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22/06/20

Il Nobel a Peter Handke (con bonus track)



Il Nobel a Peter Handke è una sorpresa. Sembra un Nobel di recupero, specie perché assegnato in coppia insieme a Olga Tokarczuk. Un Nobel di doppia riparazione: a una donna, senza voler minimamente sminuire il suo valore, dopo lo scandalo per molestie relativo al marito di una giurata che aveva causato la mancata assegnazione dello scorso anno; e a un autore che avrebbe dovuto vincerlo molto prima, non fosse stato per un altro scandalo, quello delle sue prese di posizione in difesa della Serbia in occasione delle guerre della ex-Yugoslavia. Il ritorno sulla scena di Handke, che in verità non era mai sparito perché ha continuato a pubblicare libri splendidi anche negli ultimi 20 anni; o meglio: il ritorno dell’accettazione pubblica, era stato annunciato dall’assegnazione degli importanti premi “Thomas Mann” e “Kafka” nel 2008 e ribadito dal premio “Ibsen” nel 2014, dopo che nel 1999 egli aveva restituito il premio “Georg Büchner” a causa dei bombardamenti della NATO contro i serbi.
Per uno che aveva iniziato con il libretto teatrale Insulti al pubblico (1966) e opere narrative e poetiche provocatorie e al limite dell’illeggibilità (su questo primo periodo vedi il mio articolo qui) arrivare all’ufficialità planetaria del Nobel, che pure ha trascurato nomi fondamentali a volte per ragioni discutibili e preso abbagli che non depongono a favore della sua infallibilità, potrebbe sembrare un’ironia del destino. Ma per i lettori che lo seguono da 50’anni è solo un atto dovuto. Conosciuto agli addetti ai lavori già negli anni ’60, giovanissimo (è nato nel ’42), per le sue opere teatrali, attività che è proseguita ininterrotta per decenni (si vedano da ultimo Ancora tempesta (2010) e
 I bei giorni di Aranjuez (2012) tradotti da Quodlibet, nel 2015 e 2017), i romanzi di taglio sperimentale e per le sue collaborazioni con Wim Wenders, Handke diventa noto anche al grande pubblico internazionale con il libro in cui parla della depressione e del suicidio della madre, Infelicità senza desideri (1972), un testo dalla scrittura in superficie controllatissima, quasi fredda, impersonale e distante come appare la vita a chi ha dentro di sé ogni passione spenta, per controbilanciare l’incandescenza dei sentimenti filiali, e la rabbia per un mondo che ha ridotto a un passo così tragico la persona che più ami: un piccolo libro dal peso specifico altissimo, che ormai è un classico della seconda metà del ‘900. Negli anni successivi la sua produzione, sempre intensissima, si fa più intima, in apparenza, non tanto per la presenza di diari, come Il peso del mondo (1977), quanto perché nata dalla necessità di allargare il campo della percezione e dell’esperienza della vita, alla ricerca del “vero sentire”, passando sia dalla scoperta di un mondo marginale, di piccole cose, come la foglia, il frammento di specchio e il  fermaglio da capelli che rivelano al protagonista del romanzo intitolato appunto L’ora del vero sentire che non c’è alcun “mistero dell’Universo” da scoprire e di cui avere paura e gli permettono di cominciare a superare l’angoscia che attanagliava la sua esistenza, sia dal ripensamento sul proprio mondo privato, come con Lento ritorno a casa (1979) o Storia con bambina (1981), e della propria attività di scrittore. Lentamente anche la sua prosa si modifica e si sbarazza sempre più dei generi per approdare una serie di brevi testi che vengono talvolta intitolati saggio e altre romanzo, e sono insieme una riflessione che è una storia, che è una scoperta di sé e del proprio passato, che è un’indagine della scrittura e dell’arte, che è un attraversamento del mondo ignoto in cui viviamo giorno per giorno.


Questo rende necessario l’abbandono dei generi tradizioni verso i quali l’artista carinziano nutriva da sempre fondati sospetti, per cercare forme sempre diverse, a seconda degli oggetti di indagine o degli spunti e delle emozioni di partenza e che rispondessero alla necessità di raccontare senza trama, senza personaggi o accadimenti, e conseguente svolgimento (e relativi passaggi, nessi, parallelismi o contrapposizioni, intreccio di tempi e luoghi, ecc.), se non ridotti al minimo o funzionali (o piuttosto inseriti, successivi, con-seguenti, accanto e non soverchianti il resto).
Non si tratta tanto di rinnovare la letteratura o le forme espressive, quanto di ritrovare un rapporto con se stessi e con il mondo che non sia imprigionato negli stereotipo e nella vuotaggine da una parte né dal disorientamento dalla separazione e dall’angoscia dall’altro. Pian piano l’individuo, secondo Handke, dovrà cercarli da qualche parte, in sé prima di tutto, se vuole salvarsi, salvare la vivibilità, la vita, un rapporto con il mondo in qualche modo saldo, non costantemente spezzato: non come momenti salienti però, come epifanie o baleni di qualche rivelazione (che comunque possono essere un fattore scatenante del cambiamento,), ma come persistenza e continuità, nella convinzione che, in qualche modo, come scrisse Quevedo, “solamente lo fugitivo permanece y dura”.   
Si tratta cioè di trovare nuovi modi per sfuggire all’incapacità di fare esperienza, cioè di incontrare il mondo e gli altri, caratteristica dell’uomo moderno. E questo passa necessariamente per un continuo rinnovamento delle forme e dei modi di espressione. Per quanto non più nei modi radicali degli esordi, questo resterà sempre un tratto caratterizzante di tutte le opere di Handke, che conserveranno sempre un che di sperimentale anche dopo che avranno ritrovato una leggibilità certo non facilissima ma nemmeno ostica.

Da questo punto di vista l’adozione del saggio come forma prevalente diventa comprensibilissima. Un saggio ricreato in modo originale, che adotti anche quel passo narrativo che nel romanzo non sarebbe per Handke accettabile e quel tanto di soggettività senza la quale nessuna esperienza (nessun esperimento, nessun saggiare) sarebbe possibile. A saggiare infatti non è una mente astratta, la prova non è effettuata da una razionalità disincarnata, ma deve per forza passare attraverso l’esperienza di chi la affronta, e senza di lui non ha valore: ciò che comporta la necessità del soggetto e insieme quella del suo superamento, perché è soltanto uscendo da se stesso, andando verso l’oggetto, lasciandosi catturare da esso mentre lo si cattura, e verso gli altri, che l’oggetto può essere recepito e trasmesso: in uno spazio comune. Nascono da questi presupposti fulminanti libretti come Il pomeriggio di uno scrittore, Saggio sulla stanchezza, Saggio sul Juke-box, Saggio sulla giornata riuscita, Saggio sul luogo tranquillo, tutti editi da Garzanti tranne il primo e l’ultimo, da Guanda.


Nei saggi invece c’è un narrare più disteso, si potrebbe anzi dire, paradossalmente, che mentre alcuni scrivono saggi in margine, in alternativa o a proposito di romanzi e racconti, Handke li scrive per raccontare.
Poi, viceversa Handke quando torna al romanzo, con grandi riuscite come Il mio anno nella baia di nessuno (1994, trad. it Garzanti 1996) o La montagna di sale: una storia di inizio inverno (2007, trad. it. Garzanti 2007) o a notte della Morava (2008, trad. it. Garzanti 2012), non sarà mai in modo piano ma spesso spostandolo verso toni lirici, o di epica quotidiana, e insieme di indagine sulle proprie patrie e radici e lingue. Le prese di posizione sulle vicende della ex-Yugoslavia (Appendice estiva a un viaggio d’inverno e Un disinvolto mondo di criminali, Einaudi, entrambi fuori catalogo) si inseriscono in questo contesto e anche in questo senso vanno prese in considerazione, pur senza sconti per certe affermazioni in difesa di Milosevic, che non si sa se nate da convinzioni o da volontà provocatoria in opposizione al discorso ufficiale troppo monocorde e compatto per non essere ai suoi occhi sospetto).
Ma a parte questo, che non è poco ma certo non inficia un’opera che dall’opposizione alla subordinazione della letteratura alla ideologia e all’impegno era nata, Peter Handke resta uno scrittore che ha profondamente segnato la cultura teatrale, narrativa e poetica (ricordiamo su tutto il magnifico Il canto della durata, da poco riproposto da Einaudi)  del nostro tempo.

Un’opera esemplare degli ultimi 50’anni, dall’ultimo sussulto delle avanguardie, con la loro radicalità che portava gli scrittori a scontrarsi con il mondo dei lettori e i loro preconcetti e con quello reale, uscito da due guerre che hanno lasciato segni indelebili e che quasi nessuno osava indagare fin nelle pieghe del proprio vissuto e di quello della propria famiglia, specialmente in Germania e in Austria, e pieno di contraddizioni che sembravano poter essere risolte o attraverso la negazione o la rivolta (due sorelle) e l’impegno anche delle arti e della letteratura, a partire da quello sul proprio linguaggio e le proprie forme, al bisogno di recuperare, ripartendo da capo, dalla propria esperienza diretta, dal proprio mondo quotidiano, e dalle sensazioni e dal corpo, senza enfasi, ma ricostruendo a poco a poco il tessuto della vivibilità e visibilità e conoscenza del mondo, la possibilità di un reincantamento non ingenuo, che tenga conto dei vincoli e del linguaggio e delle remore della tradizione senza passare per l’ironia o la parodia e la giocosità del postmodernismo.


Un autore che si ama non è un modello, ma un modo. Il suo procedere non è la proposta di una direzione sociale o esistenziale, ma, per chi legge, una realizzazione e al contempo uno strumento: un arricchimento, non una regola. Al massimo un invito, delle occasioni eventualmente da sperimentare. Un esercizio, materiale e spirituale.

Quello che trasmettono allora i suoi libri, non sono solo idee o emozioni, che certo non mancano, quanto un modo per imparare a vivere, per vivere imparando a vivere, perché si vive solo se si cerca ogni momento di imparare a vivere, a muoversi tra le cose, nel mondo, e a vederle, maneggiarle e insieme rispettarle per ciò che sono e in tutte le relazioni possibili, che le avviluppano e le collegano allo spazio e al tempo, anche, se non soprattutto a quelli interiori, per riuscire a essere saggi. Cioè felici. O non infelici. O solo un po’ meno, se possibile.


.... (Bonus Track)

Gli è sempre rimasto però il rifiuto del romanzo tradizionale, del raccontare storie, (scrittore dell’istantaneo” CIT) e per questo si è dedicato a tutti i generi, mescolandoli, contagiandoli, non nel senso postmoderno (ironico, destrutturante) del termine ma per servirsi  degli strumenti che ciascuno di essi ha affinato (affilato) per lo scopo che di volta in volta persegue, per l’indagine, il ricordo, ma anche la costruzione di insiemi narrativi sono la forma stessa del saggio, la sua storia e la sua vocazione, a favorire questa (controllatissima) deriva sperimentale, e al contempo a richiedere una struttura e un lavoro sul linguaggio che lo scampi dalla “lingua da fuchi di un’età di latta”, dal suo “tanfo di banalità”, che non rinuncino alla trasmissione, cioè alla comunicazione, e a un legame, sia pure disgiuntivo o oppositivo, con la tradizione. Legame che Handke, dopo le “provocazioni” avanguardistiche giovanili, ha voluto ben presto ripristinare, sia pure in modi innovativi,

La ricerca della durata, il suo rinvenimento e la sua cura, sono il tentativo di aderire alla propria vita e di trovare non solo una pacificazione, tanto più necessaria per chi è afflitto, o dotato, di “una sensibilità in costante conflitto con i passaggi e gli snodi epocali del suo tempo” (H. Kitzmüller, Peter Handke, Bollati Boringhieri, 2001, p. 8), ma una composizione che consenta di tenerne insieme tutti i momenti, le persone e le cose più importanti, che non sono necessariamente i più vistosi.
“L’unico mezzo che fa sì che la durata tenga, dice lo scrittore, è la fedeltà a ciò che si ha vissuto… la fedeltà formale, nello scrivere, riferire… ritornare… è l’unica via, non è una strada maestra, una via regale, ma è un piccolo sentiero… La strada per la durata è la fedeltà, la fedeltà alla forma... che è l’estetica… Si tende a screditare l’estetica, ma l’estetica è l’istanza dell’etica.” “La durata ha a che fare con gli anni, i decenni… la nostra vita… ecco, la durata è la sensazione di vivere.”
 

….
Sembra una forma di misticismo laico, immanente, che a una lettura spiccia rischia di emanare un profumo dolciastro, di facile consolazione, mentre invece è una conquista, il frutto mai acquisito una volta per tutte di un costante impegno, perché tale, contro tutte le distrazioni, l’indulgenza e la pigrizia, è la fedeltà a se stessi nel tempo, il tener fermo ciò e chi ci è caro, anche quando non ci si pensa (e ancora di più allora), e custodito dentro di noi, che dura e non pesa, e ci avvolge e riscalda senza che noi ci facciamo caso, per riscoprirlo solo ogni tanto con una sensazione forte e insieme quieta in un oggetto, la ripetizione di un gesto, il ripresentarsi di un momento o di una parentela tra spazi insignificanti, quotidiani, senza nome.

Ma forse il senso della durata non è nemmeno questo; non è il ritorno dello stesso o la percezione di continuità che si instaura attraverso la ripetizione e la ricorrenza di certi atti o sensazioni o la presenza continua, anche se spesso silenziosa e in disparte, di oggetti e ricordi ecc., ma solo il sentimento che la nostra vita non è a pezzi, disseminata in frammenti e scarti che se ne stanno irrelati, ciascuno per conto proprio e senza la possibilità di un senso comune o di qualsiasi legame: che persiste, nel mondo attorno a noi, qualcosa che rimanda alla nostra persona e, in noi, qualcosa della presenza che non tramonta del mondo.

Questo testo è uscito in forma più breve su doppiozero l'11 ottobre 2019

28/02/16

Peter Handke, Il peso del mondo & L'ora del vero sentire (1981)



Cosa resta a un artista quando rifiuta una storia e la vede solo come un “asilo per le nullità”, la giustificazione per ogni porcheria, il serbatoio di miti perlopiù decorativi e ormai inutili, nonché il supporto del culto borghese della memoria? Gli resta la propria persona, con la quale non riesce però a convivere e a identificarsi, un passato da respingere esercitando la perdita attiva della memoria, un presente banalizzato e inabitabile, e in definitiva il puro e semplice “peso del mondo”; cioè, forse, un’altra storia che, “attraverso i secoli, seminascosta da quella ufficiale e minacciosa, si è svolta come storia delle passioni (della) gente, nella morte, nell’immeschinimento, la vera storia”, che diventa allora la sua, il suo lavoro, che si tratta dunque di perseguire. Ma non è così semplice quando le parole, il solo luogo per uno scrittore dove cogliere quest’altra storia, anziché facilitarlo diventano la prima difficoltà, in quanto si frappongono tra l’individuo e la realtà offuscandola e falsificandola in ogni direzione, da quella letteraria che ha saturato il mondo con un senso tutto fagocitato dalla storia rifiutata, a quella quotidiana fatta soprattutto di formule e standard che predeterminano anche la più piccola esperienza personale incanalandola verso generalizzazioni anonime e riciclate su modelli passati, quasi ostruendo ogni possibilità di vita.
Certo, si può vivere di questa impossibilità e costruire tutta un’opera sull’assoluta negazione, e non è mancato chi lo ha tentato, salvo spesso finire nella ripetizione o, più coerentemente, nel silenzio; si può fare un’arte di puro gioco o basata su un linguaggio totalmente autocostruito, nel quale però “il contenuto viene consumato, piuttosto che messo in evidenza”; si può fondare il proprio lavoro sulla provocazione, sul sarcasmo e la dissacrazione; oppure infine si può cercare di scoprire, ammesso che ce ne siano, “i luoghi non ancora occupati dal senso”.
Peter Handke ha percorso la terza strada nei suoi primi lavori, specie teatrali, che lo hanno portato, oltre che alla collaborazione tuttora perdurante con alcuni dei più importanti registi del nuovo cinema tedesco (Wenders e Herzog per esempio), alla notorietà ancora giovanissimo in Austria, dove è nato nel 1942, e in Germania poi, e in molti altri paesi, l’Italia tra i primi, dove è stato subito tradotto; e prosegue nella quarta (conseguentemente, se non voleva ricadere nelle prime due) nella fase più recente del suo lavoro, della quale sono già noti anche al nostro pubblico gli ottimi risultati di Infelicità senza desideri e di La donna mancina, cui si aggiungono ora il diario Il peso del mondo, scritto tra il 1975 e il 1977, che ha offerto lo spunto per la considerazioni iniziali, e il romanzo L’ora del vero sentire, immediatamente precedente come data di pubblicazione ma perfettamente sintonico nel discorso.
Gregor Keuschnig, il protagonista di quest’ultimo, è un nipote eterodosso di Kafka, come si deduce tanto dal nome e dall’iniziale del cognome, quanto dal fatto che esca trasformato da un sogno nel quale si scopre omicida a sfondo sessuale. Solo che qui la trasformazione, a differenza di La metamorfosi, non riguarda il suo corpo, bensì il suo rapporto con la realtà esterna. Dopo quel sogno, che Keuschnig esperisce come qualcosa di vitale, vero e reale, ogni sicurezza nella concretezza quotidiana va perduta, ed egli “non si sente più a posto, ma non riesce a immaginare un altro posto dove potrebbe sentirsi a suo agio; non può immaginare di continuare a vivere come ha fatto finora, ma neanche di vivere come vive o ha vissuto chiunque altro”. E tuttavia, mentre gli appaiono estranei e insignificanti il suo lavoro di addetto stampa all’ambasciata austriaca di Parigi, la moglie e la figlioletta e persino l’amante, e giunge a rifiutare ciò stesso che pensa e sente nel suo legame con la memoria e il passato, contemporaneamente comincia ad aprirglisi, violento, doloroso e sconcertante, come l’eventualità di uno spiraglio rivelatore al quale però non sa come accostarsi, lo spazio della quotidianità. Dal momento che ogni cosa, divenuta assurda, ha ormai perso il “suo” significato, quello determinato dal normale sistema di valori e relazioni, , essa appare “strana”, disponibile per un senso diverso che risiede soltanto nella sua intimità specifica. Ma Keuschnig questo ancora non lo sa: in preda a una tensione totale e allucinata dei sensi, non fa che osservare anche il minimo evento nel desiderio di cogliere l’assoluto nel momento stesso in cui lo vive e nella singolarità di ciò che sta vivendo.
E finalmente ha l’esperienza che cercava: tre semplici oggetti che scopre ai suoi piedi nella sabbia, una foglia di ippocastano, il frammento di uno specchietto e un fermaglio da capelli, gli rivelano che non c’è alcun “mistero dell’Universo” da scoprire e di cui avere paura. Scopre che non c’è “alcun mistero personale” per lui, “bensì l’IDEA di un mistero che esiste per tutti!”. L’angoscia non scompare subito per sempre, naturale: deve prima allontanarsi da tutto il precedente sistema di relazioni e affetti, non senza contraddizioni e dolore; deve letteralmente spogliarsi dei vecchi abiti, ma ora, nel distacco, le cose gli vengono generosamente in aiuto e può finalmente “inventarsi una nuova personalità”. Comincia quindi a “osservare pazientemente gli altri”, perché, se “con riluttanza aveva cominciato a percepire”, ora sono “tante le storie che premono su di lui”. “Sto cambiando, in questo momento!”. si accorge, giacché ora, anche se vede “le stesse cose di prima, dallo stesso angolo di visuale, tuttavia sono diventate strane, e quindi esperibili”.
E’ evidente però che, se questa rivelazione nel romanzo resta limitata al solo protagonista come un fatto personale e forse non comunicabile, la possibilità della sua comunicazione si trasferisce nella scrittura del romanzo, nell’estrema tensione, corrispettiva di quella percettiva di Keuschnig, del suo linguaggio che è desunto sì da quello di ogni giorno, ma viene come salvato dalla sua banalità mediante un’assoluta laconicità e concretezza. In Il peso del mondo Handke dice: “il linguaggio d’ogni giorno, ch’è stato finora il mio materiale di lavoro, mi appare nel frattempo così esattamente vero da rendere impossibile ogni metamorfosi delle persone che esso sorprende”, e auspica, pur prospettandosene tutte le difficoltà, “un altro linguaggio di tutti i giorni, che si modifichi al posto di questo linguaggio unico, vero” e sia “sempre nuovo”. Anche a benefico contraltare della riluttanza cronica della nostra letteratura verso il linguaggio quotidiano, possiamo leggere i romanzi di Handke come un tentativo di risposta a questa sfida.
 


11-7-1981

24/06/15

Libri in tasca



 
I miei libri delle vacanze si riassumono anche quest'anno in quello che da sempre devo e voglio leggere e che non leggerò mai: Guerra e pace. Tutti gli anni leggo altri libri che hanno la sola funzione di sostituti, miseri surrogati neanche dell'oggetto aminuscolo, di cui tutto è più o meno un surrogato, ma di un ancora più fantomatico A maiuscolo (o altra lettera similare), quello mastodontico, gigantesco e rivoltante, qualsiasi cosa sia quell'orrida bestia, barrata, il cui baluginio ogni tanto ci ferisce come una stilettata e è già esso stesso solo un riflesso, un effetto di qualche suo altro effetto innominato e senza nome, disperso nella catena dei significanti, dei libri, dei desideri senza misura che ti scavano un buco vibrante nella pancia, una voragine brulicante di gas e esserini appena vivi e già moribondi, in via sempre di morire senza mai sparire, che si dirama in una serie di gallerie con tanto di crolli e esplosioni sotterranee dove qualcosa resta imprigionato, incriptato per sempre e tu manco lo sai, manco sai che cazzo è. Quando mi avvicino alla mia preda con tanto di ghigno sanguinario a deformarmi il muso, sicuro di tenerla e pronto a ghermirla, subito mi ritraggo: una volta è un'edizione troppo voluminosa, un'altra i caratteri sono troppo piccoli, un'altra ancora nutro seri dubbi sulla traduzione, senza contare che poi mi arrivano libri urgentissimi, la cui lettura immediata è indispensabile, addirittura vitale, specie per chi me li ha mandati, e così tutti gli anni lo lascio lì. E mi ritrovo a leggere sempre altro, con un senso di colpa ormai tanto remoto che me ne giunge solo, nei momenti più bui, solo qualche vaga zaffata (e meno male...).

Allora mi lascio trasportare dalle occasioni. Quest'anno un caro amico, che qui ringrazio, mi ha chiesto se mi andava di fare una recensione all'ultimo libro di Peter Handke, Saggio sul luogo tranquillo (Guanda), magari accennando anche a qualche recente ristampa, come Storie del dormiveglia e Il peso del mondo (entrambi pure da Guanda), e a Un anno parlato dalla notte (Moretti e Vitali), un libro che attinge il suo materiale dai sogni e che quindi non dovrebbe piacermi, perché poco mi respinge come i sogni in letteratura, ma che mi è stato caldamente raccomandato anche da un'amica di cui mi fido che lo ha molto amato.
Il peso del mondo è stato il terzo libro che ho recensito in vita mia, in coppia con L'ora del vero sentire (Garzanti, ultima ed. Gli Elefanti Narrativa), nel luglio del 1981. Negli anni immediatamente precedenti e successivi ho letto molti libri dello scrittore austriaco, ma poi le mie letture si sono diradate e quasi spente, e allora ho approfittato dell'invito per ricucire un filo un po' più continuo, se non completo (con Handke è impossibile, tanto ha pubblicato). E così, oltre a quelli che già possedevo, siccome nelle librerie che ho girato c'era pochissimo (e a volte nulla), mi sono comprato tre dei più recenti e me ne sono procurata un'altra dozzina con l'interprestito. Sono felice della scelta perché sono quasi tutti libretti brevi che stanno anche nelle tasche dei jeans o dei bermuda, come piace a me, e che posso agevolmente tenere in mano per leggerli mentre cammino: abbastanza grandi, però, perché i foglietti che di solito uso come segnalibro non fuoriescano da bordi arricciandosi o strappandosi, e con una carta che prende bene le sottolineature a matita (i miei), ma sufficientemente solidi per appoggiarvi i foglietti per prendere appunti sia in piedi mentre cammino che, a maggior ragione, quando mi siedo da qualche parte perché la cosa viene lunga (vedi foto). Cosa che faccio ogni giorno peraltro, non solo in vacanza (ma io lo sono sempre, essendo in pensione), nei dintorni del mio paese ad agosto spopolato (anche se negli ultimi anni molto meno: e si capisce perché), sulle stradine e le piste ciclopedonali lungo il fiume o i canali, o nella campagna, che conosco palmo a palmo e dove quindi posso trascurare di occuparmi del terreno e seguire le parole nella mia testa o sulle pagine e a volte fischiettare senza timore di disturbare nessuno, perché nessuno o quasi passa di lì quando ci passo io. E queste saranno le letture principali da fine luglio a ferragosto.
Però, poi, per non fare un torto completo al buon Lev Nikolaevič (un disgraziato che è andato a morire in mezzo al nulla dopo aver capito che la sua opera avrebbe generato una trafila vertiginosa di melensi film e serie televisive: una rivelazione che nessun uomo dabbene riuscirebbe a tollerare oggi, figuriamoci un'anima santa come la sua, di quei tempi poi...), mi riservo ogni anno una sua operina minore (minore...), qualche romanzo breve, un'edizioncina di questo o quel racconto o di due o tre raffazzonati pretestuosamente per qualche vago tema comune, o a seconda dell'aria che tira quell'anno, e così, pian piano, disegno attorno all'opus magno il suo perimetro, ne traccio i confini, scavo in negativo il suo calco con il resto della sua opera e mi ci metto dentro, mi ci sdraio, assecondandone come posso le forme, e vi riposo, senza troppi pensieri. Esattamente quello che si chiede alle vacanze.