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28/09/20

Soldati morti quarant'anni fa (4 parte)

 

qui potete leggere l'inizio e la seconda parte
http://grazioliluigimario.blogspot.it/2017/01/soldati-morti-quaranta-anni-fa-inizio.html 

https://grazioliluigimario.blogspot.com/2017/02/soldati-morti-quarantanni-fa-2-parte.html 

 

Allora mi sono seduto sulla cassetta vuota dei medicinali, come nei giorni degli scavi, con il bavero alzato, il cappello premuto sul passamontagna perché non volasse via, le falde del pastrano ripiegate sulle gambe unite, sui pantaloni strappati, i piedi ghiacciati, rannicchiato dentro le pareti del cunicolo nella speranza che mi proteggessero, che il vento mi passasse sopra, e insieme a lui il gelo che mi penetrava le ossa ora che mi abbandonavo alla stanchezza e l’acido lattico prendeva a scorrere incontrastato, che mi passassero sopra le voci dei miei compagni, le loro facce, le facce dei vivi e quelle dei morti, che mi passasse sopra tutto. Poi estrassi dalla tasca il libretto di Platone, quasi senza accorgermene, giusto per offrire alla testa qualcosa da rosicchiare, per imprimere per un po’ un ritmo diverso al respiro. Lo stavo rileggendo di filato, come un romanzo, ora, mi mancavano solo le ultime pagine, ma dopo averlo aperto rimasi lì a fissare il pollice inguantato che premeva il foglio senza nemmeno provare a decifrare le parole. La neve che inzuppava la pagina per un attimo rese l’inchiostro più lucido, come se emanasse un’ultima brillanza scurissima, prima di smarginarsi e liquefarsi in serpentine informi, arabe, prive di significato, che la mia miopia, da dietro i miei occhiali velati di ghiaccio, o velati erano gli occhi? non so, intrecciava in arabeschi tremolanti che alla fine non seguivo nemmeno più, lo sguardo inchiodato alla parete davanti a me, la mano che ogni tanto si allungava a ridurne le asperità, a lisciarla, con meccanica delicatezza.

E prima che me ne accorgessi, cullato dal mio gesto, a dispetto del freddo e del fracasso e della paura che percorrevano la pista come un cavo elettrico, caddi in un sonno profondo. Un sonno senza sogni, precipitato dentro se stesso, sonno che andava giù lungo il proprio pozzo interminabile, lontano da ogni rumore, da ogni distrazione e disturbo o sgomento, in un pozzo dalle pareti bianche, ma opache, nebbiose, morbide, sprovvisto di sporgenze a cui aggrapparmi anche se avessi tentato, perché, mentre anch’io non cessavo di cadere, restavo sempre a distanza, a perpendicolo nel centro, giù, giù, a velocità costante, con le ginocchia al mento, le braccia attorno alle caviglie, a uovo, o come un feto, composto, chiuso anch’io dentro il sogno di me stesso, al sicuro, senza ansia.

Mi svegliò quasi subito, però, il mio vicino, che si era accorto che dormivo quando aveva visto che il libro mi era caduto di mano e temeva che mi congelassi, ma più perché voleva parlare, perché aveva bisogno di qualcuno con cui sfogarsi, un interlocutore vero, non un testimone trascendente, uno a cui fare domande e che avrebbe anche potuto rispondere, perché era uno che studiava e stava ad ascoltare, uno che quindi, secondo lui, capiva e sapeva, e non importa se poi non rispondeva o se le sue parole non erano veritiere, purché lo distogliessero per qualche minuto dalla bufera, e dal pericolo e dalla morte, dal suo pensiero sconfinato, purché mitigassero la paura. E io stavo ad ascoltare e ogni tanto dicevo qualcosa, saltellando nei miei scarponi, dandomi pacche sugli arti e sul petto, e poi spolverando la neve dal libro, soffiando il mio alito caldo sulle pagine per asciugarle e ripassandole con un lembo della camicia estratta dai pantaloni, da sotto il pullover, la giacca e il pastrano, per stirarle con la flanella asciutta, per assorbire meglio l’umidità, e accarezzarle. Mi concentravo su quello che il mio vicino stava dicendo, brevi frasi isolate, frammenti di logiche ignote e che nemmeno pretendevano di essere decifrate, seguendo le parole ad una ad una, così da vicino, così intensamente e distrattamente insieme, con l’ultimo residuo di attenzione che ancora sopravviveva in me, che non mi restava spazio per ricordare le precedenti, e ogni tanto intercalavo qualche sillaba, un grumo di lettere che si potevano facilmente confondere con un sospiro, e che forse solo quello erano, un sospiro condiviso, quanto bastava a entrambi.

Ogni tanto ci distraevano i muli, che sembrano irrimediabilmente disperati anche quando sbadigliano, si muovono con una flemma e piegano la testa verso di te come se avessero sempre bisogno di tenerezza, e allora allungavamo le mani, io al collo e al dorso del suo mulo il mio amico, quello che prima era il mio sconosciuto vicino di fila e ora era il mio amico, per accarezzare anche lui, per ricevere, noi, il conforto che viene da chiunque si lascia accarezzare. Ma appena staccavamo le mani, quello tornava a ragliare, come per mettersi in sintonia con tutti gli altri muli che si lamentavano con voci altissime nella bufera, contagiandosi l’un l’altro in incessante rimando e forse a loro volta contagiati dall’odore della nostra paura, che filtrava oltre la barriera del gelo superando il loro stesso afrore; tanto alte, le voci, che a tratti quelle degli uomini si arrestavano, e un po’ sembrava che si placasse anche il vento, e tutti ce ne stavamo incantati ad ascoltare questo canto irrefrenabile, questa nenia a più registri, come una specie di canone obliquo che declinava la sua formula incantatoria in tutte le tonalità e variazioni, di inno alla fine che conteneva anche il nostro.

 

E ancora pensavo, anzi solo ora potevo pensare, o piuttosto: confusamente sentire, che la prima volta che ero veramente entrato in contatto con dei corpi morti, ancora troppo recenti perché li considerassi cadaveri, corpi che fluttuavano in una condizione intermedia di morti sì, e morti davvero, ma non del tutto, come se anche la morte fosse un processo e non uno stato, e a loro mancasse ancora qualcosa per portarla a compimento, per trapassare allo stato definitivo di cadavere, di materia inanimata che conserva sì traccia della materia vivente, ma come un’eco, una pura forma che viene avvertita appunto come pura, e quindi sull’orlo della impurità, sotto il costante attacco del cambiamento irreversibile, della scomparsa anche della forma, del ritorno all’informe di una materia che della vita non conserva traccia alcuna, quasi che la vita fosse stata solo un incidente di passaggio, fulmineo, insignificante... ero colpito dalla vaga sensazione, più che pensiero, che questo primo vero contatto era stato con i corpi morti di sconosciuti che, a parte minimi dettagli che peraltro allora non ero in grado di individuare, erano esattamente come me, e che anch’io ero come loro, vivo ma non del tutto, cioè morto ma ancora con della vita addosso, corpi che avrebbero potuto essere quelli di miei amici, o commilitoni con cui passavo le giornate e magari ero in confidenza, qualcuno che guardandomi magari pensava che, a parte minimi dettagli, era esattamente come me e infatti era già capitato che ci scambiassero l’uno con l’altro... e che tutti questi corpi che mi era stato comandato di soccorrere senza che io avessi potuto andare oltre reiterati tentativi che sapevo benissimo che sarebbero serviti a poco o nulla, e quel poco solo là dove la salvezza era già assicurata, e che comunque avevo effettuato con tutto me stesso perché andavano fatti, tutti, senza ometterne nessuno, nemmeno quello in apparenza più improbabile... tutti questi corpi sentivo che avrebbero potuto essere il mio, che erano identici al mio, lo sapevo, ne ero certo sempre più anche se non avevo avuto nemmeno il tempo di guardarli bene, di dedicare loro una riflessione, non dico una preghiera perché non pregavo allora come non prego ora, né di almeno commiserarli, preso com’ero dalla spinta del fare, stavo per dire dal dover fare, dal dovere di passare al prossimo, di provare se almeno con quello a qualcosa sarei stato utile, se un qualche risultato che non fosse la frustrazione e l’evidenza dell’assoluta impotenza sarei riuscito a conseguirlo. Anche minimo, impercettibile a tutti ma almeno non a me: un battito, un respiro, un occhio all’improvviso spalancato che sia pure per un attimo mi guardasse, anche senza dirmi niente, ma sì, sì, sono vivo, grazie a te sono vivo. O solo un lampo: sono vivo, e basta. Solo quello.

Nemmeno guardati li ho. Li ho soccorsi, manipolati, agitati, maltrattati, massaggiati, baciati, alzati, premuti, chiamati, coperti, bucati, spalmati, soffiati, stretti, scossi, ma non guardati: nemmeno visti. Ero troppo impegnato per guardarli, troppo vicino per trovare un angolo prospettico qualsiasi da cui osservarli. Gli abiti, la neve che cadeva o che alzavamo con i nostri movimenti, l’agitazione, l’urgenza, impedivano ogni osservazione che non fosse: respira/non respira, batte/non batte, qualcosa/niente si muove. E anche dei feriti non ricordavo nulla, allora, qualche ora dopo, ma già qualche attimo dopo averli soccorsi, perché una volta dati gli aiuti elementari indispensabili, verificato che non c’era pericolo immediato, fatti trasportare o scortati personalmente al coperto, al caldo e al sicuro, c’era sempre qualcosa di nuovo da fare, qualcuno da accudire, qualcun altro da raggiungere, una risposta da provare a dare, senza indugio, veloce, anche a costo di urtare chi scavava, scavalcando chi si era seduto, evitando di travolgere chi se ne stava fermo in piedi a guardare chissà dove pensando chissà che. E quindi nonostante mi sforzassi, non riuscivo a richiamare alla mente nessun lineamento, non dico un volto intero: neppure un dettaglio. Ferite visibili non se ne vedevano, sangue nemmeno, o pochissimo, e comunque non ricordavo, come non ricordo ora, e se anche ricordassi non ne parlerei, non descriverei niente e nessuno. Basta la morte. Nessun orrore che distolga il pensiero. Già da subito, appena ho provato a ricordare, non vedevo che una scena solo bianca, con il colore degli abiti, al massimo, o di qualche fronda o muro in lontananza che però la neve aveva velato, ingrigito e come assimilato a sé. E se pure qualcosa di concreto, anche nel ricordo, non è ineliminabile, lo scempio non deve offuscare la morte, niente la deve nascondere.

 

Chi desiderasse leggere tutto il racconto, può richiedermi il pdf via Facebook o a questo indirizzo:

luigi-grazioli@virgilio.it

 



05/03/18

Soldati morti 40'anni fa. | Il ritorno a valle (Una variante)



Quando siamo arrivati a valle era di nuovo buio, squarciato solo dalla luce giallastra dei fari delle jeep degli ufficiali e degli autocarri schierati ai fianchi della strada, nelle spianate e negli spiazzi accosto, nei cui fasci sfarfallava la neve che ancora cadeva o che il vento portava qua e là scuotendo i rami degli alberi vicini o spazzolando le rocce scoscese. Sulle jeep se ne stavano al riparo solo gli autisti, mentre i pezzi grossi erano scesi e facevano il saluto militare, impettiti, sull’attenti, alla nostra colonna che sbucava dal bosco e imboccava la stradina più larga di fondovalle. Noi eravamo distrutti dalla fatica e da tanta rabbia che, non ci fosse stato il vento, sarebbe bastata da sola a smuovere l’aria e a fare turbinare la neve tutto attorno. Un estraneo ci avrebbe visto una di quelle scene epiche hollywoodiane dove i sopravvissuti eroici ritornano in patria accolti da tutti gli onori, accompagnati da una musica struggente; invece io, allora, e anche ora nel ricordo, vedo solo lo squallore dell’inutilità di tanta morte e della prosopopea e idiozia di quella gente decorata e gallonata, per cui quella era solo una parata, l’occasione di qualche posa monumentale, della cerimonia del “rendere onore” che certo non era una farsa solo per chi lo riceveva ma anche per chi lo rendeva, ammesso che gli restasse un briciolo di intelligenza. Passandogli accanto, ma non proprio accanto, perché non si erano spinti fino ai bordi del sentiero, e tuttavia ancora a portata di voce, molti di noi hanno recuperato un po’ di forze nervose e quella voglia di parlare che, una volta usciti dalla trappola dell’alta valle sommersa dalla neve, ci aveva abbandonato, perché non c’era più nulla da dire, ogni parola, anche la più compassionevole e saggia, sarebbe stato solo una bestemmia come quelle, vere, che avevano costituito l’unico discorso lassù, e hanno risposto al saluto con una sfilza tale di ingiurie e maledizioni che una sola sarebbe bastata per finire sotto processo, in quel tempo in cui dire qualcosa contro l’autorità, quella militare soprattutto, e dirgliela in faccia, costituiva un grave reato, come ancora oggi del resto, che i miserabili benpensanti decerebrati hanno rialzato la cresta amplificati da tutti gli strumenti in possesso di coloro che li stanno sfruttando non certo a loro beneficio, oggi che insultare tutto e tutti è l’unica cosa che la maggior parte della gente sa fare, ridotta a puro fiele e bile e rancore scagliati sempre nella direzione sbagliata. Restavano, i salutatori, come statue sorde nella neve, alla luce dei fari, sperando che qualcuno li fotografasse o filmasse, per avere un ricordo di un momento glorioso, dopo averne prudentemente dimenticato l’occasione. Noi non avevamo più neanche la saliva per sputare.

05/02/17

Soldati morti quarant'anni fa (2 parte)





qui potete leggere l'inizio
http://grazioliluigimario.blogspot.it/2017/01/soldati-morti-quaranta-anni-fa-inizio.html


Affrontammo questi primi impegni con il cuore meno pesante, perché alla levata una remissione temporanea aveva fatto sperare che la bufera fosse finita, o almeno che si fosse attenuata tanto da consentire una marcia non troppo disagevole, ma già durante i preparativi il vento riprese a imperversare, trascinando ondate di neve non si sa se dal cielo o da terra o da entrambi. I montanari della truppa bestemmiavano ribadendo in tutte le salse terrestri e celesti che era una follia avviarsi con quel tempo su un versante così sguarnito e esposto, e un giovane tenente di carriera se ne era fatto portavoce con il maggiore, o capitano o tenente colonnello che fosse, guadagnandosi come compenso un cazziatone memorabile davanti a tutta la truppa, da lui accettato a testa alta, sull’attenti, senza aggiungere nemmeno una parola a propria o nostra discolpa, ma, immagino, con la coscienza a posto, ora. Come se la coscienza a posto bastasse.
Bisognava anzi sbrigarsi, accelerare le operazioni e partire anche prima del previsto, per evitare che la neve finisse per riempire il canale della pista che avevamo scavato, guastando tutto il lavoro di una settimana e obbligandoci a nuovi interventi per consolidare le pareti onde evitare smottamenti e per liberare i passaggi più intasati. Nonostante il rallentamento che il tempaccio avrebbe causato, dovevamo arrivare in cima al massimo a mezzogiorno, per poi scendere per un paio d’ore fino a una malga dove avremmo consumato in tutta fretta un rancio sommario e subito dopo proseguire per raggiungere la caserma sull’altro versante della montagna prima del tramonto. Era tassativo! Il programma andava rispettato, nei tempi e nei modi preventivati fin nei minimi dettagli, e se le condizioni erano più dure di ogni previsione, tanto meglio: più gloriosa sarebbe stata l’impresa, infinita la soddisfazione e incancellabile la memoria.
I fiocchi sfarfallavano innumerevoli alla luce delle lampade, fluttuavano in ogni direzione come se la gravità fosse stata abolita, solo per loro, con effetto immediato ed esenzione perpetua: scendevano e tornavano a alzarsi, si scontravano e univano e dividevano, poi deviavano e si perdevano lungo tutte le diagonali del buio. Nel cavo della pista si stava depositando uno strato di neve fresca che superava l’altezza degli scarponi e si insinuava tra il cuoio e la lana dei calzettoni, nonostante la pressione successiva dei muli e degli aprifila avesse stampato delle sagome profonde a cui adattare i nostri passi. Procedevamo al buio, alzando i piedi a fatica, la testa china contro la tormenta, stremati prima ancora di metterci in cammino, svuotati dall’umore nero e da un furore che si ripiegava in se stesso, senza sfogo, il sangue che si rifiutava di affluire alle estremità, la voce di uscire.
Era tutto scuro, ma anche quando giunse l’alba dal cielo coperto riusciva a filtrare solo un piccolo barlume di luce scura, che però pian piano si andava illuminando come dall’interno, o dal suolo, da sotto la neve, così che tutta la valle aveva preso quasi a luccicare, pervasa da un biancore tenue ma assoluto, che copriva e avvolgeva tutto, le cose, gli alberi, le poche rocce che sporgevano dalla coltre, la pista, mentre le nostre figure apparivano minuscole macchie sfuocate, puntini grigioverdi in rapida dissolvenza, in dissolvimento in tutto quel candore, come se anche la nostra materia si stesse sciogliendo per fondersi con tutto il resto, assimilata, resa nulla e pacificata.



Eravamo una lunga fila di sonnambuli, o piuttosto di ectoplasmi di sonnambuli, ologrammi a bassa definizione sempre in via di svanire, che scorrevano silenziosi su un binario nascosto nella neve: la rassegnazione incarnata, l’apoteosi dell’esercito, il sogno realizzato dell’autorità. Ufficiali inclusi però. A parte il maggiore, o capitano o tenente colonnello che fosse, che aveva un ruolo da sostenere, una sua dignità da sventolare nel vuoto. Anche se al momento si limitava a guardarci dallo spiazzo davanti alle malghe; non vedendo che il niente, peraltro – per dirla con un’immagine che ha l’unico merito di definirlo alla perfezione. Io, secondo gli ordini, stavo in fondo alla fila, seguito dal dottore, da un sergente maggiore che aveva firmato il prolungamento della ferma perché si era innamorato di una bellissima autoctona, che poi lo aveva addirittura sposato seminando grossi dubbi sul suo discernimento e facoltà limitrofe (l’entusiasmo con cui la famiglia aveva dato il suo assenso li aveva poi fugati tutti con una clamorosa controprova genetica), e dal sunnominato tenente, militare di terza o quarta generazione, figlio di un generale a tre stelle, imprevedibilmente intelligente e colto, che ogni tanto indulgeva a parlare di libri e cinema con il sottoscritto. Imprevedibilmente secondo la mia supponenza e i miei schematismi di allora.
Un giorno mi aveva rivelato, non so a qual fine, di aver letto Marx e di condividere alcune delle sue idee: alcune, non tutte; ma forse era solo una tecnica per farsi benvolere, un modo per strappare informazioni ben più compromettenti. Nella truppa pascolavano sovversivi o presunti tali; alcuni, in libera uscita, si incontravano pure con giovinastri locali dalle idee poco sudtirolesi. Si era nel febbraio del 1972. Tralicci saltavano su quelle montagne e altri stavano per essere vanamente minati altrove. A me il tenente sembrava sincero. Per nulla ingenuo, e sincero. Ma forse l’ingenuo ero io.
Io, come detto, stavo in fondo alla fila, unico soldato senza arma, con la fondina del revolver gonfia solo di una sagoma di legno, il bauletto dei medicinali sulle spalle, leggero leggero, e lo zaino legato al basto dell’ultimo mulo, assieme a quello del dottore, che mi seguiva privo di altri impedimenti al di fuori del suo corpo impacciato, piccolo e rotondo, non allenato, che aveva visto la neve solo da lontano, sulla cima dell’Etna, senza aver mai avuto il desiderio di toccarla con mano, mentre ora quasi vi sprofondava, con poco più del collo che sporgeva dalle pareti della pista, i piedi che si trascinavano a fatica, il corpo compresso sotto abiti pesanti che non era abituato a indossare, il freddo che mordeva la pelle che già a aprile si bagnava nel mare. Io ogni tanto gli rivolgevo la parola, per fargli sentire la mia presenza nel buio davanti a lui, al di là della parete di neve che vibrava davanti ai suoi occhi, per tenerlo sveglio, dispensargli un po’ di forza, come se io ne avessi in esubero, da gettare al vento delle buone intenzioni, come un bengala sparato nella notte, da consumare nella gloria dell’autocombustione.
Si camminava piano, i muli spesso si bloccavano e ci volevano i santi a smuoverli, i soldati inciampavano o finivano addosso a chi li precedeva non appena rallentava o prendeva una pausa. Di avvisare, chiamare, mandare un segnale qualsiasi mancava, più ancora delle forze, la voglia. Nessuno aveva intenzione di sprecare il fiato, di liberare la bocca dal passamontagna ed esporla al gelo. Nessuna parola gelata pioveva dal cielo. Nessuno prestava attenzione ad altro che a se stesso. Così spesso finiva per farsi del male, per perdere l’equilibrio, inciampare sull’altro e cascare a muso in giù nella neve.


 
La testa della fila era già nei pressi delle malghe superiori quando arrivò la notizia. Come una scossa elettrica di incredulità e di paura che fece schizzare il sangue, di colpo, verso la periferia a irrorare i muscoli gettandoli in un’agitazione frenetica senza altro scopo che il proprio scatenamento momentaneo, galvanico, e compresse tutta l’aria dai polmoni nella gola, ricacciata indietro dal panico a bloccare ogni gesto, per ristabilire una stasi immemoriale, il presunto equilibrio della materia inerte, la salvezza minerale. Una slavina ha travolto gli alpini! Venti, trenta...! C’è bisogno di tutto, pale, coperte, medicinali... Chiamate il dottore, l’infermiere, fateli passare, veloci! ...e avvisate il comando più vicino con la radio, chiedete aiuto anche a loro!
Non era così semplice fare in fretta, per noi... sorpassare soldati e muli! Il passaggio era stretto, la ressa grande, la confusione ovunque. Tutti volevano accorrere in aiuto, ma le pale erano contate, i muli non potevano essere abbandonati, e il pericolo che altre masse di neve seguissero la prima sempre incombente. Più di tutto serviva ordine, organizzazione: quello a cui avremmo dovuto essere più addestrati; quello che invece, in quei momenti, più veniva a mancare. Io e il dottore avremmo dovuto avere la precedenza, la strada libera, aperta al nostro passaggio, e invece incontravamo ostacoli a ogni passo, gente che si muoveva ubriaca, cadeva, procedeva a strappi, altri che dondolavano come in una preghiera meramente corporea, in una specie di inno disperato dell’anatomia, e i muli che si mettevano di traverso, contagiati dall’agitazione anche loro, zaini che cadevano tra i piedi, pezzi di obice che scivolavano a terra, da soli o con tutto il basto a cui erano fissati. Io ero un buon camminatore di mio e in più ora,  per essere stato gentilmente assegnato a tutte le sacrosante marce e esercitazioni, ero allenato, mentre il buon dottore, già scarsamente predisposto al movimento in condizioni normali, era alla sua prima vera uscita e in quella situazione si muoveva a momenti come dentro uno scafandro di acciaio, e in altri a scatti, come un robottino, cadendo a ogni passo, rigido, col solo sguardo vivo, ma di terrore. Allora lo prendevo per mano, lo rialzavo, e lo lasciavo solo quando sembrava che riuscisse ad avanzare con le sue forze, correvo avanti ma durava poco, non ce la faceva a starmi dietro, subito qualcuno mi chiamava, lui o un altro che nel frattempo si era interposto, e quindi dovevo tornare a raccattarlo, lo prendevo sotto le ascelle, per un braccio, e lo trascinavo, per abbandonarlo di nuovo quando le richieste di aiuto riecheggiavano più forti, più pressanti. Correvo, arrancavo, sostavo, mi precipitavo, ma una volta sul posto cosa avrei potuto fare io da solo? Che ne sapevo? A distinguermi da qualsiasi commilitone era poco più che la denominazione dell’incarico: aiutante di sanità. Aiutante! Poco più di un servo! Uno che dà una mano a chi sa e può, ma che da solo non è in grado di fare alcunché. Nient’altro che essere lì. Aiutare in qualsiasi cosa venga richiesto. Cercare, quantomeno. Tentare. Niente di più. Capace solo, al massimo, di eseguire ordini. Purché chiari, dettagliati.
Trovai la baita grande invasa dagli alpini scampati, sconvolti, frastornati, prostrati. In un angolo, vicino a un camino, sdraiati sui sacchi a pelo, sotto pile di coperte, c’erano quelli che erano già stati estratti dalla slavina, scioccati ma solo ammaccati, o feriti in modo leggero. Ragazzi che stavano verso i bordi e che quindi erano stati coperti da poca neve, e che in genere ce l’avevano fatta a venirne fuori quasi subito, da soli o con l’aiuto dei compagni più vicini. I due cadaveri recuperati sino a quel momento erano stati invece deposti in una malga più piccola lì accanto, la porta sorvegliata da una guardia armata, con l’ordine tassativo di far entrare solo gli ufficiali e il medico, quando fosse arrivato, per certificare il decesso. Non c’era niente che potessi fare. Nessuno aveva bisogno di me. Allora mi diressi verso il luogo del disastro. La slavina era caduta a pochi passi dalla spianata dietro le baite. Parte di essa aveva travolto il tratto che per 5 giorni avevo scavato io: dove stavo ancora il mattino prima, fingendo di rifinire i lavori, che non ne avevano più bisogno peraltro, e in realtà, appena potevo, seduto sul pastrano, nascosto dalle pareti di neve, a leggere il Fedone. Le belle fantasie sulla morte e l’anima e il resto. Quei teneri ricami.

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30/01/17

Soldati morti quarant'anni fa (Inizio)




A mezzogiorno il tempo aveva girato al brutto. La valle, da bianchissima, era passata al grigio, sempre più scuro nel precoce declino della luce. Poi ci sarebbe stato il buio più totale. Nero il cielo, nero l’orizzonte, nera la neve per terra, nera la neve che sarebbe caduta sulla terra nera di neve dal cielo nero. I lavori erano terminati verso mezzogiorno, così, dopo un veloce rancio sul posto con i viveri K, seduti sullo zaino protetti dalle pareti della pista che avevamo scavato per 5 giorni, potemmo tornare un po’ prima del previsto al mucchietto di malghe diroccate che costituivano il nostro accampamento. I più fortunati, tra i quali io, ci avrebbero messo un’ora, quelli all’altro capo dello scavo, almeno due: gente scelta apposta tra i più carogna e resistenti, contrabbandieri, papponi, artisti del coltello, picchiatori non fascisti, anarchici, contestatori e dissidenti generici e assoluti, ladruncoli, borseggiatori e via a scalare fino ai mansueti, o presunti tali, come il sottoscritto (presunti da loro stessi, s’intende). Alle mezzeseghe, o ai mezzo imboscati. I veri imboscati erano appunto imboscati: non lì e nemmeno nei paraggi.
L’atmosfera era allegra, perché avremmo potuto riposare e poi dormire un po’ di più. E ne avevamo tutti bisogno. La partenza era prevista per le 6, ma la sveglia era programmata per le 4 perché prima c’era la colazione da fare calda e abbondante, i bisogni da sbrigare, se possibile, intanto che non si era ancora infagottati e sigillati, l’accampamento da smontare, i muli da accudire e caricare (e da convincere a ubbidire) e tutta la carovana da organizzare. Infine si sarebbero avviati ufficiali, sottufficiali, soldati e animali in sequenze rigidamente prestabilite e da incanalare con i giusti intervalli nella pista, in fila indiana: tutte cose che richiedevano tempo. Lavarsi non era contemplato, per quei giorni; inscenarne la pantomima nella neve, in assenza di acqua corrente perché l’abbeveratoio era ghiacciato, era l’atto eroico dei più intransigenti, o fanatici, gente che ci teneva a sbandierare la propria virilità anche in quel frangente dove da sbandierare non c’era nient’altro, o un gesto aperto di sfida dei più ribelli o dei più cialtroni, a scelta. Io mi lavavo.
Di farsi la barba però non se ne parlava proprio: ci sarebbe stata l’opportunità la sera, ma eravamo sempre troppo stanchi, nessuno si azzardava a mettersi a torso nudo nemmeno al coperto e non c’era né acqua calda per insaponarsi né corrente elettrica per i rasoi. Le pile o erano consumate o erano riservate a cose più importanti: e poi chi aveva rasoi elettrici? Chi era così idiota da appesantire uno zaino con un rasoio o altra roba inutile? Io avevo tre libri, tra cui il Fedone, in vista di un esame.
Poi, con una marcia che, a seconda delle condizioni meteorologiche e di altre trascurabili varianti, sarebbe durata tra le 6 e le 9 ore, ci saremmo lasciati finalmente alle spalle quella prima durissima parte di campo invernale. Saremmo arrivati in una caserma, ci saremmo scartavetrati unto e fango sotto una lunghissima doccia bollente; avremmo riparato gli abiti strappati o scuciti, e io mi sarei rasato pelo e contropelo, fino alle radici, asportando anche l’ultimo invisibile strato di pelle morta, bruciata dal gelo e dal sole, tanto da non lasciare la minima asperità sulle guance, non rilevabile nemmeno dalla pressione della carezza più appassionata, benedizione che peraltro non riuscivo, allora, nemmeno a immaginare.
Prima della ritirata il maggiore (o capitano o tenente colonnello, o quel che era), ci illustrò a grandi linee quello che ci aspettava il giorno successivo senza entrare nei dettagli per non guastarci la sorpresa. Ricordo solo che disse: “domani sarà una giornata storica”, frase che allora attribuii certamente alla retorica militare, e che avrei subito dimenticato, come tutto il resto. Come si dimenticano i dettagli del nulla. Ammesso che ne abbia.
Si riferiva, l’oratore, se la memoria non mi inganna come fa a volte quando si accosta a punti dolenti, alla circostanza a suo dire epocale che quello “scavalcamento” non l’aveva mai tentato nessuno, da anni e anni almeno. Durante la guerra qualcuno probabilmente l’aveva effettuato, spinto dalla disperazione, braccato dal nemico, per raggiungere compagni lontani o salvare la pelle (o disertare), ma non ne erano rimaste testimonianze, e quindi...! L’idea era tutta sua! Aveva faticato a demolire la resistenza dei generali in capo e dei coordinatori delle diverse esercitazioni previste per quel periodo; alcuni all’inizio si erano opposti, altri avevano ironizzato, ma alla fine ce l’aveva fatta. Se i tempi ci imbandiscono una gioventù di femminucce, invertiti, drogati, lazzaroni e sedicenti rivoluzionari, noi mostreremo al resto dell’esercito, e al paese tutto, come raddrizzarli! Come farne dei veri uomini! Dei soldati!, per dirla con una sola parola. Con la parola definitiva! Così lo aveva sentito vantarsi in mensa ufficiali il dottore, non appena giunto il dispaccio del comando con l’approvazione del campo invernale. Aveva ideato lui il tragitto; lui aveva organizzato le tappe e tracciato sulle carte il percorso, che poi avrebbe conservato per sempre il suo nome, con il solo aggiornamento periodico del grado in seguito all’avanzata ineluttabile della sua carriera. Il suo personalissimo cursus honorum. Il suo gradus ad Parnassum, pace o non pace di questi tempi infami! Un classico sarebbe diventato! Un passaggio obbligato per ogni esercitazione dei secoli a venire! Se l’era studiato ben bene, lo scavalcamento. Non c’è spazio per l’improvvisazione in queste cose. Ci vuole gente seria e preparata. Gente coraggiosa!
I valligiani e gli spalloni che stavano servendo la patria nella nostra caserma (che, con mortificante sorpresa, ho scoperto essere qualificata come punitiva non appena mi ci sono trovato assegnato, senza avere nessuna colpa da espiare se non quelle strettamente ontologiche) gli avevano detto che, mentre la prima parte del tragitto era stata scavata sul versante protetto della valle, la seconda, passati dietro la malga grande, era tutta sul lato sbagliato della montagna, quello più esposto, che scendeva a strapiombo senza un’ombra di vegetazione, e quindi più pericoloso, ma lui non gli aveva dato ascolto. Che ne sanno di sicurezza quegli analfabeti! Non saprebbero leggere una mappa nemmeno in scala 1:1! E tutto era filato liscio, che meglio non si poteva. Fino a oggi anche il tempo ci aveva assistito e avevamo sì lavorato al gelo, ma almeno all’asciutto. All’asciutto nella neve. Confortati dal tepore dell’astro luminoso!, disse a sigillo conclusivo. Per saldare la bara dell’orazione. Scemenze così... insulsaggini professionali.


Il tempo infatti ci era stato propizio per tutta la settimana, dopo la nevicata della marcia notturna di 26 km che aveva gloriosamente inaugurato le tre settimane di campo invernale, e l’altra di qualche giorno dopo quando avevamo raggiunto le malghe salendo per non so più quante ore fino a quasi 2000 metri, dai 600 della base, e con i muli da convincere a passare per strettoie che non erano più nemmeno mulattiere, ma tratturi da capre, tracciati fantasma col terreno scivoloso, radici nascoste nella neve o appena affioranti a sgambettare gli affaticati e i distratti, alberi cresciuti di traverso, o piegati o spezzati dal vento o dal tempo, tratti di strada ai margini di scarpate perpendicolari (“precipizi” suonerebbe una vanteria), pezzi di obice mal legati che cadevano dai basti, muli che si ingegnavano a dire la loro, sempre più forte,  inascoltati, e anzi bastonati, come i cocchi di mamma che si lasciavano cadere tra la neve, magari scegliendo accuratamente dove era più alta e soffice, giurando che da lì non si sarebbero mossi, sollevati per le ascelle e spinti avanti a calci in culo; mentre io salivo in tutta scioltezza, il passo elastico e dinoccolato, esibendo un’oltraggiosa nonchalance. La prospettiva di un riposo più lungo era poi cresciuta di almeno un’ora in seguito all’arrivo imprevisto alla grande malga superiore, mentre ancora stavamo ultimando i lavori, di alpini di un’altra caserma, che ci avevano chiesto di lasciarli passare approfittando dei nostri scavi perché avevano dovuto modificare all’ultimo momento il loro percorso, pare a causa di uno smottamento o di una slavina in una valle vicina. Erano più leggeri, senza muli o pezzi d’obice da trasportare, senza altro ingombro che gli zaini. Alpini semplici, mica artiglieri di montagna come noi! Se anche fosse nevicato, avrebbero liberato il passaggio ben prima del nostro arrivo e in più ci avrebbero pressato con i loro passi la neve fresca che minacciava di cadere già dal pomeriggio, come effettivamente successe.
Il capitano (o il maggiore o il tenente colonnello o quell’ecc. che era) aveva fatto buon viso a cattivo gioco, perché anche lui era stato avvisato all’ultimo momento, con ordine tassativo di obbedire, e ce lo aveva comunicato senza risparmiare complimenti sferzanti sul corpo, di cui peraltro facevamo parte anche noi artiglieri, sia pure in qualità di figli minori (trascurati, reietti!), sulla compagnia, gli ufficiali e i soldati, che sarebbero poi i meno colpevoli, che ci erano passati davanti. Non si può organizzare un campo in questo modo! Arrivare a uno scavalcamento, non si dice senza dottore e infermiere che quelli va be’, ma anche senza pale e picconi, con l’attrezzatura ridotta ai minimi termini. Il cervello l’avranno portato o pesava troppo anche quello? Ammesso che non sia una camera d’aria e basta. Rideva da solo delle sue battute esilaranti. Con qualche flebile eco dovuta a un paio di ufficiali di complemento. A crepapelle, rideva. Non ce la faceva a trattenersi. Un peccato mortale, per un oratore. Va capito: troppa adrenalina. Non avrebbe dormito, sicuro come l’oro. Ne aveva meno bisogno di tutti, del resto, essendo rimasto nel suo alloggio in caserma fino al giorno prima e avendo percorso a piedi solo l’ultimo sentiero.
Speriamo che la pista non venga rovinata, concluse, dopo aver ritrovato, per un attimo, un po’ di fiato. Alcuni soldati risero. (Lui li guardò stranito.)

Durante la notte la nevicata si era trasformata in bufera. O così sembrava dai sibili del vento attraverso le fessure dei muri diroccati e gli squarci del tetto, con folate che crescevano di intensità e rumore passando dalle finestre vuote e rimbalzando contro le pareti sconnesse e portavano fino ai nostri nasi e ai capelli che sbucavano dai sacchi a pelo dei fiocchi la cui origine e entità nessuno osava verificare, e che si poteva solo immaginare alla debole luce di qualche pila proiettata contro il soffitto e le feritoie delle finestre tra un sonno e l’altro, sonni corti, leggeri, subito interrotti dal freddo e dall’ansia, dal mormorio dei compagni, dai sospiri e da un grido strozzato che qualcuno non era riuscito a reprimere del tutto o da quelli volontari emessi ogni tanto dai più furiosi, o dal rivoltolarsi di quelli troppo stanchi anche solo per assopirsi. Nessuno riusciva a dormire davvero. Ci saremmo alzati tutti con le ossa rotte, la testa pesante, i muscoli indolenziti, ancora gonfi di acido lattico non smaltito, imbastiti e legnosi, senza sapere con quali risorse avremmo potuto affrontare la fatica e lo stress che di sicuro ci attendevano l’indomani. Avremmo sistemato lo zaino alla benemeglio, strofinato le stringhe gelate durante la notte per poterle allacciare, e poi ci saremmo infilati gli scarponi, avremmo indossato il pastrano, bevuto qualcosa di caldo che nel frattempo qualche santo ci aveva preparato, con i guanti, il passamontagna e il cappello già addosso, e infine svolto a memoria le nostre rispettive mansioni, con sicurezza, ginnici!, e ci saremmo disposti in ordine, per essere pronti senza esitazioni al comando di partenza che sarebbe arrivato ad ora incerta, ma sempre troppo presto, quando in molti per questo o quel contrattempo non avrebbero ancora finito di sbrigare i loro doveri e bisogni. Come detto io ero fortunato perché sarei partito in coda, e quindi avrei avuto una mezz’ora in più a mia disposizione, ma c’era sempre qualche graduato a farmi fretta, a ricordarmi che ero come gli altri, come tutti, e anzi peggio di tutti, a inventarmi lì per lì qualche compito che mi facesse scontare il delitto di essere come ero: di essere chi ero. 



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