Lamentarsi è bello. E fa bene. Cominciare la giornata con un bel lamento aiuta a entrare nel mondo diurno nel miglior modo possibile. Altro che un bel sorriso! Lo sbadiglio è vicino al sospiro del lamento. Si sa da subito che più presto che tardi qualcosa andrà storto. Il fastidio è in agguato. Non c’è bisogno di chissà che: quelli piccoli, innumerevoli, bastano e avanzano. Ti lamenti e sei già nel mondo con il piede giusto, pronto ad ogni evenienza. Non servono occasioni particolari. Né spiegazioni. Già svegliarsi è una buona ragione per lagnarsi. Non si sta meglio dormendo? Aprire gli occhi sulla realtà guasta l’umore prima ancora che qualsiasi cosa accada. Il frignone ha sempre ragione. Se i saggi di ogni epoca e luogo predicano l’atarassia, è perché tutto turba, qualsiasi nonnulla inquieta, figurarsi fastidi maggiori. La lista d’attesa è interminabile, la loro irruzione imminente e irrefrenabile. Anche riuscendo a superarne la maggior parte, meglio non esultare. Un nuovo lamento è più opportuno. Terapia preventiva. Abituarsi al peggio non è consigliabile. La sopportazione è buona cosa, ma esagerare è male. E l’abitudine è una forma di esagerazione. La resilienza è una fregatura. È la risorsa degli sconfitti, l’accettazione del disastro. Se ribellarsi serve a poco, approvarlo è una pretesa eccessiva. Tenersi tutto dentro, atteggiarsi a forte, non aiuta a diventarlo. Diffonde solo la cancrena anche dall’interno. Il lamento libera. Dà sollievo da soli, cresce in compagnia. Più si è, meglio è. È uno dei più potenti legami sociali. Cosa c’è di meglio di un bel pianto di gruppo? Folle quiete, o anche rabbiose, in lacrime! Stupendo. Lamentarsi è scontato, una volta che sei nato. Anche senza ricorrere alla retorica del primo vagito, che è un urlo. Non è possibile assolvere a tutte le richieste, a maggior ragione a quelle che vengono da noi stessi, se solo abbiamo ricevuto un’educazione non lassista. Un’educazione come che sia, cioè. Allora il lamento sorge spontaneo. Messo di fronte alla propria miseria, rinnovata tentativo dopo tentativo, a dispetto di qualsiasi risultato, cosa altro resta da fare se non sospirare, lamentarsi, piangere? Se anche le riuscite fossero tantissime, non saranno mai tutte, il minimo inciampo basta a decretare il fallimento. Anche una riuscita buona, o addirittura ottima, eccellente, non evita il lamento della mancata perfezione, dell’inadeguatezza essenziale. Non perché gli altri siano meglio, o perché, da perfetti bastardi (da bastardi quasi perfetti), non ti diano il soccorso che ti manca: non possono, sono privi anche loro di quello che manca a te, forse anche di più. Quindi anche noi non possiamo aiutare loro. Un altro motivo di lamentarsi. C’è chi si rallegra dei limiti: uno stimolo a superarli! I limiti della loro intelligenza sono palesi: se ancora non se ne sono accorti, lo faranno presto. E la botta sarà dura. Più alto il pianto. Più profonda la delusione. Ma lamentarsi porterà comunque un po’ di sollievo. Un barlume di autocoscienza. Non che ci sia da vantarsene. Forse sarebbe meglio non averla, ma dal momento che c’è conviene sfruttarla. Fosse solo per una furtiva lacrima. Per l’esplosione di un grido rimasto soffocato da chissà quanto. Da sempre. Perché probabilmente, di fatto, è sempre quello.
Ma resta sempre qualcosa che si piange senza sapere cos’è. Nel lamento c’è il residuo di tutto ciò che sfugge, per il quale non c’è soddisfazione o compensazione possibile. Né conforto. Non solo perché, banalmente, non si sa cos’è, come l’acqua per il pesce, ma perché, come l’acqua per il pesce, è ciò che avvolge e rende possibile tutto. Diciamo la vita, l’universo e tutto quanto. Non lo so cos’è, ma in qualche modo lo sento, lo avverto, confusamente ma intensamente. Non sempre. Perché a volte lo dimentico. Lo lascio nello spazio della dimenticanza, contiguo a tutto ciò che faccio. Forse interno a tutto ciò che faccio. Non lo sento, di solito, ma avverto che è lì, pronto a farsi sentire. E allora piango. (cfr. 32)
Non so, non capisco. Non sono in grado di capire. Non solo mi manca ciò che non so, ma non capisco appieno ciò che so. Sono in deficit. Sono un deficit. Come posso farmene una ragione? Gli altri non sono da meno? Neanche questo mi consola. Il loro deficit non si confronta con mio, né si assomma ad esso. Essendo il mio infinito, contiene quello di tutti gli altri. Nessuna vittima lo è quanto me. A loro possono capitare tragedie inenarrabili, ma non cambia. Quelle le so, e mi dispiace per loro. La mie la avverto dentro di me, che mi smangiano, mi torturano, per quanto piccole possano sembrare a chiunque altro. Per quanto piccole siano, ciascuna è infinita. Incomprensibile. Ingiustificabile. La mia carenza, la mia pena sono incolmabili. Immedicabili. Perché le sento. Non faccio che sentirle. Come potrei non lamentarmi? Anche quando non lo esprimo o lo manifesto direttamente, con un segno, una smorfia, uno sguardo, una contrazione automatica di un muscolo invisibile, il suo sibilo è presente in ogni mio respiro. Se emetto respiri profondi di soddisfazione per qualche performance riuscita, appena vi presto attenzione ne percepisco l’eco. La presenza prepotente. Il richiamo risentito che non gli presti sufficiente cura. Sospiro profondamente. Una volta, due. Se mi chiedono cos’è, perché, dico che piango di gioia. Che non si potrebbe essere più felici di così. E difatti è vero. Non si può essere più felici. Lo si è sempre di meno. Magari di poco. Ma sempre di meno.
Non c’è soddisfazione maggiore, affermo come in un lamento. Come un lamento. In un lamento.
Non è giusto, mi lamento. Non so con chi. A volte con me stesso. Sono l’oggetto dell’ingiustizia e il suo soggetto. Quasi che venga, ignoro come e perché, anche da me stesso. Forse principalmente. E nemmeno so in base a che cosa ciò di cui mi lamento non è giusto. Dove risiederebbe l’ingiustizia e quale sarebbe la giustizia che è stata infranta. Se non che la sento in modo inequivocabile. Non c’è ingiustizia peggiore. Niente di ciò che sono o faccio la giustifica. La mia innocenza è assoluta. Che sia per questo che ne sono l’oggetto privilegiato? Non riesco nemmeno a pensare a qualcosa o qualcuno che ce l’abbia tanto con me, con la mia innocenza, da giustificare il mio lamento. Quindi deve essere qualcosa dentro me stesso. Devo essere io per il fatto stesso di essere io. Per il fatto stesso di essere. Non mi resta che lamentarmi di me stesso quindi. Quindi piango di me stesso.
Non è giusto, però, e non posso accettarlo. E non lo voglio accettare. Non mi lamento con qualcosa o qualcuno, ma mi lamento lo stesso. E comunque. Non faccio il piacere a coloro che sono responsabili delle ingiustizie e del dolore che sono aggiustabili, di accusarli come se ciò che provocano fosse ineluttabile. La loro responsabilità e verificabile e misurabile. Non è insondabile. Divina. Infinita. La loro miseria è della stessa natura di quella che provocano, e come tale va affrontata. Accanto a questo c’è anche in loro la stessa fonte di ciò di cui mi lamento io. Né più né meno. Vorrei tanto che fosse di più, ma non è così. Mi lamento anche di questo. Di questa doppia ingiustizia.
Di sicuro però non è colpa mia. La tentazione di attribuirmela è sempre presenta, ma non ho nessuna intenzione di assecondarla. Se ho delle colpe che posso attribuirmi, non sono quelle che sono alla base del lamento. Se qualcuno me le attribuisce, le ammetto, volentieri spesso, a malincuore talvolta. Ma non rifiuto di addossarmele. Ma per queste colpe è stupido piangere. Si cerca di rimediare e amen. Se non si può, pazienza: se ne subiscono le conseguenze e zitto mosca. E all’assenza di colpa e di causa che il lamento si rivolge. Lì nasce e lì torna. Qualcosa non va, e non saprò mai cosa. Non l’ho mai saputo, sospiro, né mai lo saprò. Se verrò a sapere qualcosa, non sarà quello. Sarà sempre altro, ahimè.
La maggior parte delle volte mi lamento da solo. Quasi sempre. Perché non c’è nessuno con cui farlo, o so che sarebbe inutile, perché mi direbbero subito di smetterla, che dovrei fare così o cosà; oppure perché non voglio caricare del mio lamento chi ha già di che lagnarsi per conto suo, e questo, invece di mettere in condizione di capire, chiude a ogni ascolto. Non stanno nemmeno a sentire. Le rare volte che qualcuno sta ad ascoltare senza interrompermi o dirmi subito la sua, è così imprevisto, che quasi mi viene da odiare chi lo fa. Chi si crede di essere? Potrebbe anche essere qualcuno che mi vuole bene, mi dico. Ma poi, no… impossibile. Però è accaduto. E quindi, che voglia ammetterlo o meno, è stato possibile. Lo è sempre. Anche se poi accade molto di rado. Ma la possibilità resta. Mi vien da piangere.
Sto male? Sì e no. Sto abbastanza male, ma non abbastanza da giustificare che mi lamenti. Ma abbastanza perché mi lamenti comunque. Senza vera giustificazione. Ed è anche di questo che mi lamento. Mi lamento del lamento di cui ignoro la ragione, del lamento in assenza di qualsiasi giustificazione. Piagnucolo tra me e me; e mi lamento, quasi mi dispero, di questo piagnucolio. Anche quando smetto, continuo. Dovrei dormire, mi dico. Mi sdraio, chiudo gli occhi. Chiudo gli occhi umidi, il ronzio nella testa, finche non prendo sonno, e nel sonno mi lamento. Come lo so? Lo so. Lo sento: sogni di farlo e lo faccio sognando. Mi è stato detto. Ma se anche non me lo avessero detto, lo saprei lo stesso. A voltemi sono svegliato con qualcuno che mi teneva tra le braccia. Ho smesso di piangere? No. Ho solo cambiato modalità di pianto. Era un pianto più dolce. Consolante. Di qualcuno che viene consolato. Ma in fondo ancora inconsolabile. Allora smettevo. Ma continuavo in silenzio, da solo. Dentro. Ancora.
Evito di lamentarsi pubblicamente e ancor di più in modo vistoso e spettacolare. Niente è più umiliante di sentire che mentre lo fai ti incoraggiano a continuare, a alzare i toni, e che poi ti battono le mani e poi se ne vadano tutti soddisfatti pensando che lo sia anche tu. Ti sei sfogato? Bene. Ora stai meglio, no? No. Brutti stronzi. Ma persino questa risposta voglio evitare. Che tristezza dovermi trattenere per non avere spettatori. Per non dover rispondere. Per non stare al loro gioco. Essere la loro valvola di sfogo, la scusa perché si sentano soddisfatti in tutto e per tutto di sé e del mondo. Uno che si lamenta, non è di spettatori che ha bisogno. E allora di chi? Di cosa? Non lo sa nemmeno lui. Un’altra ragione per lamentarsi. Per essere triste e rabbioso. Tuttavia anche questa consolazione è preclusa. Perché consolazione non c’è. Troppo facile, se ci fosse. Chi lamenterebbe più, allora?
...
(a seguire, forse)
