Si producono comunque reazioni di ogni sorta: sorpresa, dolore, disincanto e persino divertimento, che però non fanno problema. Sembra che contino solo il come e il quando, a puro titolo di curiosità; se non che, sono a loro volta ignorati. Vedendo gente sul posto, ad ogni buon conto, altri non tardano a raggiungerla, ognuno che riflette negli occhi dei vicini la propria indecisione prima di adeguarsi a un platonico modello mediano e di cominciare a parlare. Dalle medesime domande scaturiscono risposte simili, con qualche differenza che subito promuove differenti interrogativi e contrarie ipotesi, così che qualcosa, più cose, cominciano a delinearsi. Veramente c'è il sospetto che il luogo dell'evento potrebbe essere un altro, perché è difficile stabilire l'origine di un'eco, ma appunto per questo per nessuno è rilevante verificare dove si trova: adesso è lì, tra di loro, che avviene. Sono in tanti ormai, e tutti vivi, attivi al massimo grado. C'è addirittura uno straniero, di passaggio. Un uomo banale, con le sopracciglia e i baffi neri e folti: un sudamericano. Si chiama Figueroa; o forse Quiroga, non è ben chiaro. Alcuni sono convinti che, se solo riuscisse a farsi capire invece di parlare quella sua lingua quasi morta, tanto simile alla nostra in apparenza ma come pronunciata da un'altra dimensione, lui sì ne avrebbe di cose da dire... I sudamericani! Un vero peccato.

06/10/16

Miracoli clandestini (da "Cosa dicono i morti" - 1991)



Verso sera il vento, sfiatato, cade. Gli alberi tornano a fissarsi nei loro ruoli abituali, stigmatizzati ormai, però, da un'inquietudine definitiva che faticano a dominare. Una luce inconcludente si avvicina alle cose ma ne viene respinta con stizza. La gente, poca, cammina piano, assonnata; un cavallo dalle incerte risorse pencola la testa: non che disapprovi, semplicemente non è del tutto convinto e lo dimostra con pacato scetticismo. Una macchina che procedeva a moderata velocità, d'un tratto sbanda vistosamente nel lodevole intento di suscitare attenzione; poi, forse pentita dell'eccessiva pretesa, si schianta quietamente contro un muro, senza far rumore, come esercitandosi nel vuoto. Un uomo sulla quarantina ne esce a fatica e verifica le proprie condizioni in una vetrina lì accanto, prostrato dalla vergogna: dall'altra parte un cane egizio lo guarda con ostentata indifferenza, assestando il colpo decisivo alla sua identità. Una ragazza apre una finestra ma si volge altrove, verso una piazzetta dove tre figure sono sedute sullo schienale di cemento di una panchina. L'uomo distoglie lo sguardo dal vetro e lo dirige alla macchina, quindi al cielo. Il tessuto dell'aria si sfibra saturando lentamente la trasparenza, senza però rivelarsi un fondale che riveli dell'altro quando cade. La strada si ripiega sul suo margine interno e lo spazio si contrae, diventa solido, inattraversabile. Miracoli clandestini si consumano inutilmente. 


La foto è di Gabriele Basilico.

03/10/16

Posso dirlo?



C'è questa persona, non so se mi è lecito specificare il sesso, ammesso che sia definito (ma perché poi non dovrebbe esserlo?), che non si può assolutamente dire alta, né snella peraltro, proprio no, dai lineamenti di regolarità un po' diversa dal comune, le orecchie leggermente aperte verso l'esterno, protese verso l'infinito mondo sonoro, gli occhi che, per non perdere nulla, indagano contemporaneamente direzioni diverse, i capelli sottilissimi, non volgarmente numerosi, che partono dalla nuca, e solo da lì, per scendere verso le pieghe di un collo imponente, a tre piani, da cui si diramano, senza soluzione di continuità, una spalla ad angolo retto, piatta, e un'altra un po' curva, nei due sensi, verso il braccio e dietro la scapola, a formare come un principio di ala, l'inizio di una metamorfosi angelica, mentre il petto è compresso in altezza e amplissimo in larghezza come da una esuberanza vitale incontenibile, che preme anche sul bacino e sulle gambe inducendo le ginocchia a un perfetto arco in direzione opposta ai piedi che si guardano l'un altro, come innamorati, fino a baciarsi, appunto come degli innamorati... ecc.
Ma non so: posso dire alta? e snella? e regolarità non è un po' uno sminuire? o quanto meno un appiattire, un massificare? e accennare al sesso, anche solo nel senso di genere, è decoroso? genere? e cos’è il genere? c’è mai “un” genere? oggi poi! e la fronte intonsa, che ne dirà per essere stata sorvolata o accennata solo in modo implicito? il peso è un fatto che è opportuno specificare? l'altezza, su che parametri va definita, relativa com'è? Ci sono parole neutre (Blanchot a parte)? E vale la pena scrivere o dire anche una sola parola, se non si è e non si intende essere Blanchot o altre figure come cominciano con B. (o con D.) e dal momento che tutte (le parole, dico), senza eccezione, sono colpevoli?
E B. o D. come reagiranno? L'ultima cosa che vorrei, tanto li ammiro, è offenderli, o anche solo deluderli. Cosa diranno mai?
(Niente, niente... tranquillo, sono tutti morti.)



1 -  Emilio Isgrò, Enciclopedia Treccani, Volume XX, 1970
2 - Emilio Isgrò, Telex, 1973 

26/09/16

Due e due e due

Persegue fiaccamente un moderato abbrutimento. Bastasse l'intenzione. Ritorni di fiamma dovuti all'abitudine, peraltro sempre più radi, intralciano l'opera con speranze inopportune, ma confida che questa nuova abitudine le spenga una volta per tutte. In ambedue i casi nessuno si illude. Ci pensa però, guardando la tele. Un bambino che piange in cortile, con beneficio inatteso, lo distrae, subito seguito, non appena smette, da un altro che lo imita molto bene. Due benefici sono troppi però. Dalla finestra, in tutta naturalezza, entra un paesaggio di colori innaturali, prevedibili comunque. Le cose non lo sono meno; di più non possono fare, a dispetto della buona volontà. Pazienza. Preso atto dello scenario indegno, subito lo dimentica, invece di approfittarne. Difetta di senso tattico, inutile negarlo: un punto a suo favore. Dimenticare tuttavia potrebbe rivelarsi, alla lunga, la strategia migliore: nessuno la beve. Insiste saggiamente con la televisione, allora; il suo futuro è lì. Lì davanti, possibilmente senza vederla, o solo a sprazzi, quale utile sussidio; oppure ancora seguendo tutto con la massima attenzione, come ogni trasmissione merita. Il telefono una volta tanto non suona, non potrebbe desiderare di meglio. Se suonasse, però, sarebbe meglio ancora, specialmente se avessero sbagliato numero. In linea di principio non desidera intrusioni, ma vengono accettate con una certa riconoscenza, per quanto stizzita. Reazioni inconsulte non sono previste: sarebbero un regresso, l'indizio di una solidità, e non una sconfitta, certo preferibile. Non mancano pressioni, ad ogni buon conto. Tutto starebbe a sviarle, avendone voglia; ma è appunto questa che andrebbe più di ogni altra cosa evitata. In ambedue in casi perde, cioè vince. Per fortuna lo soccorre una scarsa resistenza; sforzi prolungati non li regge, né rientrano nelle sue ambizioni. La stanchezza, se non l'abbattimento, lo coglie sempre d'anticipo: un altro punto a suo favore. Non per questo indulge a riconoscenza scomposta. Se ne distoglie e passa ad altro. Armeggia una mezz'ora con la pipa, che non sa usare e comunque non gli piace, ricavandone sei boccate. Due e due e due. Benissimo.