Quello che a volte desiderano o sognano i sottomessi, i potenti lo fanno quotidianamente, cambiano le cose a modo loro, incluso ciò che possono, in modo magari lento ma inesorabile, del passato. Se le cose fossero andate diversamente!, immagina l’inerme. O lo scrittore (spesso è lo stesso), con la differenza che lui si prova a dare un’immagine articolata di come le cose avrebbero potuto andare se…
Il risultato rientra nel genere chiamato “ucronia”. Non utopia, che ormai non fa più da modello per nessuno, e per fortuna; e nemmeno distopia, che dovrebbe fare da monito, e invece mette solo il brivido del peggio che potrebbe capitare, così se e quando si verificherà ormai ci saremo avvezzi, e lo subiremo con in più l’aggravio del “ve l’avevo detto” degli unici che allora potranno ricavarne una loro povera soddisfazione; no: proprio “ucronia”, un tempo ecc.
Emmanuel Carrère ha dedicato a questo genere la sua tesi di dottorato pubblicata appena prima del suo primo libro significativo, Baffi, convinto (questo almeno è quanto vuole farci credere) di avere se non inventato, portato alla luce il genere, presentandone alcuni esemplari significativi, quasi tutti francofoni, e trascurando quasi del tutto testi significativi di altri paesi (per es., quanto all’Italia, Contropassato prossimo e altri libri di Guido Morselli). Non importa. Il libro è molto godibile pur nella sua lacunosità e, oltre a presentarci l’anteprima di alcuni temi che poi saranno molto più e meglio sviluppati nella sua opera successiva, offre alcune analisi pregevoli e gli strumenti concettuali fondamentali per definire il genere, peraltro non complicatissimo quanto a sé.
Si tratta infatti di ….
Ora negazionisti e potenti vari falsificano il passato e anche il presente a seconda dei loro interessi reali o ideali (cioè reali e mascherati: in questo caso mascherati doppiamente). Non potendo cambiare il passato, cioè far sì che ciò che è successo non lo sia, dichiarano che le cose in realtà sono andate diversamente da quanto tutti sono convinti di sapere. Alla lunga, con sempre meno interlocutori e la capacità sempre maggiore di produrre testimonianze e resti di ogni genere a conferma della loro versione, questa diventerà quella vera, e le altre, inclusa la verità attuale, leggende destinate a evaporare in fretta. D’altra parte anche la storia che riteniamo reale in base alle testimonianze e ai documenti in nostro possesso è la versione di chi ha vinto e è sopravvissuto. E’ sempre una storia, una serie di narrazioni malamente cucite assieme. Popoli interi sono scomparsi senza che una sola menzione ne sia rimasta. Ergo non sono scomparsi, per il semplice motivo che non sono esistiti, dato che di loro niente è rimasto e niente sapremo mai. Di moltissimi neppure il nome, neppure il vago sospetto di una loro esistenza. Solo una teorica, anonima possibilità, insieme a moltissime altre. E se qualcosa verremo a sapere, non saranno che storie inventate ora, o in futuro, a posteriori. Magari storie che inducano a pensare diverse genealogie e eziologie per ciò che siamo o saremo, o che temiamo di diventare, o che vorremmo essere. Ucronie. Ucronie non dichiarate come tali, ma percepite come reali. Storicamente reali. Come quelle a cui crediamo noi. In esse, lo Stretto di Bering verrà correttamente chiamato il Canale Berja, nel frattempo redento e santificato.
Ma poi, magari, verrà un giorno in cui alcuni scriveranno delle ucronie che narreranno le cose come si sono svolte in forma di romanzo, naturalmente, perché i documenti per scrivere la storia saranno stati falsificati o cancellati. Come la Storia stessa, del resto.
I negazionisti nel frattempo hanno fatto passi da gigante in tutti i campi. E i falsificatori li stanno doppiando. Quando li avranno raggiunti faranno corsa insieme. Le rispettive avanguardie già ci sono riuscite e indicano la strada. Le moltitudini li seguiranno fiduciose.
C’è la stessa ironia che si trova nei suoi primi libri (meno in quelli successivi, dove la materia drammatica, o addirittura tragica, ha necessitato in genere un diverso approccio). A volte la critica ironica, la denuncia delle piccolezze, mostra il suo lato futile, e il mondo reclama una maggiore empatia, che è più frequente, come si sa, per il dolore che per la gioia, anche se non sempre più forte. Le grandi gioie sono contagiose, quando non muovono a invidia. La mediocrità non muove a niente. Non lo merita. E così la stragrande maggioranza degli esseri umani e degli eventi viene trascurata. Cioè disprezzata. D’altra parte perché agitarsi per qualcosa che se ne sta tranquilla e soddisfatta di per sé? Ma… ecc.
La riflessione sui meccanismi delle narrazioni ucroniche diventa un’indagine sulle presunte cause storiche e sulle diverse narrazioni di cui la storia, o meglio: le storie, a seconda delle catene causali privilegiate e dei punti salienti scelti, sono il prodotto. Nessuna causa sufficiente è determinabile in ambito storico, a differenza che nella scienza, eccetto, appunto, che nell’ucronia, dove l’ipotesi di partenza (e se…?) diventa il momento scatenante sufficiente per un cambiamento le cui conseguenze presuntamente rigorose, anzi necessarie, diventano epocali. (E se Pilato…? E se Napoleone…? Borges, più modesto, e più radicale, fa ipotesi in apparenza meno decisive quanto ai risvolti concreti, ma forse più nel loro fondo metafisico, cioè poetico. O poetico, cioè metafisico.)
Ma anche un’indagine sul modo in cui vengono costruite le narrazioni diciamo classiche, quelle basate sul principio di consequenzialità causale, e con un’idea chiara dell’esito finale, di dove si vuole arrivare. L’irrealtà è solo nella premessa, nell’ipotesi di partenza, poi tutto deve procedere in modo rigoroso, come se fosse necessario. In realtà non lo è, perché gli elementi con cui costruire le catene causali sono tantissimi e si possono, e devono, operare molte scelte che potrebbero altrettanto bene portare allo stesso risultato, passando per alcuni snodi più rilevanti di altri è vero, ma che potrebbero essere differenti o disposti in differenti modi. Tutto deve dare l’aria di essere legato in modo stringente. Tutto deve essere come se. L’unica differenza con la narrazione non storica è il ricorso ai dati reali e ai documenti, leggermente modificati, deviati secondo linee che portano al risultato dovuto. Cristo non è stato condannato e quindi non è mai nato il cristianesimo, Napoleone non è stato sconfitto nella campagna di Russia, le potenze dell’asse hanno vinto la seconda guerra mondiale (persino l’Italia, dunque: per dire il paradosso… ma l’Italia ha vinto comunque, no? Non avrebbe avuto bisogno di cambiare campo…).
Lo scrittore contemporaneo invece dice spesso di non sapere dove è diretto. La scrittura per lui è una scoperta. E’ l’invenzione a guidarlo. Invece nell’ucronia tutta l’invenzione, una volta deciso il punto di partenza che discende però da quello di arrivo, del mondo desiderato o sognato, sta nel mezzo, che può essere lunghissimo, perché si tratta di giostrare bene gli elementi portanti e tutti quelli secondari che però contribuiscono a rafforzare la plausibilità del percorso, a corroborarlo di dettagli concreti, che sono spesso decisivi a alonare di realismo una storia che più inventata non si può. Un contropassato, prossimo o remoto che sia, ma i cui effetti si riverbererebbero nel presente alternativo desiderato, che negli auspici si vorrebbe sostituire a quello deludente che stiamo vivendo, fino a rendere esso stesso irreale, implausibile, oggetto non di una ucronia, ma, semmai di una distopia. La distopia in cui l’autore è nato, in cui noi viviamo.