29/07/26

‘N. (Un altro miracolo clandestino)


C’è questo signore di ottant’anni, padre di una mia bravissima ex collega e marito di un’amica di mia moglie, che oggi mi tira da parte e mi chiede, titubante, parlando un po’ in italiano e un po’ in dialetto, con mozziconi di frasi, timoroso che non abbia tempo per lui, che avrebbe una cosa da dirmi, 5 minuti, se non ho fretta. Figurati gli dico, sediamoci qui. E lui comincia a raccontarmi, ad abbozzarmi a pizzichi e smozzichi, una storia nel suo piccolo straordinaria. Non la sa nessuno, neanche mia moglie e le mie figlie e le mie nipoti, dice, ma so che tu scrivi e magari, non so, magari … si potrebbe… Dai raccontami, gli dico. Si coglie la fatica fisica che fa a estrarre le parole e a metterle insieme in piccoli mattoncini, figurarsi a tirar su un muretto… di sicuro è l’emozione, il suo particolare legame con questo grumo di ricordi, intricato e intenso presumo, che si è tenuto dentro senza provare a dargli mai una forma, a mettere le parole in fila per raccontarlo, e il fatto di provarci ora con me, che sono praticamente un estraneo che però ha questa aura di uno che scrive, mitica per chi guarda da fuori questa penosa attività e per una volta prova a entrarci in contatto. Qualcosa che intimidisce. Anche me, certo. Parlare turba; ascoltare altrettanto. Ma nessuno dei due lo dice. Allora provo a soccorrerlo, quando si inceppa, facendo domande. Non dev’essere un uomo di molte parole, famigliari e pochi amici a parte. Forse. Nemmeno sul lavoro, immagino, da esempi simili che ho conosciuto. Ma ora è da molto che è in pensione, anche se è sempre lì a trafficare, a riparare un po’ tutto per chiunque glielo chieda, a inventare e costruire aggeggi, come uno, gettonatissimo da tutte le associazioni di volontari della zona per le feste invernali, per incidere alla perfezione la buccia delle castagne per farne caldarroste. Dici niente… E proprio di un’invenzione mi vuole raccontare.

In pratica si tratta di questo. A metà degli anni ’70, sembra l’inizio di una fiaba, imperversava in quello che allora veniva chiamato il Terzo mondo un’epidemia di non ricorda più cosa, che stava provocando ecatombi (parola mia) di morti, specie tra i bambini. Il colera magari? Non so, dice, qualcosa che prendeva l’intestino, micidiale per popoli già deboli, affamati, sai quelli con la pancia gonfia e il resto solo scheletro e le mosche sugli occhi spalancati e cisposi, e che poteva venir curata con farmaci poco diffusi da noi, tra i quali molto importante ce n’era uno prodotto solo in Italia da un’industria per la quale ogni tanto aveva fatto qualche lavoretto con la piccola ditta di cui era titolare con altri due soci e che contava altrettanti operai. Un laboratorio artigiano, una microimpresa si direbbe oggi, che non aveva i numeri nemmeno per rientrare nella piccola industria, ma abbastanza per far fronte anche a ordinazioni di medio calibro, oltre che per la clientela privata.

Lui manco sapeva che ci fosse questa emergenza. Ce n’era una ogni giorno, lui dei giornali leggeva solo la cronaca locale e le notizie sportive al bar, soprattutto di ciclismo, e per il resto la televisione era solo la Rai, quelle private non sa se erano già arrivate o stavano iniziando. Non le guardava nessuno comunque. L’informazione era scarsa, solo televendite, spettacolini da quattro soldi e sport, soprattutto calcio parlato.

Sta di fatto che un giorno gli telefonano da questa ditta farmaceutica che stava dalle parti del palazzo del ghiaccio, tanto per intenderci (è ancora lì, ho controllato), che produceva quel farmaco indispensabile per contrastare il virus, ma in quantità non elevate, sufficienti giusto per il mercato nazionale e quello europeo, gli pare, che comunque non ne richiedeva poi tanto, perché probabilmente qui, allora, non erano tanti ad avere gravi problemi intestinali. Semmai c’era ancora un po’ di fame, da qualche parte, e di sicuro la gente non si abbuffava come ora. Obesi in giro se ne vedevano pochissimi. Gli telefona il direttore in persona, che gli dice che ha bisogno di lui e se si possono incontrare anche subito. Dovevano trovare il modo di incrementare considerevolmente la produzione, e magari lui poteva dargli una mano in questo. Aveva già avuto modo di apprezzare la sua disponibilità e abilità e così gli era venuto in mente, tra tutti, di chiamarlo. Chi lo sa?, penso io, magari lui era l’ennesimo a cui si stava rivolgendo dopo vari sondaggi andati a vuoto; oppure lo chiamava per non allertare la concorrenza, o perché altri clienti o fornitori di servizi forse non erano interessati a una cosa del genere, ho pensato, e forse l’ha pensato anche lui. Ma non se n’è preoccupato. Ha risposto subito di sì, senza retropensieri. Gli piacevano queste piccole sfide. Come in bici con gli amici.

Sa solo che era urgente trovare il modo per produrre molto di più. La sede centrale era in emergenza, non solo sanitaria ovviamente, ma, altrettanto ovviamente, anche per vincere la concorrenza che poteva magari preparare prodotti alternativi, anche se loro avevano il brevetto per quello specificamente ora richiesto in grandi quantità. Ci voleva il suo tempo, in ogni caso, e loro dovevano approfittare di questo vantaggio. Chi riusciva soddisfare la richiesta aveva diritto a un budget doppio, o a un premio, ora non ricorda. Lui aveva già fatto dei lavori per la loro ogni volta che avevano bisogno di interventi di carpenteria o riparazioni in metallo e il suo lavoro era stato sempre apprezzato, tanto che veniva chiamato anche per piccoli lavoretti che richiedevano un intervento urgente e accurato. Il mediatore che l’aveva introdotto a quella ditta era uno del paese, che gli procurava anche piccole commesse per varie ditte di Milano con cui aveva rapporti di lavoro, ogni volta che avevano bisogno di opere di fabbro o di carpentiere. In particolare il direttore della ditta farmaceutica era rimasto colpito dalla capacità di adattarsi prontamente alle richieste e se necessario di approntare senza difficoltà accorgimenti e piccole migliorie per superare problemi che altri non sapevano risolvere, inventando e fabbricando all’occorrenza quanto necessario a realizzarle. (Mio papà che aveva aperto un’officinetta meccanica che a quei tempi era già diventata una piccola industria con qualche decina di operai, faceva lo stesso: andava a vedere i macchinari alla Fiera di Milano già pensando a come avrebbe potuto sfruttarli e migliorarli, se li avesse acquistati, o per rubare dettagli da applicare ai suoi. Ricordo che da piccolo, oltre a regalarmi per anni a Natale non so quante scatole di meccano sempre più grandi e, lo dico a posteriori, affascinanti, mi portava sempre con sé nella speranza che io, primogenito, mi appassionassi alla sua attività e prendessi il suo posto a tempo debito: purtroppo in questo l’ho deluso andando a fallire in tutt’altra direzione; ma per fortuna il testimone l’hanno preso, e benissimo, i miei due ultimi fratelli, così, almeno sotto questo aspetto, è morto felice. Non c’entra ma lo dico lo stesso.)

Così, nonostante avessero un laboratorio interno, per gran parte della carpenteria esterna si rivolgeva alla sua officina. Va be’, sta di fatto che il direttore gli telefona dicendo che gli avrebbe mandato un taxi, all’occorrenza. Da Fara a viale Forlanini sono una trentina di chilometri, mezz’ora e era lì. Invece lui parte subito col suo furgoncino con tutti gli attrezzi e altro materiale, nel caso servissero pezzi di ricambio o altro. Non aveva capito bene cosa gli veniva chiesto, e aveva bisogno che glielo spiegassero meglio in loco, vedendo anche i macchinari per pensare a cosa avrebbe potuto fare. Alla bisogna aveva poi un fornitore non lontano, a Cernusco, dal quale rifornirsi del necessario, se già non lo aveva o non lo poteva realizzare direttamente lui. Appena arrivato lo portano nel reparto dove c’erano macchinari pieni di vaschette, tipo ampolle, dove erano messi a coltura dei germi, per fare non so cosa a non so che germi, e non fa in tempo a entrare… lo spazio, la novità, quei marchingegni strani che non aveva mai visto…, che appena cominciano a spiegargli cosa sono e come funzionano, gli viene subito una specie di illuminazione. Butta lì al direttore, senza neanche prendere nota, l’idea che gli è venuta e chiede tempo per pensare a come realizzarla in concreto, dopo aver preso le misure naturalmente e chiesto le informazioni tecniche necessarie. È possibile entro due o tre giorni, chiede il direttore? Lui crede di sì e torna a casa a dormirci sopra. Invece già per strada comincia a smacchinare e non va a dormire prima di aver pensato e messo su carta tutto per filo e per segno. I dettagli e le misure esatte li avrebbe perfezionati sul posto. È quasi l’alba, ma non riesce a prendere sonno. Così si sdraia per un paio d’ore, corre in officina a caricare il furgone di tutto quello che gli sembrava utile e parte subito, in modo da essere a Milano all’apertura della fabbrica.


C’erano dunque questi macchinari con sopra pannelli in cui erano collocate le vaschette o ampolle riempite di qualcosa, germi crede, dal nome del farmaco di cui erano la base, che poi veniva agitato per 3-4 giorni per portarli a maturazione o favorirne la moltiplicazione, non ricorda più. Gli è venuta l’idea, semplicissima, di ampliare i pannelli in cui erano alloggiate le ampolle per aumentarne il numero con delle aggiunte che avrebbero potuto fabbricare agevolmente. Quando ha studiato bene come fare, ha fatto una riunione con gli artigiani del laboratorio, poi ha preparato i telai con gli alloggiamenti per le ampolle che quindi andavano procurate o acquistate al più presto, e i morsetti e l’occorrente che serviva a mettere tutto in sicurezza confidando che i motori già in uso riuscissero a funzionare anche con un carico così appesantito. Hanno fatto la prova su un macchinario che ha tollerato benissimo le modifiche, e subito si sono messi al lavoro per preparare allo stesso modo anche tutti gli altri utilizzando al meglio tutti gli spazi possibili. Così in breve tempo sono stati in grado di moltiplicare per due o tre volte la quantità delle ampolle, con grande soddisfazione di tutti. Una volta portata a termine la prima produzione, i medicinali sono stati messi in contenitori adeguati, imballati e caricati su camion che li hanno portati agli aeroporti che sovraintendevano alla distribuzione su aerei con destinazione di vari paesi prevalentemente africani, con la scorta della polizia. Una precauzione che lo ha colpito.

Il direttore era felicissimo anche della bella figura che aveva fatto con i vertici della società, gli aveva pagato molto bene il lavoro e gli aveva anche suggerito di brevettare un paio delle cose che aveva inventato per la circostanza. Non è entrato nei dettagli, non gli importava neanche di dirmi quali, perché non l’ha fatto. Per lui il capitolo era chiuso lì. Non si era mai pentito di non aver seguito il consiglio del direttore. Non era convinto che gli accorgimenti che aveva inventato potessero procurargli chissà che ricchezze. Non è che si potevano applicare a tutti i macchinari; o sì, ma bisognava vedere caso per caso, e poi non gli importava, gli bastava aver pensato e realizzato la sua idea velocemente e con risultati positivi per chi ne aveva bisogno, e magari che gli sarebbero venuti utili per il suo lavoro futuro. All’industria farmaceutica e ai suoi guadagni non pensava, anche se poi ha saputo che pochi anni dopo il gruppo farmaceutico, successivamente venduto a una multinazionale, ha introdotto un impianto all’avanguardia molto famoso per la produzione di quel farmaco: pensava ai bambini, aveva da poco due gemelle anche lui, e alle persone che forse aveva contribuito a guarire, se non addirittura a salvare. Gli bastava quello che gli era stato riconosciuto, ben oltre le sue aspettative e l’orgoglio tenuto dentro di un lavoro ben fatto.

E alla fine poco importa se quell’accorgimento, quell’invenzione, abbia davvero avuto un ruolo così importante nella salvezza di tanti bambini, cosa che io credo anche se ignoro in quale misura, e nemmeno è importante, ma certo un significato ce l’ha, che lui abbia rifiutato ogni riconoscimento e beneficio anche economico, e quel po’ di rinomanza che giustamente gliene sarebbe venuta, per quanto effimera, perché queste cose, decisive ma minime, si dimenticano in fretta, si sa; importante, per me, come credo per lui, è che abbia conservato la memoria di quei due-tre giorni e dell’evento, della richiesta che gli hanno fatto, dell’ideazione sorprendentemente veloce e facile e della sua realizzazione e applicazione e degli effetti, come un segreto che ha nutrito, in modo non sconvolgente ma persistente la sua vita; come una fonte di energia buona, alla quale non è necessario fare ricorso continuativamente, ma sempre a disposizione all’occorrenza, lì, come qualcosa che c’è e già il fatto che si sappia che è lì basta e avanza, per tutta la sua restante vita: che le ha dato, per lui e per nessun altro, ma ora anche per me, un senso che niente e nessuno poteva altrimenti darle né poi toglierle. E importante è che ora soltanto, non so per quale motivo, forse perché sente che gli anni stanno andando via velocemente come la sua bici quando ancora andava a correre con i suoi amici, ha sentito il bisogno di raccontarlo a una persona come me con cui aveva scambiato a malapena una decina di parole in precedenza, anche se ci conoscevamo come compaesani e io come figlio di un piccolo industriale che aveva un’attività simile alla sua e il suo stesso nome e la sua passione a migliorare le macchine e le cose a cui lavorava con accorgimenti e piccole invenzioni che contribuivano a far sopravvivere e crescere la propria attività; o che l’abbia fatto solo, forse, grazie ai legami indiretti mediati da moglie e figlia, perché credo che il fatto che sappia che scrivo (cosa poi? dove? come?) non sarebbe bastato a interpellarmi, anche se solo sapere che scrivo, che, nella sua immaginazione, racconto storie, come fanno gli scrittori, quelli veri, e che quindi ero adatto se non a scrivere (non pretendeva tanto, né io gliel’ho promesso, non sapevo se sarei stato in grado di farlo degnamente), perlomeno ad ascoltare questa storia, dando un po’ di senso anche alla mia di vita, al fatto di averla dedicata a storie che in gran parte ho solo ascoltato o letto, e raramente ripreso e raccontato come qui. Grato che me ne sia stata data l’occasione e contento di averla saputa, come ho potuto, cogliere e riferire, a chiunque la voglia conoscere.

13/02/26

Ogni tanto qualcosa, in genere sciocchezze, lo sorprende (da "Muto")

 


Ogni tanto qualcosa, in genere sciocchezze, lo sorprende. E lo meraviglia. E nel meravigliarsi si sorprende di sorprendersi. La cosa che lo sorprende, e il fatto stesso di meravigliarsene, comprende anche la sorpresa di sorprendersi. Non è mai una sorpresa pura. Nuda e cruda. E’ sempre un meravigliarsi di sorprendersi. Ma questo non sminuisce la sorpresa. Non intacca la meraviglia. Come se fosse qualcosa di derivato. Un’appendice di secondo grado. Semmai, se possibile, lo rafforza. Ma anche questo è sbagliato. Sorpresa, meraviglia, sorpresa di sorprendersi, sorpresa di meravigliarsi, sono una sola cosa, la stessa. L’intensità è quella che deve essere. Né più né meno. Solo poi subentra una sorpresa ulteriore: quella di vedere sfaldarsi tutto il cappotto solido di insensibilità da cui credeva di essere avvolto. Una campana spessa che si era incollata alla sua pelle, alla sua testa, tanto da diventare la vera pella, da essere la sua testa, così da credere, l’illuso, che questa fosse la sua natura, lui che sa benissimo che la natura non esiste. Ma è troppo lucido, pensa di solito, per illudersi. Quindi le cose stanno così. Non c’è da esaltarsi né da rammaricarsi. Tutto fila come deve. Liscio, senza asperità, senza fratture o fessure. Poi uno cammina, non pensa, al solito, a niente, e una cosa, una vera e propria scemenza, qualcosa che non vale nemmeno la pena di nominare, lo sorprende. E tutto si sfalda.
Avanti così, fino a che la sorpresa svanisce. Ma non svanirà. Il suo effetto continua, fino alla prossima occasione. E’ lei che sorregge la campana, che la alleggerisce senza darlo a vedere. Che fa andare avanti. Così che ogni tanto uno si sorprende. Di essere andato avanti. Della strada che ha fatto.

29/01/26

Carrère, Ucronia (appunti interrotti)


Quello che a volte desiderano o sognano i sottomessi, i potenti lo fanno quotidianamente, cambiano le cose a modo loro, incluso ciò che possono, in modo magari lento ma inesorabile, del passato. Se le cose fossero andate diversamente!, immagina l’inerme. O lo scrittore (spesso è lo stesso), con la differenza che lui si prova a dare un’immagine articolata di come le cose avrebbero potuto andare se…


Il risultato rientra nel genere chiamato “ucronia”. Non utopia, che ormai non fa più da modello per nessuno, e per fortuna; e nemmeno distopia, che dovrebbe fare da monito, e invece mette solo il brivido del peggio che potrebbe capitare, così se e quando si verificherà ormai ci saremo avvezzi, e lo subiremo con in più l’aggravio del “ve l’avevo detto” degli unici che allora potranno ricavarne una loro povera soddisfazione; no: proprio “ucronia”, un tempo ecc.

Emmanuel Carrère ha dedicato a questo genere la sua tesi di dottorato pubblicata appena prima del suo primo libro significativo, Baffi, convinto (questo almeno è quanto vuole farci credere) di avere se non inventato, portato alla luce il genere, presentandone alcuni esemplari significativi, quasi tutti francofoni, e trascurando quasi del tutto testi significativi di altri paesi (per es., quanto all’Italia, Contropassato prossimo e altri libri di Guido Morselli). Non importa. Il libro è molto godibile pur nella sua lacunosità e, oltre a presentarci l’anteprima di alcuni temi che poi saranno molto più e meglio sviluppati nella sua opera successiva, offre alcune analisi pregevoli e gli strumenti concettuali fondamentali per definire il genere, peraltro non complicatissimo quanto a sé.

Si tratta infatti di ….

 

Ora negazionisti e potenti vari falsificano il passato e anche il presente a seconda dei loro interessi reali o ideali (cioè reali e mascherati: in questo caso mascherati doppiamente). Non potendo cambiare il passato, cioè far sì che ciò che è successo non lo sia, dichiarano che le cose in realtà sono andate diversamente da quanto tutti sono convinti di sapere. Alla lunga, con sempre meno interlocutori e la capacità sempre maggiore di produrre testimonianze e resti di ogni genere a conferma della loro versione, questa diventerà quella vera, e le altre, inclusa la verità attuale, leggende destinate a evaporare in fretta. D’altra parte anche la storia che riteniamo reale in base alle testimonianze e ai documenti in nostro possesso è la versione di chi ha vinto e è sopravvissuto. E’ sempre una storia, una serie di narrazioni malamente cucite assieme. Popoli interi sono scomparsi senza che una sola menzione ne sia rimasta. Ergo non sono scomparsi, per il semplice motivo che non sono esistiti, dato che di loro niente è rimasto e niente sapremo mai. Di moltissimi neppure il nome, neppure il vago sospetto di una loro esistenza. Solo una teorica, anonima possibilità, insieme a moltissime altre. E se qualcosa verremo a sapere, non saranno che storie inventate ora, o in futuro, a posteriori. Magari storie che inducano a pensare diverse genealogie e eziologie per ciò che siamo o saremo, o che temiamo di diventare, o che vorremmo essere. Ucronie. Ucronie non dichiarate come tali, ma percepite come reali. Storicamente reali. Come quelle a cui crediamo noi. In esse, lo Stretto di Bering verrà correttamente chiamato il Canale Berja, nel frattempo redento e santificato.

Ma poi, magari, verrà un giorno in cui alcuni scriveranno delle ucronie che narreranno le cose come si sono svolte in forma di romanzo, naturalmente, perché i documenti per scrivere la storia saranno stati falsificati o cancellati. Come la Storia stessa, del resto.

 

 

I negazionisti nel frattempo hanno fatto passi da gigante in tutti i campi. E i falsificatori li stanno doppiando. Quando li avranno raggiunti faranno corsa insieme. Le rispettive avanguardie già ci sono riuscite e indicano la strada. Le moltitudini li seguiranno fiduciose.

 

C’è la stessa ironia che si trova nei suoi primi libri (meno in quelli successivi, dove la materia drammatica, o addirittura tragica, ha necessitato in genere un diverso approccio). A volte la critica ironica, la denuncia delle piccolezze, mostra il suo lato futile, e il mondo reclama una maggiore empatia, che è più frequente, come si sa, per il dolore che per la gioia, anche se non sempre più forte. Le grandi gioie sono contagiose, quando non muovono a invidia. La mediocrità non muove a niente. Non lo merita. E così la stragrande maggioranza degli esseri umani e degli eventi viene trascurata. Cioè disprezzata. D’altra parte perché agitarsi per qualcosa che se ne sta tranquilla e soddisfatta di per sé? Ma… ecc.

 

La riflessione sui meccanismi delle narrazioni ucroniche diventa un’indagine sulle presunte cause storiche e sulle diverse narrazioni di cui la storia, o meglio: le storie, a seconda delle catene causali privilegiate e dei punti salienti scelti, sono il prodotto. Nessuna causa sufficiente è determinabile in ambito storico, a differenza che nella scienza, eccetto, appunto, che nell’ucronia, dove l’ipotesi di partenza (e se…?) diventa il momento scatenante sufficiente per un cambiamento le cui conseguenze presuntamente rigorose, anzi necessarie, diventano epocali. (E se Pilato…? E se Napoleone…? Borges, più modesto, e più radicale, fa ipotesi in apparenza meno decisive quanto ai risvolti concreti, ma forse più nel loro fondo metafisico, cioè poetico. O poetico, cioè metafisico.)

 


Ma anche un’indagine sul modo in cui vengono costruite le narrazioni diciamo classiche, quelle basate sul principio di consequenzialità causale, e con un’idea chiara dell’esito finale, di dove si vuole arrivare. L’irrealtà è solo nella premessa, nell’ipotesi di partenza, poi tutto deve procedere in modo rigoroso, come se fosse necessario. In realtà non lo è, perché gli elementi con cui costruire le catene causali sono tantissimi e si possono, e devono, operare molte scelte che potrebbero altrettanto bene portare allo stesso risultato, passando per alcuni snodi più rilevanti di altri è vero, ma che potrebbero essere differenti o disposti in differenti modi. Tutto deve dare l’aria di essere legato in modo stringente. Tutto deve essere come se. L’unica differenza con la narrazione non storica è il ricorso ai dati reali e ai documenti, leggermente modificati, deviati secondo linee che portano al risultato dovuto. Cristo non è stato condannato e quindi non è mai nato il cristianesimo, Napoleone non è stato sconfitto nella campagna di Russia, le potenze dell’asse hanno vinto la seconda guerra mondiale (persino l’Italia, dunque: per dire il paradosso… ma l’Italia ha vinto comunque, no? Non avrebbe avuto bisogno di cambiare campo…).

Lo scrittore contemporaneo invece dice spesso di non sapere dove è diretto. La scrittura per lui è una scoperta. E’ l’invenzione a guidarlo. Invece nell’ucronia tutta l’invenzione, una volta deciso il punto di partenza che discende però da quello di arrivo, del mondo desiderato o sognato, sta nel mezzo, che può essere lunghissimo, perché si tratta di giostrare bene gli elementi portanti e tutti quelli secondari che però contribuiscono a rafforzare la plausibilità del percorso, a corroborarlo di dettagli concreti, che sono spesso decisivi a alonare di realismo una storia che più inventata non si può. Un contropassato, prossimo o remoto che sia, ma i cui effetti si riverbererebbero nel presente alternativo desiderato, che negli auspici si vorrebbe sostituire a quello deludente che stiamo vivendo, fino a rendere esso stesso irreale, implausibile, oggetto non di una ucronia, ma, semmai di una distopia. La distopia in cui l’autore è nato, in cui noi viviamo.

21/01/26

Sandro Botticelli, Adorazione dei Magi (1475)

   


L’occasione è di quelle che non si possono mancare, la prima apparizione pubblica di un grande re, come dicono, anche se la scenografia è tutto meno che adeguata: una capanna diroccata, muri d’angolo di un vecchio palazzo crollato, la nuda terra per pavimento.

Sembra che siano giunti da lontano a rendergli omaggio altri grandi re, con il loro seguito esotico e sfarzoso. Sarà di sicuro uno spettacolo, un diversivo alla monotonia delle solite feste, sempre con le stesse facce e le espressioni sussiegose e le malignità appena volti le spalle, per tacere delle trame di congiure nell’ombra. Tutta la bella gente di Firenze è accorsa in pompa magna: la stagione per la verità non sarebbe delle più favorevoli per sostare a lungo all’aperto, ma nessuno rinuncia a sfoggiare i suoi migliori panni morbidi e preziosi, velluti e broccati sgargianti, e lunghi mantelli colorati che non camuffino, per i più giovani e vanitosi, i loro corpi snelli e atletici, ma la giornata è limpida, il sole alto, l’aria insolitamente tiepida. Nonostante la capanna sia in aperta campagna, di gente minuta, poveracci, vagabondi, pastori, non se ne vedono. Pare che, loro, siano arrivati durante la notte, appena avvistata la stella sfolgorante nell’infinito cielo dei deserti, la cui luce filtra ora dal tetto rilasciando come una polvere d’oro sulla famigliola, mentre un lungo raggio punta dritto verso il bambino: hanno lasciato qualche piccolo dono straccione, dei generi alimentari di conforto per questi pellegrini sorpresi dalle doglie della giovane donna lontani da casa e dalla meta, qualche cencio per il bimbo nudo, e poi sono tornati alle incombenze quotidiane che già li chiamavano prima dell’alba, gli occhi lucidi di commozione e meraviglia.

Il posto è quello che è, disastrato, imbarazzante, ma pazienza: una volta tanto fare mostra di umiltà può venire utile, fa bene pure all’anima, chi ce l’ha. D’altra parte con quel neonato da omaggiare, qualcuno dice un Dio, non è il caso di mostrarsi schizzinosi. E poi va be’, sbrigata l’incombenza, resteranno tutti tra di loro e qualcosa da organizzare per rallegrare la giornata e ristorarsi dalle fatiche, una cena, un festino, qualche ricco dono per i più potenti, ci sarà di sicuro qualche ambizioso che vorrà organizzarla, per omaggiare anche i suoi, di signori. Per esempio l’ambizioso Gaspare del Lama, il vecchio dai capelli grigi con il manto azzurro nell’ultima fila a destra che si disinteressa della scena e guarda chi si sta accostando e si ferma a osservare a rispettosa distanza, mentre indica se stesso con la mano guantata, per sottolineare di essere proprio lui il committente, orgoglioso delle amicizie e dei patroni, e della cappella in cui l’opera sarà collocata a perenne memoria, spera (perché la sorte non ci mette niente a capovolgere le fortune e a cancellare tutto: come capiterà a breve anche a lui, condannato per frode nel 1476, l’anno successivo alla realizzazione del quadro), di sé e della sua famiglia, rappresentata dal figlio che pure guarda verso gli astanti, sbucando, con le spalle ammantate di rosso, nel gruppo di sinistra. Gaspare sta proprio sopra il giovane signore della città, Lorenzo, che sembra meditare, austero, la testa leggermente piegata in avanti, le mani composte una sull’altra, lo sguardo rivolto non tanto al Magio più vicino, vestito di bianco, che ha le sembianze di suo zio Giovanni, quanto al secondo, ammantato di rosso con la fodera di ermellino che spunta dal risvolto, che ha quelle del padre Piero, morto da tempo. Come gli altri due Magi peraltro: il fratello Giovanni e il vecchio signore, Cosimo, loro padre e capostipite della dinastia, qui nelle vesti di Melchiorre che, deposta a terra la corona in segno di umiltà, si inginocchia per rendere omaggio al bambino, che lo benedice consacrando in tal modo anche il suo potere e quello dei suoi discendenti, mentre lui gli sfiora (ma non bacia, come farà il suo corrispettivo in uno degli ultimi quadri di Lorenzo Lotto) i piedini con un leggero, preziosissimo panno, in forma di rispetto. Perché il sacro va tenuto a distanza, non si può profanare col nudo contatto diretto. È opportuno proteggersi. Il sacro è incendio. Brucia.


Il terzo personaggio che si rivolge verso l’esterno, che Gaspare del Lama ha ingaggiato a rappresentare la scena in cui uno dei protagonisti è il suo magio omonimo, è l’autore in persona, Sandro Botticelli, giovane ma già famoso, che non ha rinunciato a raffigurarsi in primo piano, con un ampio mantello giallo, sia pure ai margini (ma lo spazio prospettico ne rende la figura prominente), come farà, trent’anni dopo, in una posizione più arretrata ma con un vistoso cartiglio in mano, Dürer nella sua straordinaria Festa del rosario ora a Praga: ha un portamento eretto, la testa che si volta con uno sguardo quasi sdegnoso a scrutare lui pure l’ammirazione e la sorpresa di chi osserva la sua opera, o a immaginare chi la osserverà, come il visitatore che in questi giorni può ammirarla a Milano, nei Chiostri di Sant’Eustorgio per la rassegna “Un capolavoro per Milano 2024”.

L’artista è consapevole del proprio valore, anche se i suoi ultimi anni vedranno la sua fama spegnersi tanto che morirà povero e pieno di debiti, e la sua postura lo dà a vedere. Lo sa che l’opera è magnifica, e tutti i personaggi ritratti saranno orgogliosi di vedersi magistralmente rappresentati, magari con qualche piccolo abbellimento (come quello che l’artista riserva a sé: più belloccio e  più slanciato del vero, come usava anche con i nudi e le figure d’invenzione), in pose naturali, spontanee, per nulla ingessate o convenzionali, ciascuno con la propria fisionomia individuale e caratterizzato per come desidera essere conosciuto, per l’immagine pubblica che desidera incarnare agli occhi e al giudizio altrui.





Ma non mancano figure in atteggiamenti più intimi, come quella, bellissima, adolescenziale, del timido Poliziano dallo sguardo dolce e languido che appoggia la testa sulla spalla e cinge in un abbraccio, una mano sul fianco e l’altra che sfiora, e quasi accarezza il suo petto, Giuliano de’ Medici, che il pittore rappresenta all’estremità sinistra del quadro, dignitoso ma fiero, che stringe tra le mani la spada da cavaliere fresco vincitore di un torneo che il poeta canterà nel suo capolavoro, Le stanze per la giostra. Accanto a loro, quello alcuni identificano come Pico della Mirandola, che però all’epoca era solo dodicenne, mostra la scena con gesto elegante e la illustra dall’alto delle sue sterminate conoscenze.


Il momento è solenne, a dispetto della mondanità, e alcuni con le loro posture di riverenza e adorazione dimostrano di averlo compreso, come dovrà evitare di sbagliarsi il fedele che sosterà davanti all’immagine in Santa Maria Novella. La scena, infatti, nella sua inedita rappresentazione frontale (di solito la capanna era posta a uno dei lati e gli eventi erano narrati in orizzontale, mentre qui l’impostazione è centrale e ascendente) non serve solo a dare a ciascun convenuto il suo esatto posto in una spaziatura che gli consenta di essere con naturalezza se stesso pur nel rispetto della gerarchie e delle relazioni reciproche, ma ha soprattutto lo scopo di convogliare l’attenzione verso il suo fulcro: la celebrazione della Sacra Famiglia posta al centro, spostata verso l’alto così che anche lo sguardo si elevi, e il riconoscimento del bimbo divino da parte dei Magi che lo omaggiano. È il momento dell’Epifania, dell’apparizione del numinoso nella sua veste umana, della manifestazione della Vita alla vita, in cui la Redenzione prende il suo vero inizio rivelandosi a chi è disposto a vederla e ad accoglierla. Per questo chi la sa percepire può cominciare a percorrere la sua via: cioè a veramente vivere, perché solo nel suo orizzonte vita si ha. Anche e soprattutto per chi è già trapassato, di cui qui si vuole prolungare, raffigurandolo, la sopravvivenza nell’eternità terrena della memoria, in attesa della Rinascita che l’avvento del Bambino assicura e che la presenza di un pavone appollaiato su una sporgenza del muro diroccato simboleggia.

Questa rovina e quelle imponenti che si vedono sullo sfondo a sinistra, stanno proprio a indicare che un nuovo tempo è venuto, che l’ordine antico è terminato e quello nuovo è già cominciato.
La Madonna, dal corpo lungo e slanciato, maestoso e etereo, piega la testa pensosa che già si prefigura la sorte che attende suo Figlio, ma senza che quest’ombra di tristezza e insieme di accettazione intacchi i suoi bellissimi lineamenti, la pelle fresca come una rosa, come quella rosa che essa, misticamente, è. Non è seduta in trono, ma su ciò che resta della parete caduta, o su uno sperone della roccia alle sue spalle, e tiene delicatamente suo figlio che si sporge in avanti a benedire il vecchio signore inginocchiato ai suoi piedi. Il bimbo è completamente nudo, meno per mostrare la povertà in cui ha scelto di venire al mondo, quanto per mostrare a tutti la propria totale umanità, la verità della sua incarnazione.



Alle loro spalle Giuseppe è in piedi, appoggiato a un bastone con la mano sinistra, mentre la destra regge la testa canuta, appesantita dalla stanchezza, reclinata come a non perdere di vista nemmeno per un attimo quanto sta accadendo, pur essendosi lui umilmente ritratto dal proscenio. È davvero vecchio e probabilmente ogni tanto cede al sonno, nonostante cerchi di resistere come può. La notte deve essere stata agitata, gli anni si fanno sentire. Accanto al gomito appoggiato a un ripiano orizzontale della roccia, ha una piccola natura morta di poveri oggetti: del sale, un po’ di farina, un vasetto d’olio, oggetti elementari, forse proprio i doni dei visitatori notturni, che fanno da contraltare a quelli preziosi recati dai magi, anch’essi, come quelli, con il loro carico simbolico. Forse proprio ora si è appisolato, forse sta meditando, preoccupato, su quello che gli ha appena detto, affacciandosi alla sua mente un po’ annebbiata, un essere splendente, che a Gerusalemme il re avrebbe ordinato di sterminare tutti i neonati dei suoi domini, che la strage è già iniziata nei villaggi e nei casali, e che quindi, se vuole proteggere la vita del suo, deve sbrigarsi, appena terminata la cerimonia, dispersi gli astanti e partiti per il viaggio di ritorno i re stranieri con il loro seguito, a fuggire via da lì in tutta fretta, lungo percorsi poco trafficati, di notte, nascondendo il figlioletto alla vista, evitando la costa e la striscia di Gaza, e scendere giù, giù, fino al Sinai, all’Egitto. Verso la salvezza. Per ora, se non per sempre.

 

Botticelli, Adorazione dei magi, 1475, a cura di D. Parenti, N. Righi

 

 

16/01/26

Peter Handke, Diari (appunti per una recensione mai scritta)



Mi piace leggere i diari, ogni tanto, di certi autori almeno, come quelli di Peter Handke.

Si può entrare nella testa (più che nella vita intima: che importa del resto…) e nel metodo dell’autore (quali cose sono rilevanti; che tipo di osservazioni o spunti prevalgono o ricorrono ecc.)

 

Chi desidera aneddoti, ricordi elaborati, riflessioni intime, narrazioni anche brevi, non troverà niente. L’intimità qui è la vita del pensiero, il lampo dell’intuizione, l’intensità della visione, al massimo microracconti (o semi di racconti, però già conclusi in se stessi 189)

 

Autocitazione da pezzo sui primi romanzi: Fin dal primo romanzo Handke induce, per non dire costringe alla lentezza. È quasi impossibile leggere in un fiato i suoi testi, anche quelli più brevi. Il suo passo è attento, sempre, analitico, minuzioso, grave, e comunque, già fin dagli esordi, mai leggero.

Dico leggero, non allegro o spensierato (non sia mai!), per quanto non manchi l’ironia, qua e là (sempre con la sordina, sottotraccia, mai enfatica). Anche quando parla di cose minime, come gli oggetti di L’ora del vero sentire (1975), o sale nella luce del monte Sainte-Victoire, in Nei colori del giorno (1980), la sua andatura prende sì pause, ma per concentrarsi, guardare meglio, riflettere e sentire più a fondo…

 

Ma si possono leggere anche di seguito, come una storia d’avventura mentale e percettiva e sentimentale, che poi è quella che conta di più, una volta che il corpo se ne sta buono, ubbidiente, come è la maggior parte del tempo per la maggior parte delle persone, e non reclama tutta l’attenzione per bisogno o dolore, come altrettanto ovviamente capita a volte meno e altre più a tutti (ma anche allora…)

Ecc.

 


La lettura consecutiva (l’unica che io riesco a fare) diventa faticosa e insoddisfacente: bisogna fare ogni volta una pausa mentre la consuetudine (la voracità) spinge oltre. Bisogna frenare l’impulso alla continuità, alla connessione, al ragionamento, e alzare frequentemente gli occhi, fermare il flusso, guardare il cielo, o il soffitto, senza volerlo guardare, senza vederlo, e poi magari vedere qualcosa che affiora al pensiero o parole che si affacciano, oppure vedere, proprio nel cielo o sul soffitto, qualcosa di mai visto, che vibra per qualche attimo, lascia un segno, e subito scompare.
           

Come se la distrazione, o meglio: l’interruzione, fosse la condizione del venire alla luce, del percepire, dell’accorgersi… Si era concentrati - sulla lettura, in una riflessione, in qualsiasi attività manuale -, e all’improvviso si smette, si fa una pausa, e allora…

(Ma il più delle volte non va oltre se stesso. E' un fulmine, ma anche un abbaglio.)

(Però ci sarà stato.)

 

Non si deve mai dimenticare però che, per quasi tutti i diaristi (a parte coloro che del diario hanno fatto la loro opera principale: Amiel, Léautaud, Julien Green – beh, per lui “quasi” principale…), quello che più conta è ciò che non c’è, ciò che è confluito nelle loro opere, e soprattutto le zone bianche, ciò che è taciuto, che non è detto, perché trascurabile, o perché si stava facendo altro, perché si è pensato che fosse meglio passarlo sotto silenzio, in quanto insignificante dal punto di vista esistenziale o per altro motivo (non si possono contare i respiri, i passi… non tutti, non sempre… si è anche impegnati a vivere senza pensare contemporaneamente a ciò che si sta vivendo… o non riguardava il lettore: anche se, mi vien da dire, tutto riguarda il lettore)

Dopo aver preso questo appunto, leggo, a p. 61: “Anche avere il sentore di quel che non devo dire, di quel che devo tacere, di quel che devo (tra)lasciare è un’ispirazione (l’ispirazione del «Quello no!»)”

 


Per H. i bianchi sono poi rilevanti: non racconta quasi mai, come evita sempre più di raccontare nei suoi ultimi libri “narrativi” – ma già nei primissimi a ben vedere –, come se il suo massimo sforzo fosse quello di resistere all’impulso a narrare, perché, come scriveva già nei primi saggi dell’antologia di Meltemi, non ha mai sopportato la finzione che qualsiasi storia comincia a instaurare già dalla sua prima parola… di saggiare tutti i modi possibili per scrivere senza raccontare: senza cedere alla narrazione; ciò che rende la lettura affascinante quanto frustrante, e a volte persino irritante.

 

Più che qualsiasi altra lettura, quella dei diari, specie se poco narrativi e composti di brevi frammenti (come per i libri di aforismi), è soggettiva. Si legge diversamente a seconda dei giorni, si sceglie a seconda degli interessi o delle curiosità o degli studi del momento, si sorvola su cose che il giorno o l’anno dopo sembrano essenziali (come si nota dai segni ai margini nelle riletture successive), oppure si lascia lo spazio alla sorpresa, si girovaga senza meta, con gli occhi già spalancati, le porte della testa già disposte all’accoglienza dello sconosciuto passante…