Lo
incrocio mentre sta chiudendo il cancello della recinzione che circonda il
prato dell'asilo. Appena mi vede capisce che se parla io sto ad ascoltare. E
come no? Ce l'ho stampato sulla faccia in tutte le lingue e scritture, inclusa
quella a fumetti per gli analfabeti. Ha misurato a occhio la mia angoscia,
senza capirci niente (come me, del resto), se non che c'era: cioè l'essenziale,
e mi ha rivolto la parola. Avrà settant'anni, o forse meno, ma portati male (o benissimo:
nel senso che non gli importa un fico secco di come appare, che ha rinunciato a
qualsiasi pretesa di seduzione e a qualsiasi illusione sul proprio corpo, che
non vale la pena mettere in ghingheri e già sia ringraziato il cielo che è
ancora sano e forte). È piccolo, tarchiato, i
muscoli appena spalmati di uno strato di grasso, ma sotto, e si vede, ancora
forti, scattanti; indossa vecchie scarpe di cuoioplastica marroni, braghe di
tela il cui colore originale, se mai lo hanno avuto, è ora sbiadito in tutta
un'enciclopedia di verdegrigi perfettamente abbinabili a ogni tipo di erba,
tranne quella appena tagliata, e una canottiera a maniche corte color carne
sfumante al cenere, con i tre bottoni sul davanti, uno solo allacciato. Siccome
guardo il secchio da muratore appoggiato alla sella della sua bici, pieno di
piccoli frutti che forse sono susine selvatiche o forse pomodorini, senza
nemmeno salutare (il saluto è implicito: ci siamo guardati senza distogliere
subito gli occhi) mi spiega che vengono dall'orto in fondo al prato, che lui cura
insieme ai bambini dell'asilo, ora chiuso per vacanze.
Faccio
un cenno di assenso con la testa ancora un po' pesante e gli chiedo se ci sono
scoiattoli lì, perché tempo fa mi è sembrato di vederne uno. Dice che lì sono
pochi ma che ce ne sono in abbondanza altrove, in paese: in particolare al
cimitero e immediati dintorni. Ah, ecco! Perché lungo le rive del fiume e nel
bosco vicino sono stati quasi debellati (il termine è mio, e lo uso solo qui,
scritto: a voce i suoni non mi arriverebbero nemmeno a formarsi), o deportati,
dalle guardie del parco. Una deportazione pietosa, come quasi tutte le
deportazioni del resto, per il bene di questo o quello, a volte persino dei
deportati stessi: per mantenere l'equilibrio originale del sito, dato che
quelle bestiacce proliferano senza freni, non avendo avversari né predatori, e
non fanno che danni, peggio dei topi. La natura vergine! Pura! Esattamente
com'era nel momento x, quello prima che qualcuno arrivasse da fuori a contaminarla.
Prima di quando si è deciso di ostacolare ogni cambiamento che non fosse
naturale e autoctono. Quindi volpi e faine sì, ma niente scoiattoli grigi,
niente nutrie né procioni... E i pesci siluro, i gabbiani delle discariche e i
corvi e i piccioni? Beh, quelli ogni tanto una strage ci può stare. Appunto.
(Stamane,
all'alba, per esempio, i guardiacaccia hanno punito con centinaia di cartucce l'hybris
procreativa dei piccioni. La loro smodata libidine!)
Come
i topi, sì!, conferma. Che lui se n'è ritrovata in cantina, non sa come, tutta
un tribù, papà mamma e un battaglione di figlioletti. Una cantina che ci potevi
operare tanto era pulita e ordinata! Che ci facevano tutti quei topastri? Finché
non si è accorto che la tela cerata di un sacco di granturco era rotta o
rosicchiata. E mi racconta come ha fatto a sbaragliare l'orda devastatrice...
Gli è venuto buono il know-how dei nostri nonnini, dice (ha usato proprio
questa espressione). Conoscenze che
vanno perse giorno dopo giorno, purtroppo. Per sempre. A far capire queste cose
ai bambini però non si riesce. Nessuno vuole più imparare... e così il know-how
dei nonnini, ribadisce, va perso. Eh, è difficile insegnare oggi, dico io. È che non stanno attenti, fa lui; magari ascoltano
per un po', ma si stancano subito. E mi spiega come ha fatto a sconfiggere il
flagello. Ha disseminato per la cantina (disseminato è mio; cioè, non solo
mio...) di pacchetti di carta con dentro non so cosa, come gli aveva insegnato il
suo di nonnino subito dopo la guerra, quando stavano ancora tutti nelle cascine
e stanze, granai e fienili erano infestati... perché il paese allora non c'era
nemmeno: solo la chiesa e qualche cascina... e le tre ville dei signori... appena
fatte però, quelle... e i topi li hanno aperti (i pacchetti), hanno mangiato
tutto il contenuto, molto appetitoso, e quasi subito hanno cominciato a star
male... a lanciare urla... come fischi, acutissimi, impressionanti... e a
morire tutti, dal primo all'ultimo. Ad aggredirsi a vicenda, anche... prima i
grandi con i piccoli e i piccoli tra loro, e poi i sopravvissuti, a dilaniarsi
con una ferocia mai vista... a sbranarsi, mi sembra che abbia detto, senza diffondersi
oltre. Non ricordo bene. Non aveva il dono della spiegazione... Forse è per
questo che i bambini non lo seguono. O forse ho capito male io. Forse a quel
punto mi ero già distratto.
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