Magari sono malato, ma se non leggo io non dormo. Se non dormo, finisce che sto male. Siccome ci tengo alla mia salute, allora leggo. Sono 50'anni che va così. Ormai ho questa coazione, che se non la rispetto a sera gli occhi si chiudono, la bocca si spalanca fin quasi a mandare fuori sesto le mascelle, ma se la testa non è piena anche di cose che ho letto (e di spazio lì ce n'è, figurarsi!), il sonno non arriva. Dal fondo del vuoto una voce mi rimprovera: lazzarone! C'ho il super io bibliotecario. Non è che lo faccia per la cultura, per senso civile o altro, tutte cose degnissime, per carità... però quelle vengono dopo. Prima deve piacermi quello che faccio, che non significa sempre senza sforzo o pena, così anche il resto viene più efficace, suona meno falso. È che altrimenti mi sembra di non aver vissuto. Di non aver messo in atto, consumato, tutte le forze della giornata. Uno spreco. Che sia anche un surrogato? Certo! Il sostituto di qualche altro sostituto. Di sicuro però non lo è di una vita che non ci sarebbe, o sarebbe altrove: quando leggo, vivo (mica si è morti, se si legge); e mi sembra di vivere di più, poi, per avere letto.
Racconti, libri, mostre, divagazioni, recensioni, speculazioni varie
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23/02/21
03/07/19
Autodafè, riscritture, belle copie, con benevola assoluzione finale. (Appunti per niente, 9 )
Un bel giorno, dal momento che era molto che non scriveva più niente né c’erano avvisaglie che potesse (e nemmeno volesse) riprendere a farlo, si è messo in testa di rileggere tutto quello che aveva scritto e di metterlo in bella copia, correggendolo e, eventualmente, riscrivendo o cancellando e stracciando quanto proprio non aveva nessuna speranza di recupero o di chirurgia. Fogli volanti, taccuini, quaderni di ogni tipo e dimensione, agende, diari e tutto quello che aveva pubblicato, e che era sopravvissuto a un paio di altri autodafè, crudelissimi ma non del tutto, visto quanto era scampato, eppure in gran parte già dimenticati, nei dettagli se non nell’insieme, senza rimpianti. Non era poco, si accorse con stupore. Lo stesso stupore inebetito che prende quando si comincia a svuotare la cantina pensando di sbrigarsela in mezza giornata e dopo una settimana ci si accorge che è ancora piena di ogni cianfrusaglia e ricordo (cioè la cianfrusaglia peggiore). Tantissimo, anzi; infinitamente troppo, a voler prendere la perfezione come misura. Come era suo uso da sempre peraltro. Suo vizio, cioè.
Così, più che correggere, riscrivere e migliorare (ma migliorare in rapporto a cosa? al metro che aveva ora, che spesso è peggiorativo nei confronti del passato, come dimostrano tante riscritture e varianti di autori anche eccellenti – persino l’Ariosto!, non si dice Ungaretti… ?), quando si è accorto di cadere in continuazione nella sua consueta procedura di ampliare anziché tagliare, o ampliare il doppio di ogni taglio, e di imboccare ogni diramazione che riusciva ora a intravvedere o era stata magari volutamente trascurata quando lo scritto era stato licenziato la prima volta (già allora riscritto tot numero di volte peraltro), ha smesso di colpo e non ha fatto altro che barrare tutto, prima (senza stracciare), e poi leggere solo, un quaderno dopo l’altro, ogni foglio sparso o ritaglio o file… Leggere e basta, in modo famelico, con disperazione, fino a esserne schiantato.
Così, più che correggere, riscrivere e migliorare (ma migliorare in rapporto a cosa? al metro che aveva ora, che spesso è peggiorativo nei confronti del passato, come dimostrano tante riscritture e varianti di autori anche eccellenti – persino l’Ariosto!, non si dice Ungaretti… ?), quando si è accorto di cadere in continuazione nella sua consueta procedura di ampliare anziché tagliare, o ampliare il doppio di ogni taglio, e di imboccare ogni diramazione che riusciva ora a intravvedere o era stata magari volutamente trascurata quando lo scritto era stato licenziato la prima volta (già allora riscritto tot numero di volte peraltro), ha smesso di colpo e non ha fatto altro che barrare tutto, prima (senza stracciare), e poi leggere solo, un quaderno dopo l’altro, ogni foglio sparso o ritaglio o file… Leggere e basta, in modo famelico, con disperazione, fino a esserne schiantato.
30/10/16
Leggere per sapere come va a finire (o per sapere e basta)
Apro
una parentesi: lo scarso interesse della e per la fine è forse più il riflesso
di una mia propensione personale di quanto non corrisponda a quella di
Vila-Matas o dei suoi libri, che peraltro chiudono spesso, come quasi tutti i
romanzi moderni, in modo così ambiguo e sfumato che uno potrebbe pensare che,
come la Parigi di uno di essi, non finiscono mai. Sta di fatto che a me non
importa più leggere per sapere, e tanto meno per sapere come va a finire: questa
è sempre stata l’ultima delle mie preoccupazioni, anche se vedere come qualcosa
va, o viene portata verso la fine, e se questa sarà la sua fine e non una fine
(perché una fine, dicono, ci vuole), ecco, questo mi ha sempre attratto, come
per i bambini rompere i giocattoli per vedere come sono fatti, con il
vantaggio, qui, che il giocattolo resta intatto e poi si gioca anche meglio; e
per scoprire cosa posso, o potrei, farne, e se qualcosa, poco o tanto, anche
solo astrattamente, come puro abbozzo mentale, mi spinge, con un soffio gelido
alla nuca magari (per dirla con Vila-Matas) che potrebbe portarmi altrove. E
già mi ci porta, difatti, con la pura potenzialità, altrove o dentro: dentro
l’opera, o la realtà, o dentro me, dove opera e realtà per qualche istante
coincidono per subito separarsi, per quanto subordinare la lettura, come
qualsiasi altra cosa (quasi tutto), ad altro, mi ripugni... nonostante già
iniziare qualcosa, aprirsi ad essa, accettarla, immergervisi, non si esaurisca
mai in se stesso, in pura gratuità, perché anche la scoperta, l’accoglienza e
l’abbandono a quella cosa (opera, situazione, luogo, evento o persona) non si
esaurisce né conclude mai in se stesso e tutto va oltre, avanti, da qualche
parte, e si perde, e anche l’uso, la possibilità, l’apertura vanno oltre se
stessi e si perdono, e proprio lì, magari, recuperano, o ritrovano, una loro
gratuità, quella forse di ogni cosa quando viene meno a se stessa, e in
generale viene meno e basta.
12/06/15
Quanto leggono i giovani scrittori? (Cosa c'entra la quantità con la qualità?)
Tempo fa mi è capitato di sentire
un giovane scrittore, autore di romanzi raccolte poetiche e saggi, che si
lamentava che, tra attività sui social e aggiornamento sui siti online, ormai
non gli rimane il tempo per leggere più di 2-3 libri al mese (scrivo in cifre
perché il concetto è più chiaro... eh, i numeri!). Poco male, se uno nei siti
giornalistici e culturali legge tante cose interessanti e corpose. Ce ne sono.
Del resto, la citazione a senso è d’obbligo, già Hegel diceva che la lettura
del giornale è la preghiera mattutina dell’uomo moderno. Preghiera! La
secolarizzazione ne aveva ancora di strada da fare... Non che oggi non ce ne
sia più. Sembra anzi che la prudente andatura del gambero prevalga sempre, ma a
ritroso: un passo avanti e due indietro (le lettere invece delle cifre qui
appartengono al cliché).
(Lasciamo perdere Hegel, che per
me è sempre stato un modello di rigore fin dall'università, come si nota anche
dal mio, di modo di procedere...)
Non ne faccio una questione
quantitativa, che nel campo culturale, e creativo soprattutto, come noto non
conta (questi verbi!). No, però... Magari, quel bravo scrittore intendeva 2-3
romanzi attuali, oltre alle letture di prammatica per il suo lavoro. Non so.
Può essere. Ma si può anche dubitarne (appartengo alla scuola del sospetto).
Altri giovani scrittori e critici e artisti che ascoltavano facevano ampi cenni
di assenso, come se anche loro... Uno l'ha detto chiaramente, un esperto di
nuove forme sociali e strumenti comunicativi, uno che va per la maggiore (e
anche in gamba, lo giuro): io non ricordo quando ho letto l'ultimo libro. Eh,
peccato. Vorremmo (alcuni; altri si vantano)... ci piacerebbe avere le occhiaie
viola per il troppo leggere, come uno stravizio, ma proprio non c’è il tempo...
Beh, sì, certo... il tempo... la vita, che, lei sì, corre... le esperienze da
accumulare: se no di che si scrive? Altrimenti si finisce per fare della mera
letteratura! (Ho già sentito dei redattori per la narrativa di importanti case
editrici lamentarsi che certi libri fossero letterari. Non: troppo letterari;
no: letterari e basta... Ma forse anche lì ho capito male)
Poi arriva l'ennesimo a scrivere,
toh!, un libro (con tante citazioni: sempre le stesse; capito, Benjamin?) per
lamentarsi della povertà di esperienza del nostro tempo. Cioè della nostra
società: perché insomma, un ruandese, un aborigeno – dalle origini qualsiasi,
purché remote –, un cacciatore di teste ridotto alle miserie della civiltà, o
un tagliatore di teste, arrabbiatissimo con la civiltà: la nostra... cioè la
sua fino a poco fa... loro, qualche esperienza magari ce l'hanno (però che
palle, alla seconda volta che ne parlano... sapessero almeno raccontare!).
Cioè, la nostra (povertà di esperienza). Anzi la vostra (degli sfaccendati che
leggono il libro e non vivono). Cioè la loro, di quelli che scrivono senza
manco leggere (in particolare quel libro).
(Che poi, quando qualcosa gli
capita, non hanno le parole, e le forme in cui ficcarla.)
(Però basta che gli capiti. Che
credano che capiti solo a loro, a loro per primi: i giovani. Che siano stati
loro ad avere la bella trovata. Giusto, ogni generazione da capo! È un diritto
sacrosanto.)
È cambiato il modo di
aggiornarsi, di studiare, mi sono detto; non fare il moralista! (E ho detto
anche all'amico che, lamentandosi della scarsa preparazione di certa gente che
gli manda dei testi da pubblicare, mi ha stimolato questa... come posso
chiamarla? ...ecco, sì: questa.) Non metterti a dire: ai miei tempi ecc. Mica
sono tutti così. È verissimo. Non tutti. Online c’è tantissima roba da leggere
di livello anche molto alto. Ci scrivo anch’io del resto. Leggono pochi libri
perché studiano tanto lì. Capitolo chiuso.
Il vero colpo, invece, doveva
ancora venire. Infatti, dopo una breve pausa per lasciare che l’ondata di assensi
diventasse meno fragorosa, il giovane scrittore ha aggiunto: “mentre prima ne
leggevo almeno 5-6”.
5-6? (Cinque-sei?) Ho capito
bene? Chiedo scusa, ma allora un bel “ai miei tempi” non me lo toglie nessuno.
Cioè, nemmeno nella mia prima adolescenza, quando ho cominciato a ventilarmi la
possibilità di una scelta di studio e scrittura, se ce l’avessi fatta, con
tutto l’impegno del mondo (poi le qualità, i doni, le doti, si sa...), una
scelta sciagurata, come poi si è rivelata, arretratissima proprio mentre facevo
degli avanguardisti i miei riferimenti (la scrittura!, il testo! Ma va a
ramengo!), nemmeno allora con 5-6 libri al mese uno, e non solo io, e non solo
per un'ingenua sacralizzazione della letteratura o della cultura (d'élite!), manco
cominciava a credere di poter diventare uno scrittore o un letterato o quel
che oggi corrisponde a quelle viete categorie.
Lo studio matto e disperatissimo
come è noto fa crescere la gobba, ma oggi ci sono palestre e fior di metodi
all’aria aperta e in casa per scongiurare queste disgrazie, nonché i paralleli
disagi psichici e esistenziali (anche se questi la loro porca figura la fanno
sempre). Non parlo per me: purtroppo io, a dispetto delle mie ambizioni
giovanili, non sono tagliato per gli estremi, e nemmeno per i superlativi.
Conosco tanta gente che lo è, invece. E la ammiro. Gente che studia sul serio,
che non scrive una recensione in mezz’ora dopo aver letto solo il libretto in
questione o aver visto un paio di mostre. Gente che, senza quantificare quanto,
che non sta bene, legge e studia tanto. Quanto basta. E non basta mai. Che sa
che la quantità sta alla base della qualità. Anche se la trasformazione
alchemica non è automatica. I terribili lavoratori!, li chiamo.
È una citazione: di Rimbaud per
la precisione. Uno che non ha studiato o letto tantissimo. O forse sì, in
rapporto alla sua età. Ma lui, come si suol dire, era un genio.
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