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21/01/26

Sandro Botticelli, Adorazione dei Magi (1475)

   


L’occasione è di quelle che non si possono mancare, la prima apparizione pubblica di un grande re, come dicono, anche se la scenografia è tutto meno che adeguata: una capanna diroccata, muri d’angolo di un vecchio palazzo crollato, la nuda terra per pavimento.

Sembra che siano giunti da lontano a rendergli omaggio altri grandi re, con il loro seguito esotico e sfarzoso. Sarà di sicuro uno spettacolo, un diversivo alla monotonia delle solite feste, sempre con le stesse facce e le espressioni sussiegose e le malignità appena volti le spalle, per tacere delle trame di congiure nell’ombra. Tutta la bella gente di Firenze è accorsa in pompa magna: la stagione per la verità non sarebbe delle più favorevoli per sostare a lungo all’aperto, ma nessuno rinuncia a sfoggiare i suoi migliori panni morbidi e preziosi, velluti e broccati sgargianti, e lunghi mantelli colorati che non camuffino, per i più giovani e vanitosi, i loro corpi snelli e atletici, ma la giornata è limpida, il sole alto, l’aria insolitamente tiepida. Nonostante la capanna sia in aperta campagna, di gente minuta, poveracci, vagabondi, pastori, non se ne vedono. Pare che, loro, siano arrivati durante la notte, appena avvistata la stella sfolgorante nell’infinito cielo dei deserti, la cui luce filtra ora dal tetto rilasciando come una polvere d’oro sulla famigliola, mentre un lungo raggio punta dritto verso il bambino: hanno lasciato qualche piccolo dono straccione, dei generi alimentari di conforto per questi pellegrini sorpresi dalle doglie della giovane donna lontani da casa e dalla meta, qualche cencio per il bimbo nudo, e poi sono tornati alle incombenze quotidiane che già li chiamavano prima dell’alba, gli occhi lucidi di commozione e meraviglia.

Il posto è quello che è, disastrato, imbarazzante, ma pazienza: una volta tanto fare mostra di umiltà può venire utile, fa bene pure all’anima, chi ce l’ha. D’altra parte con quel neonato da omaggiare, qualcuno dice un Dio, non è il caso di mostrarsi schizzinosi. E poi va be’, sbrigata l’incombenza, resteranno tutti tra di loro e qualcosa da organizzare per rallegrare la giornata e ristorarsi dalle fatiche, una cena, un festino, qualche ricco dono per i più potenti, ci sarà di sicuro qualche ambizioso che vorrà organizzarla, per omaggiare anche i suoi, di signori. Per esempio l’ambizioso Gaspare del Lama, il vecchio dai capelli grigi con il manto azzurro nell’ultima fila a destra che si disinteressa della scena e guarda chi si sta accostando e si ferma a osservare a rispettosa distanza, mentre indica se stesso con la mano guantata, per sottolineare di essere proprio lui il committente, orgoglioso delle amicizie e dei patroni, e della cappella in cui l’opera sarà collocata a perenne memoria, spera (perché la sorte non ci mette niente a capovolgere le fortune e a cancellare tutto: come capiterà a breve anche a lui, condannato per frode nel 1476, l’anno successivo alla realizzazione del quadro), di sé e della sua famiglia, rappresentata dal figlio che pure guarda verso gli astanti, sbucando, con le spalle ammantate di rosso, nel gruppo di sinistra. Gaspare sta proprio sopra il giovane signore della città, Lorenzo, che sembra meditare, austero, la testa leggermente piegata in avanti, le mani composte una sull’altra, lo sguardo rivolto non tanto al Magio più vicino, vestito di bianco, che ha le sembianze di suo zio Giovanni, quanto al secondo, ammantato di rosso con la fodera di ermellino che spunta dal risvolto, che ha quelle del padre Piero, morto da tempo. Come gli altri due Magi peraltro: il fratello Giovanni e il vecchio signore, Cosimo, loro padre e capostipite della dinastia, qui nelle vesti di Melchiorre che, deposta a terra la corona in segno di umiltà, si inginocchia per rendere omaggio al bambino, che lo benedice consacrando in tal modo anche il suo potere e quello dei suoi discendenti, mentre lui gli sfiora (ma non bacia, come farà il suo corrispettivo in uno degli ultimi quadri di Lorenzo Lotto) i piedini con un leggero, preziosissimo panno, in forma di rispetto. Perché il sacro va tenuto a distanza, non si può profanare col nudo contatto diretto. È opportuno proteggersi. Il sacro è incendio. Brucia.


Il terzo personaggio che si rivolge verso l’esterno, che Gaspare del Lama ha ingaggiato a rappresentare la scena in cui uno dei protagonisti è il suo magio omonimo, è l’autore in persona, Sandro Botticelli, giovane ma già famoso, che non ha rinunciato a raffigurarsi in primo piano, con un ampio mantello giallo, sia pure ai margini (ma lo spazio prospettico ne rende la figura prominente), come farà, trent’anni dopo, in una posizione più arretrata ma con un vistoso cartiglio in mano, Dürer nella sua straordinaria Festa del rosario ora a Praga: ha un portamento eretto, la testa che si volta con uno sguardo quasi sdegnoso a scrutare lui pure l’ammirazione e la sorpresa di chi osserva la sua opera, o a immaginare chi la osserverà, come il visitatore che in questi giorni può ammirarla a Milano, nei Chiostri di Sant’Eustorgio per la rassegna “Un capolavoro per Milano 2024”.

L’artista è consapevole del proprio valore, anche se i suoi ultimi anni vedranno la sua fama spegnersi tanto che morirà povero e pieno di debiti, e la sua postura lo dà a vedere. Lo sa che l’opera è magnifica, e tutti i personaggi ritratti saranno orgogliosi di vedersi magistralmente rappresentati, magari con qualche piccolo abbellimento (come quello che l’artista riserva a sé: più belloccio e  più slanciato del vero, come usava anche con i nudi e le figure d’invenzione), in pose naturali, spontanee, per nulla ingessate o convenzionali, ciascuno con la propria fisionomia individuale e caratterizzato per come desidera essere conosciuto, per l’immagine pubblica che desidera incarnare agli occhi e al giudizio altrui.





Ma non mancano figure in atteggiamenti più intimi, come quella, bellissima, adolescenziale, del timido Poliziano dallo sguardo dolce e languido che appoggia la testa sulla spalla e cinge in un abbraccio, una mano sul fianco e l’altra che sfiora, e quasi accarezza il suo petto, Giuliano de’ Medici, che il pittore rappresenta all’estremità sinistra del quadro, dignitoso ma fiero, che stringe tra le mani la spada da cavaliere fresco vincitore di un torneo che il poeta canterà nel suo capolavoro, Le stanze per la giostra. Accanto a loro, quello alcuni identificano come Pico della Mirandola, che però all’epoca era solo dodicenne, mostra la scena con gesto elegante e la illustra dall’alto delle sue sterminate conoscenze.


Il momento è solenne, a dispetto della mondanità, e alcuni con le loro posture di riverenza e adorazione dimostrano di averlo compreso, come dovrà evitare di sbagliarsi il fedele che sosterà davanti all’immagine in Santa Maria Novella. La scena, infatti, nella sua inedita rappresentazione frontale (di solito la capanna era posta a uno dei lati e gli eventi erano narrati in orizzontale, mentre qui l’impostazione è centrale e ascendente) non serve solo a dare a ciascun convenuto il suo esatto posto in una spaziatura che gli consenta di essere con naturalezza se stesso pur nel rispetto della gerarchie e delle relazioni reciproche, ma ha soprattutto lo scopo di convogliare l’attenzione verso il suo fulcro: la celebrazione della Sacra Famiglia posta al centro, spostata verso l’alto così che anche lo sguardo si elevi, e il riconoscimento del bimbo divino da parte dei Magi che lo omaggiano. È il momento dell’Epifania, dell’apparizione del numinoso nella sua veste umana, della manifestazione della Vita alla vita, in cui la Redenzione prende il suo vero inizio rivelandosi a chi è disposto a vederla e ad accoglierla. Per questo chi la sa percepire può cominciare a percorrere la sua via: cioè a veramente vivere, perché solo nel suo orizzonte vita si ha. Anche e soprattutto per chi è già trapassato, di cui qui si vuole prolungare, raffigurandolo, la sopravvivenza nell’eternità terrena della memoria, in attesa della Rinascita che l’avvento del Bambino assicura e che la presenza di un pavone appollaiato su una sporgenza del muro diroccato simboleggia.

Questa rovina e quelle imponenti che si vedono sullo sfondo a sinistra, stanno proprio a indicare che un nuovo tempo è venuto, che l’ordine antico è terminato e quello nuovo è già cominciato.
La Madonna, dal corpo lungo e slanciato, maestoso e etereo, piega la testa pensosa che già si prefigura la sorte che attende suo Figlio, ma senza che quest’ombra di tristezza e insieme di accettazione intacchi i suoi bellissimi lineamenti, la pelle fresca come una rosa, come quella rosa che essa, misticamente, è. Non è seduta in trono, ma su ciò che resta della parete caduta, o su uno sperone della roccia alle sue spalle, e tiene delicatamente suo figlio che si sporge in avanti a benedire il vecchio signore inginocchiato ai suoi piedi. Il bimbo è completamente nudo, meno per mostrare la povertà in cui ha scelto di venire al mondo, quanto per mostrare a tutti la propria totale umanità, la verità della sua incarnazione.



Alle loro spalle Giuseppe è in piedi, appoggiato a un bastone con la mano sinistra, mentre la destra regge la testa canuta, appesantita dalla stanchezza, reclinata come a non perdere di vista nemmeno per un attimo quanto sta accadendo, pur essendosi lui umilmente ritratto dal proscenio. È davvero vecchio e probabilmente ogni tanto cede al sonno, nonostante cerchi di resistere come può. La notte deve essere stata agitata, gli anni si fanno sentire. Accanto al gomito appoggiato a un ripiano orizzontale della roccia, ha una piccola natura morta di poveri oggetti: del sale, un po’ di farina, un vasetto d’olio, oggetti elementari, forse proprio i doni dei visitatori notturni, che fanno da contraltare a quelli preziosi recati dai magi, anch’essi, come quelli, con il loro carico simbolico. Forse proprio ora si è appisolato, forse sta meditando, preoccupato, su quello che gli ha appena detto, affacciandosi alla sua mente un po’ annebbiata, un essere splendente, che a Gerusalemme il re avrebbe ordinato di sterminare tutti i neonati dei suoi domini, che la strage è già iniziata nei villaggi e nei casali, e che quindi, se vuole proteggere la vita del suo, deve sbrigarsi, appena terminata la cerimonia, dispersi gli astanti e partiti per il viaggio di ritorno i re stranieri con il loro seguito, a fuggire via da lì in tutta fretta, lungo percorsi poco trafficati, di notte, nascondendo il figlioletto alla vista, evitando la costa e la striscia di Gaza, e scendere giù, giù, fino al Sinai, all’Egitto. Verso la salvezza. Per ora, se non per sempre.

 

Botticelli, Adorazione dei magi, 1475, a cura di D. Parenti, N. Righi

 

 

05/01/22

Sassetta (Stefano di Giovanni), Il viaggio dei Magi (1433-35)



 C’è questa carovana che scende un pendio guidata da un cavallo sulla cui groppa è sdraiata una scimmietta. Si allontana da una città che sta sullo sfondo, in cima a un poggio come molti borghi toscani, circondata da mura rosate, o rosse, simili a quelle di Siena, e di Gerusalemme. Al centro della carovana tre uomini a cavallo con un’aureola attorno alla testa, uno vecchio con la barba, uno giovane e biondo e un altro presumibilmente adulto (così completano lo schema delle tre età). Prima e dopo di loro, alcuni uomini a piedi, quasi certamente servitori, e a cavallo, appartenenti al seguito e scorta armata. Il paesaggio è trattato a colori uniformi, con sfumature per suggerire gli strati delle rocce e l’ondulazione del terreno, al quale radi alberi spogli conferiscono un ritmo discreto a cui contribuiscono anche alcuni uccelli sul cocuzzolo di un colle e un altro paio in basso presso le rocce bianche sulle quali risalta una specie di fiore dorato, con una lunga coda verticale che punta verso il basso. Una stella messa lì come una coccarda di luce. Una cometa, quasi certamente. Quindi i tre signori a cavallo sono i Re Magi, e la carovana è il loro corteo. Ma che ci fa la stella cometa lì sotto?


 La scena, nota appunto come Il viaggio dei Magi, è dipinta su una minuscola tavoletta di 21.6x29,8 cm, praticamente un foglio A4, conservata al Metropolita di New York. L’autore è Stefano di Giovanni di Consolo, noto come il Sassetta, un pittore senese nato all’inizio del quattrocento e morto nel 1450, forse il maggiore del periodo nella città toscana, che mi riprometto da tempo di studiare a fondo, senza decidermi mai a farlo. È un pittore tardo gotico, aggiornato sulle novità che in quel periodo si stavano affermando a Firenze, ma non sempre interessato ad applicarle, anche se quando le usava lo faceva molto bene; affacciato, ma non immerso, sui tempi che precipitano verso l’umanesimo e la prospettiva, nella Siena orgogliosa della sua indipendenza e della sua straordinaria tradizione pittorica inaugurata grandiosamente da Duccio e sfolgorata poi in Simone Martini e nei due Lorenzetti, o piuttosto che vi scendono lungo un declivio dolce come quello percorso dal corteo, e che sembra quindi starsene indietro, un po’ in ritardo sui tempi allineati dalle storie dell’arte, ricevendo in dote forse anche da questo scarto l’incanto che le sue opere emanano, questa in particolare per quanto mi riguarda. Io ne tengo la riproduzione tra i segnalibri e così la guardo periodicamente, lasciando che l’incanto mi avvolga, circonfuso dall’ignoranza che non mi affanno a colmare, e mi conduca a fantasie, o a piccole storie ogni volta un po’ diverse, non importa quanto arbitrarie. Per me però tutte necessarie, perché non sapendo da dove vengano, mi metto al loro seguito, come in una carovana che ha una meta, una sua stella guida, che porta dove non si sa, esattamente come quella del dipinto.

 

La stella cometa invece sta lì perché nella piccola pala da cui la tavoletta è stata ritagliata figurava in alto, sopra il monte roccioso che qui vediamo in basso, a perpendicolo sulla testolina del bambin Gesù a cui i Magi stanno rendendo omaggio nel frammento inferiore sopravvissuto al suo disgraziatissimo smembramento, una magnifica Adorazione dei Re Magi, di proprietà del Monte dei Paschi di Siena, come si può notare sovrapponendoli. Ma a chi guarda la tavoletta senza sapere nient’altro, come è capitato a me e come continua a capitarmi anche ora che qualcosa so, appare come un che di strano e sorprendente, che trae dalla mutilazione dell’insieme un supplemento di incanto, come la Venere di Milo dall’assenza di braccia. Come il fatto che il corteo sia guidato, nello spazio dipinto rimasto, da un asino con in groppa, sopra la soma, una scimmietta. O vedere Batman in coda al corteo, intento a chiacchierare con un altro cavaliere vestito di rosso. Tutto allude a tutto, ogni cosa ne simboleggia mille altre, ogni immagine innesca ricordi che, anche loro, portano in mille direzioni, senza lasciarsi frenare da pertinenza e verosimiglianza.

 


La pala era quasi certamente destinata all’uso privato in qualche cappella o a un altare domestico, ed era di una decina di centimetri più larga e alta grossomodo il triplo di questo frammento, come si può desumere dall’altro a cui è stata collegata dagli storici (l’Adorazione è di 31 x 36,4 cm), sommati al segmento mancante che li connetteva e che doveva contenere la tettoia in tegole di cui si nota una piccola striscia in alla base della nostra tavoletta e una trave di sostegno che spunta in alto a destra dell’altra, sopra la testa di san Giuseppe, e univa in una stessa immagine le due scene del viaggio e dell’adorazione, come frequente in quel periodo, per esempio in una tavola di Bartolo di Fredi, del 1380 ca., molto nota a Siena e certamente anche al Sassetta.

I Magi delle due tavolette sono quindi gli stessi, anche se a prima vista sembrano diversi, per quanto poi la forma dell’abbigliamento aiuti a identificarli. Nel Viaggio, visti da lontano, alquanto minuti e con i dettagli delle stoffe poco riconoscibili, non fosse per l’aureola a cui si fa caso solo in un secondo momento, sembrano semplici mercanti all’interno di una lunga carovana di quelle che attraversavano contrade e deserti per i loro commerci, provenienti da posti più o meno favolosi con merci più spesso comuni che rare e preziose. Non fanno minimamente pensare ai personaggi abbigliati in modo sfarzoso che stanno a capo degli affollatissimi cortei che a volte intasano la rappresentazione della scena nella pittura del ‘3 e ‘400,  come appaiono per esempio nel capolavoro di Gentile da Fabriano ora agli Uffizi, del 1423 (che il Sassetta doveva senz’altro conoscere, come dimostrano alcuni dettagli e in particolare le due donne sulla destra dell’Adorazione, assenti dal corteo), che servivano a dare un’idea, magnifica e insieme pallida, dello splendore della loro regalità e ancor più dell’importanza del Re a cui si recavano a rendere omaggio con i loro ricchi, esotici, e naturalmente simbolici, doni; per tacere dei tre cortei più famosi in assoluto, che si snodano sulle pareti della Cappella dei Magi del palazzo dei Medici, ora Medici Riccardi, dipinte da Benozzo Gozzoli nel 1459 a gloria imperitura della dinastia signorile fiorentina. Poche sono le rappresentazioni frugali, o almeno non debordanti di lusso... D’altra parte al cospetto del Re dei Re non si può arrivare in abiti da viaggio impolverati, recando doni sparagnini.

 


Nella nostra tavoletta il corteo è tutto meno che formale, la gente se ne va con andatura lenta, svagata quasi, il passo leggero, come la testa. Quasi tutti sono impegnati a conversare. I tre seguiti dei magi (tutto il corteo è scandito da gruppi di tre, rappresentati in modo vario e vivace, per nulla meccanico: tre addetti alle vettovaglie, tre persone della scorta, uno con un falcone da caccia al braccio, tre servitori o paggi a piedi...) hanno fatto amicizia e si scambiano opinioni sul viaggio, sul servizio di tutto comodo, sui rispettivi signori, brava gente che, una volta tanto, ha altro per la testa che vessare i subordinati, basta adempiere alle mansioni, peraltro poche, e per il resto li lasciano in pace. A casa li invidiano, tanto più che, grazie a questa idea di una nascita straordinaria che i signori sono messi in testa, ora stanno girando il mondo. I sovrani si sono portati appresso anche gli animali preferiti, i cani, un falcone, oltre alla scimmietta... niente a che vedere comunque con i fasti di certi imperatori del passato, come Federico II, che si spostavano con tutto il loro zoo privato, tanto amavano gli animali più strani, e per stupire i sudditi, per offrire anche a loro una piccola dose di meraviglia, da nutrire di ricordi i tempi a venire.

Attorno a loro il paesaggio è più elementare rispetto a quello naturalistico delle predelle del polittico della Madonna della Neve, con le loro colline ben disegnate, dalla vegetazione varia e con quel cielo solcato da nubi striate, apparse per la prima volta nella storia della pittura, pare, proprio ad opera del Sassetta nelle predelle della sua prima opera attestata, la Pala dell’Arte della Lana, commissionata nel1423. Tutto è immerso in un’atmosfera diafana, i colori sono vivaci, i gesti vividi, disinvolti ma non scomposti, per nulla ieratici o di esagerata dignità, come spesso in altri dipinti.

 


I viaggiatori non sanno dove vanno, ma vanno. Sanno che devono andare. C’è questa luce, una stella, che indica la direzione, e loro la seguono fiduciosi. Provenienti da diverse geografie conversano amabilmente, informandosi dei reciproci paesi e percorsi, dell’identica ragione che li ha portati lì, di ciò che li aspetta, che deve essere di importanza capitale se li ha indotti a muoversi ciascuno per conto suo, contemporaneamente, da luoghi così lontani. Qualcosa o qualcuno troveranno, i segni sono chiari. Un grande Re, di sicuro. Sanno interpretare il cielo, loro. Perché il cielo di segni ne manda, basta saperli leggere. Il cielo ha parlato e loro hanno prestato ascolto. E ora vanno senza fretta, sicuri di arrivare puntuali all’appuntamento decretato dagli astri.

Io faccio parte del seguito, sono uno di quelli a piedi, un servitore, o uno che si è aggregato a una delle carovane lungo il percorso, mosso da curiosità, o inquietudine, o da qualche presagio, offrendo le conoscenze della propria regione e rendendosi utile per quello che poteva. Non so perché mi trovo ancora lì, così lontano da casa, da famiglia e amici, ma seguo fiducioso. Non ho grandi pretese. Essere vivo e in forze è già tanto. Intanto chiacchiero con gli altri servitori, anche quelli dei signori appena incontrati, gesticolando per farci capire. Ci facciamo tutti le stesse domande senza risposte, sgraniamo gli occhi, accorriamo se chiamati, poi torniamo placidamente nei ranghi. Ogni tanto taccio, rallento il passo per guardarmi attorno, quelle città sulle cime dei colli, gli alberi che li punteggiano, gli uccelli che ci svolazzano attorno e la fila delle gru in alto sopra le nostre teste, i modi degli uomini e le fogge degli abiti, quella luce che non ho visto da nessun’altra parte, i meravigliosi colori del mondo.