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12/11/22

Cose che fanno la differenza 2. Enjoy tribe (Errori vari)


Al ritorno il traffico si era infittito, pedoni solitari o a gruppetti, ciclisti, mammine e paparini che spingono carrozzine con infanti disidratati in grado solo di urlare piano, cinofili al guinzaglio dei loro cani che trascinano le loro trippe mezzo soffocati, poracci, con la lingua enorme e spugnosa penzoloni, gente che sbuca da chissà dove, che cerca di smaltire pranzi di 4 ore in cui però si sono limitati a assaggiare le varie portate, una forchettata, un boccone, e neppure tutte, ma che, chissà come e perché, gli sono rimaste sullo stomaco, a dispetto del vino e della birra ghiacciata trangugiata per spingerle giù, per sturare l'imbocco dello stomaco intasato, e che ora è urgente smuovere con una passeggiata, sotto il sole a picco, che scioglie tutto, stimola ogni ghiandola tranne quelle preposte alla digestione... per indurre quei lazzaroni di succhi gastrici a darsi da fare e alleviare l'acidità, e, se non smaltire il nuovo accumulo di ciccia, già sovrabbondante, perderne per strada un pochino, qualche etto, tanto per cominciare, o almeno fare il chilo, smuovere il deposito fecale, liberare del posto, perché stasera si continua... cioè non si vorrebbe, ma mica vorremo fare gli sfiziosi o i musoni?: ci hanno invitato, abbiamo commesso l'errore di accettare e ora dobbiamo fare buon viso a cattivo gioco... Procedo a zigo zago, sorpasso, evito famigliole mono e bigeneri (i.e. con cani o altri animali domestici: cornacchie, ippopotami, oranghi, lemuri, foche e leoni marini...), mi specchio in tutti questi miei simili, mi paragono e non trovo differenze significative, finché, all'imbocco della discesa, vedo, sospeso in alto tra un albero e un palo della luce in disuso, lo striscione dell'organizzazione, con l'indirizzo internet e il numero di cellulare in piccolo, ma leggibile, tanto che mi verrebbe voglia di chiamare immediatamente, sopra e sotto il logo, brutto sotto ogni aspetto, a cominciare dal nome, che sposa trionfalmente due delle parole (inglesi!) che più trovo irritanti: enjoy, che sarebbe anche bella se non fosse svuotata, come una lattina, dall'abuso in tutte le salse e circostanze, e tribe, che designa esattamente ciò di cui abbiamo meno bisogno (io, di sicuro). La loro congiunzione produce un mostro polimorfo: la tribù godereccia? Godi, tribù? ecc. 

 


La sigla inglese mi fa sorgere il dubbio, o la speranza, che magari non sono italiani: eventualità che comunque non spiegherebbe l'errore degli striscioni legati tra tutti gli alberi che costeggiano la salitella che ho percorso all’andata e che ora mi perseguitano al ritorno: LA PASSIONE FA' LA DIFFERENZA (non spiegherebbe neanche la denominazione, se è per questo). Se uno fa uno striscione con 5 parole, di cui due sono articoli, che a considerarli parole si fa un po' fatica anche in questi tempi di democrazia teoricamente iperegualitaria, una piccola verifica non l'avrebbe schiantato dalla fatica. Il problema non è verificare, però: è pensarci. Pensare che ci sia qualcosa da. Pensare all'eventualità di una verifica per così poco. Che sarebbe come predisporre una verifica del nulla. Doppio genitivo, mi spiace doverlo specificare. Lo sconforto cresce se si considera che allo striscione non avrà lavorato un solo creativo (è gente che lavora in équipe, quella: in piccole tribù... branchi, greggi...); che altri avranno dato suggerimenti (o input, che è un termine più adeguato), discusso e approvato, e poi seguito la definizione grafica del progetto e le differenti fasi della sua realizzazione. Sarà stata una miriade: se si contano le denominazioni americane per ciascuna di queste attività e figure, deve essere stata una miriade, perché altrimenti non si inventerebbero tanti nomi e sigle e funzioni, e se non ci fossero le persone, nomi e sigle e funzioni le farebbero sbocciare, o sbucare, come naturale conseguenza... il nome segue la funzione, o la precede, o la accompagna, e la figura e l'azione, o il soggetto agente, non possono che seguire. Il soggetto, grammaticalmente, quando è espresso, di solito precede, ma di fatto segue, si sa... nomen omen. Insomma, con tutta 'sta collettività impegnata a cooperare per il raggiungimento del medesimo scopo (un esempio per tutti!: la vera, utopica comunità), è possibile che nessuno, nemmeno un cane, un reduce momentaneo dal paese dei sogni, si sia accorto dell'errore? Non so: è chiedere troppo? Un’équipe di ignoranti, o di superficiali, di distratti, di approssimativi, che razza di équipe è? Ma forse non è un'équipe, né (meglio) un gruppo di lavoro, o un insieme che provvisoriamente coopera: forse è solo un'accozzaglia di presuntuosi frettolosi; forse, giusto la denominazione, è solo una tribe, cieca e conformista: e anche questo fa la differenza.

(Sto scrivendo queste righe al fresco della biblioteca di Treviglio – e, coincidenza curiosa, le sto copiando dai fogli che ho appena recuperato in mezzo a un mucchio di ritagli, quasi un anno dopo nella stessa biblioteca, la terza o quarta volta in tutto che ci torno a "lavorare" –, e ora cambio posizione – idem ora, l'anno dopo, ma stavolta per il mal di schiena che forse, forse!, accentuato dalla tragica circostanza che oggi compio 61 anni, e quindi invecchio vertiginosamente: mentre invece è solo, ovvio!, la postura in cui scrivo – e mi porto dall'altra parte del tavolo, perché ogni volta che alzo gli occhi, da qui – allora, non ora – mi trovo davanti un quadro orrendo, che pian piano mi avvelena il piacere di scrivere su questo quaderno di ortografia polacco – o di grammatica (vedi foto), e se qualcuno dei 4 astanti forse guarderà sorpreso la manovra senza apparente giustificazione, io almeno avrò davanti, allora, una finestra aperta sui rami di un grande cedro dell'Himalaya (non del Libano, mi raccomando) e su ballatoi e i tetti della vecchia Treviglio ben ristrutturati, paraboliche a parte: il che fa una discreta differenza, che spero abbia un buon influsso sulla scrittura... per tacere della futura riscrittura: nel chiostro, davanti a un cedro analogo ma all'aperto stavolta, e con il mal di schiena... perché davanti alla finestra, se non altro, la sintassi prenderà aria e tirerà un ampio respiro. Ciò che faccio anche adesso, e in più mi stiro.)

Che nessuno, dico: nessuno!, nemmeno lo stampatore, a ritrovarsi lo strafalcione davanti abbia avuto anche solo un sospetto, un minimo senso di disagio, un'incrinatura subatomica dell'anima ortografica, o solo professionale, come di un rametto che scricchiola in lontananza, non dico sotto i piedi, più ci pensavo e più mi faceva arrabbiare, e ora, senza il rosolio di compensazione di un solo ricordo, la pappetta dolciastra, l'impiastro lenitivo o il diversivo di una sola associazione, rischiava di rovinarmi la passeggiata fino a quel momento quasi perfetta.

E non serviva a nulla contare i passi, o i respiri, o qualunque altra cosa, che di solito mi calma, perché sempre finivo per contare solo l'errore, ripetuto a ogni striscione, come un chiodo che mi conficcava a ogni passaggio alla mia croce. Qualche chiodo avanzava persino... Sì, lo so che una volta stampato uno, tutti gli striscioni sono uguali, e quindi uno solo andava considerato l'errore, però a me gli errori sembravano tanti quanti gli striscioni, e sempre più gravi con l'aumentare del loro numero. Uno passa, guarda, legge, resta sorpreso o no, riguarda e rilegge, e ogni volta l'errore gli si conficca negli arti, nel cranio: uno, due, tre, quattro... venti!

Allora ho alzato il volume nelle cuffie, ho chiuso gli occhi e mi sono gettato alla cieca e a corpo morto, di corsa, giù per il resto della discesa. Nel vuoto, immagino. O producendolo io stesso. Ovvero, poiché infine non sono caduto né ho travolto nessuno, con la gente che vedendomi arrivare si spostava allarmata come al passaggio di un pazzo, un errore della natura.


 

Cose che fanno la differenza

 


L'altro giorno, domenica 14 agosto, sono andato a fare la solita passeggiata al fiume, anche per vedere quanta gente c'era in giro. La curiosità! Che sia benedetta. La passerella era quasi deserta (prevedibile, con la canicola delle tre), mentre sul ponte del secondo canale, quello della centrale elettrica, c'erano alcuni ragazzotti che, sotto gli occhi di un pubblico trepidante e ammirato, si gettavano in acqua per nulla ostacolati, stimolati anzi, dalla presenza di due canotti stracolmi di volontari della sicurezza che arrancavano loro incontro, incazzatissimi. Gente, i ragazzotti, perlopiù non autoctona, spavalda già di suo ma che proprio in quanto non autoctona ci tiene a sottolinearlo, e che ignora le insidie del canale e del fiume, i gorghi e le buche, o, conoscendole, le sfida a bella posta: di quelli che annegano uno o due alla volta tutti i sacrosanti anni. Chissà quanti saranno quest'anno, mi sono chiesto al passaggio, sorridendo benevolo (non per i morti a venire: per il ricordo di quando anch'io mi buttavo dai ponti; anch'io mi sentivo allogeno in quei tempi, o quantomeno differente).

L'ictus beota della nostalgia mi è rimasto stampato in faccia fino al Pignone, la spiaggetta di Groppello, poco distinguibile peraltro dall'espressione abituale (infatti i conoscenti che incrociavo non mostravano sorpresa di sorta nel salutarmi). Al Pignone, oltre alle consuete compagnie che prendevano il sole o smaltivano faticosamente le pantagrueliche grigliate dei giorni festivi, ronfando o con il presunto ausilio di spettacolari e patetici exploit sportivi forieri di congestioni e infarti per fortuna meno numerosi del presumibile, mi sono imbattuto in una sfilza di mercatini sotto le candide tende di prammatica, un gonfiabile da cui i bambini si fiondavano a raffica uno sul capoccione dell'altro, per subito risalire (era gratuito), autoveicoli che vendevano bibite, patatine e panini farciti di nonvogliosaperecosaneancheconlapistolallatempia, bidoni per la spazzatura e due toilette ecologiche trasportabili. Sotto una tenda a parte c'era un banchetto dove coabitavano i rappresentanti del comune di Cassano e del comitato del Parco Adda-Nord, con relativi libretti e opuscoli che ho ignorato.

La piccola kermesse era stata organizzata per allietare il ferragosto di chi è già stato in vacanza e si prepara a riprendere il lavoro (chi ancora ce l'ha), e soprattutto per alleviare lo sconforto di chi non ha potuto partire; chi passa l'agosto al paesello per scelta, come il sottoscritto (snob e privilegiato!), non necessita di diversivi né di palliativi, anche se si guarda bene dal disprezzarli se qualcuno ne ha bisogno e ne trae piacere, come chi cava il sangue dalle rape. Il programma degli eventi era illustrato da manifesti cartacei, mentre il suo spirito sarebbe poi stato ribadito per tutta la salitella che porta verso il naviglio da un lungo nastro di cartelloni che ribadivano lo slogan della rassegna e l'indirizzo internet più numero di cellulare del principale partner degli organizzatori. Il genotipo era un pannello di 4 metri di tela stampata, cucito in numerose copie (la ripetizione identica ha la sua efficacia, lo sanno tutti) per una nota di allegra e colorata comunicazione. Almeno nelle intenzioni degli autori; e nella ricezione di committenti e fruitori, immagino (è il comune sentire popolare).

Lo slogan affermava: LA PASSIONE FA' LA DIFFERENZA. "Anche la grammatica", mi è venuto da pensare subito (con le maiuscole). La reazione mi è poi frullata in testa per un po', con tutta una serie di varianti e espansioni (anche l'ortografia, nel suo piccolo, la fa; anche la sintassi dovrebbe farla; anche l'ortografia, la grammatica e la sintassi la fanno, o dovrebbero farla, ecc.: la maledetta abitudine di cercare la frase perfetta che finisce per rovinare anche quelle decenti, che tanta grazia quando già ci sono), finché non mi è tornato alla mente il primo giorno di scuola nell'ultima terza che poi avrei portato fino agli esami di maturità, una classe che peraltro mi ha dato soddisfazioni, giusto per chiudere in bellezza la mia carriera di impiegato statale dell'insegnamento. 

Appena entrato nell'aula, mentre gli studenti scattavano in piedi in silenzio, sulla grande lavagna alle spalle della cattedra ho potuto leggere questa preziosa informazione, a caratteri giganti: SANDRA FÀ LE POMPE, accompagnata in ordine sparso, come da damigelle e a caratteri molto minori, da qualche nome, cuoricino, sigla da aspirante writer (eterno aspirante) e inneggiamenti all'Atalanta e a squadre milanesi di nessun conto. Ho salutato, pregato tutti di accomodarsi (non subito: prima li ho scrutati tutti, ad uno ad uno, per un po', giusto per godermi queste vecchie buone abitudini finché duravano, sapendo che tempo un paio di settimane e nessuno avrebbe più fatto caso al mio arrivo), mi sono presentato e, come se niente fosse, senza cancellare nulla, ho scritto nome e cognome sulla lavagna (dovevo aver visto qualche film americano di recente, perché era la prima e sarebbe stata l'ultima volta nella mia vita). Quindi ho fissato un momento la lavagna come per controllare che le mie generalità fossero corrette, mi sono voltato verso la classe e ho comunicato le principali norme di comportamento a cui mi sarei attenuto e che pretendevo anche da loro e ho illustrato velocemente i programmi... insomma mi sono esibito in una variante dell'abituale leggero e (mi dicono) divertente pistolotto di inizio corso. Infine, esplicate queste incombenze, ho guardato l'orologio, mi sono voltato verso la lavagna e, chiedendo chi era l'ignorante che l'aveva scritta, ho cerchiato e barrato la à della frase succitata. "Fa si scrive senza accento", mi sono limitato a dire. Tutti si sono voltati, con sintomatiche varietà di sguardi, verso l'autore della scritta, che, in attesa delle mie reazioni da un'ora intera al pari degli altri, è sbottato: "Ma profe, le fa davvero!". "Sono affari suoi," gli ho risposto, "e ora cancella questo obbrobrio"; e ho imbastito un breve ripasso sui monosillabi accentati, con opportuni esempi (gli esempi servono sempre), prima che suonasse la campanella. Ovviamente lo scrittore era il caso critico (stavo per scrivere clinico) della classe e io sono stato l'unico insegnante con cui non ha litigato negli anni seguenti, anche se ci ha provato più volte (ma da affezionato...).

Mentre rivangavo queste banalità, e le scaramucce, e i disastri combinati dall'allievo in questione (inutile negarlo: l'insegnamento mi manca; solo quello, ma quello mi manca davvero, a volte: carenza d'affetto), pensavo anche alle cose che fanno la differenza che mi mancano. Il fumo, per esempio (e va be'...), e il cioccolato e il gelato, a causa del valore della glicemia sempre vicino al limite (e altre cosucce come questa, dovute alla vecchiaia incombente; non ancora evidente... lontana dall'evidenza... piuttosto il contrario, sembrerebbe... ma comunque incombente, altro che palle!). Avevo un gran desiderio di caffè, che pensavo di bere in uno dei due bar appena entrato in Groppello, sperando che non fossero chiusi come tutti gli altri, poi ho visto un cartello che annunciava che la vicina gelateria artigianale era aperta e ho cambiato subito direzione. E che diamine, festeggio anch'io! La differenza a volte la fa l'infrazione. Per qualcosa che ti piace: non per l'infrazione in sé, questo mito scipito, d'accatto (per quanto a volte, si sa... anche se è solo un rigurgito di libertà, una fantasia dell'eterno prigioniero...). Un bel gelato al cioccolato fondente!, tanto per sposare due differenze.

Mentre lo gustavo, visto che ero nei paraggi, tutto contento sono andato a vedere il cimitero del paese, che non conoscevo. Tutto contento al cimitero! Non ho una passione vera e propria per i cimiteri, ma se ci passo davanti mi fermo spesso a visitarli (all'estero, nelle grandi città soprattutto, ci vado di proposito). Al centro del vialetto d'ingresso c'è un'alta cappella con, in alto, un monumento funerario che di primo acchito, col suo lungo cappello a cono, mi è parso di Pinocchio. Sarà di un vescovo invece: per chi ci vede una differenza. (C'è, c'è...) Ho scattato un paio di foto da fuori mentre finivo il gelato e poi, pian piano, ho preso la via del ritorno fischiettando la canzone che avevo nell'auricolare. Una canzone africana.