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23/11/16

Santo fortunato, ma anche un po' disordinato (Lisbona)



e poi c’è questo santo fortunato, ma anche un po’ disordinato, a giudicare dai libri sulla mensola, pochi eppure messi lì alla rinfusa, appoggiati come capita capita dopo l’uso, con una certa sprezzatura, perché sembrano codici miniati di qualche pregio, e comunque libri sacri, che non meritano di essere trattati così, e non lo meriterebbero nemmeno se sacri non fossero (ma forse tutti i libri sono sacri), che prega davanti a un breviario spalancato su un leggio. Le pagine non stanno ferme, alcune si alzano e lui le legge di sguincio, ma non gli importa, perché le ha recitate tante volte che le sa a memoria e le tiene aperte davanti a sé solo per controllare qualche breve passaggio, o perché il libro è una metonimia per il suo contenuto e lui è davanti a quello che sta pregando, è quello che adora con gli occhi del pensiero. E lui è un bravo santo, e proprio per questo ha la fortuna di un angioletto cicciottello tutto per sé accoccolato sul piano di lavoro del leggio, che gli fermerà le pagine dovessero girarsi prima del tempo e intanto col ditino tiene il segno in un altro libro che il sant’uomo leggerà appena dopo, a meno che non sia lui che intende suggerirgli la meditazione successiva e per questo gli prepara la pagina opportuna. Il bimbo, senza ali, che magari un angelo non è e simboleggia solo qualcosa che al momento non posso né voglio verificare, ha le guance rosse per lo sforzo e la concentrazione; si vede che ci tiene a lavorare bene: forse è al suo primo incarico e vuol fare bella figura, anche se non capisce perché l’hanno mandato lì senza niente addosso. La stanza però è soleggiata, entra una luce calda, che indora tutta l’ampia cella di rimbalzo dal vicino oceano, lungo le cui spiagge, in Portogallo, in questa stagione freddo non fa: anche se questa, comunque, non è una buona scusa per andarsene a spasso nudi. A meno che non sia il bambin Gesù, accorso in prima persona a servire il suo santo prediletto: i Grandi hanno di queste delicatezze (dico i veramente grandi, non le loro infinite parodie). Poi magari sistemerà anche lo scaffale levitando in aria con quei libri sottobraccio, che meno male che non sono troppo voluminosi. Il santo non gli bada, o lo scambia per una pura, e più verosimile (per modestia, non per poca fede), visione interiore: ha un bel volto, rigoroso ma non emaciato. Quasi dolce, anzi. Concentrato, ma senza sforzo. Con naturalezza, piuttosto. Il volto di chi prega amando la preghiera. Il panneggio dell’abito, dal tessuto morbido che senza stropicciarsi asseconda con le sue pieghe i movimenti o le posture del corpo, mi sembra un riflesso, o la traduzione visiva, di quello che sta pensando. Qualcosa di bello, che rasserena. O forse a pensarlo, e a essere rasserenato, sono solo io, che mentre lo guardo ogni tanto volgo la testa verso la finestra e mi sento avvolto dalla stessa luce e dallo stesso calore. 

20/12/14

Nozze mistiche, Sante che leggono, libri protetti da morbidi panni.



Nelle Nozze mistiche di Santa Caterina del cosiddetto Maestro del fogliame ricamato (Master of the Embroidered Foliage, attivo tra il 1480 e il 1510), ci sono queste due elegantissime signorine sedute nell’erba ai piedi della Madonna, che invece se ne sta, comoda e maestosa, su un bellissimo tappeto. Se non che, qui, è l'erba stessa a essere un bellissimo tappeto (finemente ricamato: appunto).
Maria tiene tra le braccia il bimbo, che sembra un ometto stempiato e si sta slanciando verso santa Caterina per impalmarla infilando l’anello nuziale nel suo anulare proteso. La santa, riccamente ingioiellata e abbigliata in modo adeguato alla circostanza e alla sua nascita regale, offre allo sposo un fiore purpureo, forse una rosa selvatica (simbolo del sangue che verserà per lui nel martirio? simbolo di un altro simbolo? di altri simboli a catena? a pioggia?), sotto lo sguardo compunto, certo devoto ma anche con una comprensibile punta di invidia, di una damigella inginocchiata alle loro spalle: un’altra santa martire, con il suo bel fiore tra le dita. 

 
Maria ha la testa leggermente reclinata verso ciò che sta combinando suo figlio; il suo sguardo mi sembra, più che attento, allarmato, come se non approvasse le nozze, forse a suo parere un po’ avventate, anche se solo mistiche. Tutte e tre le donne portano i capelli sciolti, lunghi, tanti ma sottilissimi, sfilacciati, che necessiterebbero di un trattamento per dargli volume e lucentezza; come li hanno pure le due damigelle dietro di loro, a sinistra, sedute sotto un pergolato in compagnia di un agnello, che se ne sta tranquillo a dispetto della sua interpretazione scontata, e come una terza a figura intera ancora più sullo sfondo, in quello che sembrerebbe un hortus conclusus, separato dal resto della scena da una cinta merlata così bassa che un cagnolino, o l’agnello di cui sopra, la supererebbe senza fatica in souplesse, rappresentata mentre coglie un fiore da una spalliera verdeggiante vicino a una fontana che dovrebbe essere quella della vita, o dell’eterna giovinezza (quella della salvezza, immagino in questo contesto, dell’aldilà: una giovinezza eterna, spirituale, non quella materiale, a cui la nostra carne aspira, ahimè senza alcuna speranza).

Ma non di questo voglio parlare...
A parte il disco luminoso dello Spirito santo, sempre presente quando si tratta di matrimoni dallo statuto particolare e dalla consumazione improbabile, ad affascinarmi al primo colpo d'occhio sono state le due damigelle sedute sull'erba, certo due sante anche loro: due sante della haute couture e del nobile portamento, se non altro. Una di loro volta una pagina di un manoscritto senza dubbio splendidamente miniato (impossibile attribuirgliene uno dozzinale), con sguardo pensoso: forse ha ancora in mente ciò che ha appena letto, lo sta meditando, o forse si dà solo un contegno, elegante come il suo abito rosso, semplice di fattura ma di stoffa pregiata profusa in abbondanza, e pensa ad altro, a nozze meno mistiche di quelle di Caterina, che a lei forse sono precluse per sempre; l'altra tiene in mano un rosario ma di sicuro non lo sta recitando: infatti lo regge delicatamente tra le dita come una collana, quasi ne soppesasse il valore, come certe signore di Vermeer. Ha il collo lungo e sottile, come quello della sua collega, ma che lo sembra di più a causa dell'inclinazione e della postura di tre quarti che favorisce la vista di un'ampia porzione delle spalle grazie anche alla torsione in senso opposto della testa inclinata in avanti che accentua la curva dell'attaccatura del collo alla schiena e all'acconciatura raccolta in alto, di fattura preziosa e ingioiellata, i capelli raccolti in un sottile retino: inclinazione come di assenso, quasi compiaciuta, ma senza esibirlo, con gli occhi socchiusi, da cui, più che uno sguardo mistico, estatico, rivolto insieme all'interno e al trascendente, traspare una sfumatura mondana, come la memoria, o l'auspicio, di altre estasi meno spirituali, più terrestri, di una che pensa, senza darlo a vedere, lei sì a nozze vere, o a qualche soddisfacente prologo di cui con buona probabilità ha già usufruito, forse di recente, e di cui pregusta, si direbbe, la ripetizione a breve, con una sensualità rattenuta, che peraltro le consuetudini dei suoi tempi e del suo ambiente indurranno a interpretare in senso più nobile e raffinato, come tutto in lei del resto: dai colori cangianti della veste alla cintura dorata, dall'elaborato copricapo alla manica di damasco che spunta dall'abito grigio, con i polsini di pelliccia, mi pare, come quella che sottolinea la scollatura dell'abito, e quelle che ritornano nei bordi e nei risvolti degli abiti delle altre sante, in accordo alla moda del tempo.

Dall'incanto del suo collo torno poi alla prima damigella, alla delicatezza con cui volta la pagina e regge il manoscritto tra le mani. È solo allora che noto il panno: panno che poi ritroverò nelle due sorelle di questa coppia che occupano i pannelli laterali di un “Trittico con sacra famiglia” di un ignoto Maestro olandese realizzato nel 1520-30 circa. 

 
Le sante sono Barbara e, vedi le coincidenze, di nuovo Caterina, qui non ancora a nozze. Ciascuna nel suo bel pannello personalizzato, le due sante sono raffigurate in piedi: in quello di S. Caterina si nota come il panno sia unito, forse da piccole cuciture, alla massiccia copertina, penso di cuoio - ma allora non andavano per il sottile e le copertine le facevano anche di legno, spesso con rinforzi di metallo, e pietre incastonate, e tutto un repertorio di superfetazioni variabili quasi a ribadire che non si trattava di un tascabile e che anche il trasporto era sconsigliato: eppure vedi la leggerezza con cui queste donne all'apparenza così gracili, con quella testolina che sbuca appena da quei copricapo così voluminosi oltre che preziosi, li sorreggono! Dico all'apparenza, perché già affrontare il martirio non è affare da ochette svenevoli, ma queste due, oltre che elegantissime e con un repertorio di veli svolazzanti, gemme e froufrou che di sicuro incanterebbero un Arbasino (o avranno incantato, perché cos'è che non ha visto quel sant'uomo?) e altri amanti della passamaneria e dell'estetica esuberante, sono rappresentate anche con un che di aggressivo, e direi quasi di minaccioso (un ultraedipico come il sottoscritto direbbe quasi castratrici): Caterina con la ruota ai piedi e uno spadone in mano che impugna con nonchalance e senza sforzo, manco fosse un leggerissimo bastone da passeggio (appunto: spadone, lei...); e Barbara (che protegge dalle morti violente, ed è patrona, tra l'altro, della Marina militare italiana, dei Vigili del fuoco, dei genieri e di altre categorie a rischio come gli architetti, i montanari, gli stradini, i cantonieri, i campanari e, qualunque cosa possa significare, gli artisti sommersi, quorum ego quindi), con, al posto della prosaica palma dei martiri, una grande piuma vaporosa di qualche uccello esotico, magari proprio di un uccello del Paradiso, o di altre località del turismo oltremondano, che sembra che il librone lo abbia scritto lei in persona (e intenda continuare, perdipiù), entrambe circondate da un cospicuo numero di erbe e piantine dipinte con una tale acribia che solo la simbologia, mica il naturalismo, può giustificare, e con alle spalle, invece, paesaggi agresti che verso il fondo sfumano nel favoloso, di un azzurro che di leonardesco ha solo una vaga memoria, e per il resto, come lo sfondo del pannello centrale, sono solo protodisneyani, cosa che a qualcuno magari parrà un merito.
   
 

Ma dicevo del panno sotto il libro... di quel lembo di prezioso tessuto, morbido, setoso, con cui queste sante, e tanti angioletti, avvolgono quei libroni così preziosi... per proteggerli, certamente, per preservarli dalla polvere e dall'umidità, dalle macchie di unto, dalla sporcizia così dilagante in quei periodi che spesso non veniva nemmeno avvertita, o dal contatto con il terreno, come per quello ai piedi della Vergine nel pannello centrale, ma anche dal sudore che a volte imperla le dita emozionate, e perché nemmeno le loro mani delicate rischino di scalfirli... ma infine, credo, soprattutto perché il contatto con il sacro ha da essere schermato, se no, lo sappiamo tutti, anche coloro che, come me, l'hanno dimenticato, brucia.




18/06/14

Lisbona, Museu Nacional de Arte Antiga


 
Meglio non fidarsi delle cartine stradali in una città come Lisbona che è tutta un saliscendi: le distanze sono sfalsate, perché la mappa riduce tutto in piano, e se sbagli la traversa, a volte minuscola, non segnalata e stretta come una feritoia, o ti confondi in un intrico di viuzze senza targhette o addirittura senza nome, devi fare dei giri interminabili, e se uno ha fretta, o non gli piace camminare o ha qualche problema respiratorio e motorio, magari sotto il solleone anche a inizio ottobre, allora, su quei marciapiedi sconnessi, quando ci sono, e su e giù per certe pendenze che te le raccomando, be’, allora è un disastro. A me invece camminare piace, e anche perdermi (non apposta, non sono così raffinato: solo se càpita), e per soprammercato coltivo una piccola arte del bighellonare svagato, tanto più in viaggio, che il tempo mi è indifferente, ragion per cui in città come Lisbona ci sguazzo senza pudore. (Lo dico di tutte.) E’ per questo che, anche se ci ho messo un po’ ad arrivare al Museo di Arte Antica, che dal centro, dove ero, secondo la mappa distava poco più di due fermate di metrò, la lunghezza del percorso e il solleone non hanno ridotto l’allegria che la prospettiva di visitarlo mi aveva messo addosso. (Al ritorno però ho visto una fermata di bus a pochi passi e ne ho approfittato.)

Nell’atrio d’ingresso c’era solo una signora esotica al bancone dei biglietti che si occupava anche del guardaroba. In genere i sorveglianti erano poco numerosi e gentili, molto discreti, come padri benevoli che osservano da lontano, pronti a intervenire ma solo nel caso la situazione stia per degenerare, cosa che nei musei è piuttosto rara (a meno che non si tratti dei pochissimi famosi come grandi magazzini, sempre ricolmi di masse di turisti). Ognuno aveva in carico alcune sale, che sorvegliava da una sedia situata sulla soglia tra due ma con vista su ampie porzioni di un altro paio. Mentre mi aggiravo nelle prime sale il signore addetto, più o meno mio coetaneo, ogni tanto chinava il capo e sonnecchiava: al risveglio mi guardava sorpreso e  un po’ allarmato di ritrovarmi ancora lì, ma subito rassicurato che me ne stavo buono buono a prendere appunti su qualche sedile o divanetto, alzandomi ogni tanto per controllare un dettaglio o scattare foto, tanto che poi raggiungeva il collega più vicino tre o quattro sale più in là e mi dimenticava per lunghi tratti. Sono rimasto nelle sue 4 sale un’ora e mezza, mica poteva star lì a contare tutti i miei respiri! Quando, ogni 10-15 minuti, compariva una coppia o un gruppetto di visitatori (mai uno da solo: solo una signora con il figlioletto, a cui mostrava alcune cose, con il bambino che annuiva, sgranava gli occhi prima verso il quadro e poi in quelli sorridenti della madre, ondeggiando il bel crapone, che è scena che mi commuove sempre), faceva una veloce incursione, o si limitava a affacciarsi e, come se la mia quieta permanenza garantisse anche per i nuovi arrivati, la cui velocità di visita peraltro, non discostandosi dalla media, era rassicurante già di per sé, tornava con passo morbido da dove era venuto.

I visitatori si muovevano senza impacci, con bella scioltezza che non veniva turbata nemmeno dalle stazioni un po’ più lunghe davanti ai quadri più famosi o da cui erano attratti per qualche ragione; una coppietta si scambiava circoscritte ma intense effusioni sul divanetto della sala degli olandesi, forse stimolata dal clima di intimità di certi interni o ritratti di famiglia, davanti a uno dei quali, opera di Pieter Fransz de Grebber, una famigliola guardava un suo corrispettivo di quattro secoli prima come se a essere rappresentata fosse lei, in abiti del passato e in una campagna ormai scomparsa, o quella di papà o mamma con i numerosi fratelli (uno ogni anno) e rispettivi genitori (la donna un po’ pallida, ma con le guance rubizze e ancora abbastanza in forze nonostante tutti quei parti: e non escludo che un paio di bambocci ancora in fasce aspettassero a casa) e i cani di famiglia, che come ovvio stanno anche ad indicare la fedeltà: cosa indubitabile del resto, almeno da parte di lei: non solo perché sempre incinta, o appena sgravata, ma anche perché immagino che la regolarità delle pregnanze non fosse poi così favorevole alla risorgenza della libido, che il marito, probabilmente, conserva intatta, o quasi, andando a cercare sbocchi altrove. Con gran sollievo della consorte. Purché la famiglia e il patrimonio non ne risentano.

Il bookshop è piuttosto spartano e offre solo cataloghi o libretti dedicati al museo o poco più; anche i souvenir sono misera cosa, messi lì solo perché non starebbe bene che non ci fossero, ma dubito che qualcuno li compri. Ci ho provato con un quadernetto, ma era senza righe. Scarse anche le cartoline con le riproduzioni delle opere , e solo delle più importanti. Le opere si possono fotografare però, senza che nessuno abbia da ridire (come quasi ovunque, eccetto che in Italia).

Non molto fornito nemmeno il ristorantino modello self service, con due inservienti, di cui uno diviso tra bar e cassa: i piatti però sono decorosi e abbondanti, i prezzi contenuti, e soprattutto si può mangiare sotto maestosi alberi di jacaranda in un bellissimo giardino, che, per i più romantici, termina in una terrazza ricoperta con vista sulla foce del Tago. Bello. Persino la bambina che gioca a rincorrere i piccioni ridendo ogni volta che uno si alza in breve volo solo per sfuggirle di qualche metro, guardando la mamma per vedere se si compiace di lei (sì) e attorno per verificare se qualche altro ammira le sue prodezze (no), persino lei non dà fastidio. Il 60enne francese che, mentre fa un discorso pacato ma palesemente, nelle intenzioni almeno, feromonico, alla sua commensale 45-50enne e intanto getta le briciole nel prato divertendosi, e pensando di divertire, all’accorrere delle bestiacce, invece sì. Tanto più che, non appena si accorge che circondano a frotte il suo tavolo, non smette di gettare le briciole e le lancia solo più lontano: accanto al mio. Grazie. (Non mi vede: la spuma del desiderio si tiene la pupilla tutta per sé.)

Rientriamo nel Museo, va’.




Nella terza sala (la 64) c’è un trittico di Jan Provoost, la Madonna della misericordia (1512-15). Dire che è bello è forse esagerato, ma c’è una cosa che mi colpisce: le donne in basso a destra nel pannello centrale cosa diavolo stanno guardando? Tutte le figure maschili ai piedi del trono, tranne quello con l’abito rosso e il soprabito scuro che immagino sia il committente (non credo che lo siano i rappresentati del potere spirituale e temporale in primo piano), dirigono lo sguardo verso la Madonna e il Bambino, in preghiera, come se fossero presenti alla scena secondo una consuetudine che risale ai primitivi fiamminghi. Il committente e la moglie (la biondina slavata in abito verde sulla destra) forse non guardano niente, o solo la visione interiore che gli altri, santi defunti, hanno la fortuna di godere direttamente, di persona (per quanto in spirito, attesoché per la resurrezione della carne è ancora presto), al pari di tanti donatori fiamminghi (per esempio il più
famoso di tutti, il Cancelliere Rolin di Van Eyck); ma le donne alle spalle della moglie, forse parenti, figlie e/o sorelle più che sante protettrici, a dispetto dell’augusto spettacolo e della circostanza (siete in un quadro perbacco!, un trittico mica da poco, e sarete sotto gli occhi di tutti per i secoli a venire!), anche se alcune sembrano levarlo in alto, loro pure prese da qualche visione mistica (ma fuori cornice, come quella che guarda verso sinistra, in alto: forse qualcosa sul muro, forse un altro cielo), dirigono il loro sguardo verso punti imprecisati dello spazio antistante, ma non verso il posto del pittore o dello spettatore, lo lasciano vagare qua e là, chissà dove, attratte da chissà cosa. Si distraggono, come succede spesso alle donne, e anche a me. E poi magari vedono cose che non ci sono; o scoprono cose che non avevano visto.

(Lascio che la visita mi guidi così.)

(Visite guidate, con lo scrivente a sua volta guidato da questo o quello.)


2)

             
 e c’era questa resurrezione un po’ asfittica sull’anta destra di un trittico di Quentin Matsys (o della sua scuola, piuttosto). Cristo si libra in uno spazio costipato, al di sopra della solita soldataglia che, manco a dirlo, si era addormentata durante il turno di guardia. Che cavolo di incarico è sorvegliare il sepolcro di uno straccione? Però l’evento sorprendente un paio li ha svegliati. Sono ancora intontiti dal sonno, e difatti uno ha uno sguardo confuso che non sa dove posarsi ed è come se stesse ancora mettendo a fuoco il mondo, scarsamente supportato da un cervello che ha fatto più di una sosta sul percorso della filogenesi. Il suo compagno invece ha reagito più in fretta e guarda di sott’in su questo mago in decollo verticale. Ha dei baffetti da gagà, le guance lisce di chi si è rasato accuratamente al massimo la sera prima, quando forse si è goduto la libera uscita prima del turno di notte. Nemmeno lui sa ancora come inquadrare il fatto, e al momento è in preda a una meraviglia sbigottita. Alla relazione che dovrà fare più tardi, inventando qualcosa di credibile, perché quello, insomma, è un po’ troppo, che poi lo accuserebbero di essersi ubriacato in servizio, o di aver mangiato uno di quei dolci speziati che, be’, ci siamo capiti..., al falso che dovrà essere più vero del
vero, non ha ancora avuto il tempo di pensare. Chissà cosa racconterà. Tanto più che la tomba ha ancora i sigilli intatti, con la ceralacca rosso brillante lungo i bordi della gigantesca lastra tombale. Perché lo notasse anche lo spettatore attento, il pittore li ha dipinti in trompe l’oeil, in rilievo, come dei falsi che col quadro non c’entrano, appiccicati sopra la superficie della tela o tavola che sia. Dei falsi a tre dimensioni, come veri sigilli. Messi in un angolo del pannello però, non troppo in evidenza, per non distrarre il devoto che a svagarsi è già predisposto di suo. A pensare ai propri peccati ci si deprime. E poi si rischia di non cedere più. Che quello sì, sarebbe il vero peccato.

3) 
 


e c’erano anche questi due vescovi di scuola valenzana, o forse uno stesso vescovo sdoppiato in due diverse figurazioni, o due fratelli vescovi, o due estranei che per essere entrambi vescovi, e vescovi dipinti dalla stessa mano o bottega, hanno finito per assomigliarsi più di due fratelli, che magari all’inizio non erano poi così simili, ma alla lunga, si sa, la frequentazione, le condivisione di idee e condizione, la fratellanza nella fede e nell’apostolato… come che sia, c’erano anche questi due vescovi con quella pelle cerea, appena ravvivata da un po’ di fard sulle guance, che nel secondo, dove è più accentuato, sembra più il riflesso della mano guantata di rosso alzata a benedire, che un colore naturale, o un belletto da funeral house non molto attrezzata, o opera di un restauratore ridotto alla disperazione, che, davanti a un tale sfacelo, non sa più che trucchi e colori pigliare. L’espressione del brav’uomo infatti è funerea, tristissima di una tristezza definitiva. Forse è davvero morto e non lo sa, e continua a benedire, ascetico e meccanico, in eterno. Forse lo sa, ma non se ne è fatto ancora una ragione, e allora ha deciso di fare come se non lo fosse. O forse una ragione non se la farà mai, fede o non fede, paradiso o non paradiso.

4)


poi c’era questo santo fortunato, ma anche un po’ disordinato, a giudicare dai libri sulla mensola, pochi eppure messi lì alla rinfusa, appoggiati come capita capita dopo l’uso, con una certa sprezzatura, perché sembrano codici miniati di qualche pregio, e comunque libri sacri, che non meritano di essere trattati così, e non lo meriterebbero nemmeno se sacri non fossero (ma forse tutti i libri sono sacri), che prega davanti a un breviario spalancato su un leggio. Le pagine non stanno ferme, alcune si alzano e lui le legge di sguincio, ma non gli importa, perché le ha recitate tante volte che le sa a memoria e le tiene aperte davanti a sé solo per controllare qualche breve passaggio, o perché il libro è una metonimia per il suo contenuto e lui è davanti a quello che sta pregando, è quello che adora con gli occhi del pensiero. E lui è un bravo santo, e proprio per questo ha la fortuna di un angioletto cicciottello tutto per sé accoccolato sul piano di lavoro del leggio, che gli fermerà le pagine dovessero girarsi prima del tempo e intanto col ditino tiene il segno in un altro libro che il sant’uomo leggerà appena dopo, a meno che non sia lui che intende suggerirgli la meditazione successiva e per questo gli prepara la pagina opportuna. Il bimbo, senza ali, che magari un angelo non è e simboleggia solo qualcosa che al momento non posso né voglio verificare, ha le guance rosse per lo sforzo e la concentrazione; si vede che ci tiene a lavorare bene: forse è al suo primo incarico e vuol fare bella figura, anche se non capisce perché l’hanno mandato lì senza niente addosso. La stanza però è soleggiata, entra una luce calda, che indora tutta l’ampia cella di rimbalzo dal vicino oceano, lungo le cui spiagge, in Portogallo, in questa stagione freddo non fa: anche se questa, comunque, non è una buona scusa per andarsene a spasso nudi. A meno che non sia il bambin Gesù, accorso in prima persona a servire il suo santo prediletto: i grandi hanno di queste delicatezze (dico i veramente grandi, non le loro infinite parodie). Poi magari sistemerà anche lo scaffale levitando in aria con quei libri sottobraccio, che meno male che non sono troppo voluminosi. Il santo non gli bada, o lo scambia per una pura, e più verosimile (per modestia, non per poca fede), visione interiore: ha un bel volto, rigoroso ma non emaciato. Quasi dolce, anzi. Concentrato, ma senza sforzo. Con naturalezza, piuttosto. Il volto di chi prega amando la preghiera. Il panneggio dell’abito, dal tessuto morbido che senza stropicciarsi asseconda con le sue pieghe i movimenti o le posture del corpo, mi sembra un riflesso, o la traduzione visiva, di quello che sta pensando. Qualcosa di bello, che rasserena. O forse a pensarlo, e a essere rasserenato, sono solo io, che mentre lo guardo ogni tanto volgo la testa verso la finestra e mi sento avvolto dalla stessa luce e dallo stesso calore. 


10/02/14

Un Corot e un Degas della Fondazione Calouste Gulbenkian, Lisbona (e qualche nodo)



e c'erano un Inverno di Millet e un piccolo paesaggio di Corot, bellissimi che nessuna riproduzione manco lontanamente rende l'idea. E poi quest'altro Corot, bello, che ho capito dove Doisneau ha preso il cane della famosa fotografia: uguali, anche la taglia e il colore. E se non l'ha preso ma solo trovato, è lo stesso. Il nesso, la memoria, c'è in chi guarda. Il tempo va indietro e torna avanti. Funziona così. In me, almeno.

E poi c’era l’autoritratto di Degas mentre saluta con il cappello a cilindro e soprattutto il piccolo, splendido Ritratto di Henri Michel-Lévy nel suo studio, del 1879. Che gran pittore è Degas! Un suo minuscolo desolato autoritratto da vecchio, della collezione di Emil Buehrle se ricordo bene, è uno dei miei preferiti in assoluto. Questo del suo amico Henry è quasi dello stesso livello. Il pittore è appoggiato al muro, o meglio: a una tela appesa al muro, con la testa leggermente reclinata, lo sguardo, si direbbe, torvo, più che concentrato o severo, accentuato dal fatto che metà del viso è in ombra per effetto della direzione della luce, che viene da destra in alto. Indossa una camicia candida che dà maggior risalto alla pelle scura del volto, ha le mani in tasca e le gambe incrociate, in una postura modernissima; non so se era assolutamente inedita in pittura, ma, per quanto limitata sia la mia esperienza, io  non ricordo di averne viste di anteriori uguali. Ai suoi piedi invisibili, seduta sul pavimento, una figura femminile con un lungo abito rosa, un nastro rosso al collo e un cappello giallo che non definirei elegante. Quasi certamente è un manichino; ma mi piace pensare che sia una modella, un manichino pigmalionizzato. La collocazione in basso non so se allude anche alla differenza di condizione (spesso le modelle integravano i guadagni con altre prestazioni, in studio e fuori), ma lo sguardo perso e la postura scomposta lasciano pochi dubbi sulla sua lucidità (perlomeno quella di quel momento) e integrità: interpretazione indotta anche dal fatto che i tratti del suo viso siano molto meno accurati di quelli del pittore. Ma questo, così come una certa impressione dell'articolazione dei volumi corporei pur ammorbiditi dagli abiti, in contrasto con la continuità fluida del corpo del pittore, in particolare l'inclinazione della testa, dal collo come spezzato, che assomiglia a quella del Fantoccio di Goya del 1791-92, che certamente Degas
conosceva (ma anche se così non fosse, non importa: qui pure importa che lo ricordi io), la identificherebbe senza ulteriori dubbi come manichino. Sì; però io continuo guardarla come se fosse la modella. Il suo braccio sinistro, interrotto dalla cornice prima della mano, è piegato in modo da echeggiare in parallelo la postura di una delle figure del quadro sopra di lei: un uomo sdraiato prono con la testa voltata in alto verso due signore con ombrellino (l’esatto contrario di quella del pittore, che peraltro la figurina richiama). L’altro braccio invece termina all’interno di una piega o tasca dell’abito, ma la prima impressione (che rimane più forte anche dopo la correzione di lettura) data dalla grande composita macchia rosa e marrone è quella di una mano assolutamente informe, come una grossa spatola: di qualcosa di incompiuto e che al contempo sembra alludere a uno degli aspetti della tecnica usata nel quadro e in genere del lavoro più tardo di Degas, dal mestiere che condivide con il suo modello (quello vero: l'amico Henri). Questo fattore è messo in ulteriore evidenza dalla grande scatola dei colori, con all’interno una tavolozza e dei pennelli, accentuata dal primissimo piano, e poi dalla firma del pittore più sotto, in basso a sinistra. C’è tutto. Da qualche parte ci dovrei essere anch’io.