15/06/15

Jorge, Adolfo e Silvina. (Una storiella)






Pare che Silvina Ocampo non vedesse di buon occhio l'abitudine di suo marito, Adolfo Bioy Casares, di invitare sempre a cena Borges, che pure glielo aveva fatto conoscere. Magari Borges aveva qualcosa di poco elegante nel modo in cui portava il cibo alla bocca, o in cui masticava. Magari era maldestro, rovesciava i bicchieri, o gli restava un po' di saliva a un angolo della bocca (quello sinistro, già orribile di per sé). Magari era per quella loro speciale intimità da cui si sentiva esclusa, come da tutte le intimità femminili che il marito si concedeva, pare, con grande frequenza.
Alberto Manguel invece, da giovane, correva da lui come da una fidanzata.





12/06/15

Quanto leggono i giovani scrittori? (Cosa c'entra la quantità con la qualità?)



Tempo fa mi è capitato di sentire un giovane scrittore, autore di romanzi raccolte poetiche e saggi, che si lamentava che, tra attività sui social e aggiornamento sui siti online, ormai non gli rimane il tempo per leggere più di 2-3 libri al mese (scrivo in cifre perché il concetto è più chiaro... eh, i numeri!). Poco male, se uno nei siti giornalistici e culturali legge tante cose interessanti e corpose. Ce ne sono. Del resto, la citazione a senso è d’obbligo, già Hegel diceva che la lettura del giornale è la preghiera mattutina dell’uomo moderno. Preghiera! La secolarizzazione ne aveva ancora di strada da fare... Non che oggi non ce ne sia più. Sembra anzi che la prudente andatura del gambero prevalga sempre, ma a ritroso: un passo avanti e due indietro (le lettere invece delle cifre qui appartengono al cliché).
(Lasciamo perdere Hegel, che per me è sempre stato un modello di rigore fin dall'università, come si nota anche dal mio, di modo di procedere...)
Non ne faccio una questione quantitativa, che nel campo culturale, e creativo soprattutto, come noto non conta (questi verbi!). No, però... Magari, quel bravo scrittore intendeva 2-3 romanzi attuali, oltre alle letture di prammatica per il suo lavoro. Non so. Può essere. Ma si può anche dubitarne (appartengo alla scuola del sospetto). Altri giovani scrittori e critici e artisti che ascoltavano facevano ampi cenni di assenso, come se anche loro... Uno l'ha detto chiaramente, un esperto di nuove forme sociali e strumenti comunicativi, uno che va per la maggiore (e anche in gamba, lo giuro): io non ricordo quando ho letto l'ultimo libro. Eh, peccato. Vorremmo (alcuni; altri si vantano)... ci piacerebbe avere le occhiaie viola per il troppo leggere, come uno stravizio, ma proprio non c’è il tempo... Beh, sì, certo... il tempo... la vita, che, lei sì, corre... le esperienze da accumulare: se no di che si scrive? Altrimenti si finisce per fare della mera letteratura! (Ho già sentito dei redattori per la narrativa di importanti case editrici lamentarsi che certi libri fossero letterari. Non: troppo letterari; no: letterari e basta... Ma forse anche lì ho capito male)
Poi arriva l'ennesimo a scrivere, toh!, un libro (con tante citazioni: sempre le stesse; capito, Benjamin?) per lamentarsi della povertà di esperienza del nostro tempo. Cioè della nostra società: perché insomma, un ruandese, un aborigeno – dalle origini qualsiasi, purché remote –, un cacciatore di teste ridotto alle miserie della civiltà, o un tagliatore di teste, arrabbiatissimo con la civiltà: la nostra... cioè la sua fino a poco fa... loro, qualche esperienza magari ce l'hanno (però che palle, alla seconda volta che ne parlano... sapessero almeno raccontare!). Cioè, la nostra (povertà di esperienza). Anzi la vostra (degli sfaccendati che leggono il libro e non vivono). Cioè la loro, di quelli che scrivono senza manco leggere (in particolare quel libro).
(Che poi, quando qualcosa gli capita, non hanno le parole, e le forme in cui ficcarla.)
(Però basta che gli capiti. Che credano che capiti solo a loro, a loro per primi: i giovani. Che siano stati loro ad avere la bella trovata. Giusto, ogni generazione da capo! È un diritto sacrosanto.)
È cambiato il modo di aggiornarsi, di studiare, mi sono detto; non fare il moralista! (E ho detto anche all'amico che, lamentandosi della scarsa preparazione di certa gente che gli manda dei testi da pubblicare, mi ha stimolato questa... come posso chiamarla? ...ecco, sì: questa.) Non metterti a dire: ai miei tempi ecc. Mica sono tutti così. È verissimo. Non tutti. Online c’è tantissima roba da leggere di livello anche molto alto. Ci scrivo anch’io del resto. Leggono pochi libri perché studiano tanto lì. Capitolo chiuso.
Il vero colpo, invece, doveva ancora venire. Infatti, dopo una breve pausa per lasciare che l’ondata di assensi diventasse meno fragorosa, il giovane scrittore ha aggiunto: “mentre prima ne leggevo almeno 5-6”.
5-6? (Cinque-sei?) Ho capito bene? Chiedo scusa, ma allora un bel “ai miei tempi” non me lo toglie nessuno. Cioè, nemmeno nella mia prima adolescenza, quando ho cominciato a ventilarmi la possibilità di una scelta di studio e scrittura, se ce l’avessi fatta, con tutto l’impegno del mondo (poi le qualità, i doni, le doti, si sa...), una scelta sciagurata, come poi si è rivelata, arretratissima proprio mentre facevo degli avanguardisti i miei riferimenti (la scrittura!, il testo! Ma va a ramengo!), nemmeno allora con 5-6 libri al mese uno, e non solo io, e non solo per un'ingenua sacralizzazione della letteratura o della cultura (d'élite!), manco cominciava a credere di poter diventare uno scrittore o un letterato o quel che oggi corrisponde a quelle viete categorie.
Lo studio matto e disperatissimo come è noto fa crescere la gobba, ma oggi ci sono palestre e fior di metodi all’aria aperta e in casa per scongiurare queste disgrazie, nonché i paralleli disagi psichici e esistenziali (anche se questi la loro porca figura la fanno sempre). Non parlo per me: purtroppo io, a dispetto delle mie ambizioni giovanili, non sono tagliato per gli estremi, e nemmeno per i superlativi. Conosco tanta gente che lo è, invece. E la ammiro. Gente che studia sul serio, che non scrive una recensione in mezz’ora dopo aver letto solo il libretto in questione o aver visto un paio di mostre. Gente che, senza quantificare quanto, che non sta bene, legge e studia tanto. Quanto basta. E non basta mai. Che sa che la quantità sta alla base della qualità. Anche se la trasformazione alchemica non è automatica. I terribili lavoratori!, li chiamo.
È una citazione: di Rimbaud per la precisione. Uno che non ha studiato o letto tantissimo. O forse sì, in rapporto alla sua età. Ma lui, come si suol dire, era un genio.

08/06/15

Con Proust, Borges e Beckett nei titoli: storie vere e inventate di scrittori diventati personaggi.




Nel suo splendido libretto Con Borges in cui racconta di quando da ragazzo si recava quasi ogni giorno a casa del grande scrittore ormai cieco per leggergli ogni cosa desiderasse, Alberto Manguel ricorda il noto episodio del licenziamento di Borges, nel 1946, dopo che si era rifiutato di iscriversi al partito peronista: "dovette abbandonare l'incarico di aiuto-bibliotecario in una piccola sede municipale [a 47 anni, con grandi libri già alle spalle, tra cui Finzioni fresco di stampa!] per diventare ispettore del pollame in un mercato"; aggiungendo però un'altra versione: "Secondo altri, il trasferimento fu meno oltraggioso ma altrettanto assurdo: venne destinato alla Scuola di apicoltura municipale". (Dal che si desume che le api sono più nobili dei polli.) Chissà se Martin Page conosceva questo episodio quando, nel suo molto acuto e divertente L'apicoltura secondo Samuel Beckett, ha fatto di questi un apicoltore sul tetto del palazzo dove abitava a Parigi. È dubbio tuttavia che il grande argentino, che si dimise immediatamente, ne abbia tratto le lezioni di vita che Page attribuisce al grande irlandese. Ci vorrebbe un autorevole depositario della verità sulla vita vera e immaginata del bibliotecario di Babele per scoprirlo, un grosso calibro del corrispettivo borgesiano del centro studi proustiani di cui è orgoglioso membro, per un certo periodo, il protagonista di Io e Proust, opera prima di Michaël Uras, giovane scrittore francese di padre sardo, che dopo il successo in Francia è stato ora ben tradotto e curato per le edizioni Voland rispettivamente da Giacomo Melloni e Giuseppe Girimonti Greco.
 Jacques, il protagonista di questo romanzo, si innamora di Proust nella prima adolescenza, durante una malattia, e comincia a pensare e sentire, e insomma a vivere in tutto e per tutto secondo quanto trova nella Recherche, mentre i suoi amici si gettano anima e corpo in ben altri interessi. L'amore viscerale si trasforma in un'ossessione che porterà il ragazzo a diventare uno studioso dell'opera e del suo autore fino a approdare ai campi elisi dell'istituto di ricerca che gli è intitolato. Non senza avere prima suscitato molte resistenze in famiglia (mica sarà gay?), nonché difficoltà di ogni genere nelle relazioni sociali e persino in quelle sentimentali. Càpita, quando tutto passa al secondo o al terzo posto. A narrare è lo stesso protagonista che ricapitola la sua esistenza sotto il segno di Proust, fino alla svolta, che coincide, peraltro proustianamente, con l'inizio del libro, o quantomeno con il rinvenimento di quello che sarebbe poi stato il suo titolo. Che nell'originale suona Cercher Proust, con riferimento sia all'opera che al suo autore. La presenza del nome di Proust nel titolo è già un fattore sufficiente per invogliarne la lettura, come la presenza dei nomi di Borges e Beckett negli altri due libri succitati.
Ma qui, lasciando perdere che il romanzo resta molto gradevole nonostante un certo allentamento nella seconda parte dopo l'inizio invece molto brillante, Proust a volte è solo un pretesto, e riveste il ruolo di una fissazione che avrebbe potuto benissimo vertere su altro o altri: un musicista, o un pittore o un divo di qualche disciplina, una qualsiasi. Proust presenta però il vantaggio di avere tutta una sua coorte di lettori variamente spalmata sui gradini, ad Parnassum, che vanno dalla passione generica al fanatismo assoluto, e soprattutto di essere un'indiscussa gloria francese, di un'assolutezza difficilmente reperibile in altri campi (a parte Napoleone e Platini). Inoltre offre il destro per tirare frecciate a destra e a manca sul disinteresse progressivo che la letteratura sta patendo persino in Francia e sul mondo sempre più sterile e stupido degli studi ultraspecialistici che le glorie indiscusse si ritrovano come indesiderata eredità: cosa che induce al vituperio, a volte, anche chi come me è mosso da sincera ammirazione. Senza contare che irridere gli specialisti ha il vantaggio accessorio di sedare la coscienza di chi ha rinunciato ancor prima di tentare di farvi parte, adducendo che ha ben altro di cui occuparsi. Presto la storia del protagonista con Proust scivola verso lo sfondo, dopo un presunto scoop (la scoperta dell’identità di un giovane sconosciuto che compare in una delle foto di quello che all'epoca si presentava come un fatuo e ridicolo gagà baffuto e con l’occhio di pesce: un ultracentenario  che però muore anche prima che Jacques possa trarne benefici), con la sola funzione di guastare una storia d'amore, i rapporti con amici e colleghi, fino alla decisione da parte del narratore di tagliare il cordone ombelicale che lo lega a lui, con un rogo, manco a dirlo, andato a male, come se questo bastasse a dare una sterzata a una vita.
Il libro attrae la curiosità dei viziosi che persistono nel feticismo della letteratura, che cercano aneddoti ma anche teorie (o, in loro assenza, battute colte e sarcasmi sulle mode letterarie: qui l'autofiction, peraltro già talmente crivellata che non si capisce dove possa essere ancora colpita; forse è una pratica zen: colpire il centro vuoto del centro vuoto del bersaglio vuoto...), ma alla fine si ritrovano con l'ennesima storia di tardiva e inconclusa maturazione di una mezza cartuccia. In Francia usare gli scrittori come personaggi, e persino nei titoli, va di moda, come dimostra anche il caso citato di Martin Page, già noto per Come sono diventato stupido di qualche anno fa, il cui volumetto a mio parere è superiore a questo Io e Proust, con il plusvalore accessorio di essere ancora più breve; in Italia siamo certi che a breve ci si arriverà, se già qualcuno non l'ha fatto senza che noi, disgraziatamente, ce ne siamo accorti; mentre nella penisola Iberica, dove Borges e Pessoa hanno agito più a fondo, c'erano già da tempo Vila-Matas e Tavares con la loro diversificata panoplia di autori, e pure Cercas con Bolaño, e Bolaño stesso con se stesso e con un po' tutti, veri e falsi. Non c'è gara.
Nel romanzo di Uras a stimolare la lettura, c'è però anche qualcos'altro. In primo luogo l'autore approfitta del parodico bildungsroman anche per fare una satira dei miti nazionali, attraverso l'esempio in questo caso non di Proust, ma del suo culto, di cui molti si riempiono la bocca ma che non interessa un fico secco a nessuno, se non come un brand, uno specchietto che attira abbastanza allocchi a cui vendere questo o quel gadget (dall’oggettistica più fantasiosa alla località marina che cambia nome e si proustifica da capo a piedi per attrarre frotte di turisti culturali, come nei benemeriti parchi culturali nostrani) con la patina nobilitante di qualcosa di importante e di noto; di importante perché noto e perché fa vendere, e acquistare, con la doverosa spruzzata di orgoglio sciovinistico (in pubblico; poi, in privato, si può tranquillamente disprezzare).
Ma quello però su cui si può riflettere un po’ di più è proprio il rapporto con lo scrittore, meglio se grande, e il modo in cui la sua trasformazione in personaggio impronta la storia narrata e gli altri suoi protagonisti.
In fin dei conti fare di scrittori, famosi o meno, gli oggetti o i protagonisti delle storie, non è che un modo per rendere esplicito, in aggiunta ai prevedibili risvolti metanarrativi, anche il ventaglio dei rapporti con il singolo autore preso per se stesso o come simbolo (dalla devozione al conflitto e dall’adorazione succube all’odio generazionale), che è insito in ogni atto di scrittura, specie se narrativa e con qualche ambizione (quelle che ne sono sprovviste non hanno bisogno di tematizzare e confrontarsi con niente, dato che dipendono da tutto). Si raccontano o inventano aneddoti o episodi sconosciuti, (la creazione di falsi dossier o la rappresentazione di Aspettando Godot in un carcere svedese; l’ultimo vivente che ha conosciuto Proust), si svelano presunti segreti della loro vita, pubblica ma meglio ancora intima, si fanno commenti, si attribuiscono discorsi e opinioni, ma è da essi che le storie nascono, sono le loro opere che vengono commentate e con cui si dialoga. Ricondurre alla finzione, elaborare falsificazioni complesse o anche elementari, costruire su ipotesi non verificabili, ma anche servirsi della loro presunta autorevolezza per fare i discorsi che più fanno comodo o più premono allo scrivente, ovvero ribaltare immagini pubbliche consolidate (come il vecchio Beckett, un po’ fricchettone, disincantato quanto feroce anticapitalista, che alleva api sul terrazzo della sua abitazione, ama travestirsi e offrire al giovane che lo aiuta a sistemare archivi veri e a crearne di falsi una tazza di cioccolato in una cucina invasa dal fumo di sigarette accese in rapida successione e lasciate consumare senza essere fumate) è un gioco, ma anche un modo per rivelare ciò che si sta veramente facendo mentre si racconta altro, con ironia, umorismo o grazia (ma anche con infinita tenerezza, come fa Alberto Manguel nel suo Con Borges), indirizzando strumentalmente l’attenzione del lettore sul personaggio noto.
La diversità delle strategie permette di individuare le traiettorie personali, ma non manca di nascondere significative affinità, come un’aria di famiglia che permea luoghi e generazioni non così distanti come sembrerebbe (tutte accomunate dall’amore per la letteratura anche laddove fatta oggetto di sarcasmo) e di elaborare un piccolo sistema di varianti a partire da strategie e fattori simili. La foto di Proust con lo sconosciuto permette l'apparizione del (falso?) ultimo testimone vivente che dovrebbe costituire lo scoop del fanatico protagonista del libro di Uras, come la foto di Picasso con uno sconosciuto aveva favorito l'invenzione della vita e dell'opera del pittore Jusep Torres Campalans da parte di Max Aub nell’omonimo capolavoro, mentre la fabbricazione dei finti dossier da parte del finto Beckett di Page ha come vero/falso bersaglio il vorace feticismo degli specialisti, magari perché poi, a giro compiuto, essi, e i comuni lettori, tornino non all'oggetto della loro devozione studiosa ma a se stessi, che poi sarebbe il modo migliore per capire anche l’opera di quelli ("Quello che conta è la biografia di chi legge i miei libri, più che la mia”, fa dire infatti Page a Beckett. “Gli accademici farebbero meglio a indagare sulle proprie vite se vogliono capire qualcosa della mia opera.”). Uras e Page immettono elementi di finzione in figure la cui vita è stata scandagliata fin nel minimo dettaglio, al contrario di Aub, che aveva inventato una vita e costruito anche materialmente un'opera a partire da una immagine reale. Proust ha costruito un'enorme cattedrale, o sarcofago, di finzione che inglobasse la propria vita dotandola però in questo modo di verità, che gli studiosi di Uras (e gran parte dei suoi devoti) dimenticano per rincorrere frammenti di realtà che non hanno nemmeno più un valore immaginario, ma semmai solo economico e turistico; tutto il contrario di Beckett che ha voluto tenersene rigorosamente fuori, cercando di cancellare anche ogni traccia indiretta che vi potesse ricondurre i suoi lettori (inutilmente però, a giudicare dalla voluminosità di certe biografie); Manguel infine parla della vita reale di un uomo che, ancora vivente, era diventato un personaggio di finzione creato dall'omonimo personaggio che attraversa la sua opera, il sogno di carta, ma quanto reale per i suoi lettori, di un essere di carta a sua volta sognato, come il sacerdote delle "Rovine circolari", un nome unico e molteplice che ha fatto della scomparsa una delle cifre principali della propria opera, e in un certo senso della propria stessa vita, la cui banalità e insignificanza acquista significato e valore proprio in questa eclisse (e lo fa, Manguel, parlando della propria, di giovinezza, a sua volta tutta immersa nella letteratura: appunto come suggerisce il Beckett immaginario di Page).

È la solita combinatoria di verità e finzione, di una finzione più vera della realtà e al contempo di una verità che si maschera e rivela solo nella falsità, che, variamente dosate e cucinate, costituiscono la letteratura. Cambiano però i modi, le intonazioni e i sentimenti, la luce che dai personaggi promana: dalla tenerezza che suscita il vecchio uomo cieco a cui la madre ultranovantenne raccomanda di mettere il pullover prima di uscire e che ogni sera si infila con gesti faticosi in una lunga camicia bianca e recita a voce alta il Padre nostro in inglese, con una debolezza che lungi dallo sminuire la sua grandezza me la rende ancora più salda; al Proust ridotto a quattro stereotipi il cui fondamento reale conviene irridere ancora di più proprio per evidenziare la potenza di un’opera che può travolgere e minare le fragili esistenze di chi troppo fiduciosamente vi si affida; al Beckett paradossale, saggio anticonformista sorridente, ma non pacificato, che offre una cioccolata calda al suo assistente: al suo lettore, che grato la accetta.