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13/08/23

Marcite e gru danzanti

 

A Magenta scende solo gente brutta. L'unico con un bel fisico, alto snello e forte, ha il viso devastato da ulcere e croste, dalla fronte al collo, evidentissime anche da lontano nonostante la pelle molto scura. Indiano, cingalese...

Quelli che sbucano dal sottopassaggio, come il vecchio seduto, o piuttosto accasciato, sulla panchina accanto alla sala del capostazione, hanno il corpo sfasciato, non meno dei loro volti e delle relative espressioni. Gli occhi del vecchio sono vuoti, ma non vacui: pieni di un terrore sordo, anzi; di un panico ignoto. Pieni di tutto ciò che li ha disertati e della sua stessa diserzione, di cui non è sopravvissuta neppure la memoria.

 

Appena lasciata la stazione, è uscito il sole e sono cominciate le marcite, verdissime.

In una saltella contento, con l'alterigia del signore e padrone per diritto divino, un airone bianco. Un ectoplasma di pura luce, in tutto quel verde. Poi ne vedrò altri, qua e là, ma sempre e solo uno per riquadro di marcita. Anche cinerini, o garzette.

A destra, oltre gli alberi e la velocità, non so se la sagoma sfumata del Rosa o nubi in dissolvimento, puri riflessi.


Una volta, proprio da queste parti, in un prato accanto all'autostrada, ho visto delle gru impegnate in strane movenze, a metà tra un balletto e gli spasmi da avvelenamento. Ho accostato e sono rimasto parecchi minuti a osservare quella loro danza goffa, asmatica, fatta di saltelli, interruzioni, riprese e esitazioni sincopate, senza costrutto, affannata anche quando, per pochi attimi, aprivano le ali in tutta la loro maestà e le sbattevano con energia senza peraltro levarsi da terra, emettendo versi strazianti, che però potevano essere anche di gioia, di seducente richiamo, come annunci di orgasmi strozzati, gutturali: eppure incantevole, ipnotica. Era la prima volta che le vedevo dal vivo, così vicine. Enormi, mi è sembrato. Più grandi di me. Ridicole e commoventi. Belle. Belle per il semplice fatto che c'erano. Che erano lì, erano loro e erano così.


15/03/19

Parlare con i cani




La meravigliosa essenzialità della lingua di coloro che vivono con i cani, e gli animali in genere! Non dico ‘padroni’ perché chiunque può accorgersi che in poco tempo si sviluppa una felice dipendenza che capovolge i ruoli, o li pone su un piano di tale adeguamento reciproco da rappresentare una delle manifestazioni più auspicabili della parità nella più radicale differenza. O presunta tale.
Tutti i discorsi superflui vengono meno, il vocabolario si riduce, torna alle origini, a dire la vita nei suoi fondamenti, pochissime parole, qualche sostantivo e aggettivo elementare e alcuni verbi perlopiù all’imperativo (o all’ottativo, se ci fosse in italiano: ma nel canino c’è), solo per esprimere le relazioni essenziali: invito, ordine, saluto, affetto, rimprovero, richiamo… più un’altra decina per gli esemplari più evoluti, o presunti tali, per i più raffinati, che magari hanno passato le forche caudine della scolarizzazione, per esprimere sfumature, azioni non del tutto naturali (Salta! Porgi la zampa!, fino al tristissimo Balla!), e un’altra dozzina quando, rivolgendosi all’animale, in realtà gli esemplari umani parlano a se stessi, abbozzano per il loro tramite l’unico discorso che sono in grado di fare a se stessi, la riflessione interiore che per il resto ignorano, che solo l’animale favorisce e innesca. Allora riescono a esprimersi, a confessare, a dire il mondo, sicuri di essere capiti, perdonati al di là del perdono. Cioè amati. Poche parole per riuscire talvolta ad amarsi attraverso il loro amore.
Loro, i cani, fingono di capire (o viceversa fingono di ignorare); ogni tanto danno il contentino, ma perlopiù guardano con affetto e indulgenza quegli esseri che solo con loro stanno davvero bene, e si limitano pertanto a essere se stessi, esattamente quello che sono e niente più, e a farsi fin dove è possibile i loro comodi. Dei quali fa parte anche per l’affetto. Sembra che anche loro ne siano appagati.
È l’incontro, come dicono i cinici dell’amore, di due solipsismi. Perfetto, rarissimo. E quindi davvero amore, perché qualunque cosa sia perfetta, dell’amore è una forma.




07/10/18

Tintoretto a Palazzo Ducale. 1 - La creazione degli animali



Va bene, ora passiamo a qualcosa di più serio.

Sono andato a vedere la mostra di Tintoretto a Palazzo Ducale. Niente di che. Accanto a pochi bei quadri e disegni mai visti, ce ne sono altri ampiamente visti in musei italiani (e alla stessa Accademia di Venezia, lì a due passi) e Europei. Niente in confronto a quello che si può ammirare facendo un giro in città. Per non parlare di quanto racchiude lo stesso Palazzo Ducale, che però, per immensità e tipologia di opere, più che lasciarsi osservare e ammirare, stordisce. A meno di tornarci più volte e di dedicare varie ore quasi a ogni sala, dotandosi di binocolo e di collare per reggere la testa sforzata verso l’alto. Quindi lasciamo perdere.
Il primo quadro che si incontra, sulla destra, nella prima sala, è, molto convenientemente, un quadro sulla creazione. “La creazione degli animali”, per la precisione. Un’opera del 1550-53, cioè del Tintoretto poco più che trentenne (è nato il 29 aprile del 1519: da qui i festeggiamenti per il cinquecentesimo anniversario, che come al solito cominciano già l’anno prima, perché se no si corre il rischio di perdere qualche treno, in Italia notoriamente in ritardo, come ho avuto modo di verificare io stesso ieri, perdendo una coincidenza, ottimisticamente studiata – siamo sempre in Italia – con uno scarto di 6 minuti: ripeto, 6 minuti… Amen), e arrivata lì dopo un brevissimo viaggio dalle pareti dell’Accademia. È un’opera, sembra, tra quelle numerose che il pittore ha sempre fatto per le pareti delle confraternite, grandi e piccole (come quella di San Rocco, che è una delle meraviglie del creato che, lo confesso, la prima volta che ci sono entrato mi ha fatto piangere), di fattura in questo caso non eccelsa, o quantomeno non accurata (magari era appeso in alto). Nel quadro, un Padreterno canuto e barbuto, ma dalla pelle giovanile e dal gesto insieme deciso e delicato, domina, circonfuso di luce, il centro della scena, in volo appena sopra la superficie terrestre. Sotto di lui alcuni animali, in particolare un cane che lappa l’acqua del mare, che a quanto pare non è ancora salata; o se lo è, lui lo scoprirà presto. Sono tutti gesti aurorali, i primi dopo l’origine. Davanti al Creatore i pesci nel mare, uno per tipo, e gli uccelli per aria (cigni, anatre, beccacce…) sono ordinati in vere e proprie squadriglie che vanno all’assalto del margine sinistro del quadro, verso il cielo e il mare aperto, come sospinte dal suo gesto, ma contromano rispetto al senso normale di lettura, cosa che tuttavia invece di ostacolare la percezione del movimento sembra accentuarla, mentre in alto a destra, sotto due oche selvatiche (credo) attardate, la testa di un unicorno un po’ allarmato sorveglia che tutto sia fatto a puntino, e sotto di lui, in basso a destra, dove di solito la lettura, anche dei quadri, termina, la testona di una mucca sbircia lo spettatore, come fa in genere l’autoritratto del pittore, forse a mo’ di suo rappresentante, o alter ego, con un occhio sorpreso, umido e un po’ impaurito, come spesso capita a quei bravi animali quando un mostro sconosciuto, bipede, si avvicina e, ricambiando lo sguardo, li scruta con un fondo che non manca mai di essere minaccioso. Qui il mostro non c’è, ma non dev’essere lontano. Come la fine, quasi sempre nota. Anche alla mucca stessa, in qualche modo, già nel momento di venire al mondo.

(E come un bravo soldatino, al passo con la mia squadriglia mentale, anch’io mi appresto a compiere il mio dovere, incontro alla  mostra con animo gagliardo.)

25/09/18

Lo scoiattolo e i curiosi




C'è uno scoiattolo morto in mezzo alla strada. Due pensionati, uno con cappello floscio bianco da pescatore, l'altro con la pancia, si fermano a guardarlo. Uno si avvicina, con le mani dietro la schiena. Non è un topo, fa. È uno scoiattolo. E si china, sempre con le mani dietro la schiena, a scrutarlo meglio. Il pelo mosso dal vento, la testolina schiacciata... Bisognerebbe tagliargli la coda, dice l'altro prudentemente rimasto sulla ciclabile.
Accelero il passo.

31/08/18

Gnomo con cane



C'era questo ometto di 75-80'anni, piccolo come uno gnomo, con la faccia e l'espressione da gnomo, ma senza cappello e barba da gnomo, e che quindi forse gnomo non era, o lo era ma adattato ai tempi moderni, mimetizzato, forse vergognandosi, chissà perché, di esserlo, invece di andarne orgoglioso, di essere ancora vivo, e vivo da gnomo, in un mondo dove per gli gnomi sembra non esserci più posto, se non in senso morale, nell'avvilimento di una condizione universale schiacciata, ridotta ai minimi termini... va beh, dicevo, c'era questo ometto vecchio vecchio e piccolo come uno gnomo, che teneva un bastone nella destra e un guinzaglio nella sinistra e camminava con passettini frenetici, ma così brevi che il tacco del piede in movimento non superava mai la punta di quello fermo, di modo che, nonostante il ritmo frenetico, sembrava fermo. Ma lo stesso diceva ogni due metri al suo cagnetto (un cane da gnomo) che indugiava nell'erba che costeggiava la pista pedonale accanto al campo da calcio che un innaffiatore automatico stava bagnando, lanciando i suoi spruzzi estremi fin lì abbastanza da creare una parvenza di frescura: "Dai, muoviti, muoviti! cosa cerchi ancora? muoviti..." senza capire che lui indugiava solo per essere richiamato, che restava indietro per misericordia, per amore.

17/08/17

Voglia di essere un verme



Vedere quattro stracci di stelle, come in queste sere, è già un miracolo, qui. Ma mettiamo che uno voglia sentirsi un verme, non more solito, ma alla grande, schiacciato dall'universo, che fa? Ora che arriva in alta montagna, o in mezzo al mare (o al deserto!), gli passa la poesia. Sempre che ci sia sereno, poi. Sentirsi un verme da poveracci! Neanche un verme: un quasi verme.

09/06/17

La perfezione, la cattiveria, Rembrandt, Federico De Leonardis, il sottoscritto e i lumaconi (senza tralasciare Duchamp)


Dopo la pubblicazione dell'ultimo post, La perfezione come scusa:
http://grazioliluigimario.blogspot.it/2017/06/la-perfezione-come-scusa.html

Il buon amico Federico De Leonardis mi posta questo commento su Facebook (con preghiera di pubblicarlo a commento sul blog. Copio anche qui per comodità:)

Tutto Grazioli in 25 righe: la modestia fatta scrittura, un lumacone senza guscio che ritira gli occhi quando arriva una macchina a schiacciarlo sull'asfalto. Potrebbe avere culo e arrivare all'umida erbetta dall'altra parte della strada: un terno al lotto. Potrebbe, sarebbe, vorrebbe, avrebbe... tutta una serie di condizionali che ci fanno precipitare nella profonda tristezza che emana dalla stanza di un povero pittore del seicento olandese che per un attimo ha un'intuizione: niente ha valore se non quest'istante qui, questo specchiarsi nella mediocrità, nella sporcizia, nelle scrostature dei muri, nell'ombra del mio strumento, il cavalletto.
Pardon, la penna ( meglio oggi la tastiera del digitale).
Perfetto.
Vorrei ricordarLe però, caro Luigi Figueroa, che Rembrandt era ricco, potente e prepotente e che aveva quella cattiveria che Lei ha dimenticato di possedere e che io, Federico De Leonardis, apprezzo più di ogni altra sua qualità artistica.

RISPONDO Io
In quel periodo Rembrandt non era ancora ricco e poi finirà povero. La cattiveria c'è cher monsieur Federico De Leonardis anche in questo stesso pezzo. Non importa chi ne è l'oggetto, che lei, peraltro con una certa pertinenza (ma sostanzialmente anche no) legge in modo personale, quasi che si parli del sottoscritto sdoppiato in un Quiroga che scrive e in un Figueroroa che ne sarebbe l'oggetto. Tutto vero, e limitatissimo, cioè falso

FDL commenta il commento:
Tanto per stopparla lì, Le risparmio la mia risposta (pertinente, pertinente...), se pubblicherà il suo post sul lumacone (a meno che non l'abbia già fatto)

LG (io) gli obbedisce mettendo tutti i link (sono 4 in tutto:
http://grazioliluigimario.blogspot.it/2014/01/luce-di-ferragosto.html
http://grazioliluigimario.blogspot.it/2014/08/lepopea-dei-lumaconi-continua.html
http://grazioliluigimario.blogspot.it/2014/09/bruco-oblomoviano.html
http://grazioliluigimario.blogspot.it/2014/10/quattro-minuti.html
(ps. le immagini che vedete qui sono tratte da quest'ultimo)

dopo alcuni giorni FDL mi scrive di nuovo (vole metterlo a commento, ma è troppo lungo e non viene preso: per questo viene messa qui tutta la spataffiata al completo...)


Uno sguardo dal ponte: riflessioni su Rembrandt digitale, lumaconi e Duchamp

Per la lettura di questo post rimando a quello di Luigi Grazioli, pubblicato qualche giorno fa (La Perfezione come scusa, su grazioliluigimario.blogspot.com ), al mio commento e alla sua risposta,  sullo stesso.

Caro Luigi, mi scuso del peso aggiuntivo di cui ti carico costringendoti a questo dibattito (con tutto quello che hai da leggere!), ma precisione vuole che io non mantenga la promessa di non replicare alla tua risposta se tu avessi pubblicato la storia del Lumacone; cosa che puntualmente tu hai annunciato di aver già fatto (naturalmente hai mangiato la foglia della mia sollecitazione, che serviva ai tuoi lettori per capire il mio ragionamento sui  pericoli dell'attraversamento stradale da parte di esseri lenti, ai quali penso apparteniamo entrambi).

Figueroa giustamente replica che chi scrive è anche Quiroga e Monsieur De Leonardis ora qui (ma anche quando ha scritto il suo commento) teme addirittura che potrebbero saltar fuori anche  Ricardo Reis,  Alberto Caeiro, Bernardo Soares ecc. Quindi è perfettamente cosciente della cattiveria che ha esercitato insinuando che Grazioli avesse fatto un autoritratto. Ma era a fin di bene, per  invitarlo a esercitare con più decisione la sua non solo letterariamente (come aveva fatto prendendo per il culo i perfezionisti). E c'è riuscito, vista la reazione un po’ scomposta:

Infatti sei scivolato su una buccia di banana: intanto Rembrandt a 23 anni non era povero: il papà mugnaio apparteneva alla classe media benestante e colta (come insegna anche Il formaggio e i vermi) e poi lui, dopo dieci anni di lavoro (si cominciava prestissimo allora a non fare i bamboccioni) era già ufficialmente un maestro, con tanto di bottega, molte commesse da parte di potenti ammiratori e alla vigilia di partire per Anversa (citazione da Benn), pardon Amsterdam, per avere già da subito là uno studio affollato di allievi, tutti paganti fior di fiorini e ansiosi di apprendere la sua maniera. Non era affatto povero e, se non posso mettere la mano sul fuoco circa la sua cattiveria, posso affermare che era un artista perfettamente cosciente del proprio valore e molto deciso a valersene con una certa prepotenza. Virtù dubbia la prepotenza, è vero: i lumaconi non si spintonano, al minimo urto ritirano le antenne e si arrotolano su se stessi, aspettando il momento giusto per ridistendersi e, avanzando, lasciare dietro a sé la famosa bava, preziosissima non solo in letteratura, ma letteralmente (scusami il jeu de mot, ma recentemente a causa della persistenza di una tosse secca mi son sorbito uno schifosissimo sciroppo cavato da quella: informatevi coi vostri whatsapp se dico balle!). Adottarla o meno è una scelta legittima, un po' autolesionista nel secondo caso, ma legittima e affonda le radici nella propria storia infantile.
Non è questo che volevo ribattere parlando di banane, ma il fatto che, diffondendo cultura (i social lo sono per antonomasia), condisci i tuoi interventi con foto e immagini varie ai tuoi post e lo fai con competenza e pertinenza: non sono il solo a dimostrarla nel campo avverso - sottolineo l'aggettivo, ma la tua riproduzione dell'autoritratto è decisamente troppo scura). Che male c'è? Dirai. Già. Evviva facebook, evviva il digitale, evviva l'immagine piatta, elettronica e con la luce da dietro: è tanto democratica! Ma noi siamo snob, subiamo molto la attuale democrazia e amiamo quella diretta (democrazia e luce), riflessa, opaca e tangibile (ti ricordi la mostra di Chardin a Ferrara?).
No, siamo seri, non ho nulla contro le tue immagini, fai bene a condire i tuoi scritti, del resto perfettamente autonomi e indipendenti dalle stampelle visive, ma l'altro giorno, aprendo la tua rivista (00 Doppiozero) mi capita di  scorrere (confesso di non aver avuto la pazienza di leggerla attentamente) l'esegesi di un'esegesi: indovina su chi? Ma sì, naturalmente il solito Duchamp. L'esegeta, l'ultimo della serie infinita, era tuo fratello e dell'esegeta dell'esegeta non ho avuto cuore di ricordare il nome: a' nen pei pu (al mio paese: non ne posso più!).
Tornando a noi allora: Rembrandt  non era povero (anche se in vecchiaia, per speculazioni finanziarie andate a buca lo era diventato), ma la stanza in cui si ritrae (pare proprio che quel 25x32 sia veramente suo e non di Jan Lievens), sì. Perché è sempre una constatazione della propria miseria il momento in cui da giovani ci si rende conto della caducità della vita e del dominio del tempo. Ma è povera nella forma, attraverso la forma: non mi ricordo più chi ha affermato che per un pittore una qualsiasi tragedia è sempre in definitiva un colore. Non per Duchamp, sia chiaro (e tu, fedele fratello, lasciami spezzare una lancia contro Elio e il suo persistere a  commentare l'amato maestro: di scacchi).
Purtroppo noi qui (plurale solo maiestatis) ci attardiamo a chiacchierare, mentre quello dipingeva (e come!): opaco, addirittura denso, corposo. Ma il digitale non lo riporta.


03/11/16

Lo sguardo e l’ascolto



Tornando dal lavoro, in aperta campagna, a un’ampia curva poco dopo un cascinale, vede già da lontano sulla strada bagnata, proprio al centro della carreggiata, un animale morto: non riesce a riconoscerlo, ma dalle misure può essere solo un cane di taglia medio-grossa. Situazione ricorrente che sempre lo trova disarmato; questa volta però è soprattutto la difficoltà del riconoscimento, lo stupore di trovarsi di fronte a una decifrazione insieme certa ed evasiva, a colpirlo, obbligandolo a un diverso regime percettivo. Di solito vede la forma, da lontano o da vicino poco importa, realizza immediatamente che l’animale è morto e immediatamente ne distoglie lo sguardo, perché subito l’ha riconosciuto e ha potuto dargli un nome: cane gatto topo porcospino o altro che sia. Tutto il resto scompare o viene rimosso; allontana ogni altra parola o percezione. La cancellazione non dipende dalla velocità, dato che basta un niente per fissare i contorni dei vari particolari, come se la vista venisse acuita proprio da ciò che vorrebbe evitare: semplicemente lui non permette alle immagini di fissarsi. Più che per lo schifo, forse, come per un senso di colpa, di corresponsabilità che gli piomba addosso inevitabile, quasi che l'inevitabilità renda più colpevole la concorrenza laterale, più che la cooperazione diretta che non c’è stata, a quello che egli confusamente considera come un omicidio, per di più aggravato dall’omissione di soccorso, la sua e quella di tutti coloro che l’hanno preceduto.
  L’animale che sta fissando adesso, invece, si rifiuta al sollievo del nome, limitandosi a suggerire una forma, come la più probabile, attraverso la sola estensione dello sfacelo. Per questo gli occhi non hanno potuto operare la solita manovra diversiva e sono stati costretti a fissare per tutto il tempo permesso dalla limitata velocità e poi a richiamare il ricordo ancora più a lungo, come se l’immagine si fosse stampata in modo indelebile sulla retina. L’assenza di una forma precisa, o piuttosto la non ritagliabilità di contorni e lineamenti, e la difficoltà di nominare, hanno cioè permesso alla materialità di presentarsi nell’enigmatica solidità dell’evidenza.
Vede perfettamente il pelo, il suo colore nero sena sfumature, la sua lunghezza e densità, lo spessore; guarda la carne e le sue differenze, dipendenti sì ma totalmente avulse ormai dagli organi, e il sangue, liquido, compatto e senza grumi, ridotto a puro colore. Sembra che le interiora continuino a vibrare; le vede muoversi anche se sa benissimo che la morte non è recente; non solo, ma, per la fitta nebbia che solo ora va momentaneamente diradandosi, che non una volta sola l’animale è stato investito, e che lo sarebbe stato ancora. Sente e vede distintamente, con estrema minuzia e come al rallentatore, tutte le ruote che lo hanno investito e che lo investiranno, il sobbalzo sempre più leggero che forse il conducente finirà col non avvertire più, e subito avverte e reprime un conato di vomito. Sente la sua avanguardia salirgli per la gola fino a invadere la bocca, in un succedersi di contrazioni di disuguale violenza; rifiuto e desiderio di assoggettarvisi che dura per alcuni chilometri, fino a quando, giunto alla zona abitata, non si costringe a sbrigare commissioni inutili per non pensarci più.

Il giorno dopo, passando dallo stesso posto più o meno alla stessa ora, per attrazione e ripugnanza, gli occhi vanno automaticamente e cercare i resti dell’animale, nonostante, o forse proprio per la certezza di non trovare più niente, nemmeno una traccia di colore, come sempre avviene. Se non che, alla stesa identica altezza, sebbene ai bordi e non più al centro della strada, c’è un altro cadavere: un altro cane, di colore fulvo e di taglia medio-piccola stavolta, molto simile al suo pensa per un istante, per subito rassicurarsi. Stavolta perfettamente riconoscibile come cane. Il pensiero del suo e la coincidenza del luogo lo costringono di nuovo a fissare lo sguardo. Stranamente ha schiacciato solo il ventre, secondo un’unica e rapidissima traiettoria si direbbe tracciata con intento geometrico; tutto il resto in un ordine perfetto che l’assenza di sangue rende quasi irreale. Sdraiato sul fianco destro, con le zampe rivolte verso l’asfalto, incrociate come le mette il suo quando si gode il sole, , e la testa, sul ciglio brinato, verso il cascinale. L’orecchio sinistro, rigido, come gelato, è teso verso l’alto, a un ascolto definitivo che l’uomo di colpo invidia di non poter condividere.

 
 
Immagine: Domenico Purificato - Cane (Cambi casa d'aste)

22/06/16

Le anatre di Christo



Se Christo avesse anche solo lontanamente immaginato di concepire la sua opera smisurata sul lago d’Iseo per favorire la passeggiata di queste signorine, sarebbe metafisicamente giustificato, ora e per sempre. L’eleganza del loro incedere, l’assoluta noncuranza con cui il loro sguardo carezza e pacifica il paesaggio circostante senza forse vederlo, contrastano con la ressa ansimante dei lemming umani, che si accalcano intenti quasi solo a contemplare se stessi e i propri vicini nei propri specchi digitali, rimandando tutto il resto a dopo, cioè a mai. Mentre gli uomini accorrono alla ricerca di una sensazione laica e garantita, tiepida, quella di camminare sulle acque di questo laghetto di Genesaret dalla superficie calmissima senza nessun rischio di cadere, in compagnia di tanti simili che si sostengono a vicenda in una vicinanza per una volta non angosciante e che provano, si suppone, un’identica emozione, ciascuno per conto suo e tutti quanti assieme, loro si muovono con lo stessa capacità di sempre di prendere possesso del luogo senza impadronirsene, senza farlo proprio, e anzi lasciandolo essere come è, nel suo splendore. Forse il momento di questa passeggiata è quello prima della tempesta, quando tutti i dilettanti di sensazioni accorsi da ogni parte d’Europa, perché di bellezza, spettacolo o meno, c’è sempre fame, sono stati sgombrati per il pericolo, per gli elementi che rivelano in modo intempestivo il loro lato ostile, o forse è quando è già iniziata, perché per esse tutto è il loro elemento, pioggia o sole, vento o neve. Approfittano dell’improvvisa solitudine per ritornare con la famigliola dove, in altri momenti, come se niente fosse, erano già state e dove continueranno a tornare, in quello spazio ora ridisegnato e colorato che per un po’ segmenta le traiettorie e gli sguardi, offrendo però nuove opportunità di percorso, sopra e sotto le acque. E però, con tutto questo, miopi, non ne colgono, forse, la meraviglia; mentre per gli uomini questa possibilità si apre sempre, anche se spesso, per una diversa miopia, finisce per cadere sull’obiettivo sbagliato: l’opera sul lago, invece che loro stessi sull’opera.

21/06/16

Politica palmata. 4 e 5. Fine.


(qui le puntate Precedenti: Politica palmata 1Politica palmata 2)

4. Grandi novità tra i palmati! Stanotte dev'essere successo qualcosa...

2 agosto 2013
Stamattina il nervosismo è palpabile, l’aria si taglia a fette. Il ricorso alle inossidabili immagini della tradizione è d’obbligo.
Deve essere successo qualcosa di grave stanotte, o ieri sera, mentre ero distratto o impegnato in faccende ben più urgenti per me (respirare, per esempio). Appena salito sul ponte mi è apparsa, in fondo, la distesa del fiume vuota e silenziosa. Poi ho sentito uno starnazzare isterico, uno zampettare frettoloso e colpi d’ala vicino alla riva sinistra, proprio sotto il ponte, dietro gli alberi che costeggiano la sponda. Fatti i 50 metri sul canale e la lingua di terra che lo separa dal fiume, le ho viste: erano di nuovo tutte insieme, e in più c’erano anche le tre grandi oche che di solito se ne stanno altezzose nella loro lussuosa enclave, che guai a chi tenta di aggregarsi. I cigni sono a valle, e come al solito se ne fregano. Accettano talvolta di essere attorniati da qualche fan adorante, ma solo per dovere, e per poco, perché gli vengono subito a noia. (Li capisco. Le groupies non le sopporterei nemmeno io, se ne avessi.) Anche le secessioniste si sono ricongiunte alle ex-avversarie. L’Aventino è vuoto (vedi foto). Però questo non ha fatto che accrescere l’aggressività endemica. Le voci si alzano; alcune si accapigliano; ogni tanto una si alza in volo per qualche metro, seguita da qualche amica per solidarietà o per contagio, e scappa per evitare la carica delle più facinorose. Gruppetti organizzati venuti col preciso intento di beccare duro. Picchiatrici professioniste!
L’autoesiliata invece se ne sta ancora in disparte, ma un po’ più vicino al gruppo, di cui scruta ogni mossa. Studia la reazione più appropriata, la più efficace per sé e la meglio visibile dagli altri. Chissà cosa capisce, da lì. Dice che lo sguardo da fuori è più lucido. Che è proprio la lucidità la cosa più importante in questi frangenti. Per ora non fa niente.
Ma la tregua non è durata molto. Ci avrei scommesso. (Con certa gente…!)
Al mio ritorno dalla solita zufolante passeggiata, l’assemblea, o dovrei dire l’assembramento?, si era già dissolta. Restavano solo, qua e là, piccoli gruppi separati. Sottocommissioni, riunioni di correnti, lobbies. Forse stavano facendo il punto della situazione e raccoglievano le idee per delineare una strategia comune. Facile che se ne escano a breve con dei comunicati ufficiali. Io non sarò presente, però. Devo fare la spesa.
Se sono importanti ne verrò a conoscenza comunque, presto o tardi; se non lo sono, non avrò perso tempo a ascoltarli e magari, non si può mai dire, a cercare di interpretarli, il detto e il non detto e il quasi detto e l'alluso e il mezzo taciuto, a strologarci sopra.
Anche se strologare mi piace.




5. Scoperto l'arcano! Cade il velo di Maya!

3 agosto 2013
E non è un bel vedere!
Macché assemblea! Macché secessione! Mi sbagliavo. Si è trattato solo di uno stupidissimo travisamento. Un errore di interpretazione che solo a pensarci avvampo. Una misinterpretation! Una bella mazzata per il mio preteso acume critico.
L'assembramento non è dovuto ad altro che alla vecchia signora che ogni mattina arriva con le sue belle sporte piene di pane secco, che dissemina dal ponte solo dopo aver chiamato a raccolta tutte le anatre, nominate ad una ad una, lasciando il tempo che arrivino anche le più lontane e lente onde evitare favoritismi. Ma presto, prima che si aggreghino oche e cigni! Che poi arrivano lo stesso veloci come fulmini, a reclamare il dovuto, o quello che la loro arroganza reputa tale.
Mi era proprio uscita di mente! Mi sono ricordato di lei solo stamattina, quando me la sono vista da lontano che sbucava dal tornello della passerella e, inforcata la bici appoggiata al guardrail, se ne andava soddisfatta del dovere adempiuto (vedi foto). D'estate non ce ne sarebbe poi così bisogno, ma ormai le ha viziate. Tremo al pensiero di quando non potrà più venire. Anche se forse qualcuno prenderà il testimone. Sporadici discepoli già ci sono. Ma incostanti... velleitari. Probabilmente le sue protette la vedono come una divinità, un essere numinoso evocato dalle loro preghiere, la conferma di una qualche loro teologia provvidenziale. La dimostrazione del progresso, per la corrente laica. La dimostrazione dell'inesauribilità delle risorse. Finite quelle, c'è sempre la manna. Non me ne stupirei. Se no di che cavolo parlano in continuazione? Solo degli ultimi, e penultimi, e terzultimi, pettegolezzi? Beh, può essere. Tutto è possibile. Più qualcosa è facile, più lo è.
La truppa dei palmati al completo si raggruppava, gridava e si azzuffava solo per arraffare il boccone migliore, o, i più deboli, per tenersi almeno quello caduto a distanza di becco. Restava unita finché c'era sufficiente cibo da spartire per tutti; poi cominciavano i battibecchi per piccole questioni di giurisdizione; qualche prepotente faceva la voce grossa, ma senza poi aggredire più di tanto le poverette che si mettevano subito a distanza di sicurezza, magari lamentandosi del sopruso (qualche lacrimuccia... e: te la faccio pagare, prima o poi... ti faccio vedere io!), e infine tutti si sparpagliavano con i propri sodali o parenti stretti, nel loro distretto di appartenenza o all'ombra, chi soffre il caldo. La diaspora. La dispersione. L'irrilevanza.
Che fine ingloriosa per un'epopea che si andava delineando terribile e costellata di eventi e figure indimenticabili!
E che smacco per l'armamentario ermeneutico!
Urge una radicale riforma del giudizio. Subito!

Eppure...
Eppure può benissimo essere che la spartizione del cibo sia solo un paravento per manovre più oscure. Che sia la scusa per regolare conti in sospeso senza darlo a vedere. Omero insegna.
Non è possibile che tutto si riduca a una tale banalità! A una trivialità così insulsa. Così volgare!
Il circolo ermeneutico funzionava che era una meraviglia! Un edificio solido, senza una crepa, un meccanismo di precisione con gli ingranaggi perfettamente oliati. Un cerchio magico! Il disegno accuratissimo di un incanto reale... Così convincente poi!
Io non mi rassegno. Nonnonnò. Non la lascio cadere.

Facciamo così allora: continuo sul doppio binario. Così salvo la verità (la sua apparente evidenza), e il resto. La realtà e il piacere. O il godimento. Non ho mai capito bene la distinzione. Mi stanno bene entrambi peraltro. Me ne farei bastare anche uno solo, si degnasse di visitarmi.
(E non mi importa quanto caduchi possano essere: prima, in ogni caso, saranno stati in alto.)


Politica palmata. 2 e 3



(qui la prima puntata:  Politica palmata 1 e qui la terza e ultima: Politica palmata -4-e-5-fine.)

2. Secessione!

27 luglio 2013
Un gruppetto di estremiste autonominatesi “Separatiste abduane”, forse agenti provocatori infiltrati, con un gesto clamoroso si è installato sulla riva opposta, da dove lancia versi di scherno, ingiurie e accuse di ogni genere contro l’assemblea generale, che al momento le ignora.
Quando poi questa, in massa per ragioni climatiche o altro capriccio, ma probabilmente per dimostrare il proprio diritto sovrano su questo tratto del fiume tra le due dighe e, se appena lo volessero, anche oltre (oltre... verso le terre ignote che molte di loro hanno esplorato e da cui, loro, sono tornate... tornate per restare) e, già che c’è, anche la propria forza , si sposta armi e bagagli sulla riva sinistra, loro, come se fosse una decisione maturata già in precedenza, si lasciano portare dalla corrente un po’ più a sud e quando sono abbastanza al sicuro guadagnano la riva destra, o viceversa, riprendendo la solita tiritera di lazzi e contumelie con vigore direttamente proporzionale alla distanza interposta. O, secondo il loro dire, al percorso di crescita tracciato. Dannunziane!
Nessuno sembra cercare lo scontro, ma secondo me non dura.
La situazione resta incandescente!
(L’asino Natale sembra aver percepito la tensione nonostante abiti oltre un chilometro più a monte e nel silenzio del mattino, scosso, lo proclama a chiare lettere: “Così non può durare! Düra minga… düra nooooo!)

(Stay tuned.)


3. Gli eventi precipitano! La secessione avanza, la soglia critica è vicinissima!

1 agosto 2013
Dopo quel terribile momento, per fortuna le acque sembravano essersi calmate e io ho potuto riprendere le mie passeggiate senza sentirmi minacciato. Il grosso dell’assemblea non mi degnava più di uno sguardo, come se fosse dimenticato di me (le secessioniste non me l’hanno mai concesso, invece: avevano ben altro a cui pensare… Più importante di me! Figurarsi, quelle svaporate!) e la pace regnava sovrana, in primis nella mia anima sensibile. Oggi invece ho percepito subito che qualcosa era cambiato: i ranghi dell’assemblea presentavano vistose lacune e sul momento ho temuto che il tornado dell’altro giorno avesse fatto una mezza strage, oltre ai disastri ambientali e economici che tutti sanno (per fortuna subito riparati dai nostri efficientissimi amministratori, che ne hanno anzi approfittato per ricostruire tutto meglio di prima, più solido e più bello, quasi senza spese. – Ce ne vorrebbero due o tre all’anno di catastrofi così!). Invece è bastata un po’ di attenzione e tutto si è chiarito.
L’assemblea permanente ha perso altri aderenti, le fila delle secessioniste si sono ingrossate, l’aria si è fatta più tesa, e la soglia critica, il fatidico punto di non ritorno (the point of no return!)  sembra ormai prossimo. E tutto per colpa di una agitprop, di una giovane incantatrice dalla parlantina sciolta e pure belloccia, per chi apprezza il genere (e ce n’è, ce n’è…) che si è installata su un tronco che sporgeva dall’acqua e da quel pulpito si è messa a predicare, a minacciare cataclismi (guerre civili... rivoluzioni!), calare sarcasmi taglienti come mannaie, alleggerire i toni con deliziose barzellette (alcune un po’ troppo raffinate per quell’uditorio, ma tant’è… l’incomprensione, in chi è già bendisposto, o servile, accresce l’ammirazione; tanto più se a suscitarla è una guappa belloccia), a squarciare nuovi orizzonti, prospettive luminose con voce forte ma calda, suadente, con quelle scaglie roche che innescano immaginazioni torbide poi! Auuuuuhhh!!!
Le quattro o cinque secessioniste della prima ora, che perlopiù se ne stavano tranquille accosto riva a quaquaraquare, si sono avvicinate a prudente distanza, ma sufficiente per sentire forte e chiaro cosa aveva da dire la mestatrice bonazza (epiteto usato dai tre maschi); poi, slumato il movimento e annusata una possibile novità, pian piano, con un lungo giro, come se passassero di lì per caso, si sono unite anche alcune delle solite perdigiorno che ciondolavano in quei paraggi, e non se ne sonop più andate.
Ovviamente il grosso dell’assemblea, tradita così platealmente, ha subito accennato a reagire, ma per fortuna ha prevalso la saggezza di alcune politiche di lungo corso che hanno suggerito di far finta di niente, che tutto sarebbe evaporato da solo in men che non si dica. La vecchia scuola attendista! La prima deca di Tito Livio! Resta da vedere per quanto riusciranno a tenere a freno gli animi esagitati dei più giovani e battaglieri, vogliosi di conquistarsi i gradi sul campo. (Di salire qualche gradino, che se no questi vecchiazzi non li schiodi più! Sembrano eterni… Un patto col diavolo hanno fatto! I più religiosi almeno… Il cornutaccio si scomoda solo per loro.)
Le ribelli non si sono fatte pregare e hanno risposto per le rime. Alcune, provocazione mai vista prima!, si sono spiumate il petto irridendo i parrucconi. Sgallettate!
Due o tre feticisti si sono precipitati a raccattare le reliquie prima che la corrente le portasse via e le hanno riposte di soppiatto in qualche loro tasca segreta (non prima di aver dato un’annusata estasiata, come se niente fosse, nel gesto di accompagnare la messa in sicurezza del tesoro. Qualcuna va dritta su ebay, ci scommetto! Così com'è... manco lavata!).
Io ho provato a scattare qualche foto, ma avevo solo il cellulare, senza zoom. Chi mai poteva immaginare sviluppi così clamorosi? Ieri sembrava che fosse tutto in via di composizione… Così dovrete accontentarvi di immagini rubate al volo e non sempre accuratissime. Anche perché non volevo farmi scoprire, dati i precedenti.
Dopo ogni scatto mi voltavo come a ammirare il paesaggio, e è così che ho notato una terza novità (un’altra!). Quasi nascosta dalla vegetazione della riva a nord del ponte, c’era una tizia di una certa età, quella che una volta definivano venerabile (quando c'era ancora qualche ingenuo che pensava che ci fosse qualcosa degno di venerazione), che si era discostata da tutto e da tutti e se ne stava da sola, in splendido isolamento! Non sembrava triste: orgogliosa piuttosto; o meglio: ricolma di grave dignità. Un fulgido esempio di indipendenza che mi ha suscitato un empito di spontanea, fervidissima simpatia, come mi capita con tutti i tapini e i negatori marginali; ma subito è subentrata la ben più solida avversione per gli eroi solitari, i suscitatori professionali di stati commotivi, i martiri, specie se si immolano in angoli ameni e davanti a un pubblico pronto a dissuaderlo, e sotto gli obiettivi di fotografi e cameraman, per i posteri e gli assenti. Obiettivi solo sognati, per ora (a parte il mio, rudimentale).
C’è anche la possibilità che nessuno dia peso al gesto, tuttavia, e che la vittima, visto che nessuno se la fila, torni indietro con un voltafaccia spettacolare, che però dubito che avrà qualche effetto, se tarda ancora un po’ a inscenarlo.
(E le sta bene, secondo me.)


15/06/16

Folaghe



Le folaghe sono sgraziate, pesanti quando si alzano in volo, che si ha sempre paura che non ce la facciano a restare in aria e caschino in acqua. Anche quando nuotano sono poco fluide, con la testolina e il collo che scattano in avanti a ogni movimento, come in un ballo di molti anni fa: un movimento "egizio". (Non come le anatre! Ieri ho visto una coppia nel canale, vicino a riva, dove la corrente era fiacca e l'acqua trasparente, che faceva il moonwalking meglio di Michael Jackson.)
Ma sono simpatiche lo stesso. Mi ricordo, il giorno del mio sessantesimo compleanno che ero in giro da solo con il crapone giù e l'aria conseguente, la covata appena nata che attraversava la pozza dell'Adda vecchia, con le piume schizzate in ogni direzione come i capelli gellati dei punk, e il ritardatario che rincorreva trafelato come nei cartoni animati il gruppo dei fratellini ormai approdato al canneto sull'altra riva, mentre la mamma vi era già sparita in tutta fretta, incurante, quasi a scrollarseli tutti di dosso. Ma come? sono appena nati! Niente; che ci pensino loro a seguirmi, io ho da fare. Per forza che poi scambiano fischi per fiaschi! La storia dell'imprinting non gliel'ha insegnata nessuno a quella sventata? No, deve becchettare da qualche parte con le sue amiche, lei, e al minimo movimento sospetto correre in acqua a perdifiato, sculettando. E poi via, nel folto! Sparire!