29/07/26

‘N. (Un altro miracolo clandestino)


C’è questo signore di ottant’anni, padre di una mia bravissima ex collega e marito di un’amica di mia moglie, che oggi mi tira da parte e mi chiede, titubante, parlando un po’ in italiano e un po’ in dialetto, con mozziconi di frasi, timoroso che non abbia tempo per lui, che avrebbe una cosa da dirmi, 5 minuti, se non ho fretta. Figurati gli dico, sediamoci qui. E lui comincia a raccontarmi, ad abbozzarmi a pizzichi e smozzichi, una storia nel suo piccolo straordinaria. Non la sa nessuno, neanche mia moglie e le mie figlie e le mie nipoti, dice, ma so che tu scrivi e magari, non so, magari … si potrebbe… Dai raccontami, gli dico. Si coglie la fatica fisica che fa a estrarre le parole e a metterle insieme in piccoli mattoncini, figurarsi a tirar su un muretto… di sicuro è l’emozione, il suo particolare legame con questo grumo di ricordi, intricato e intenso presumo, che si è tenuto dentro senza provare a dargli mai una forma, a mettere le parole in fila per raccontarlo, e il fatto di provarci ora con me, che sono praticamente un estraneo che però ha questa aura di uno che scrive, mitica per chi guarda da fuori questa penosa attività e per una volta prova a entrarci in contatto. Qualcosa che intimidisce. Anche me, certo. Parlare turba; ascoltare altrettanto. Ma nessuno dei due lo dice. Allora provo a soccorrerlo, quando si inceppa, facendo domande. Non dev’essere un uomo di molte parole, famigliari e pochi amici a parte. Forse. Nemmeno sul lavoro, immagino, da esempi simili che ho conosciuto. Ma ora è da molto che è in pensione, anche se è sempre lì a trafficare, a riparare un po’ tutto per chiunque glielo chieda, a inventare e costruire aggeggi, come uno, gettonatissimo da tutte le associazioni di volontari della zona per le feste invernali, per incidere alla perfezione la buccia delle castagne per farne caldarroste. Dici niente… E proprio di un’invenzione mi vuole raccontare.

In pratica si tratta di questo. A metà degli anni ’70, sembra l’inizio di una fiaba, imperversava in quello che allora veniva chiamato il Terzo mondo un’epidemia di non ricorda più cosa, che stava provocando ecatombi (parola mia) di morti, specie tra i bambini. Il colera magari? Non so, dice, qualcosa che prendeva l’intestino, micidiale per popoli già deboli, affamati, sai quelli con la pancia gonfia e il resto solo scheletro e le mosche sugli occhi spalancati e cisposi, e che poteva venir curata con farmaci poco diffusi da noi, tra i quali molto importante ce n’era uno prodotto solo in Italia da un’industria per la quale ogni tanto aveva fatto qualche lavoretto con la piccola ditta di cui era titolare con altri due soci e che contava altrettanti operai. Un laboratorio artigiano, una microimpresa si direbbe oggi, che non aveva i numeri nemmeno per rientrare nella piccola industria, ma abbastanza per far fronte anche a ordinazioni di medio calibro, oltre che per la clientela privata.

Lui manco sapeva che ci fosse questa emergenza. Ce n’era una ogni giorno, lui dei giornali leggeva solo la cronaca locale e le notizie sportive al bar, soprattutto di ciclismo, e per il resto la televisione era solo la Rai, quelle private non sa se erano già arrivate o stavano iniziando. Non le guardava nessuno comunque. L’informazione era scarsa, solo televendite, spettacolini da quattro soldi e sport, soprattutto calcio parlato.

Sta di fatto che un giorno gli telefonano da questa ditta farmaceutica che stava dalle parti del palazzo del ghiaccio, tanto per intenderci (è ancora lì, ho controllato), che produceva quel farmaco indispensabile per contrastare il virus, ma in quantità non elevate, sufficienti giusto per il mercato nazionale e quello europeo, gli pare, che comunque non ne richiedeva poi tanto, perché probabilmente qui, allora, non erano tanti ad avere gravi problemi intestinali. Semmai c’era ancora un po’ di fame, da qualche parte, e di sicuro la gente non si abbuffava come ora. Obesi in giro se ne vedevano pochissimi. Gli telefona il direttore in persona, che gli dice che ha bisogno di lui e se si possono incontrare anche subito. Dovevano trovare il modo di incrementare considerevolmente la produzione, e magari lui poteva dargli una mano in questo. Aveva già avuto modo di apprezzare la sua disponibilità e abilità e così gli era venuto in mente, tra tutti, di chiamarlo. Chi lo sa?, penso io, magari lui era l’ennesimo a cui si stava rivolgendo dopo vari sondaggi andati a vuoto; oppure lo chiamava per non allertare la concorrenza, o perché altri clienti o fornitori di servizi forse non erano interessati a una cosa del genere, ho pensato, e forse l’ha pensato anche lui. Ma non se n’è preoccupato. Ha risposto subito di sì, senza retropensieri. Gli piacevano queste piccole sfide. Come in bici con gli amici.

Sa solo che era urgente trovare il modo per produrre molto di più. La sede centrale era in emergenza, non solo sanitaria ovviamente, ma, altrettanto ovviamente, anche per vincere la concorrenza che poteva magari preparare prodotti alternativi, anche se loro avevano il brevetto per quello specificamente ora richiesto in grandi quantità. Ci voleva il suo tempo, in ogni caso, e loro dovevano approfittare di questo vantaggio. Chi riusciva soddisfare la richiesta aveva diritto a un budget doppio, o a un premio, ora non ricorda. Lui aveva già fatto dei lavori per la loro ogni volta che avevano bisogno di interventi di carpenteria o riparazioni in metallo e il suo lavoro era stato sempre apprezzato, tanto che veniva chiamato anche per piccoli lavoretti che richiedevano un intervento urgente e accurato. Il mediatore che l’aveva introdotto a quella ditta era uno del paese, che gli procurava anche piccole commesse per varie ditte di Milano con cui aveva rapporti di lavoro, ogni volta che avevano bisogno di opere di fabbro o di carpentiere. In particolare il direttore della ditta farmaceutica era rimasto colpito dalla capacità di adattarsi prontamente alle richieste e se necessario di approntare senza difficoltà accorgimenti e piccole migliorie per superare problemi che altri non sapevano risolvere, inventando e fabbricando all’occorrenza quanto necessario a realizzarle. (Mio papà che aveva aperto un’officinetta meccanica che a quei tempi era già diventata una piccola industria con qualche decina di operai, faceva lo stesso: andava a vedere i macchinari alla Fiera di Milano già pensando a come avrebbe potuto sfruttarli e migliorarli, se li avesse acquistati, o per rubare dettagli da applicare ai suoi. Ricordo che da piccolo, oltre a regalarmi per anni a Natale non so quante scatole di meccano sempre più grandi e, lo dico a posteriori, affascinanti, mi portava sempre con sé nella speranza che io, primogenito, mi appassionassi alla sua attività e prendessi il suo posto a tempo debito: purtroppo in questo l’ho deluso andando a fallire in tutt’altra direzione; ma per fortuna il testimone l’hanno preso, e benissimo, i miei due ultimi fratelli, così, almeno sotto questo aspetto, è morto felice. Non c’entra ma lo dico lo stesso.)

Così, nonostante avessero un laboratorio interno, per gran parte della carpenteria esterna si rivolgeva alla sua officina. Va be’, sta di fatto che il direttore gli telefona dicendo che gli avrebbe mandato un taxi, all’occorrenza. Da Fara a viale Forlanini sono una trentina di chilometri, mezz’ora e era lì. Invece lui parte subito col suo furgoncino con tutti gli attrezzi e altro materiale, nel caso servissero pezzi di ricambio o altro. Non aveva capito bene cosa gli veniva chiesto, e aveva bisogno che glielo spiegassero meglio in loco, vedendo anche i macchinari per pensare a cosa avrebbe potuto fare. Alla bisogna aveva poi un fornitore non lontano, a Cernusco, dal quale rifornirsi del necessario, se già non lo aveva o non lo poteva realizzare direttamente lui. Appena arrivato lo portano nel reparto dove c’erano macchinari pieni di vaschette, tipo ampolle, dove erano messi a coltura dei germi, per fare non so cosa a non so che germi, e non fa in tempo a entrare… lo spazio, la novità, quei marchingegni strani che non aveva mai visto…, che appena cominciano a spiegargli cosa sono e come funzionano, gli viene subito una specie di illuminazione. Butta lì al direttore, senza neanche prendere nota, l’idea che gli è venuta e chiede tempo per pensare a come realizzarla in concreto, dopo aver preso le misure naturalmente e chiesto le informazioni tecniche necessarie. È possibile entro due o tre giorni, chiede il direttore? Lui crede di sì e torna a casa a dormirci sopra. Invece già per strada comincia a smacchinare e non va a dormire prima di aver pensato e messo su carta tutto per filo e per segno. I dettagli e le misure esatte li avrebbe perfezionati sul posto. È quasi l’alba, ma non riesce a prendere sonno. Così si sdraia per un paio d’ore, corre in officina a caricare il furgone di tutto quello che gli sembrava utile e parte subito, in modo da essere a Milano all’apertura della fabbrica.


C’erano dunque questi macchinari con sopra pannelli in cui erano collocate le vaschette o ampolle riempite di qualcosa, germi crede, dal nome del farmaco di cui erano la base, che poi veniva agitato per 3-4 giorni per portarli a maturazione o favorirne la moltiplicazione, non ricorda più. Gli è venuta l’idea, semplicissima, di ampliare i pannelli in cui erano alloggiate le ampolle per aumentarne il numero con delle aggiunte che avrebbero potuto fabbricare agevolmente. Quando ha studiato bene come fare, ha fatto una riunione con gli artigiani del laboratorio, poi ha preparato i telai con gli alloggiamenti per le ampolle che quindi andavano procurate o acquistate al più presto, e i morsetti e l’occorrente che serviva a mettere tutto in sicurezza confidando che i motori già in uso riuscissero a funzionare anche con un carico così appesantito. Hanno fatto la prova su un macchinario che ha tollerato benissimo le modifiche, e subito si sono messi al lavoro per preparare allo stesso modo anche tutti gli altri utilizzando al meglio tutti gli spazi possibili. Così in breve tempo sono stati in grado di moltiplicare per due o tre volte la quantità delle ampolle, con grande soddisfazione di tutti. Una volta portata a termine la prima produzione, i medicinali sono stati messi in contenitori adeguati, imballati e caricati su camion che li hanno portati agli aeroporti che sovraintendevano alla distribuzione su aerei con destinazione di vari paesi prevalentemente africani, con la scorta della polizia. Una precauzione che lo ha colpito.

Il direttore era felicissimo anche della bella figura che aveva fatto con i vertici della società, gli aveva pagato molto bene il lavoro e gli aveva anche suggerito di brevettare un paio delle cose che aveva inventato per la circostanza. Non è entrato nei dettagli, non gli importava neanche di dirmi quali, perché non l’ha fatto. Per lui il capitolo era chiuso lì. Non si era mai pentito di non aver seguito il consiglio del direttore. Non era convinto che gli accorgimenti che aveva inventato potessero procurargli chissà che ricchezze. Non è che si potevano applicare a tutti i macchinari; o sì, ma bisognava vedere caso per caso, e poi non gli importava, gli bastava aver pensato e realizzato la sua idea velocemente e con risultati positivi per chi ne aveva bisogno, e magari che gli sarebbero venuti utili per il suo lavoro futuro. All’industria farmaceutica e ai suoi guadagni non pensava, anche se poi ha saputo che pochi anni dopo il gruppo farmaceutico, successivamente venduto a una multinazionale, ha introdotto un impianto all’avanguardia molto famoso per la produzione di quel farmaco: pensava ai bambini, aveva da poco due gemelle anche lui, e alle persone che forse aveva contribuito a guarire, se non addirittura a salvare. Gli bastava quello che gli era stato riconosciuto, ben oltre le sue aspettative e l’orgoglio tenuto dentro di un lavoro ben fatto.

E alla fine poco importa se quell’accorgimento, quell’invenzione, abbia davvero avuto un ruolo così importante nella salvezza di tanti bambini, cosa che io credo anche se ignoro in quale misura, e nemmeno è importante, ma certo un significato ce l’ha, che lui abbia rifiutato ogni riconoscimento e beneficio anche economico, e quel po’ di rinomanza che giustamente gliene sarebbe venuta, per quanto effimera, perché queste cose, decisive ma minime, si dimenticano in fretta, si sa; importante, per me, come credo per lui, è che abbia conservato la memoria di quei due-tre giorni e dell’evento, della richiesta che gli hanno fatto, dell’ideazione sorprendentemente veloce e facile e della sua realizzazione e applicazione e degli effetti, come un segreto che ha nutrito, in modo non sconvolgente ma persistente la sua vita; come una fonte di energia buona, alla quale non è necessario fare ricorso continuativamente, ma sempre a disposizione all’occorrenza, lì, come qualcosa che c’è e già il fatto che si sappia che è lì basta e avanza, per tutta la sua restante vita: che le ha dato, per lui e per nessun altro, ma ora anche per me, un senso che niente e nessuno poteva altrimenti darle né poi toglierle. E importante è che ora soltanto, non so per quale motivo, forse perché sente che gli anni stanno andando via velocemente come la sua bici quando ancora andava a correre con i suoi amici, ha sentito il bisogno di raccontarlo a una persona come me con cui aveva scambiato a malapena una decina di parole in precedenza, anche se ci conoscevamo come compaesani e io come figlio di un piccolo industriale che aveva un’attività simile alla sua e il suo stesso nome e la sua passione a migliorare le macchine e le cose a cui lavorava con accorgimenti e piccole invenzioni che contribuivano a far sopravvivere e crescere la propria attività; o che l’abbia fatto solo, forse, grazie ai legami indiretti mediati da moglie e figlia, perché credo che il fatto che sappia che scrivo (cosa poi? dove? come?) non sarebbe bastato a interpellarmi, anche se solo sapere che scrivo, che, nella sua immaginazione, racconto storie, come fanno gli scrittori, quelli veri, e che quindi ero adatto se non a scrivere (non pretendeva tanto, né io gliel’ho promesso, non sapevo se sarei stato in grado di farlo degnamente), perlomeno ad ascoltare questa storia, dando un po’ di senso anche alla mia di vita, al fatto di averla dedicata a storie che in gran parte ho solo ascoltato o letto, e raramente ripreso e raccontato come qui. Grato che me ne sia stata data l’occasione e contento di averla saputa, come ho potuto, cogliere e riferire, a chiunque la voglia conoscere.