Un bel giorno, dal momento che era molto che non scriveva più niente né c’erano avvisaglie che potesse (e nemmeno volesse) riprendere a farlo, si è messo in testa di rileggere tutto quello che aveva scritto e di metterlo in bella copia, correggendolo e, eventualmente, riscrivendo o cancellando e stracciando quanto proprio non aveva nessuna speranza di recupero o di chirurgia. Fogli volanti, taccuini, quaderni di ogni tipo e dimensione, agende, diari e tutto quello che aveva pubblicato, e che era sopravvissuto a un paio di altri autodafè, crudelissimi ma non del tutto, visto quanto era scampato, eppure in gran parte già dimenticati, nei dettagli se non nell’insieme, senza rimpianti. Non era poco, si accorse con stupore. Lo stesso stupore inebetito che prende quando si comincia a svuotare la cantina pensando di sbrigarsela in mezza giornata e dopo una settimana ci si accorge che è ancora piena di ogni cianfrusaglia e ricordo (cioè la cianfrusaglia peggiore). Tantissimo, anzi; infinitamente troppo, a voler prendere la perfezione come misura. Come era suo uso da sempre peraltro. Suo vizio, cioè.
Così, più che correggere, riscrivere e migliorare (ma migliorare in rapporto a cosa? al metro che aveva ora, che spesso è peggiorativo nei confronti del passato, come dimostrano tante riscritture e varianti di autori anche eccellenti – persino l’Ariosto!, non si dice Ungaretti… ?), quando si è accorto di cadere in continuazione nella sua consueta procedura di ampliare anziché tagliare, o ampliare il doppio di ogni taglio, e di imboccare ogni diramazione che riusciva ora a intravvedere o era stata magari volutamente trascurata quando lo scritto era stato licenziato la prima volta (già allora riscritto tot numero di volte peraltro), ha smesso di colpo e non ha fatto altro che barrare tutto, prima (senza stracciare), e poi leggere solo, un quaderno dopo l’altro, ogni foglio sparso o ritaglio o file… Leggere e basta, in modo famelico, con disperazione, fino a esserne schiantato.
Racconti, libri, mostre, divagazioni, recensioni, speculazioni varie
03/07/19
29/06/19
Agrate, 25 maggio 1995 dalle 16,30 alle 17,45
1 - 16,30, via Antonio d’Agrate.
Il sole batte su una parete e la
sua luce si riverbera sul lato in ombra di un pilastro scalcinato dai toni
grigiastri e discontinui che vengono ricoperti da una forte velatura omogenea
di giallo. La parete è appena stata ridipinta. Non era così quando Aurelio l’ha
vista e ha voluto inserirla nel suo percorso: l’intervento recente tuttavia,
anziché modificare il riflesso, l’ha rafforzato. Il pilastro delimita sulla
destra l’ingresso, privo di cancello, di un cortile irregolarmente coperto di
ghiaietto. L’altro pilastro è appena stato restaurato e dipinto di un bianco
perlaceo, ma opaco, come il muro che se ne diparte e la facciata della casa che
ne costituisce la continuazione. Sotto il pilastro di destra, sulla strada
stretta, c’è uno specchio convesso che permette di uscire senza pericolo dai
cortili irregolari dei vecchi caseggiati, quasi cascine, che stanno sull’altro
lato. Il riflesso si può vedere, di sbieco, anche da questo ingresso, a sua
volta privo di cancello. L’occhio va dalla parete del muro di fronte a quella
del pilastro, con la sua ombra colorata; poi si muove distrattamente nel
cortile, tra le porte, qualche tenda, un paio di macchine parcheggiate, una
donna che sporge la testa per controllare cosa fa quella gente sospetta che,
dopo essere penetrata nel cortile e aver fatto il giro del pilastro saltando
oltre la fossa appena scavata che lo separa dal muro giallo, staziona da
qualche minuto in mezzo alla strada dove non passa nessuno guardando non si sa
bene cosa; poi torna al pilastro, al suo lato che confina con l’asfalto; da lì
risale verso lo specchio convesso che mostra la strada nella direzione opposta
a quella della luce del sole, quindi inverte a sua volta la direzione dello
sguardo rifacendo nello specchio il percorso fatto a piedi per giungere qui,
fino a che, nell’angolo destro, vede l’incatenarsi dei cortili e, sul margine
estremo, una persona messa di tre quarti e quella persona sono io che mi vedo
guardare da un’altra parte.
2 - via IV Novembre, ore 16,50.
È una stradina ancora più stretta
della precedente. Ci arrivo con in mano un gelato acquistato dopo aver fatto
una piccola deviazione a sinistra ed essere poi tornato contento sui miei passi
per una decina di metri. Sono un gelatodipendente e consumo con avida
soddisfazione la mia passione. Anche qui la scena è stata alterata da un
intervento edilizio, non tanto da influenzarla comunque. Alle spalle del luogo
dove ci si deve arrestare, ma appena scostata, lungo tutta la parete di un
grosso e vecchio caseggiato, c’è un’impalcatura, che dall’imbocco della viuzza
aveva fatto temere una sua possibile frapposizione tra il sole e le targhette
che dovrebbero proiettare i loro riflessi sull’ombra dell’asfalto antistante.
Non è così, per fortuna; tuttavia un problema c’è: l’ombra ritaglia l’asfalto
solo a metà. Nella parte soleggiata si vedono delle strisce irregolari più
chiare, giallastre, come se a qualche muratore fosse caduta un po’ di calcina,
o meglio di biacca, ora prosciugata: invece proprio quelle sono i riflessi.
Aurelio si preoccupa per i calcoli sbagliati sul movimento del sole, per
l’effetto che di conseguenza andrebbe perso. A me sembra invece che l’effetto
ci guadagni: la luminosità infatti diventa evidente e risalta con più forza
solo quando il passante, inserendosi tra le insegne e il punto d’arrivo dei
raggi deviati, proietta la propria ombra sull’asfalto ricevendo sulle spalle
quelli provenienti direttamente dal sole: allora, se pensieroso abbassa gli
occhi verso terra, vede la propria ombra percorsa da strisce di luce in
movimento, come bucata dalla luce, e ne riceve, grato, la lezione. Verrà buona
per i momenti bui, ma già ora ne risente i benefici effetti, come la
medicazione di una ferita che ignorava. Proprio in quel momento, senza un vero
motivo, come per un vago sospetto, mi volto a guardare le targhette dalle quali
provengono i riflessi e mi accorgo di ciò che avevo già notato in precedenza
senza farci troppo caso: le targhette sono di due medici chirurghi. Forse
appartengono a loro gli sguardi che mi sento addosso dalle finestre, sguardi
che immagino ancora una volta incerti tra preoccupazione e meraviglia. Io
invece li accolgo come una delicata carezza e per me conservo solo con meraviglia.
3 - via Marco d’Agrate, ore 17,10
In fondo a via IV Novembre si
svolta a sinistra e subito il marciapiede si allarga come per predisporre a una
sosta, invece di costituire semplicemente un passaggio. E così è: infatti al
margine si innalzano alcuni gradini che portano a un grosso edificio di nessuna
pretesa, se non per una certa miseranda monumentalità, che scopro essere un
cinema-teatro. Sono le 17 passate, e l’ombra, con rinnovato sconforto di
Aurelio, ha appena cominciato ad intaccare il marciapiede, ben lontana dai
gradini coi quali dovrebbe incrociarsi. Anche qui, contro la parete del
caseggiato di fronte, c’è un’impalcatura; ma anche qui non ci sono problemi,
perché a proiettare l’ombra è quello che gli sta a lato, dato il percorso del
sole, che tuttavia sembra in irridente ritardo. Se ne sta infatti bello alto
sopra il tetto mentre dovrebbe esserne nascosto e proiettare soltanto l’ombra
dal profilo dentato dell’embricatura delle tegole sul colmo (o da quelle del
bordo esterno?) che dovrebbe sovrapporsi diagonalmente al profilo dei gradini
così da formare una specie di ingranaggio che inconsapevole del pericolo
calpesta, senza restarne imprigionato (ma sarà vero?), chi si reca alla
proiezione del tardo pomeriggio. Costernato, e come a riparazione, Aurelio ci
guida lungo la stessa via, in direzione opposta a quella del nostro arrivo
verso la curva che immette in piazza Sant’Eusebio. Qui l’asfalto in ombra è
tutto un brulicare di macchie colorate (esattamente quello che si sarebbe
dovuto vedere in via IV Novembre, ma più in grande e con maggiore
ostentazione), la maggior parte delle quali provengono da un’insegna che,
aristotelicamente, dice “Costruzioni e restauri in genere”. Inseguiamo
simulacri immateriali e la materia ci insegue; ci preoccupiamo, quasi come di
spettacoli, delle metamorfosi della luce, dei suoi riflessi, dei suoi lati
oscuri, così come dei lati luminosi dell’ombra, e tutto ci parla di costruzioni
e restauri. Luce, ombra e colori si combinano per conto loro anche senza di me,
sono in anticipo o in ritardo e si lasciano talvolta sorprendere se qualcuno le
cerca senza sapere cosa vuole trovare; io descrivo cose che chi legge può anche
non vedere e costruisco effetti che possono anche essere senza causa: anche in
questo caso c’è, forse, una lezione.
4 e 5 - via Concordia, ore 17,25 e piazza
Sant’Eusebio, ore 17,40.
Gli ultimi due luoghi mi appaiono
in un certo senso complementari. In via Concordia la parete più stretta di un
palazzone brilla di migliaia di luci, con un effetto banalmente vistoso che
dura quasi tutto il giorno. Nel momento in cui ci siamo però capitati, per puro
caso, il sole sembra tutto concentrato sul riquadro a mosaico azzurro sotto la
finestra centrale della lunga e unica fila che divide la parete a metà. L’azzurro
delle tessere scompare in una luminosità accecante e i confini del riquadro
diventano invisibili per eccesso di luce, come se ne fossero la sorgente e essa
si sprigionasse dalla materia. Troppo spettacolare, a meno che un’esibizione
del genere non nasconda, in realtà, dell’altro. Ora però non mi interessa
scoprirlo. Lascio che la luce si goda il suo tronfio trionfo. Ma,
nell’allontanarmi, sono io che mi sento becero e banale: il mio disprezzo si
riflette su di me. Passo sotto un arco che si apre nel muro di una casa a testa
più china del solito e imbocco un vicolo scuro. Sono stanco di guardare e non
ho voglia di pensare. Oltretutto si fa tardi: accelero il passo e faccio fretta
a Aurelio che ci riporta al punto di partenza, in piazza Sant’Eusebio dove, sotto
la statua del santo, c’è una fontana che costituisce l’ultima stazione di
questa via lucis che alla fine mi
trova ombroso. E un effetto di luce in movimento nascosta nell’ombra è quello
che mi aspetta. Sotto il piedi del santo il basamento di marmo si prolunga fino
a metà della vasca in cui nuotano pesci rossi e, credo, cavedani nerastri; dal
basamento l’acqua scende, formando uno schermo sottile, nella vasca: il sole
incontra la barriera di questa minuscola cascata proiettando increspature e
vibrazioni sulla parete interna del muretto di contenimento che trascorrono
velocemente ma nascoste dall’aggetto del basamento. Per vederle bene bisogna
piegarsi. Sotto la statua una scritta informa che Sant’Eusebio è il patrono
della Birmania. Della Birmania! Dunque nemmeno la Birmania è scampata da un
patrono. Le luci nell’ombra scura acquistano una risonanza tropicale. Mi viene
in mente un amico che ha vissuto un mese proprio nelle foreste di quel paese e
che sulle foreste ha scritto due romanzi. Poi mi viene in mente la Cambogia, e
altro ancora più vicino: morti da ogni parte. Mi viene anche in mente la
recente lettura della storia della Compagnia di Gesù in Asia di Daniello
Bartoli e un altro suo scritto che ha per titolo “L’uomo al punto”. Ho come il
sentimento di aver fatto un breve percorso iniziatico. Ma poi, più
modestamente, ritorno al percorso effettivo compiuto per le strade di Agrate:
visto sullla cartina assomiglia al solito un otto, o al solito segno del solito
infinito, ma un segno imperfetto, come di un infinito mal sagomato e un po’
allentato. Ricordo però che nel tragitto è stata operata una deviazione, e
questo trasforma il segno nel nodo che si fa con i lacci delle scarpe, del
quale la deviazione sarebbe uno dei capi. E l’altro? L’altro potrebbe essere
quello tracciato da queste lettere, che ora son tentato di tirare sciogliendo
così il nodo per sempre. In questo modo anche il percorso si chiuderebbe
esattamente; quindi il nastro potrebbe riformarsi e il giro ricominciare da
capo. A slacciare le stringhe si rischia di inciampare tuttavia, e anche nei
meccanismi più perfetti una pecca prima o poi salta fuori. Sono certo di aver
dimenticato qualcosa, come un granello che si è infiltrato negli ingranaggi o
del ghiaietto nella scarpa; ma non mi dà fastidio; anzi, me ne rallegro:
qualcosa che non c’entra e se ne va per conto suo, magari a comprare un gelato.
https://vimeo.com/77918533
Tutte le immagini sono opere di Aurelio Andrighetto
22/06/19
Michel Houellebecq, Serotonina (versione strong)
La
Serotonina del titolo dell’ultimo
romanzo di Michel Houellebecq (trad. it. V. Vega, La nave di Teseo, p. 332) è
quella sintetizzata da un farmaco di nuova generazione, il Captorix, che viene
prescritto al quarantaseienne Florent-Claude Labroust, il suo protagonista narratore,
per permettergli di affrontare una crisi depressiva che l’ha colto da quando ha
deciso di sparire da tutto e tutti, in primo luogo dall’ultima giovane
fidanzata, la giapponese Yuzu, dopo aver scoperto la sua predilezione per
rapporti sessuali di gruppo (i cosiddetti gangbang) e persino con animali,
diffusamente descritti a partire da video incautamente lasciati sul suo pc
dalla ragazza.
Il
Captorix “non dà alcuna forma di felicità, e neppure di vero sollievo” ma
“trasformando la vita in una serie di formalità […] aiuta gli uomini a vivere,
o almeno a non morire – per qualche tempo.” Tutto bene quindi. Se non che uno
dei suoi affetti collaterali è che blocca la produzione del testosterone, con
conseguente inibizione della vita sessuale, che per Florent è praticamente
tutto. A parte, o meglio: assieme all’amore, a cui il romanzo vorrebbe elevare
il suo canto.
Serotonina è la storia del congedo di
Florent dalle poche persone che ha amato o di cui è stato amico, come il
possidente Aymeric, abitante in un antico maniero in rovina (come la Francia?),
nobile difensore dei contadini e allevatori schiacciati dalla UE e dalla
globalizzazione, per i quali sacrificherà persino la sua vita, suicidandosi per
protesta in una scena di rivolta sfociata in tragedia che ha poco a che fare
con i Gilet jaunes, a cui spesso è
stata accostata. La non accettazione e la rivolta, di solito non violenta se
non nel senso dell’autodistruzione, sono due dei temi fondamentali di
Houellebecq.
Florent
ricorda i suoi vecchi amori, senza avere il coraggio però di incontrare
Camille, quello più grande, in un lungo viaggio verso il proprio
“annientamento” attraverso una Francia rurale descritta in modo ambivalente,
come quasi tutto nello scrittore francese, tra affetto e disprezzo, nostalgia e
condanna (quella Francia che secondo una precedente profezia avrebbe dovuto
essere stata già da tempo trasformata in un parco a tema e residenza idilliaca
da battaglioni di ricchi cinesi, dopo essere stata colonizzata da meno ricchi,
ma pur sempre benestanti inglesi pre-Brexit, e americani e tedeschi e russi).
Il tutto infiorettato da massicce dosi di sarcasmo e provocazioni che per
molti, sesso escluso, costituiscono la principale attrattiva dei libri del
poeta e narratore francese, talvolta a discapito però della tenuta narrativa e
artistica.
Facciamo
un esempio, forse il più eclatante, della procedura di Houellebecq in questi
casi: l’episodio di pedofilia di cui il narratore è testimone. Il problema non
è tanto, o solo, l’indugio compiaciuto sull’episodio, quanto il fatto che dal
punto di vista narrativo è inutile, e quindi dannoso, oltre che non privo di
incongruenze e stereotipi. La vicenda vede infatti come protagonista un
personaggio alquanto prevedibile: il classico tedesco maturo, solitario e dal
fare sospetto, che però curiosamente si allontana dal suo bungalow nel deserto
villaggio turistico di proprietà di Aymeric senza chiuderlo e, peggio ancora,
senza mettere nessuna password al proprio pc, come già Yuzu con il suo,
nonostante la presenza dei video che documentano i suoi incontri quotidiani con
una bambina del posto di dieci anni (ma sviluppata, per la sua età…). Le
riprese sono poco chiare, dilettantesche: è la prima cosa che Florent rileva,
ciò che non gli impedisce poi di delibarne, con l’orrore (e il brivido) di
prammatica che persino lui si concede, e riportarne con accuratezza notarile
tutti i dettagli, per il lettore affezionato che certo di meno non si
aspetterebbe, interrotto solo dal ritorno improvviso e immotivato del crucco che
era partito solo un paio d’ore prima equipaggiato di tutto punto come se avesse
avuto in programma di star via tutta la giornata. La sorpresa dà luogo a una
scena quasi comica con i due, reciprocamente terrorizzati, che non sanno cosa
fare se non evitarsi. Florent in particolare si distingue per vigliaccheria
giurando ripetutamente che non lo denuncerà, prima di tornare di corsa a
rinchiudersi nel suo bungalow dove, dopo aver assistito alla fuga precipitosa
del tedesco, a sera si addormenta senza troppi affanni, per risvegliarsi il
giorno dopo “di umore quasi serafico”. Era necessario soffermarsi così a lungo
sui video per descrivere l’abiezione di entrambi gli eroi? Nemmeno Florent gode
di sconti, ma se lui è questo tipo di uomo, come si può poi prendere sul serio
ciò che decreta, più che affermare, a proposito praticamente di tutto? A meno
che questa scissione tra comportamento, parole, pensiero e morale non sia il
vero oggetto del libro; o un modo possibile di leggerlo.
Sgravato
il proprio personaggio della responsabilità diretta della pedofilia,
Houellebecq lo può poi rivestire dei panni del moralista che si indigna di
quanto ha visto. Che in tutto il resto del libro ne dica di cotte e di crude
sulle puttanelle di 16 anni e anche meno, e sui gay e le donne “liberate” non è
un problema. L’onore è salvo.
Non
meno superfluo è l’indulgere sul dettaglio del filmato di Yuzu (vabbé, ma
quella è giapponese…) con svariati animali che sembrano, dalle reazioni, più
umani degli uomini. Del resto gli animali lo sono, più umani degli uomini: i
cani, ovunque in Houellebecq che ha dedicato loro pagine memorabili; e qui
anche le mucche; per tacere delle galline e dei pulcini gettati vivi nel
tritatutto negli allevamenti-lager che non solo Camille, ma tutti preferiamo non
vedere, e nemmeno sapere che esistono, a riprova della nostra tenera umanità.
Che poi ci possa essere qualcosa di realistico e decisivo nelle descrizioni accurate
di queste performance erotiche, che importa? Chissenefrega del realismo (pure,
rispetto a questo argomento, di quello visionario, dato che Moresco nei Canti del caos a volte va ben oltre).
Neanche questa insistenza ha senso narrativo. Così come non ha grande rilievo
sociologico quella su supermercati, hotel di varia categoria e ristoranti che sembrano
resoconti per Booking o la guida Michelin, o su oggetti con marche e dettagli
tecnici presi direttamente dal foglietto illustrativo, tutti con il loro bel
nome, cognome, indirizzo e valutazione. Si potrebbero ascrivere tutti a
Florent, se non li ritrovassimo anche negli altri libri di Houellebcq.
Quando
arriva a passaggi del genere, piuttosto numerosi, non è nemmeno più il rimando
alla realtà che uno legge, ma solo l’ulteriore refrain del repertorio
houellebecquiano, dall’antieuropeismo, all’ironia sui bobos radical-chic e politicamente corretti, dagli insulti a quegli
idioti di ecologisti e di giornali di sinistra al cavallo di battaglia
dell’antisessantottismo e del maschilismo con conseguente disprezzo della donna
e del genere umano nel suo complesso. Nei libri precedenti gli eccessi erano
spesso mitigati o relativizzati dalla pluralità dei personaggi che se ne
facevano carico, a volte in contrasto gli uni con gli altri, ciascuno con una
sua coerenza; in Serotonina ciò non
avviene: se qualche contraddizione c’è, è tutta interna alla voce del
narratore, che non si cura affatto della compatibilità delle sue esternazioni,
legate a un atteggiamento anarchico in superficie ma reazionario di fondo (che
certo in parte tutti noi maschietti abbiamo a volte la debolezza di
condividere) e soprattutto al ciclo degli umori, che tuttavia il Captoryx
dovrebbe regolare. Ma passi: non è un caso clinico che Houellebecq vuole
descrivere (psicanalisti e psichiatri, pure loro, non godono dei suoi migliori
favori), ma un personaggio, cioè un essere individualissimo, anche se poi per
l’autore magari rappresenta l’idealtipo dello spregevole maschio bianco
occidentale in inarrestabile e del tutto meritato declino su cui ribatte con
insistenza fin da Estensione del dominio
della lotta.
Un
discorso simile vale anche per gli altri cliché narrativi di cui il libro non è
avaro. Se la nostra società è cosiffatta e in siffatto modo da Houellebecq è
stata narrata in tutti gli altri libri, perché ribadirlo una volta di più?
Repetita iuvant, è vero; specie per il portafoglio.
Perché
è bensì vero che questa sarebbe la vita del mediocre Florent, ma la scelta
delle scene da narrare e del modo in cui lo sono è tutta dello scrittore, e
tanto la scelta che il modo appunto degli stereotipi in più di un caso sono, a
partire dalla scena iniziale delle due ragazze alle prese con le gomme sgonfie
della loro auto, con trionfo di culi e tette come nelle commedie degli anni ’70
con Lino Banfi e Alvaro Vitali o con i capolavori dei fratelli Vanzina più di
recente, alla cui profondità di analisi sociologica, perlomeno in questi
episodi, Serotonina non ha niente da
invidiare. Come parodia è un po’ tardi però (anche come parodia della parodia:
il postmoderno non è passato invano); ma se lo fosse, lo sarebbe ovunque, e non
qui sì e là no; e viceversa se non lo è, perché questo giustificherebbe ancor
meno l’accumulo dei cliché senza segnali direzionali. La decifrazione
dell’ambiguità di cui secondo molti Houellebecq è maestro, non può essere
rovesciata tutta sul conto del lettore, mentre l’autore se ne starebbe dietro
la nuvoletta a ridere tra sé. Ci sono strategie narrative varie e sfumate, in
merito.
Esplicito
e categorico com’è, non stupisce che H. venda, e quindi piaccia o incuriosisca
tanto. Vuol dire che la manfrina della provocazione funziona ancora e che la
trasgressione è sempre la benvenuta, cioè è normalizzata.
A
rafforzare l’attrazione del lettore contribuisce poi che i protagonisti, con
trasposizioni appena laterali e velate, condividano caratteri riconducibili
alla figura pubblica e forse privata dell’autore, che ha espresso a più riprese
idee simili alle loro in innumerevoli interviste e nelle poesie. Il gioco con
il proprio personaggio si costruisce e rafforza in questo modo, lasciando
sempre, ovviamente, l’uscita di sicurezza dell’invenzione, della finzione con
la sua logica ecc. (così ai personaggi si può far dire impunemente di tutto),
ma insieme ammiccando e denegando furbescamente, in modo anche divertente in
certi casi, con il credito addizionale della tenerezza che non si nega neppure
ai cinici più inflessibili (perché anche loro, e anzi loro più di tutti sono
sensibili, disperati, soli, e compagnia bella…). Vedi in Serotonina a pag. 168 il discorsetto sull’amore che salva: Florent
ci crederà pure, come Houellebecq di sicuro, ma di parlarne in modo diverso da
quello dei rotocalchi non sembra capace. Non sembra a me, quanto meno. Magari è
solo un mio punitivo difetto, una certa aridità congenita (non diversa da
quella di Florent, verso il quale mi è tuttavia difficile provare la minima
empatia), a rendermi poco sensibile alle storie d’amore, anche se copiosamente
annaffiate di sesso. A quelle narrate, intendo. Persino a quelle narrate
benissimo, ammesso che sia possibile, come in molti mi assicurano. Non mi è
parso questo il caso però.
Il meccanismo non funziona solo con il lettore ingenuo
comunque. Leggendo il corposissimo Cahier che L'Herne gli ha consacrato, non ho
potuto fare a meno di notare, senza sorpresa peraltro, quanti tra i
collaboratori, scrittori, artisti, giornalisti, critici, musicisti ecc., non si
siano fatti scrupolo di distribuire patenti di cretino a destra e a manca a chiunque
non la pensava come loro. È evidentemente la radicalità di Houellebecq a innescare questi effetti: chi
legge ne è contagiato e, pur pensando di esercitare il proprio giudizio anche
sullo scrittore da un luogo esterno e superiore, tende ad assomigliare ai suoi
personaggi, e talvolta a diventare uno di essi. Il che ci dovrebbe dire
qualcosa sul loro fondo di verità. È questo che li rende insopportabili. Finiamo per
odiarci.
L’andamento
della narrazione è quello di un resoconto piatto, senza sussulti, se non
qualche rigurgito di umorismo non di primissima qualità (colpa di Florent) o i
soliti sfoghi e le non eccelse massime ciniche (idem). Il resto è grigio e nel
complesso squallido, come l’esistenza che narra (escluso il periodo di vero
amore con Camille, ovvio). Da questo punto di vista l’adeguamento
espressione-contenuto su cui insiste la vulgata estetica è perfetta. La
banalità del discorso e del protagonista favoriscono però il distanziamento del
lettore. È meglio non dirlo a Houellebecq, ma in questo, certo senza
sospettarlo, è brechtiano. Chiunque può trovare motivi di somiglianza, cose che
ha provato o vissuto, ma c’è sempre una patina, sottile, quasi invisibile, ma
abbastanza ributtante che si interpone a impedire l’identificazione. Nella
descrizione di questi momenti, della solitudine nella camera d’albergo parigina
o nelle varie case del viaggio in provincia il libro è efficace. Il depresso
medio ha molto in cui riconoscersi, tranne l’impulso, e tantomeno la voglia, di
farlo. Il grande depresso meno ancora: non ne ha la forza, oltre che il motivo.
Già gli basta il suo. Immagino che saranno in molti a capirmi.
“…e adesso eccomi lì, scrive Florent, uomo occidentale nella
sua età di mezzo, al riparo dal bisogno per qualche anno, senza parenti né
amici, privo sia di progetti personali sia di veri interessi, … privo in fondo
sia di motivi per vivere sia di motivi per morire”, in preda alla stessa
“anestesia emotiva e amorosa” che Nelly Kaprièlian, (Houellebecq, L’Herne, 2017, p.
130) rileva in Jed dopo la partenza di Olga, in La carta e il territorio e si può ritrovare in tutti gli altri
personaggi di Houellebecq dopo la fine dei loro amori. È sempre la donna che li
lascia (o muore); però sono sempre loro (o quasi) a provocare l’abbandono. In
genere per seguire l’impulso erotico momentaneo, che per i maschi, secondo l’esperto
autore francese, è irresistibile quanto dannoso per i sentimenti, da cui pure
si vorrebbe separato. Prima o poi non resistono a non fare i cretini con altre
donne e la frittata è fatta. Vedi appunto la fine dell’amore con Camille,
nonostante questa gli abbia garantito per 5 anni (un record!) una totale
consonanza coronata da sesso frequente generoso e gioioso, cioè una vera e
compiuta felicità, che sarà poi rimpianta per tutta la vita. L’amore in Houellebecq
ha un solo colpo in canna, che basta a distruggere però. Ciò che resta è
dolore. L’abbandono, la caduta nella derelizione e la perdita del desiderio, la
cui descrizione è occasione di pagine anche molto riuscite.
Il
Captorix toglie il desiderio, che, secondo una tradizione filosofica e
sapienziale che culmina in Schopenhauer (vedi In presenza di Schopenhauer, trad. it V. Vega, La nave di Teseo,
2017), è ciò che fa soffrire, perché deriva da una mancanza; ma che è anche ciò
che, soddisfatto, dà il piacere, la felicità, un senso al vivere. Quindi, se
soddisfatto non può essere, per qualsiasi motivo, come l’invecchiamento precoce
avvertito da Florent e la depressione, meglio metterlo a tacere (ci sarebbe
anche la religione, il misticismo, ma non funziona con lui, per il momento);
tuttavia una volta ridotto al silenzio, si sfalda pian piano tutto il resto. E
nonostante il Captorix come principale effetto positivo abbia quello di
togliere la voglia di suicidarsi, è proprio il suicidio l’unica soluzione a
lungo andare. La prima voglia che compare dopo la scomparsa di tutte le voglie
è quella di morire.
La
disillusione che ne deriva prende le sembianze della lucidità, del definitivo
disincanto. Si tocca il fondo delle cose. Sembra che il meccanismo insensato
del mondo sia finalmente visibile in tutta evidenza, nella sua verità che d’ora
in poi illuminerà crudamente ogni cosa e gesto e sentimento e valore. Il
vecchio buon nichilismo. È a partire da questo che Houellebecq e i suoi
personaggi possono trinciare giudizi perentori a tutto campo, come se davvero
avessero analizzato e capito tutto. E in un certo senso così è, se ci si
attiene al rigoroso quanto ristretto riduzionismo determinista che sta alla
loro base, nonché a quella del pensiero dell’autore. Il quale funziona ed è
convincente finché si resta al suo interno, cioè vi si aderisce a livello di
finzione narrativa e conseguente patto autore-lettore, ma può con la stessa
chiarezza apparire del tutto infondato e irritante non appena si fa un passo al
di fuori e si adottano altri parametri e categorie. È per questo che l’effetto,
la ricezione e la conseguente valutazione dei suoi libri danno luogo a risposte
così polarizzate e radicali. Così facendo però, è la modalità stessa,
l’intonazione e l’atteggiamento di fondo di quei libri a essere, senza che ce
ne si accorga, adottato, cioè a trionfare. Indizio sicuro di una certa forza,
minore in Serotonina, o quanto meno
della loro capacità di seduzione.
Però attenzione, Houellebecq
sa essere davvero ambiguo, e spesso non si riesce a decidere chi sia a parlare,
se solo il narratore o anche l’autore, e quindi di confonderli. È una trappola nella quale, pur accorti, si rischia spesso di cadere,
come è capitato a molti. Certe uscite sono, specie in Serotonina, davvero troppo banali e stupide per attribuirle a uno
dell’intelligenza di Houellebecq. La vera provocazione allora non sarebbe in
ciò che i narratori dicono, ma nel far credere che, per il loro tramite,
l’autore dica ciò che davvero pensa (ammesso che sia importante questo, e non
la logica interna dei romanzi).
Ciò
che attrae il lettore, preda, per citare Le
particelle elementari, di “uno spiazzamento psicologico, ontologico e
sociale”, confuso, sballottato tra l’assenza di senso e la compresenza di tutti
i sensi che di conseguenza si elidono e annullano a vicenda, è proprio il suo
tono perentorio dei narratori di Houellebecq, la sicurezza ostentata nei
giudizi di cui sono disseminati i suoi libri anche in assenza di motivazioni o
analisi; è il convincimento inflessibile, che può essere contagioso per chi fatica
ad averne uno suo e a tenerlo saldo per la minima cosa, incerto tra un’opinione
e quelle opposte o alternative, senza coerenza, e spesso senza nemmeno che
questa assenza venga percepita o costituisca un problema, guidato solo dall’interesse
e dall’umore momentanei, che verranno negati il momento successivo,
all’insorgere di altri micro-interessi e ondate di umore. È anche ciò che lo
rende sospetto e odioso, peraltro. Si vuole la verità, ma non si accetta che ci
venga sbattuta in faccia o venga a contrastare quella che si pensava di
possedere. Meglio una verità dopo l’altra dopo l’altra dopo l’altra. Ciascuna
indubitabile. E Houllebecq è abilissimo a sciorinarle tutte, ciascuna
assolutizzata.
L’origine
di questo tono perentorio affonda più spesso nel risentimento però, piuttosto
che derivare da una riflessione distaccata, come il cinismo vorrebbe far
credere. Del resto Houellebecq, e non solo lui, trova indispensabile il
risentimento come motore creativo. In un’intervista a Lydie Salvyre (Herne, p.
264) afferma: “trovo superba la letteratura del risentimento: l’individuo che
sa di essere inferiore, che vuol fare pietà, che esibisce le sue piaghe. […]
Sono un manicheo congenito”.
Ma,
a riprova del suo valore fondativo, si era già espresso in merito nella sua
prima opera in assoluto Restare vivi,
e nel titolo del contemporaneo libretto dedicato a Lovecaft. Contro il mondo, contro la vita: “Sviluppate in voi un
profondo risentimento nei confronti della vita. Questo risentimento è
necessario a ogni vera creazione artistica. (…) //E tornate sempre alla fonte,
la sofferenza. // Quando susciterete negli altri un misto di pietà spaventata e
di disprezzo, saprete di essere sulla buona strada. Potrete cominciare a
scrivere” (La vita è rara, Tutte le
poesie, vol. I, Bompiani, 2016, trad. F, Ascari e A.M. Lorusso, p. 7)
Ma
ora sembra che Houellebecq si sia imbolsito. La riserva di rancore si è
esaurita, permangono solo sparsi residui dovuti più che altro al mestiere e,
dio ce ne scampi, all’abitudine. Come di maniera è lo sguardo sul dettaglio
della realtà, di solito molto acuto. La tentazione della saggezza, peraltro non
sconosciuta già nelle poesie, lo ha forse addolcito come persona, ma rischia di
azzopparlo come narratore. Le massime di cui ogni tanto Florent infioretta il
suo discorso, sono perlopiù banalità dolciamare. “È la vita.” (È una citazione:
p. 63.)
La
strategia del rancore verso la vita forse non vale più. Forse è la vita a non
meritare nemmeno quello. Si alza bandiera bianca, si prende una pillola, e si aspetta
che il discorso si chiuda da solo.
Più che
un rappresentante del maschio occidentale nella sua fase di irreversibile
declino, Florent alla fine non è che la ripresa con minimi aggiornamenti di
tutta una serie di personaggi otto-novecenteschi che agiscono senza morale e/o
vogliono sparire, nella lignée di Bartleby (il classico “Preferisco di no”
ovviamente non manca di comparire, a p. 294, quando la “corsa verso
l’annientamento” del narratore ha cominciato a precipitare). Solo che, come
scrive efficacemente Johan Faerber in Houellebecq: Homais romancier (Séroronine),
è “un Bartleby che ha deciso di parlare più di quanto si sarebbe mai pensato; che preferisce non non parlare”, sparando
senza ritegno su tutto ciò in cui la sua esperienza e i suoi pensieri si
imbattono, ma senza la solita forza, fosse pure quella della disperazione, né
la tensione metafisica e la penetrazione sociologica dei suoi predecessori. Florent è (la rappresentazione
di) un uomo ridicolo e nullo, come lo sono gran parte dei suoi pensieri,
abilmente disposti nella scatola di un romanzo ben impacchettato e leggibile
senza sforzo alcuno, perché non fa che ribadire il risaputo. Saranno in molti a
divertirsi a leggerlo. Poi potranno dire, compiaciuti della propria lucidità:
“proprio così”.
Proprio
così.
Dopo
la fresca Legion d’onore di cui Houellebecq è stato insignito dallo stesso
Macron su cui ha più volte espresso con la consueta liberalità il proprio peculiare
apprezzamento, potrebbero conferire allo scrittore l’onorificenza
corrispondente i numerosi paesi che hanno beneficiato di benevolenze analoghe
(esclusi quelli islamici che stavolta hanno usufruito di un turno di riposo). In
Italia il titolo di cavaliere ha una certa tradizione, in merito.
06/06/19
Pensierino su letteratura e vita (appunti per niente 8)
Non è che quando uno legge, o scrive, è morto.
Anzi, a me sembra più frequente il contrario.
Mi fanno sorridere, di tenerezza e un po’ anche di spregio, quelli che mettono la vita da una parte e la letteratura o l’arte dall’altra e si prodigano per conciliarle o invitano gli altri, inclusi i lettori viziosi e impenitenti, a farlo. A superare il presunto fossato che le separa, a fondere i due territori, a mettere in pratica. Non ci riusciranno mai. E’ impossibile superare un fossato che non esiste, che solo essi stessi hanno scavato e reso invalicabile nel momento stesso in cui invitavano a superarlo. Non c’è bisogno di nessuna rincorsa per saltare da una riva all’altra; non c’è bisogno di nessuno sforzo per fondere alcunché con la vita. Ci siamo già. La letteratura è la vita. Ogni cosa lo è.
Chiuso. Una volta per tutte.
Anzi, a me sembra più frequente il contrario.
Mi fanno sorridere, di tenerezza e un po’ anche di spregio, quelli che mettono la vita da una parte e la letteratura o l’arte dall’altra e si prodigano per conciliarle o invitano gli altri, inclusi i lettori viziosi e impenitenti, a farlo. A superare il presunto fossato che le separa, a fondere i due territori, a mettere in pratica. Non ci riusciranno mai. E’ impossibile superare un fossato che non esiste, che solo essi stessi hanno scavato e reso invalicabile nel momento stesso in cui invitavano a superarlo. Non c’è bisogno di nessuna rincorsa per saltare da una riva all’altra; non c’è bisogno di nessuno sforzo per fondere alcunché con la vita. Ci siamo già. La letteratura è la vita. Ogni cosa lo è.
Chiuso. Una volta per tutte.
30/05/19
I finlandesi sono più riflessivi
a Sivia Mazzucchelli (atto dovuto)
Secondo me i finlandesi, con quelle parole che bastano da sole a fare uno dei nostri versi classici, dal settenario all'endecasillabo, per dire anche la cosa più semplice, che so? casa, freddo..., ecco, secondo me sono gente che, avendo tutto il tempo per pensare bene a cosa stanno per dire da una parola all'altra, sono gente, dicevo, che per forza deve essere più riflessiva di noi, e quindi più intelligente. Come effettivamente pare che sia. A parte i pochi meno fortunati, che, di memoria fragile, tra una parola e l'altra si perdono, e allora diventano presto pazzi, o artisti, o entrambi.
Si muovono in spazi diversi, dai confini spesso invisibili, bianchissimi, come la neve che li copre, e così capita che senza accorgersi alcuni finiscano in Russia e, ignorando dove sono approdati, scatenino rivoluzioni, o costruiscano ponti, dighe o altre opere ciclopiche, non tutte nefaste.
Poi da vecchi sentono nostalgia di casa, ma non ricordano più quale e dove è, e si abbandonano a lunghi lamenti, interminabili, che rischiano di lasciarli senza fiato, e che un linguista della scuola di Tartu una volta ha tradotto così: ahimè, ahimè. O: povero me, nella sua forma più straziante.
E dopo averli decifrati gli è parso di ricordare qualcosa e è stato colto da un pianto inconsolabile.
Risposta mia: stavo tornando dalla riunione, Silvia (e abbiamo parlato dei tuoi due pezzi che non arrivano), e sul libro che stavo leggendo sul treno, dalle parti di Melzo, mi è caduto l'occhio sulla parola "Kalevala", che è un poema pseudoepico finlandese dell'800 come sai (1800), e mi sono ricordato di una cosa che avevo visto in tv di un giocatore finlandese che faceva recitare a un americano una parola delle sue con grande sconcerto e divertimento di entrambi, e allora mi è venuto da scrivere la prima fase direttamente sul cellulare e poi, non so come, sono andato avanti a capocchia fino alla fine, che ho piantato lì perché ormai ero arrivato a Treviglio, ma intanto mi guardavo attorno anch'io un po' smarrito perché non riuscivo a capire come fossi arrivato lì. A quel finale, non a Treviglio... Abbraccio.]
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