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04/08/22

La sedia vuota (30 aprile 2019)


 

 

Ero lì a Bergamo alla Fiera del Libro, l’altrieri, a sentire Antonio Prete, e accanto, a destra, c’era seduta Federica, mentre la sedia a sinistra era vuota. Ascoltavo quello che Prete diceva, e a un certo punto mi sono voltato automaticamente a sinistra per fare un commento, ed è stato solo allora che ho percepito veramente come la sedia fosse non vuota, ma ingombra di un’assenza, quella del mio amico Lucio, in compagnia del quale sono stato tutte le volte che sono andato alla Fiera del libro o a qualche evento legato al premio Bergamo, di cui lui è stato uno dei fondatori e che ha diretto per almeno 20-25 anni, e mentre fissavo la sedia sorpreso, sgomento, il suo vuoto è trasmigrato, con tutto il suo ingombro e fragore, dentro di me, provocando un cedimento della cassa toracica, con la conseguente caduta dei polmoni e del cuore, e del respiro e delle pulsazioni, contro le viscere, appesantite come se tutta la materia ne fosse stata compressa e l’aria aspirata, in alto o in basso non so, fuori, chissà dove, e mi è venuto un magone, un magone…

E mi è venuto in mente, dopo, che anche a Federica, tra qualche anno, speriamo molti, guardando a sua volta una sedia vuota accanto, verrà magari il magone, anche se le auguro che sia breve, e leggero, e poi, pensando a quello che ho scritto qui, che sorrida.

 


 
 


29/10/15

Amici inaffidabili (con viaggetto a Roma)



A volte sospetto che mia moglie non abbia poi tutti i torti quando sostiene che i miei amici sono tutti inaffidabili. Intellettuali, scrittori, artisti, gente così. Non sono tanti, ma rientrano quasi tutti in questa misteriosa e eterogenea categoria, il cui minimo comun denominatore è uno solo: appunto che di loro non ci si può mai fidare. Non rispettano gli orari, dimenticano le cose, sono trasandati, difettano di ogni intelligenza pratica e quando agiscono combinano solo disastri: insomma, non garantiscono il livello minimo di sicurezza richiesto dalle norme non dico della CEE (che quelli sono aguzzini nazisti), ma anche solo di uno stato approssimativo, dai contorni incerti e ancora in via di definizione, come l’Honduras, Zanzibar, il banato di Laputa.
Niente di grave, per carità, se non che ultimamente questo rischia di pregiudicare frequenza e libertà dei miei spostamenti. E’ che si preoccupa, ci tiene a me e alla mia incolumità. Non vuole perdermi. Mi ama.
Quando ero più giovane, e di conseguenza quando era più giovane anche lei, non sollevava obiezioni se, ogni tanto, prendevo e mi facevo un viaggetto da solo. Per esempio quando, dopo aver fatto il commissario interno agli esami di maturità, mi veniva in odio più del solito il mondo intero e avevo bisogno di stare da solo e in assoluto silenzio in mezzo a gente che mi ignorava e che io potevo guardare con lo sguardo tra il distaccato e lo schifato di un arconte, o di qualche altro essere appena al disopra, o al disotto, del genere umano. Di preferenza in un posto di cui ignoravo o potevo fingere di ignorare la lingua (con le lingue straniere si può: basta non prestare attenzione; mentre con la nostra devi proprio tapparti le orecchie, e, per sicurezza, non guardare neppure in faccia). E sì che allora non c’erano nemmeno i telefonini e talvolta era un problema persino chiamare casa, anche solo per dire sono arrivato, sto bene, ho trovato un buon albergo (non prenotavo mai, non sapendo in anticipo dove mi sarei fermato) e altre notizie essenziali, giusto per far sentire la voce, il tempo di identificarla, perché il semplice respiro, al telefono, non è riconoscibile (appunto per questo risulta inquietante). Oltre non si andava; come oggi del resto. Le bastava che mi facessi sentire ogni tanto: non per tranquillizzarsi, perché non era preoccupata, ma per coronare la sua tranquillità con il mio affetto. Con l’affetto elementare, ma fondamentale, che anche una pura chiamata, un saluto, sprigiona.
Ma con il passare degli anni, ogni volta che programmavo un viaggio la sua sicurezza è diminuita, e viceversa è cresciuta in proporzione inversa la tabella con direttive e corollari e opzioni varie, che ora contempla, tanto per fare un esempio, l’assenza di una notte, massimo due, e per non più di due volte al mese, per gli spostamenti e impegni veloci o di scarso peso (una mostra, una presentazione, un convegno: meglio se con un telefono o un indirizzo di riferimento o addirittura una persona di fiducia in loco), e alto gradimento della presenza di uno o più accompagnatori per gli sporadici viaggi più lunghetti, ma che non devono mai superare i 3-4 pernottamenti tuttavia (il che ne ha limitato drasticamente il chilometraggio potenziale). Di più senza di me non riesce a stare. E’ bello essere indispensabili in quest’epoca di assoluta impermanenza.
Fino a pochi anni fa anche l’identità dell’accompagnatore era secondaria. Praticamente andava bene chiunque fosse in qualche modo autonomo e non analfabeta: quindi anche il mio più caro amico e compagno abituale, che pure qualche dubbio sull’autonomia lo autorizzava (parecchi, anzi); le bastava ritenere ancora perfettamente sano e autonomo me (salvo in caso di incidenti, fratture e impedimenti motori e di qualsiasi altra natura, persino legale, tipo custodia cautelare o sequestro ecc., che allora avrebbero richiesto una persona di sicuro affidamento, esattamente come oggi: ma chissà perché questi pericoli allora le sembravano meno incombenti; forse è colpa della televisione). Stavo per scrivere sano e lucido, invece di autonomo, ma sotto questo aspetto, cioè sulla mia affidabilità, presenza di spirito, precisione, concretezza, accuratezza ecc. (su tutto cioè, a parte la puntualità e la disponibilità, quest’ultima peraltro anche eccessiva…), dubbi non poteva non nutrirne, date le mie sbadataggini, dimenticanze, goffaggini e omissioni occasionali sì, ma non rarissime, che però potevano essere ovviate quasi sempre dalla sua presenza e capacità manageriale, che mi assicurava un veloce rimedio, sia pure con il bonus di un inevitabile predicozzo che, data l’educazione sorbita da religiosi di varia caratura e rigore, ero però allenato a sorbire e subito dimenticare (inconscio a parte). Con il tempo però l’identità e il conseguente gradiente di affidabilità sono diventati fattori decisivi per la serena accettazione persino di un viaggio un po’ fuori dai parametri e addirittura senza l’inderogabile preavviso di mesi o almeno settimane.
Ora la mia cara consorte esige che vada in giro con gente giovane; sono ammesse anche le femmine, ma solo per spostamenti giornalieri senza pernottamento, se di specchiata moralità o con fidanzato a carico; o anche con pernottamento, uno solo – massimo un paio, se sono in due, con gli impliciti assunti a) che io sono innocuo; b) che sono troppo giovani per me o scarsamente attraenti; c) che dormono nella stessa stanza loro due (analisi che non fa una piega, peraltro); ma ancora meglio se il compagno è giovane, cioè dai 30 ai 50, e maschio, con implicita assenza di sospetti: a) su mie eventuali tendenze o occasionali tentazioni gay; b) che in due potremmo fare bisboccia ancor più allegramente. Il massimo apprezzamento si riscontra quando mi aggrego a una coppia (eventuali birichinate a tre rientrano nell’impensabile puro: anche per me). A escludere i gruppi, invece, ci penso io: la mia tolleranza arriva a due, anche perché poi fanno comunella e io posso starmene per conto mio ogniqualvolta ne sento il bisogno (cioè spesso: con tutto che sono un compagnone…).
Ma mica sempre è facile trovare accompagnatori con questi requisiti. Anzi, mica sempre è facile trovarne, per gli spostamenti e i viaggi che intendo fare io, con uno straccio di requisito qualsiasi. Tanto che, a petto di queste asperità, talvolta, kafkianamente, rinuncio. Sempre che non sia indispensabile.
Fortuna che spesso a chiedermi di fare un viaggetto con loro sono proprio gli amici, e non viceversa! Nel qual caso, se ci sono ostacoli, non è difficile aggirarli con raffinate mediazioni e strategie che sarei sciocco a divulgare. Magari qualcuna a pagamento.
Ho di questi amici che gli piace andare a spasso con me. Che trovano stimolante la mia conversazione quasi quanto io trovo stimolante la loro (intellettualmente, sia chiaro), o perché li faccio ridere; quanto volontariamente non saprei… Che mi attribuiscono competenze che non mi sono mai sognato di vantare, né di avere se è per questo; mentre loro ne hanno eccome, spesso in campi diversi dal mio, ammesso che io ne abbia uno, nel qual caso gradirei esserne informato. Brava gente che, mentre io li vedo con occhio spietato (e proprio per questo li ammiro pure), un po’ mi idealizza, con molta generosità. Sfido io! Se no che amici sarebbero? Il guaio è che, coltivando interessi analoghi ai miei, che erano già obsoleti quando ho cominciato a coltivarli (e io pensavo il contrario!), hanno un’età molto vicina alla mia, e anzi, più spesso maggiore (quando hanno cominciato a coltivarli loro non erano ancora obsoleti infatti, e forse è per questa ragione che loro sono bravi e noti e professionali, mentre io, disilluso quando già ero contaminato a morte, no), e perciò spesso con le mie stesse propensioni alle dimenticanze e inadeguatezze ecc., ma, essendo loro professionisti, con un grado ancora maggiore di inaffidabilità rispetto del mio. Non so se mi spiego.

Ieri mi telefona uno di costoro. Uno che, agli occhi della mio collegio arbitrale domestico, staziona in permanenza sul podio della suddetta categoria, e che perdipiù, tra tutti i miei amici, è il meno rispondente al requisito dell’età. Bene, proprio costui, uno scultore, mi chiama per dirmi che il giorno dopo va a Roma per preparare una mostra, che ha un piccolo appartamento in centro a sua completa disposizione (leggi: niente spese d’albergo) e che poi va a vedere una grande mostra di Tiziano alle Scuderie del Quirinale. Ora, a me piace andare alle mostre da solo, ma se proprio ne devo vedere una in compagnia, questo amico staziona sul podio anche della mia, di classifica. (Magari il motivo lo spiego un’altra volta, perché qui la tiritera sta già diventando troppo lunga di suo: infatti sto scrivendo solo ora, dopo quasi 4 cartelle, quella che doveva essere la seconda, massimo terza frase di quello che doveva essere un semplice appunto: la telefonata dell’amico con l’invito a vedere la mostra di Tiziano, intendo.)

Ne parlo con la mia amata consorte, perché in questo periodo avevamo in programma alcune cosucce da sbrigare insieme, e stranamente lei non avanza nessuna obiezione. Ma proprio nessuna. Nemmeno un timido se, un ma, tanto per non perdere l’allenamento. Anche la più banale, come la mancanza assoluta di preavviso e del tempo necessario ad abituarsi all’idea del distacco. Vai pure, che è da un po’ che non fai un giro, mi dice senza notare il mio sguardo allibito. Segue qualche piccola raccomandazione, ma ridotta all’osso, il minimo per mantenere viva la fiammella dell’apprensione di chi ama (si dice così, vero? Sì, si dice così: perché è vero) e delle relative rassicurazioni. Allora comunico al mio amico che lo accompagno, e già che ci siamo ci accordiamo anche sugli orari del ritorno e sui biglietti del treno, che ci pensa sua moglie a prenotare dato che io sono fuori casa e non ho accesso al pc. Bene, sarà fatto.
Ritorno ai miei impegni. Appena ripresi mi accorgo che già da subito un dubbio aveva preso a gironzolarmi per la testa, a giri bassissimi; ma, essendo concentrato su altre importanti faccende (una partita a scopa d’assi), avevo trascurato di metterlo a fuoco. Prima ancora che riesca a farlo, il mio amico, incurante che mi sto giocando la reputazione con i miei sodali dell’osteria, mi comunica che è tutto a posto: treni prenotati, posti vicini, costo inferiore al previsto. Benissimo, ma lasciami finire la partita, cazzo!
E’ solo dopo questa terza telefonata che il dubbio si precisa: com’è che io non ho mai sentito parlare di una mostra di Tiziano così importante? Possibile che nessun giornale o notiziario o pagina web ne abbia ancora parlato? E intanto confondo un sei con un sette, e gioco la carta sbagliata. Appena tocca il piano del tavolo mi accorgo dell'errore e ho un lievissimo moto involontario di contrazione facciale. Il mio socio, che non perde una sfumatura e soffre semmai di iperintepretazione, mi guarda basito. Dentro di sé, si chiede senza dubbio se tener conto della giocata o piuttosto della velocissima contrazione che non gli è sfuggita. E poiché è uno serio, ma non minchione, gioca come se mi fossi sbagliato cercando di rimediare al mio probabile errore. Ma il danno è fatto. Dovrò scusarmi. E senza fare riferimenti ai suoi molteplici errori del passato immediato e lontano. Tanto sarebbe inutile: lui errori non ne fa. Non sono eventi che passano sotto silenzio quelli! (La mostra, e anche gli errori.) Ma non mi preoccupo troppo, perché in questo periodo sono ben altri gli argomenti di cui tutti parlano in ogni luogo e modo, ed è appunto per questo che io ho seguito la cronaca ancor meno del solito: quindi la mostra potrebbe benissimo essermi sfuggita (come la carta).  

Una volta tornato a casa però, una ricerchina la faccio, e il mio timore trova conferma: non c’è nessuna mostra di Tiziano. Non ancora perlomeno. Apre tra dieci giorni, infatti. E’ la seconda volta oggi, dopo la conferma dei miei timori pre-elettorali sui quali però mi rifiuto di dire una parola in più, che sarei molto più contento di avere torto! Vuol dire che vedrò qualcos’altro.
Comunque a mia moglie non glielo dico. Va bene darle ragione tra me e me (cioè qui: per dire…), ma non  apertamente, non al punto, cioè, da sputtanare i miei amici. E’ una reticenza che evita discussioni inutili, anche se innocue, e non offre argomenti a recriminazioni future, altrettanto inutili e innocue. La vita di coppia è fatta anche di queste misericordie. Anche lei omette. Per amore ovviamente. E l’amore, si sa, è ingiusto: lei, piuttosto che spiattellarmi in faccia la mia sostanziale inaffidabilità, rovescia sugli altri anche la quota di mia pertinenza (ne tiene qualche spicciolo di riserva anche lei però, per la legge del non si sa mai), sui miei amici soprattutto, i quali, se hanno una colpa, è proprio quella di considerarmi amico loro. Loro sanno che su di me non possono contare a occhi chiusi (diversamente da mia moglie che sa di poterlo fare sempre), che sono più le volte che mi tiro indietro di quelle che rispondo presente; eppure continuano a chiamarmi, a chiedermi se li accompagno, se ci vediamo, se mi va di fare questo per loro o assieme a loro, o addirittura se possono fare qualcosa per me: continuano a tenermi le porte aperte, o socchiuse, e io, appena vedo uno spiraglio, mi ci intrufolo e: eccomi qui!, dico. Proprio non ce la fate senza di me, eh? Sfruttatori!

didascalie

1 – Amici inaffidabili (Museo degli scrittori a Dublino)

2 – Federica e Michele alla biblioteca nazionale di Dublino

3 – Specimen di amico inaffidabile (Federico D.L.)

4 – Cosa mi aspettava a Roma (avevamo dimenticato che era il giorno dell’ultimo saluto del Papa)

5 – Antonio e ‘l Brüsa al bar

6 – Barocci, Visitazione – nella magnifica Chiesa Nuova

7 – Meravigliosa pancetta egizia (musei vaticani)

8 – Autoritratto con Busto di Olimpia Maidalchini Pamphilj, di Alessandro Algardi (devo la precisazione del mio momentaneo vuoto di memoria, che avrei colmato di persona a tempo debito, a Federico De Leonardis, scultore e architetto, che a quei tempi sarebbe stato infilzato o avvelenato ancora giovane. Oggi trova persino chi gli vuole bene: io per esempio. No comment please). Galleria Doria Pamphilj

15/06/14

Ritratto dell’artista come giovane calciatore (appunti - due storielle con appendice mitopoietica)



23 aprile 2008

Per la legge “uno non conta, ma due a distanza ravvicinata sì”, trascrivo un paio di episodi della mia adolescenza calcistica per come mi sono stati raccontati da testimoni che allora manco conoscevo.

Prima storiella.
Qualche settimana fa sono andato a trovare Federica A., che si era presa una brutta polmonite. Mentre chiacchieravo con i suoi genitori, siamo capitati a parlare, non so come (ma sì che lo so: come fanno gli adulti... i vecchi...), di quando eravamo giovani, e a un certo punto Raffaele, il padre, è uscito con l’affermazione che io per lui, per un certo periodo, sono stato una specie di eroe. Ha usato proprio questa parola. Pensa un po’: un eroe! Senza che lo sapessi... ma pur sempre un eroe sono stato. Esagerato! (D’altra parte gli eroi mica lo sanno, di esserlo... di solito non ne hanno nemmeno l’ambizione... non vanno in giro con il cartellino sulla giacca e la professione indicata sulla carta d’identità...) E lui viene a dirmelo solo adesso! Non poteva mandarmi qualche segnale prima, che magari mi tornava buono in qualcuno dei frequenti momentacci in cui la mia autostima si eclissava? ...adesso che è andata in esilio senza speranza di ritorno?
Di fronte al mio stupore (genuino, ma che non credo sia riuscito a nascondere un certo compiacimento, peraltro motivato una volta tanto), lui mi ha ricordato il famoso torneo Clusone di quando ero in quinta ginnasio, uno dei miei pochissimi cavalli di battaglia, quello che ricordo sempre, tra l’altro, perché è stato l’anno in cui passavo molte domeniche a studiare i Promessi sposi in quanto la buonanima del mio professore, don Martino, aveva una tale predilezione per il sottoscritto che mi interrogava tutti i sacrosanti lunedì mattina chiedendomi la parafrasi “riga per riga con vostre parole” dei capitoli assegnati (almeno tre per volta), e allora io studiavo e studiavo quel fottutissimo romanzo... a casa prima di partire, e poi in macchina e mentre aspettavamo il nostro turno di entrare negli spogliatoi, e infine negli spogliatoi, mentre mi vestivo... persino quando mi allacciavo la scarpe, con il libro aperto sulla panca di legno e i miei compagni che mi prendevano in giro... l’ultimo anno che ho studiato sul serio – sul serio come lo intendevano i miei insegnanti –, quello che ha segnato il mio odio decennale per i suddetti Promessi, finché non li ho riletti a casa di Angela, che li aveva nella sua piccola libreria, quando eravamo fidanzati, mentre aspettavo che si struccasse e si preparasse ad andare a letto – intere mezz’ore... a volte più: un capitolo a sera press’a poco – per poi tornare al mio di letto, o in giardino, d’estate, a leggere altro in veranda fino alle due o alle tre, contento anche per la riscoperta..., un odio che poi si è tramutato in un amore tale che i pochi anni che ho insegnato al biennio delle superiori ho sempre sostituito quel libraccio con altri per risparmiargli quello dei miei studenti, di odio, che poi non avrebbero più avuto occasione di riprenderli in mano e se li sarebbero sempre ricordati come una tortura, dato che odiavano a priori (giustamente) qualsiasi cosa puzzasse di scolastico, identificandolo con il peggio del peggio della scuola, anche se qualcuno magari lo avrebbe apprezzato, anche grazie a me magari, alla mia passione... ma la maggior parte spesso già rovinati da precoci assaggi alle medie trangugiati a forza sotto lo sguardo sadico di professori che a loro volta odiavano e non capivano un’acca della letteratura che secondo loro insegnavano... Va be’, ma questo cosa c’entra? C’entra, c’entra... la letteratura c’entra sempre.
Insomma, a Clusone c’era ‘sto collegio dove ogni anno organizzavano un torneo a sette (o a nove) giocatori, al quale partecipavano tutte le squadre giovanili più forti della Valseriana e buchi limitrofi. Siccome tra gli ospiti (tra i reclusi, gli ostaggi, i soprannumerari, gli accantonati, gli indesiderati, i respinti, gli abbandonati...) del collegio c’era anche un ragazzo di Fara della mia età, suo padre quell’anno aveva messo insieme una squadra del nostro paese e ogni domenica mattina di quella primavera il nostro gruppetto veniva portato a Clusone stipato in due o tre utilitarie. Eh sì, era la primavera del ’67, l’ultima dell’innocenza. (Della presunta innocenza...) Ricordo che leggevo schiacciato sul sedile posteriore tra due amici che facevano a gara a disturbarmi, cantandomi nelle orecchie, sbraitando, facendo gli asini per ogni nonnulla (come fanno gli innocenti... come fanno gli innocenti al quadrato che si credono smagati...), tra gomitate e pizzicotti, chiudendomi il libro a tradimento ogni due minuti... e che non smettevo fino a quando, per le curve e le frenate e le file e i tornanti, non mi veniva la nausea, l’impulso di vomitare. Mi fermavo prima di farlo però, anche se la tentazione di imbrattare quei cretini era irresistibile... Ma io studiavo dai salesiani, e resistere alle tentazioni era la prima cosa che avevo imparato (imparo subito io... senza stare a distinguere se è il caso o meno: ho questo difetto). Chiudevo il libro, gli occhi, e inspiravo forte, a fondo, trattenendo il respiro finché potevo... chiedevo di abbassare i finestrini e subito mi avvolgeva l’aria della pineta...
Quello che non ricordavo era che tra i compaesani del collegio c’era anche Raffaele, forse perché più giovane di tre anni. Altra generazione! Era ancora alle medie il tapino, tra i piccoli, da solo, lontano da casa, dove tornava solo per le vacanze, con poche visite e, come capita, in quanto isolato e straniero (in Valseriana sull’argomento non ci vanno leggeri, come è noto), i suoi compagni non si facevano scrupolo di prenderlo in giro (ci godevano di brutto, a dirla tutta), tanto più che l’unica cosa che si poteva sapere lassù del nostro paese di origine erano i risultati della Farese, allora in terza (e ultima) categoria, che la pagina sportiva dell’Eco di Bergamo riportava impietoso ogni lunedì. Una sconfitta dietro l’altra, e pesanti anche... disfatte che si protraevano per interi campionati, senza neanche la catartica umiliazione della retrocessione a una categoria inferiore, dove magari qualcuno più debole, da mazzolare a nostra volta (nostra della Farese), si sarebbe anche trovato. Ultimi dell’ultima categoria... Quelli della pianura, già che non sono veri bergamaschi (e quindi umani a malapena, a voler essere larghi di manica come insegna il cristianesimo), non sanno giocare... sono scarsi, gracili, impediti... gente che parla senza aspirare, con quell’intonazione melliflua semimilanese da donnette... donnette in tutto e per tutto anzi... mezze seghe, al massimo. Raffaele ci soffriva.
E così, quando mi ha notato nella squadra appena scesa in campo (d’estate mi vedeva giocare all’oratorio o nel torneo notturno), nella speranza di una rivalsa trasversale mi ha indicato ai suoi aguzzini pronosticando che li avrei lasciati tutti a bocca aperta e che avrei segnato entro il primo quarto d’ora, pregando tra sé che non lo deludessi. Quelli si sono messi a ridere. Chi, quel piccoletto cicciottello? Caso volle che alla prima azione che mi è capitato il pallone tra i piedi (così ricorda ancora Raffaele... io no... forse inventa... forse era la seconda azione o la terza... è la trasfigurazione eroica, il nimbo del semidio...), ho dribblato mezza difesa e ho segnato. Poi ne ho segnati altri, non ricorda quanti... almeno tre o quattro. Fatto sta che, da quel momento, come mio “amico” è stato più rispettato e per lui si è consolidato il mio ruolo di eroe, di idolo. E ancora se ne ricorda, dopo quarant’anni, come fosse ora... Ma pensa te! Tanto più che poi siamo arrivati secondi, cosa che non era mai capitata a una squadra “esterna”, e io ho vinto il trofeo di capocannoniere. Diciassette gol in cinque partite! Dicasi diciassette (17)! Ho ancora la foto della premiazione, in bianco e nero, piccola, con i margini dentellati, che tengo il trofeo in mano, i capelli corti, la maglia a righe che addosso si stortavano ad ogni movimento perché mi andava stretta (come ho detto ero robusto, quasi cicciottello), il sorriso un po’ storto di quando sorrido a comando, ma gli occhi, quelli sì, contenti davvero. Lo sguardo pulito e sereno. (Allora l’avevo sempre così... Ma anche oggi, suvvia... anche se non proprio sempre.) Il trofeo invece se l’è preso mio fratello Mario che per anni si è vantato con i suoi amici di averlo vinto lui. Prima ha staccato la targhetta con la data però. All’epoca aveva un anno e mezzo, anche se già mi somigliava. (Adesso è meglio, mi pare... meglio di me, intendo.)
Poi Raffaele mi ha raccontato (avevo ancora la bocca spalancata per la sorpresa) che si ricorda anche di avere giocato qualche volta con me all’oratorio, e che aveva imparato molto, perché io indicavo sempre ai miei compagni come giocare, dove spostarsi, come marcare questo o quell’avversario... cose così. Magari le dicevo incazzato perché non le eseguivano, perché stavo perdendo... ma per lui erano segnali di attenzione, parole di cui fare tesoro, autorevoli... Gli eroi non parlano a vanvera!


Seconda storiella.
Oggi stavo fumando una sigaretta sulla panchina fuori dal bar dove ogni tanto vado a giocare a scopa. Seduto accanto c’era Vito, un signore con cui, grazie alle carte, ho ripreso contatto da poche settimane dopo decenni che non ci vedevamo. Non che fossimo mai stati amici, ha 5 o 6 anni più di me (altra generazione!), ma c’è stato un periodo negli anni ’70 in cui ogni tanto ci incontravamo, credo nel momento glorioso del circolo artistico farese, e allora qualche parola ci sarà pur capitato di scambiarcela. Parole così, dette e dimenticate all’istante... Può darsi che solo io non gli abbia dato peso, però... ero un po’ supponente all’epoca... intransigente. Sempre cortese comunque... noblesse oblige. (O ero uno stronzo e basta?) Adesso invece, sulla panchina, sotto un bel sole che un po’ mi stordisce, parliamo del più e del meno come due che si conoscono da sempre. Pacati. Sereni. Stiamo bene e ci piace essere lì. In quel mentre esce dal bar un signore che mi saluta. E’ il padre di un mio ex-allievo, un po’ strano all’epoca, a cui ho voluto bene (forse glien’ho voluto proprio per questo... mi capita spesso) e mi  saluta sempre con qualche deferenza: “prufesùr...”, e un accenno di inchino. Gli rispondo con l’identica cortesia (non più supponente) e poi dico al mio vicino: “Ti ricordi quando faceva l’arbitro di calcio?”. Invece di rispondermi, lui mi fa: “Mi ricordo la prima volta che ti ho visto giocare...”. Lo guardo allibito.
“Non mi risulta che ti sia mai interessato di calcio... non credo di averti mai visto giocare, nemmeno all’oratorio...”, gli faccio. Ma lui non mi risponde, come se non mi avesse sentito. “Era una partita organizzata dall’Atalanta...”, continua invece, concentrato sul suo ricordo. Chissà da dove viene... Ci avrà mai pensato altre volte? ...o è solo adesso che per la prima volta gli torna alla mente? Magari invece quel che ha visto di me quel pomeriggio è sempre stato parte integrante della mia persona ogni volta che mi ha incontrato successivamente... parte del mio nome ogni volta che lo ha sentito nominare in questi quarant’anni. Magari tutto ciò che ha sperimentato, conosciuto, sentito di me, non è stato che un corollario di quello, un aspetto secondario, poco significativo. Non che cambi qualcosa... Sono cose risapute, peraltro. Tanto più che nella sua vita io non ci sono mai entrato, come lui nella mia... siamo stati, l’uno per l’altro, esseri marginali, nomi o poco più. Adesso che sto scrivendo, mi viene in mente di aver pensato ogni tanto a lui passando davanti alla casetta dove abitava con sua madre (il padre non lo ricordo, forse è morto presto), vicina a quella dove ho abitato tra i sette e i quattordici anni, e di essermi chiesto in quelle occasioni, ma solo per un attimo, che fine avesse fatto... dove vive ora. (Ha sempre abitato in paese, ma pensa un po’! ...e per più di trent’anni non ci siamo mai incrociati! Curioso...) “...una di quelle partite che gli osservatori organizzavano con i migliori ragazzi delle varie zone per selezionare pochi eletti per le squadre giovanili dell’Atalanta... ti ricordi?” “Eccome no?” E’ stato uno dei miei giorni di gloria, un altro dei cavalli di battaglia che a volte sforno, senza esagerare, ai miei studenti (i maschi, più ottusi...) per accrescere la mia autorevolezza ai loro occhi... anche se non ce ne sarebbe bisogno: quella intellettuale, per chi la capisce, o quanto meno dialettica, basta e avanza... non per vantarmi... (Taccio del resto.) In certi momenti però, quando me ne servo (quando mi faccio bello), mi viene come il dubbio di esagerare, chissà perché... che il ricordo, nitidissimo, sia in qualche modo falso, un ricordo schermo... uno dei tanti. Ma a Vito non dico niente, lascio che sia lui a raccontare... così potrò finalmente fare un confronto, una verifica... a meno che anche il suo ricordo non sia in qualche modo sfalsato, distorto, a sua volta schermo... (Ma lui cosa ci guadagnerebbe?)
Così lui continua: “Sono rimasto letteralmente a bocca aperta...” (come sono io, di nuovo, adesso). “Non ti avevo mai visto giocare prima, e hai fatto una partita straordinaria... a parte un bel po’ di gol... (continua! continua! ...5 gol e un palo per la precisione... ma non glielo dico... continua!) ...avevi un grande controllo di palla... uno scatto fulminante, sul breve... insospettabile data la tua struttura un po’ cicciottella (esagerato: era robusta... solo robusta... e poi si sa che i tarchiati, quelli con il baricentro basso, più vicino alla terra, hanno un controllo migliore... maggiore equilibrio... superiori capacità di muoversi nello stretto) ...dribbling... passaggi precisi... lunghi lanci millimetrici...” (miele! ...ambrosia!). “Mi pare che poi ti hanno selezionato, ma tu non sei andato... o sbaglio? Perché non sei andato?” (Dunque i miei ricordi erano corretti! Non mi sono inventato niente... non ho mai abbellito o ingigantito con il passare degli anni... per il bisogno di chissà che compensazione... E’ tutto vero! Non ho falsato niente... l’origine è reale, non mitica!)
Gli spiego succintamente perché (anche se del vero perché non sono sicuro... quello sì che forse l’ho distorto... forse inventato: avevo appena iniziato il liceo, covavo altri progetti... forse non credevo abbastanza nelle mie capacità... nel mio fisico), lui ascolta, dà una boccata alla pipa e annuisce (ma cosa annuisci? ...cosa vuoi capire che non ci capisco niente io?) e quando rientriamo nel bar gli offro da bere.
Poi lo straccio a scopa. 


Appendice mitopoietica
Domenica 10 marzo 2019, dopo aver postato su Facebook il giorno
prima una foto ritrovata di una squadra di calcio del ginnasio che aveva suscitato varie reazioni positive, con la mia faccia da bambino che fa tenerezza, quantomeno a me, mi è venuta l’idea di rilanciare per la seconda o terza anche queste due storielle dal mio blog. 


Tra le varie reazioni, scrive la Federica A. del testo (che sarebbe poi la mia carissima F. Arnoldi):

Me l’ha raccontato di nuovo venerdì, giuro. Stavolta ha detto “Un grande, un graaaaaaande”. Non ricordavo il passaggio in cui lo descrivi straniero in Valseriana, noi faresi “gente che parla senza aspirare, con quell’intonazione melliflua semimilanese da donnette”. Ho riso tantissimo.

E poi ancora:

Ah! Venerdì ha aggiunto nuovi dettagli, ha detto: “quando i miei compagni hanno visto arrivare i faresi hanno iniziato a prenderci in giro, ma io quando ho visto Luigi gli ho detto: sì, sì, ridete, ridete. Oggi non riderete più”.

Così nascono le leggende.


Guerriero!

18/01/14

Rubare il mestiere


 a Mimma e Raffaele (e a mia sorella Manuela)

Sul ponte incontro Raffaele e Mimma, stanno guardando il popolo delle anatre che negli ultimi anni ha colonizzato i corsi d'acqua del paese, fiume canali e persino rogge. Ci sono anche germani reali, e poi cigni, gallinelle, gabbiani, aironi e, mi pare, cormorani. A proposito dei germani reali, Raffaele mi racconta di un tale che usava le piume verde smeraldo della loro testa per confezionare esche. Si chiamava Aldo Vanghett, detto così perché la forma del suo viso, con il mento squadrato e sporgente, gli zigomi spigolosi e la fronte alta e lucida, evocava quel nobile strumento. La cultura contadina! Era un ex-cacciatore che non ce la faceva più, né lui né il suo vecchio cane sbilenco e spelacchiato, a percorrere con il fucile in spalla la campagna ormai spopolata di selvaggina, e così si era dedicato completamente all'altra sua passione, la pesca. Sempre meno con gli anni, però, perché l'umidità, il freddo e l'artrite non vanno d'accordo. Quando non pescava, andava in giro con il suo cane, e, in difetto di altri interlocutori, faceva lunghi discorsi con lui, che lo stava ad ascoltare paziente e gli dava sempre le risposte giuste girandogli attorno e leccandolo. L'amore è sempre la risposta giusta. Quando incontrava i suoi ex-colleghi cacciatori, chiedeva se avevano ucciso un germano (che poi non so se è legale), e se potevano dargli le piume della testa.
A volte si fermava un po' a guardare pescare gli altri, e in certi casi si azzardava persino a attaccare bottone. È così che ha conosciuto Raffaele. Un giorno gli racconta del suo metodo per confezionare le esche e gli magnifica la loro efficacia. Peccato che non ha figli né altri a cui tramandare quella piccola sapienza e altri trucchetti che ha escogitato negli anni. Allora Raffaele gli dice che può insegnarlo a lui. 
 
Faceva così: tagliava le piccole piume a metà, poi le piegava in differenti angolazioni e addobbava l'amo fissandole in un modo tutto suo, bello e efficace. Il suo modo di essere creativo. Forse uno dei tanti, che si manifestavano in altre piccole attività e accorgimenti come questo. Cose a cui nessuno faceva caso, ma lui sì. E questo è bello. Magari per il resto era men che mediocre, non so; penso di no, ma forse lo era; però in questo di sicuro no. È bello far bene le cose.
Certo ora i negozi sportivi sono pieni di esche preconfezionate di ogni tipo e materiale, e su internet ci sono mille siti dove puoi imparare tutti i segreti e le procedure per ogni occorrenza e ambiente e preda. Ciononostante Raffaele è andato da Aldo un paio di volte, l'ha ascoltato e ha imparato le sue tecniche, che ha aggiunto a quelle che conosceva già, e si è messo a confezionare le esche da solo. O assieme a Mimma, nei pomeriggi di domeniche inclementi, o la sera, in cucina, mentre Federica e Ilaria, che di apprendere quell'arte non si sognavano nemmeno (d'altronde si sono mai viste donne pescatrici?, nel senso letterale del termine almeno), studiavano in stanza o in salotto, o erano uscite, ciascuna rigorosamente per suo conto, con i rispettivi amici. Mi piace immaginarli così, silenziosi, attenti a non pungersi con gli ami, o scambiandosi qualche parola ogni tanto. Troppe non servono. E anche questo è bello e buono.
Nel parlare, siamo arrivati all'Adda vecchia, praticamente un canneto paludoso ora (splendido però), e Raffaele mi ha mostrato dei pesci fermi sotto il pelo dell'acqua, che si vedevano solo a guardare nel modo giusto e se già sapevi che erano lì. Gli ho chiesto che pesci erano, e poi, già che c'ero, delle specie che ci sono nell'Adda, di quelle che c'erano in passato e di quelle che sono rimaste ora o che, al pari di molti degli uccelli succitati, sono arrivate da fuori (succede anche questo, e non sempre è un bene, pare, perché alcune, molto voraci, alterano l'equilibrio: certo, dico io, ma se ne creerà un altro; e contro i predatori si può intervenire, ammesso che non si calmierino da soli), e come distinguerle. Lui, paziente, mi ha dato molte informazioni, che io però ho dimenticato quasi del tutto, perché per imparare devo avere gli oggetti davanti. Neanche le illustrazioni mi aiutano. Succede così anche con gli alberi (per gli alberi il mio consulente principale è Federico De Leonardis, che peraltro fa lo scultore).
Ascoltando questa storia, mi è venuto da pensare alle forme di trasmissione del sapere, roba grossa, non alla mia portata, e che quindi è immediatamente evaporata, lasciando il posto a qualcosa di personale; e mi è tornato in mente mio papà, che negli ultimi anni si lamentava che i giovani della sua ditta non stavano a ascoltare quando gli insegnava come lavorare e tanto meno avevano voglia di "rubare il mestiere", come aveva fatto lui da ragazzo, durante la guerra, osservando di nascosto gli operai specializzati più abili e gelosi dei loro segreti, quando lavorava dal mitico Piacezzi, nella cui fabbrica si è formata la generazione di quelli che sarebbero diventati gli artigiani e i piccoli imprenditori che hanno fatto la fortuna di Fara (e la propria; e la mia) negli anni '50 e '60.
A me questo ritornello non diceva molto, tanto più che lo sviluppo della tecnologia aveva reso obsolete simili astuzie. Eppure fino agli ultimi tempi mio papà, che non aveva fatto neanche le scuole medie, ma solo quelle che allora si chiamavano l'avviamento (professionale) e poi una scuola serale di disegno tecnico (ma non sono sicuro e purtroppo non ho più nessuno a cui chiedere conferma), non ha smesso di inventare qualche accorgimento per migliorare anche i macchinari più avanzati. La sera, o durante i weekend, si metteva al tavolo in sala, con squadra, righello, goniometro e la sua batteria di grossi blocnotes a quadretti, e disegnava. Me li aveva fatti portare, di nascosto dalla mamma e dai dottori, persino in clinica, tre o quattro giorni dopo l'operazione al cuore in seguito alla quale poi gli si sono bruciati i polmoni (ma lui ha poi accelerato il processo, tornando a lavorare finché non ha dovuto usare le bombolette portatili con la cannuccia per respirare, e oltre), e passava i giorni e le ore così, senza pensare a nient'altro.
Mi ricordo quando, con l'intento di insegnarmi, di passarmi pian piano il mestiere (a cui dovevano introdurmi anche le scatole di meccano sempre più complesse che per anni sono state la costante dei regali di Natale), mi portava alla fiera campionaria o a quella delle macchine industriali. Passava tutta la giornata nei loro padiglioni, mentre io volevo andare in tutti meno che in quelli ma non mi azzardavo a dirglielo (ma poi un giro me lo concedeva sempre), a osservare ogni dettaglio, chiedere depliant sui quali scarabocchiava appunti per poi studiarseli ben bene a casa, a fermarsi a parlare con gli espositori di ogni nazione, facendosi capire anche quando non parlavano l'italiano o non c'era un interprete. In particolare ricordo la volta che ha visto un macchinario della Germania dell'Est che era ciò che più si avvicinava a come doveva essere per lui la macchina perfetta: ha fatto finta di niente, si è avvicinato, gli ha girato lentamente attorno, in silenzio, come un medico scrupoloso al capezzale di un moribondo, ha messo la testa in tutti gli angoli, controllando materiali, motore e tutte le componenti e ha salutato con aria moderatamente soddisfatta, ma con una sfumatura scettica, lasciando intendere che forse, ma proprio forse, e se gli venivano incontro, come se fosse dipeso dai rappresentanti, era interessato. Al ritorno ha ripassato tutte le caratteristiche, una per una, ha calcolato costi e tempi di ammortamento, ipotizzato ogni possibile uso o miglioria per adattarla alla sua produzione del momento e per acquisire nuovi ordini per particolari (di trattori) che pensava di soffiare ai concorrenti, e il giorno prima della chiusura è tornato ad acquistarlo. Un bestione come non se n'era mai visto in officina (l'abbiamo sempre chiamata così, anche quando è diventata una fabbrica di discrete proporzioni) e che è rimasto ancorato al suolo, stagliato come un mastio nella valle, per più di vent'anni.
 

Voleva sempre insegnarmi, mio papà, anche quando non pareva, quanto lui non si stancava di apprendere. Con poche parole e gesti bruschi, ma non duri. Solo, a volte, impazienti. E io non ascoltavo; oppure ascoltavo distrattamente e mi volgevo altrove. Non volevo quello che voleva lui, pur non sapendo cosa volevo io. E siccome non lo sapevo io, pensava di potermelo dire lui. Non ha funzionato. Se qualcosa, con il tempo e senza accorgermene, ho imparato, è stato, ma solo in parte, a volere come voleva lui. Non l'ho preso alla lettera, ma forse alla lunga ho compreso la lettera, ne ho assimilato il senso.
Io non sono mai stato capace di rubare il mestiere. Del resto non ne ho mai avuto uno. Ma quando vedo qualcuno fare bene una cosa che ignoro, ora lo sto sempre a guardare. Se non disturbo troppo, faccio pure qualche domanda, mi informo su materiali e strumenti e tecniche e ragioni. Imparo poco o niente, ma intanto guardo, ora, e chiedo. Restano alcuni gesti, delle posture, parole. Sarà poco, ma me ne vado sempre contento.