Ogni tanto qualcosa, in genere sciocchezze, lo sorprende. E lo meraviglia. E nel meravigliarsi si sorprende di sorprendersi. La cosa che lo sorprende, e il fatto stesso di meravigliarsene, comprende anche la sorpresa di sorprendersi. Non è mai una sorpresa pura. Nuda e cruda. E’ sempre un meravigliarsi di sorprendersi. Ma questo non sminuisce la sorpresa. Non intacca la meraviglia. Come se fosse qualcosa di derivato. Un’appendice di secondo grado. Semmai, se possibile, lo rafforza. Ma anche questo è sbagliato. Sorpresa, meraviglia, sorpresa di sorprendersi, sorpresa di meravigliarsi, sono una sola cosa, la stessa. L’intensità è quella che deve essere. Né più né meno. Solo poi subentra una sorpresa ulteriore: quella di vedere sfaldarsi tutto il cappotto solido di insensibilità da cui credeva di essere avvolto. Una campana spessa che si era incollata alla sua pelle, alla sua testa, tanto da diventare la vera pella, da essere la sua testa, così da credere, l’illuso, che questa fosse la sua natura, lui che sa benissimo che la natura non esiste. Ma è troppo lucido, pensa di solito, per illudersi. Quindi le cose stanno così. Non c’è da esaltarsi né da rammaricarsi. Tutto fila come deve. Liscio, senza asperità, senza fratture o fessure. Poi uno cammina, non pensa, al solito, a niente, e una cosa, una vera e propria scemenza, qualcosa che non vale nemmeno la pena di nominare, lo sorprende. E tutto si sfalda.
Avanti così, fino a che la sorpresa svanisce. Ma non svanirà. Il suo effetto continua, fino alla prossima occasione. E’ lei che sorregge la campana, che la alleggerisce senza darlo a vedere. Che fa andare avanti. Così che ogni tanto uno si sorprende. Di essere andato avanti. Della strada che ha fatto.