e poi c’è questo santo fortunato, ma
anche un po’ disordinato, a giudicare dai libri sulla mensola, pochi eppure
messi lì alla rinfusa, appoggiati come capita capita dopo l’uso, con una certa
sprezzatura, perché sembrano codici miniati di qualche pregio, e comunque libri
sacri, che non meritano di essere trattati così, e non lo meriterebbero nemmeno
se sacri non fossero (ma forse tutti i libri sono sacri), che prega davanti a
un breviario spalancato su un leggio. Le pagine non stanno ferme, alcune si
alzano e lui le legge di sguincio, ma non gli importa, perché le ha recitate
tante volte che le sa a memoria e le tiene aperte davanti a sé solo per
controllare qualche breve passaggio, o perché il libro è una metonimia per il
suo contenuto e lui è davanti a quello che sta pregando, è quello che adora con
gli occhi del pensiero. E lui è un bravo santo, e proprio per questo ha la
fortuna di un angioletto cicciottello tutto per sé accoccolato sul piano di
lavoro del leggio, che gli fermerà le pagine dovessero girarsi prima del tempo
e intanto col ditino tiene il segno in un altro libro che il sant’uomo leggerà
appena dopo, a meno che non sia lui che intende suggerirgli la meditazione
successiva e per questo gli prepara la pagina opportuna. Il bimbo, senza ali,
che magari un angelo non è e simboleggia solo qualcosa che al momento non posso
né voglio verificare, ha le guance rosse per lo sforzo e la concentrazione; si
vede che ci tiene a lavorare bene: forse è al suo primo incarico e vuol fare
bella figura, anche se non capisce perché l’hanno mandato lì senza niente
addosso. La stanza però è soleggiata, entra una luce calda, che indora tutta
l’ampia cella di rimbalzo dal vicino oceano, lungo le cui spiagge, in
Portogallo, in questa stagione freddo non fa: anche se questa, comunque, non è
una buona scusa per andarsene a spasso nudi. A meno che non sia il bambin Gesù,
accorso in prima persona a servire il suo santo prediletto: i Grandi hanno di
queste delicatezze (dico i veramente grandi, non le loro infinite parodie). Poi
magari sistemerà anche lo scaffale levitando in aria con quei libri
sottobraccio, che meno male che non sono troppo voluminosi. Il santo non gli
bada, o lo scambia per una pura, e più verosimile (per modestia, non per poca
fede), visione interiore: ha un bel volto, rigoroso ma non emaciato. Quasi
dolce, anzi. Concentrato, ma senza sforzo. Con naturalezza, piuttosto. Il volto
di chi prega amando la preghiera. Il panneggio dell’abito, dal tessuto morbido
che senza stropicciarsi asseconda con le sue pieghe i movimenti o le posture
del corpo, mi sembra un riflesso, o la traduzione visiva, di quello che sta
pensando. Qualcosa di bello, che rasserena. O forse a pensarlo, e a essere
rasserenato, sono solo io, che mentre lo guardo ogni tanto volgo la testa verso
la finestra e mi sento avvolto dalla stessa luce e dallo stesso calore.
Racconti, libri, mostre, divagazioni, recensioni, speculazioni varie
Visualizzazione post con etichetta Lisbona. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta Lisbona. Mostra tutti i post
23/11/16
20/12/14
Nozze mistiche, Sante che leggono, libri protetti da morbidi panni.
Nelle Nozze mistiche di Santa Caterina del cosiddetto
Maestro del fogliame ricamato (Master of the Embroidered Foliage, attivo tra il
1480 e il 1510), ci sono queste due elegantissime signorine sedute nell’erba ai
piedi della Madonna, che invece se ne sta, comoda e maestosa, su un bellissimo
tappeto. Se non che, qui, è l'erba stessa a essere un bellissimo tappeto
(finemente ricamato: appunto).
Maria tiene tra le braccia il bimbo, che sembra un ometto
stempiato e si sta slanciando verso santa Caterina per impalmarla infilando
l’anello nuziale nel suo anulare proteso. La santa, riccamente ingioiellata e
abbigliata in modo adeguato alla circostanza e alla sua nascita regale, offre
allo sposo un fiore purpureo, forse una rosa selvatica (simbolo del sangue che
verserà per lui nel martirio? simbolo di un altro simbolo? di altri simboli a
catena? a pioggia?), sotto lo sguardo compunto, certo devoto ma anche con una
comprensibile punta di invidia, di una damigella inginocchiata alle loro
spalle: un’altra santa martire, con il suo bel fiore tra le dita.
Maria ha la testa leggermente reclinata verso ciò che sta
combinando suo figlio; il suo sguardo mi sembra, più che attento, allarmato,
come se non approvasse le nozze, forse a suo parere un po’ avventate, anche se
solo mistiche. Tutte e tre le donne portano i capelli sciolti, lunghi, tanti ma
sottilissimi, sfilacciati, che necessiterebbero di un trattamento per dargli
volume e lucentezza; come li hanno pure le due damigelle dietro di loro, a
sinistra, sedute sotto un pergolato in compagnia di un agnello, che se ne sta
tranquillo a dispetto della sua interpretazione scontata, e come una terza a
figura intera ancora più sullo sfondo, in quello che sembrerebbe un hortus
conclusus, separato dal resto della scena da una cinta merlata così bassa che
un cagnolino, o l’agnello di cui sopra, la supererebbe senza fatica in
souplesse, rappresentata mentre coglie un fiore da una spalliera verdeggiante
vicino a una fontana che dovrebbe essere quella della vita, o dell’eterna
giovinezza (quella della salvezza, immagino in questo contesto, dell’aldilà:
una giovinezza eterna, spirituale, non quella materiale, a cui la nostra carne
aspira, ahimè senza alcuna speranza).
Ma non di questo voglio parlare...
A parte il disco luminoso dello Spirito santo, sempre
presente quando si tratta di matrimoni dallo statuto particolare e dalla
consumazione improbabile, ad affascinarmi al primo colpo d'occhio sono state le
due damigelle sedute sull'erba, certo due sante anche loro: due sante della
haute couture e del nobile portamento, se non altro. Una di loro volta una
pagina di un manoscritto senza dubbio splendidamente miniato (impossibile
attribuirgliene uno dozzinale), con sguardo pensoso: forse ha ancora in mente
ciò che ha appena letto, lo sta meditando, o forse si dà solo un contegno,
elegante come il suo abito rosso, semplice di fattura ma di stoffa pregiata
profusa in abbondanza, e pensa ad altro, a nozze meno mistiche di quelle di
Caterina, che a lei forse sono precluse per sempre; l'altra tiene in mano un
rosario ma di sicuro non lo sta recitando: infatti lo regge delicatamente tra
le dita come una collana, quasi ne soppesasse il valore, come certe signore di
Vermeer. Ha il collo lungo e sottile, come quello della sua collega, ma che lo
sembra di più a causa dell'inclinazione e della postura di tre quarti che
favorisce la vista di un'ampia porzione delle spalle grazie anche alla torsione
in senso opposto della testa inclinata in avanti che accentua la curva
dell'attaccatura del collo alla schiena e all'acconciatura raccolta in alto, di
fattura preziosa e ingioiellata, i capelli raccolti in un sottile retino:
inclinazione come di assenso, quasi compiaciuta, ma senza esibirlo, con gli
occhi socchiusi, da cui, più che uno sguardo mistico, estatico, rivolto insieme
all'interno e al trascendente, traspare una sfumatura mondana, come la memoria,
o l'auspicio, di altre estasi meno spirituali, più terrestri, di una che pensa,
senza darlo a vedere, lei sì a nozze vere, o a qualche soddisfacente prologo di
cui con buona probabilità ha già usufruito, forse di recente, e di cui
pregusta, si direbbe, la ripetizione a breve, con una sensualità rattenuta, che
peraltro le consuetudini dei suoi tempi e del suo ambiente indurranno a
interpretare in senso più nobile e raffinato, come tutto in lei del resto: dai
colori cangianti della veste alla cintura dorata, dall'elaborato copricapo alla
manica di damasco che spunta dall'abito grigio, con i polsini di pelliccia, mi
pare, come quella che sottolinea la scollatura dell'abito, e quelle che
ritornano nei bordi e nei risvolti degli abiti delle altre sante, in accordo
alla moda del tempo.
Dall'incanto del suo collo torno poi alla prima damigella, alla delicatezza con cui volta la pagina e regge il manoscritto tra le mani. È solo allora che noto il panno: panno che poi ritroverò nelle due sorelle di questa coppia che occupano i pannelli laterali di un “Trittico con sacra famiglia” di un ignoto Maestro olandese realizzato nel 1520-30 circa.

Le sante sono Barbara e, vedi le coincidenze, di nuovo Caterina, qui non ancora a nozze. Ciascuna nel suo bel pannello personalizzato, le due sante sono raffigurate in piedi: in quello di S. Caterina si nota come il panno sia unito, forse da piccole cuciture, alla massiccia copertina, penso di cuoio - ma allora non andavano per il sottile e le copertine le facevano anche di legno, spesso con rinforzi di metallo, e pietre incastonate, e tutto un repertorio di superfetazioni variabili quasi a ribadire che non si trattava di un tascabile e che anche il trasporto era sconsigliato: eppure vedi la leggerezza con cui queste donne all'apparenza così gracili, con quella testolina che sbuca appena da quei copricapo così voluminosi oltre che preziosi, li sorreggono! Dico all'apparenza, perché già affrontare il martirio non è affare da ochette svenevoli, ma queste due, oltre che elegantissime e con un repertorio di veli svolazzanti, gemme e froufrou che di sicuro incanterebbero un Arbasino (o avranno incantato, perché cos'è che non ha visto quel sant'uomo?) e altri amanti della passamaneria e dell'estetica esuberante, sono rappresentate anche con un che di aggressivo, e direi quasi di minaccioso (un ultraedipico come il sottoscritto direbbe quasi castratrici): Caterina con la ruota ai piedi e uno spadone in mano che impugna con nonchalance e senza sforzo, manco fosse un leggerissimo bastone da passeggio (appunto: spadone, lei...); e Barbara (che protegge dalle morti violente, ed è patrona, tra l'altro, della Marina militare italiana, dei Vigili del fuoco, dei genieri e di altre categorie a rischio come gli architetti, i montanari, gli stradini, i cantonieri, i campanari e, qualunque cosa possa significare, gli artisti sommersi, quorum ego quindi), con, al posto della prosaica palma dei martiri, una grande piuma vaporosa di qualche uccello esotico, magari proprio di un uccello del Paradiso, o di altre località del turismo oltremondano, che sembra che il librone lo abbia scritto lei in persona (e intenda continuare, perdipiù), entrambe circondate da un cospicuo numero di erbe e piantine dipinte con una tale acribia che solo la simbologia, mica il naturalismo, può giustificare, e con alle spalle, invece, paesaggi agresti che verso il fondo sfumano nel favoloso, di un azzurro che di leonardesco ha solo una vaga memoria, e per il resto, come lo sfondo del pannello centrale, sono solo protodisneyani, cosa che a qualcuno magari parrà un merito.
Ma dicevo del panno sotto il libro... di quel lembo di
prezioso tessuto, morbido, setoso, con cui queste sante, e tanti angioletti,
avvolgono quei libroni così preziosi... per proteggerli, certamente, per
preservarli dalla polvere e dall'umidità, dalle macchie di unto, dalla
sporcizia così dilagante in quei periodi che spesso non veniva nemmeno
avvertita, o dal contatto con il terreno, come per quello ai piedi della
Vergine nel pannello centrale, ma anche dal sudore che a volte imperla le dita
emozionate, e perché nemmeno le loro mani delicate rischino di scalfirli... ma
infine, credo, soprattutto perché il contatto con il sacro ha da essere
schermato, se no, lo sappiamo tutti, anche coloro che, come me, l'hanno
dimenticato, brucia.
18/06/14
Lisbona, Museu Nacional de Arte Antiga
Meglio non fidarsi delle cartine
stradali in una città come Lisbona che è tutta un saliscendi: le distanze sono
sfalsate, perché la mappa riduce tutto in piano, e se sbagli la traversa, a
volte minuscola, non segnalata e stretta come una feritoia, o ti confondi in un
intrico di viuzze senza targhette o addirittura senza nome, devi fare dei giri
interminabili, e se uno ha fretta, o non gli piace camminare o ha qualche
problema respiratorio e motorio, magari sotto il solleone anche a inizio
ottobre, allora, su quei marciapiedi sconnessi, quando ci sono, e su e giù per
certe pendenze che te le raccomando, be’, allora è un disastro. A me invece
camminare piace, e anche perdermi (non apposta, non sono così raffinato: solo
se càpita), e per soprammercato coltivo una piccola arte del bighellonare
svagato, tanto più in viaggio, che il tempo mi è indifferente, ragion per cui
in città come Lisbona ci sguazzo senza pudore. (Lo dico di tutte.) E’ per
questo che, anche se ci ho messo un po’ ad arrivare al Museo di Arte Antica,
che dal centro, dove ero, secondo la mappa distava poco più di due fermate di
metrò, la lunghezza del percorso e il solleone non hanno ridotto l’allegria che
la prospettiva di visitarlo mi aveva messo addosso. (Al ritorno però ho visto
una fermata di bus a pochi passi e ne ho approfittato.)
Nell’atrio d’ingresso c’era solo una
signora esotica al bancone dei biglietti che si occupava anche del guardaroba.
In genere i sorveglianti erano poco numerosi e gentili, molto discreti, come
padri benevoli che osservano da lontano, pronti a intervenire ma solo nel caso
la situazione stia per degenerare, cosa che nei musei è piuttosto rara (a meno
che non si tratti dei pochissimi famosi come grandi magazzini, sempre ricolmi
di masse di turisti). Ognuno aveva in carico alcune sale, che sorvegliava da
una sedia situata sulla soglia tra due ma con vista su ampie porzioni di un
altro paio. Mentre mi aggiravo nelle prime sale il signore addetto, più o meno
mio coetaneo, ogni tanto chinava il capo e sonnecchiava: al risveglio mi
guardava sorpreso e un po’ allarmato di
ritrovarmi ancora lì, ma subito rassicurato che me ne stavo buono buono a
prendere appunti su qualche sedile o divanetto, alzandomi ogni tanto per
controllare un dettaglio o scattare foto, tanto che poi raggiungeva il collega
più vicino tre o quattro sale più in là e mi dimenticava per lunghi tratti.
Sono rimasto nelle sue 4 sale un’ora e mezza, mica poteva star lì a contare
tutti i miei respiri! Quando, ogni 10-15 minuti, compariva una coppia o un
gruppetto di visitatori (mai uno da solo: solo una signora con il figlioletto,
a cui mostrava alcune cose, con il bambino che annuiva, sgranava gli occhi
prima verso il quadro e poi in quelli sorridenti della madre, ondeggiando il
bel crapone, che è scena che mi commuove sempre), faceva una veloce incursione,
o si limitava a affacciarsi e, come se la mia quieta permanenza garantisse
anche per i nuovi arrivati, la cui velocità di visita peraltro, non
discostandosi dalla media, era rassicurante già di per sé, tornava con passo
morbido da dove era venuto.
I visitatori si muovevano senza
impacci, con bella scioltezza che non veniva turbata nemmeno dalle stazioni un
po’ più lunghe davanti ai quadri più famosi o da cui erano attratti per qualche
ragione; una coppietta si scambiava circoscritte ma intense effusioni sul
divanetto della sala degli olandesi, forse stimolata dal clima di intimità di
certi interni o ritratti di famiglia, davanti a uno dei quali, opera di Pieter
Fransz de Grebber, una famigliola guardava un suo corrispettivo di quattro
secoli prima come se a essere rappresentata fosse lei, in abiti del passato e
in una campagna ormai scomparsa, o quella di papà o mamma con i numerosi
fratelli (uno ogni anno) e rispettivi genitori (la donna un po’ pallida, ma con
le guance rubizze e ancora abbastanza in forze nonostante tutti quei parti: e
non escludo che un paio di bambocci ancora in fasce aspettassero a casa) e i
cani di famiglia, che come ovvio stanno anche ad indicare la fedeltà: cosa
indubitabile del resto, almeno da parte di lei: non solo perché sempre
incinta, o appena sgravata, ma anche perché immagino che la regolarità delle
pregnanze non fosse poi così favorevole alla risorgenza della libido, che
il marito, probabilmente, conserva intatta, o quasi, andando a cercare
sbocchi altrove. Con gran sollievo della consorte. Purché la famiglia e
il patrimonio non ne risentano.
Il bookshop è piuttosto spartano e
offre solo cataloghi o libretti dedicati al museo o poco più; anche i souvenir
sono misera cosa, messi lì solo perché non starebbe bene che non ci fossero, ma
dubito che qualcuno li compri. Ci ho provato con un quadernetto, ma era senza
righe. Scarse anche le cartoline con le riproduzioni delle opere , e solo delle
più importanti. Le opere si possono fotografare però, senza che nessuno abbia
da ridire (come quasi ovunque, eccetto che in Italia).
Non molto fornito nemmeno il
ristorantino modello self service, con due inservienti, di cui uno diviso tra
bar e cassa: i piatti però sono decorosi e abbondanti, i prezzi contenuti, e
soprattutto si può mangiare sotto maestosi alberi di jacaranda in un bellissimo
giardino, che, per i più romantici, termina in una terrazza ricoperta con vista
sulla foce del Tago. Bello. Persino la bambina che gioca a rincorrere i
piccioni ridendo ogni volta che uno si alza in breve volo solo per sfuggirle di
qualche metro, guardando la mamma per vedere se si compiace di lei (sì) e
attorno per verificare se qualche altro ammira le sue prodezze (no), persino
lei non dà fastidio. Il 60enne francese che, mentre fa un discorso pacato ma
palesemente, nelle intenzioni almeno, feromonico, alla sua commensale 45-50enne
e intanto getta le briciole nel prato divertendosi, e pensando di divertire,
all’accorrere delle bestiacce, invece sì. Tanto più che, non appena si accorge
che circondano a frotte il suo tavolo, non smette di gettare le briciole e le
lancia solo più lontano: accanto al mio. Grazie. (Non mi vede: la spuma del
desiderio si tiene la pupilla tutta per sé.)
Rientriamo nel Museo, va’.
Nella terza sala (la 64) c’è un
trittico di Jan Provoost, la Madonna
della misericordia (1512-15). Dire che è bello è forse esagerato, ma c’è
una cosa che mi colpisce: le donne in basso a destra nel pannello centrale cosa
diavolo stanno guardando? Tutte le figure maschili ai piedi del trono, tranne
quello con l’abito rosso e il soprabito scuro che immagino sia il committente
(non credo che lo siano i rappresentati del potere spirituale e temporale in
primo piano), dirigono lo sguardo verso la Madonna e il Bambino, in preghiera,
come se fossero presenti alla scena secondo una consuetudine che risale ai
primitivi fiamminghi. Il committente e la moglie (la biondina slavata in abito
verde sulla destra) forse non guardano niente, o solo la visione interiore che
gli altri, santi defunti, hanno la fortuna di godere direttamente, di persona
(per quanto in spirito, attesoché per la resurrezione della carne è ancora
presto), al pari di tanti donatori fiamminghi (per esempio il più
famoso di
tutti, il Cancelliere
Rolin di Van Eyck); ma le donne alle
spalle della moglie, forse parenti, figlie e/o sorelle più che sante
protettrici, a dispetto dell’augusto spettacolo e della circostanza (siete in
un quadro perbacco!, un trittico mica da poco, e sarete sotto gli occhi di
tutti per i secoli a venire!), anche se alcune sembrano levarlo in alto, loro
pure prese da qualche visione mistica (ma fuori cornice, come quella che guarda
verso sinistra, in alto: forse qualcosa sul muro, forse un altro cielo),
dirigono il loro sguardo verso punti imprecisati dello spazio antistante, ma
non verso il posto del pittore o dello spettatore, lo lasciano vagare qua e là,
chissà dove, attratte da chissà cosa. Si distraggono, come succede spesso alle
donne, e anche a me. E poi magari vedono cose che non ci sono; o scoprono cose
che non avevano visto.
(Lascio che la visita mi guidi così.)
(Visite guidate, con lo scrivente a sua
volta guidato da questo o quello.)
2)
e c’era questa resurrezione un po’
asfittica sull’anta destra di un trittico di Quentin Matsys (o della sua scuola,
piuttosto). Cristo si libra in uno spazio costipato, al di sopra della solita
soldataglia che, manco a dirlo, si era addormentata durante il turno di guardia.
Che cavolo di incarico è sorvegliare il sepolcro di uno straccione? Però
l’evento sorprendente un paio li ha svegliati. Sono ancora intontiti dal sonno,
e difatti uno ha uno sguardo confuso che non sa dove posarsi ed è come se
stesse ancora mettendo a fuoco il mondo, scarsamente supportato da un cervello
che ha fatto più di una sosta sul percorso della filogenesi. Il suo compagno
invece ha reagito più in fretta e guarda di sott’in su questo mago in decollo
verticale. Ha dei baffetti da gagà, le guance lisce di chi si è rasato
accuratamente al massimo la sera prima, quando forse si è goduto la libera
uscita prima del turno di
notte. Nemmeno lui sa ancora come
inquadrare il fatto, e al momento è in preda a una meraviglia sbigottita. Alla
relazione che dovrà fare più tardi, inventando qualcosa di credibile, perché
quello, insomma, è un po’ troppo, che poi lo accuserebbero di essersi ubriacato
in servizio, o di aver mangiato uno di quei dolci speziati che, be’, ci siamo capiti...,
al falso che dovrà essere più vero del
vero, non ha ancora avuto il tempo di
pensare. Chissà cosa racconterà. Tanto più che la tomba ha ancora i sigilli
intatti, con la ceralacca rosso brillante lungo i bordi della gigantesca lastra
tombale. Perché lo notasse anche lo spettatore attento, il pittore li ha
dipinti in trompe l’oeil, in rilievo, come dei falsi che col quadro non
c’entrano, appiccicati sopra la superficie della tela o tavola che sia. Dei
falsi a tre dimensioni, come veri sigilli. Messi in un angolo del pannello
però, non troppo in evidenza, per non distrarre il devoto che a svagarsi è già
predisposto di suo. A pensare ai propri peccati ci si deprime. E poi si rischia
di non cedere più. Che quello sì, sarebbe il vero peccato.
3)
4)
poi c’era questo santo fortunato, ma
anche un po’ disordinato, a giudicare dai libri sulla mensola, pochi eppure
messi lì alla rinfusa, appoggiati come capita capita dopo l’uso, con una certa
sprezzatura, perché sembrano codici miniati di qualche pregio, e comunque libri
sacri, che non meritano di essere trattati così, e non lo meriterebbero nemmeno
se sacri non fossero (ma forse tutti i libri sono sacri), che prega davanti a
un breviario spalancato su un leggio. Le pagine non stanno ferme, alcune si
alzano e lui le legge di sguincio, ma non gli importa, perché le ha recitate
tante volte che le sa a memoria e le tiene aperte davanti a sé solo per
controllare qualche breve passaggio, o perché il libro è una metonimia per il
suo contenuto e lui è davanti a quello che sta pregando, è quello che adora con
gli occhi del pensiero. E lui è un bravo santo, e proprio per questo ha la
fortuna di un angioletto cicciottello tutto per sé accoccolato sul piano di
lavoro del leggio, che gli fermerà le pagine dovessero girarsi prima del tempo
e intanto col ditino tiene il segno in un altro libro che il sant’uomo leggerà
appena dopo, a meno che non sia lui che intende suggerirgli la meditazione
successiva e per questo gli prepara la pagina opportuna. Il bimbo, senza ali,
che magari un angelo non è e simboleggia solo qualcosa che al momento non posso
né voglio verificare, ha le guance rosse per lo sforzo e la concentrazione; si
vede che ci tiene a lavorare bene: forse è al suo primo incarico e vuol fare
bella figura, anche se non capisce perché l’hanno mandato lì senza niente
addosso. La stanza però è soleggiata, entra una luce calda, che indora tutta
l’ampia cella di rimbalzo dal vicino oceano, lungo le cui spiagge, in
Portogallo, in questa stagione freddo non fa: anche se questa, comunque, non è
una buona scusa per andarsene a spasso nudi. A meno che non sia il bambin Gesù,
accorso in prima persona a servire il suo santo prediletto: i grandi hanno di
queste delicatezze (dico i veramente grandi, non le loro infinite parodie). Poi
magari sistemerà anche lo scaffale levitando in aria con quei libri
sottobraccio, che meno male che non sono troppo voluminosi. Il santo non gli
bada, o lo scambia per una pura, e più verosimile (per modestia, non per poca
fede), visione interiore: ha un bel volto, rigoroso ma non emaciato. Quasi
dolce, anzi. Concentrato, ma senza sforzo. Con naturalezza, piuttosto. Il volto
di chi prega amando la preghiera. Il panneggio dell’abito, dal tessuto morbido
che senza stropicciarsi asseconda con le sue pieghe i movimenti o le posture
del corpo, mi sembra un riflesso, o la traduzione visiva, di quello che sta
pensando. Qualcosa di bello, che rasserena. O forse a pensarlo, e a essere
rasserenato, sono solo io, che mentre lo guardo ogni tanto volgo la testa verso
la finestra e mi sento avvolto dalla stessa luce e dallo stesso calore.
Etichette:
ekphrasis,
Jan Provoost,
Lisbona,
Museu Nacional de Arte Antiga,
Pieter Fransz de Grebber,
Quentin Matsys,
Scuola valenzana,
Visite svagate
10/02/14
Un Corot e un Degas della Fondazione Calouste Gulbenkian, Lisbona (e qualche nodo)

e c'erano un Inverno di Millet e un piccolo paesaggio
di Corot, bellissimi che nessuna riproduzione manco lontanamente rende l'idea.
E poi quest'altro Corot, bello, che ho capito dove Doisneau ha preso il cane
della famosa fotografia: uguali, anche la taglia e il colore. E se non l'ha
preso ma solo trovato, è lo stesso. Il nesso, la memoria, c'è in chi guarda. Il
tempo va indietro e torna avanti. Funziona così. In me, almeno.
E poi c’era
l’autoritratto di Degas mentre saluta con il cappello a cilindro e soprattutto
il piccolo, splendido Ritratto di Henri
Michel-Lévy nel suo studio, del 1879. Che gran pittore è Degas! Un suo
minuscolo desolato autoritratto da vecchio, della collezione di Emil Buehrle se ricordo bene, è uno dei
miei preferiti in assoluto. Questo del suo amico Henry è quasi dello stesso
livello. Il pittore è appoggiato al muro, o meglio: a una tela appesa al muro,
con la testa leggermente reclinata, lo sguardo, si direbbe, torvo, più che
concentrato o severo, accentuato dal fatto che metà del viso è in ombra per
effetto della direzione della luce, che viene da destra in alto. Indossa una
camicia candida che dà maggior risalto alla pelle scura del volto, ha le mani
in tasca e le gambe incrociate, in una postura modernissima; non so se era
assolutamente inedita in pittura, ma, per quanto limitata sia la mia
esperienza, io non ricordo di averne
viste di anteriori uguali. Ai suoi piedi invisibili, seduta sul pavimento, una
figura femminile con un lungo abito rosa, un nastro rosso al collo e un
cappello giallo che non definirei elegante. Quasi certamente è un manichino; ma
mi piace pensare che sia una modella, un manichino pigmalionizzato. La
collocazione in basso non so se allude anche alla differenza di condizione
(spesso le modelle integravano i guadagni con altre prestazioni, in studio e
fuori), ma lo sguardo perso e la postura scomposta lasciano pochi dubbi sulla
sua lucidità (perlomeno quella di quel momento) e integrità: interpretazione
indotta anche dal fatto che i tratti del suo viso siano molto meno accurati di
quelli del pittore. Ma questo, così come una certa impressione
dell'articolazione dei volumi corporei pur ammorbiditi dagli abiti, in
contrasto con la continuità fluida del corpo del pittore, in particolare l'inclinazione
della testa, dal collo come spezzato, che assomiglia a quella del Fantoccio di
Goya del 1791-92, che certamente Degas
conosceva (ma anche se così non fosse,
non importa: qui pure importa che lo ricordi io), la
identificherebbe senza ulteriori dubbi come manichino. Sì; però io continuo
guardarla come se fosse la modella. Il suo braccio sinistro, interrotto dalla
cornice prima della mano, è piegato in modo da echeggiare in parallelo la
postura di una delle figure del quadro sopra di lei: un uomo sdraiato prono con
la testa voltata in alto verso due signore con ombrellino (l’esatto contrario
di quella del pittore, che peraltro la figurina richiama). L’altro braccio
invece termina all’interno di una piega o tasca dell’abito, ma la prima
impressione (che rimane più forte anche dopo la correzione di lettura) data
dalla grande composita macchia rosa e marrone è quella di una mano
assolutamente informe, come una grossa spatola: di qualcosa di incompiuto e che
al contempo sembra alludere a uno degli aspetti della tecnica usata nel quadro
e in genere del lavoro più tardo di Degas, dal mestiere che condivide con il
suo modello (quello vero: l'amico Henri). Questo fattore è messo in ulteriore
evidenza dalla grande scatola dei colori, con all’interno una tavolozza e dei pennelli,
accentuata dal primissimo piano, e poi dalla firma del pittore più sotto, in
basso a sinistra. C’è tutto. Da qualche parte ci dovrei essere anch’io.
Etichette:
Corot,
Degas,
Doisneau,
ekphrasis,
Fondazione Calouste Gulbenkian,
Goya,
Il Fantoccio,
Lisbona,
Portrait de Henri Michel-Lévy,
Ritratto di Henri Michel-Lévy nel suo studio,
Visite svagate
Iscriviti a:
Post (Atom)







.jpg)











