Che a me se vanno in giro a fare i
controlli, mi fa solo piacere. E quindi ieri sera, quando è arrivata la squadra
al completo, li ho accolti tutti a braccia aperte, che oltretutto ho una bella
apertura e ci stanno in parecchi, anche se un po’ di spavento me lo sono presa
lo stesso, sul momento. Perché più che entrare, hanno fatto irruzione, e si sono
distribuiti così rapidi nei posti strategici che se volevano fare un massacro
senza lasciare superstiti, non ci sarebbe stata nessuna differenza. Tanto che
io ho guardato se qualcuno aveva un’arma in mano o nascosta sotto il cappotto
come nei film, e sono raggelata, già che ho la tendenza a sentir freddo di mio,
perché sicuro che dei clienti nessuno era armato o avrebbe reagito, men che
meno io. Che, senza essere fifona, ho una predisposizione innata per la pace,
anche se poi, se qualcosa mi importa, non mi tiro certo indietro a sostenere le
mie ragioni. Sempre in modo lecito, sia chiaro. Fino ai bordi, magari, ma
rigorosamente dentro.
Due si sono messi alle porte e hanno sbarrato e sigillato tutto ancora prima
che si capisse cosa stava succedendo. Uno grosso come un orango si è piazzato
davanti a quella d’ingresso, che bastavano le sue spalle a occuparla tutta,
mentre il secondo ispettore, o subordinato, o scagnozzo, o impiegato,
vattelapesca…. si è precipitato a quella della cucina e traccagnotto com’era, e
con la panza anzi, ha rovesciato al passaggio una padella con il manico che
sporgeva e un vassoio con tagliata, rucola e patate al forno, ma mica s’è
fermato, altro che chiedere scusa! Effetti collaterali del dovere. Infine un
terzo è corso alle toilette a controllare che non succedesse niente di losco e
nessuno se la desse a gambe attraverso la finestrella schermata sotto il
soffitto, dato l’alto numero di contorsionisti e artisti del digiuno tra i
nostri avventori abituali, senza contare i puri spiriti. Che un paio ce ne
sono, non dico per vantarmi.
Io ero al banco, con il libro aperto accanto alla cassa per non perdere neanche
un secondo non appena si presentava una pausa. Sono sempre indietro con gli
impegni e le scadenze, a cominciare da quelle immaginarie. E’ che ho accumulato
ritardo fin dall’inizio, ormai irrecuperabile, mi sembra. E’ il mio peccato
originale: giusto per non essere da meno di tutti. Per essere umana. ‘nzomma…
Davanti a me si son piazzati invece i due che comandavano, un uomo e una donna.
E’ l’epoca della parità. Lui era alto e secco, con l’aria ascetica che si
addice al ruolo, anche se poi magari il grasso ce l’ha immagazzinato chissà
dove, che so? in Svizzera, presso qualche parente, che uno almeno lo abbiamo
tutti anche lì, da emigranti che siamo sempre stati; la donna invece una
rotondetta di mezza età, ma con la cera di chi sta male ma non lo vuol dare a
vedere e proprio per questo lo rivela ogni minuto di più, di un colore sul
bianco-viola da far spavento, che anche l’età ci scapitava, tanto che uno
pensava subito alla zona menopausa e magari aveva solo 37 anni, quindi
addirittura meno della mezza età, e poco più della mia, che pure, sia detto per
inciso, sembravo sua figlia, con i cromosomi del padre però…
Beh, vengono lì al banco e mi chiedono chi comanda qui e io, anche se non è
proprio esatto, gli ho risposto che ero io. Perché insomma, mi tocca fare più o
meno tutto io una sera sì e l’altra pure, con al massimo l’aiuto del ragazzo in
cucina il weekend e della mia amica Vanessa che ogni tanto viene a trovarmi e
porta il vino ai tavoli tanto per fare due chiacchiere con la sottoscritta e
bere un buon bicchiere o due (o tre) in compagnia, gratis ovvio, essendo che
per i due padroni, o forse uno solo ora (si sono lasciati qualche mese fa),
questo è un guadagno accessorio e hanno ben altre attività da curare, e
soprattutto ben altra voglia di divertirsi, la sera, visto che se lo possono
permettere eccome! Che per togliersi anche questo fastidio, mi hanno persino
proposto di diventare socia a una cifra più che ragionevole, visto che ormai la
baracca è quasi tutta sulle mie spalle, ma io no che no!, gli ho detto, perché
certo avrei da guadagnare niente male rispetto alle mie entrate attuali, come
pure a quelle presumibili a breve e medio termine, ma poi dovrei stare occupata
giorno e notte, quasi, e io la vita non la voglio inscatolare qui per quattro
soldi in più, trovarmi con i piedi nel cemento e i sogni sigillati. Per dire…
Facciamo che sono io, gli dico allora; benvenuti! L’uomo mi guarda storto, che
si figura che lo prendo in giro, che è l’ultima cosa che vorrei, specie in
queste circostanze che se hanno voglia di rognare non ci mettono niente a
fregarti, come quelli dell’ASL prima che arrivi il titolare A a parlarci di
persona. Il titolare A (il B, o l’ex B un po’ meno) ha doti retoriche che io me
le sogno, con tutto che sono dottoranda in filosofia. La pertica manda la
donna, che allora è una vice, alla faccia della parità, tra i tavoli, assieme a
un altro con una faccia, lui, così normale che prima non mi ero nemmeno accorta
che c’era, a controllare gli scontrini e le ricevute di quelli che avevano
appena finito e si apprestavano a partire, mentre ora sono prigionieri e una
con un cappotto firmatissimo grida che quello è un sequestro di persona bello e
buono e domani la fa lei la denuncia, nonostante il suo accompagnatore la
supplichi sottovoce di darsi una calmata che poi lo viene a sapere il marito.
Controllano i numeri degli scontrini, la corrispondenza delle cifre con i piatti
e i bicchieri sui tavoli, fanno una loro aritmetica, tutta a mente!, tabelle e
grafici inclusi, e chiedono di esibire un pezzo di carta anche a chi è appena
arrivato o ha intenzione di consumare altro in aggiunta a quello che ha davanti
a sé. Vogliono lo scontrino preventivo. Fanno il conto congetturale, per dirla
con Borges. Intanto lui viene dietro il banco e mi fa aprire la cassa. E’
distaccato ma gentile. Piego la testa di lato e sgrano gli occhi, che di solito
funziona coi maschi, ma lui non se ne accorge nemmeno. Con permesso!, mi fa.
Prego! Fruga dentro e sotto e accanto, conta i soldi, sequestra il rullo, fa
due mucchietti con le ricevute delle carte di credito e del bancomat, esamina
le copie delle fatture, conta gli avventori, i bicchieri e i piatti sui tavoli,
li somma a quelli nei lavelli, anche quello della cucina che si vende anche da
qui che è vuoto, e al contenuto della lavastoviglie, che però, purtroppo, è
sprovvista di contatore.
Io sono tranquilla, uno perché faccio sempre le cose in regola e due perché,
come già detto, non è roba mia. Anche se ci tengo, sia chiaro, non solo perché
sono amica del capo A ma soprattutto perché ho una mia coscienza. E pure tosta!
Mi offro persino di dare una mano come posso, ma lui mi intima di stare quieta
e tante grazie. Colgo l’occasione per esercitare il mio versante contemplativo,
e mi accomodo sullo sgabello con il libro in mano, prima che mi sequestri anche
quello, che tra l’altro è della biblioteca di anglistica. Prima lo scrolla e
esamina ben bene però. Non sia mai che c’è qualche messaggio cifrato, documenti
scottanti nei risvolti, tanto più che è scritto in modo incomprensibile.
Dopo un po’ arriva la donna a fare un primo resoconto. Ha una faccia che ho
paura che mi schiatti da un momento all’altro e allora sì che sarebbero grane!,
per cui le chiedo se desidera una camomilla. Non posso!, ribatte subito lei,
irrigidendosi come un palo. Eh, mica rischio l’ergastolo per una corruzione da
camomilla, dico io senza far pesare la mia ironia. Sono delicata, io. E poi la
donna mi fa davvero pena. Sono preoccupata… mi identifico. Mi prende il virus
dell’empatia, altro che distacco professionale! Via, le dico, se proprio, me la
paga, con regolare scontrino. Il bifolco chilometrico finge di non aver
sentito: credo che sia il massimo della sensibilità che gli è concesso. Sul
lavoro perlomeno. A casa è di sicuro un giuggiolone! Sono tutti cosi. Sanno
piangere.
Subito dopo però, va in cucina a dare una mano a quello che aveva fatto il
guaio lì dentro. Non so se l’ha fatto apposta, ma io ho apprezzato. Senza
aspettare la risposta, scendo dallo sgabello e vado alla macchina a preparare
l’infuso. Ne ho proprio di buoni! Metto la tazzina sul bancone e accanto la
teiera, poi torno a sedermi, voltata anch’io dall’altra parte per evitarle l’imbarazzo.
Gentilezza chiama gentilezza. Che se poi lei non la tocca, la bevo io. Come
faccio ogni sera, peraltro. A me la camomilla mi calma, ma mi tiene anche
sveglia. A qualcuno fa questo effetto. Pochi, ma ci sono. Non lo pubblicizzano
però, altrimenti molti non berrebbero più il tè o il caffè. E allora addio
commercio!
Gennaio 2012. Grazie Anna!