Non sono
giovane e quindi non posso scrivere con vera cognizione di causa, dall'interno, usando un narratore giovane (di oggi, intendo;
non il giovane che sono stato: quello l'ho dimenticato pure io, a buona ragione
immagino); non sono donna e quindi non posso mettermi a far parlare una donna
di problemi delle donne, che povere ne hanno tanti ma tanti; non sono
disoccupato e quindi con che diritto prenderei la parola in sua vece?; non sono
un africano, né un siriano, e neanche un islandese o un calmucco, e quindi,
prima che si offendano, mi affretto a cancellarli dalla lista dei potenziali
protagonisti di un mio racconto o, peggio, romanzo; ecc.; non sono nemmeno,
cosa che potrebbe essere interessante, un cavallo o un invertebrato (oddio,
questo magari un po'...); neanche un pesce, che forse, quanto a lui, non
avrebbe nulla da ridire, se parlasse: ma non parla e si fa i fatti suoi; non
essendo che un pensionato statale bergamasco con scarsa o nulla vita sociale e
zero ambizioni (troppo vigliacco per coltivarle) e poche o nessuna esperienza o
idea rilevante, forse mettermi a parlare almeno di questo non sarebbe
arrogante, ma a chi interesserebbe? a nessuno, a me per primo. Quindi taccio.
Non usurpo. Non invado. Tergiverso. Scrivo post su qualche insulso social e blog. E
trovo chi mi legge!
Racconti, libri, mostre, divagazioni, recensioni, speculazioni varie
10/02/20
Lo scrittore emiliano
C’è questo autore emiliano
che a volte, se va bene, si diverte a prendere nomi e fisionomie differenti, un
po’ almeno, e per esempio una volta è secco affilato, un’altra piccolo e
rotondo, un’altra ancora sul trasandato, di media statura, anzi piuttosto
tarchiato, le spalle larghe e la pancia, i capelli sporchi e qualche macchia di
unto sul pullover stinto e l’occhio un po’ lucido perché gli piace mangiare e
bere, anche se questo può darsi che me lo confondo, questo dev’essere uno zio
che se n’era andato per conto suo da tutt’altra parte e che si chiamava Giorgio,
... non so... insomma c’è questo scrittore emiliano che ha tanti nomi, e uno
anche inventato più degli altri, perché anche l’invenzione, il falso, ha le sue
gradazioni, uno che scrive tanti libri di vario genere, che però, gira gira,
sono tutti capitoli, o tomi, di una stessa enciclopedia che si avvicina sempre,
tendenzialmente, alla realtà ma poi, quando è lì lì per aderirvi, rimbalza,
scarta, fa dietrofront, e se ne va via, sale quanto più si era accostata al
suolo, e viceversa. Insomma, non sta.
Poi è normale che ogni nome
cerca di darsi una coerenza, dei temi che sarebbero più suoi che degli altri,
solo suoi no, solo suoi è impossibile, per lui come per tutti, facendo finta di
prendere sul serio questa storia dell’unicità, dell’individualità che si
desume, si evince anche dalla differenza dei nomi, ma son tutte balle,
fantasime, fa parte della pantomima, giusto per far colpo sulle ragazze, tanto
più quanto meno sono oche, per divertire di più la gente, che lo stesso o la
stessa si annoia subito, vuole il cambiamento, purché anche un bel po’ simile,
e invece loro son tutti proprio lo stesso: lo stesso-stesso.
E allora parlare, per
esempio, di loro, cioè dei loro (suoi) libri, quale più quale meno, diventa,
più che difficile, risibile. E poiché io, sarò scemo ma il senso del ridicolo
un po’ ce l’ho, allora non lo faccio. Ma poi, poiché scemo lo sono davvero, e
mi piacciono le cose difficili, quelle da pestarci contro il muso, poi rimbalzo,
torno indietro anch’io, e ci provo.
E la prima cosa è evitare il
giochetto di mimarlo, di aggiungere una variante, di piegare il discorso a quel
tono, a quei vezzi, cioè di sbertucciarli, che sarebbe peggio, anche se la
parodia, come diceva un polacco, può essere un ottimo modo per imparare a
liberarsi dalla forma, o a liberare la forma, che è lo stesso: uno, perché io
sono bergamasco, mica emiliano, non ho quella leggerezza, quella fantasia, ho i
piedi per terra e sono grezzo, piuttosto chiuso che aperto, uno che sta sulle
sue e fa piuttosto un passo indietro che incontro al prossimo; e due perché, a
farlo facile, come viene facile di farlo, dato che c’è l’origine scimmiesca di
mezzo, sarebbe solo un giochetto retorico, e se c’è una cosa che uno impara, o
vede confermata se aveva l’idea già di suo, è che queste voci in cui si
diffrange l’autore emiliano, soprattutto, mi pare, quello che si fa chiamare N.,
ma anche quelli che si fanno chiamare B. e C., è che tutto il dispendio
stilistico messo in atto per costruire una voce che sembri parlata, naturale,
cioè artefatta, e quindi non retorica, è appunto per smontare, mettere a nudo,
in ridicolo, perché uno nudo è un po’ ridicolo lo è sempre, chiedere alle donne
non ormonalmente coinvolte per verificarlo, per mettere in ridicolo tutta la
retorica, appunto, quella del voler far credere ciò che non si sa, del dare per
vero ciò che nemmeno si sa se è falso; anzi: che è falso senza dubbio... e
secondo me il vero nome di questo autore dovrebbe essere (è) Pi., il quale,
furbissimo, ha inventato che tutti questi autori che sono un solo autore
emiliano, hanno invece inventato lui e gli stanno costruendo, finché non se ne
stancheranno, perché prima o poi avverrà anche questo, vita opere e miracoli,
anche se nessuno l’ha mai viso, mentre invece è lui che sguinzaglia in giro
questi buontemponi e li dota del capitale cospicuo di opere individuali, tutte
loro, ciascuno le sue, per potersene stare da solo, lui, in santa pace, da
qualche parte, a ridere. O a non ridere, senza per questo piangere. A fare quel
che gli pare insomma.
Che
poi qualcuno si faccia carico di questi nomi e vada in giro a rappresentarli,
uno per nome, o a volte uno per più nomi, o vari per lo stesso nome che tanto
la gente mica si ricorda tutto bene e se si confonde tanto meglio, non c’è
nemmeno da stupirsi... che si prenda la pena delle opere che hanno il nome in
questione sulla copertina e viaggi su
differenti rotte stagionali, a volte anche pagato, per diffonderle ai quattro
angoli del mondo rotondo, a spiegarle per filo e per segno, che poi però quando
sono lì si rifiutano, si fanno pregare, perché spiegare poi, al fatto, loro
proprio no, cosa vuoi spiegare un’opera?, un’opera parla da sé o tace, e
l’autore è il meno indicato a farlo, per quanto loro, essendo finti autori,
potrebbero, e perciò, poiché è brava gente, qualcosa finisce che lo dicono lo
stesso, magari per far ridere, che a ridere uno dimentica il resto, il succo
delle cose, sembra, e fanno pubbliche letture e addirittura, che è il colmo dei
colmi, ma anche commovente in un certo senso, le continuano scrivendone alcune
proprie, che si vede subito che non sono della stessa pasta, ma poi, si sa, il
tempo, la distanza, il fatto che di guardar bene nessuno ha mai voglia,
finiscono per assomigliare, per prendere l’aria di famiglia e così entrare
davvero a far parte dell’originaria e originale, senza che nessuno si lamenti,
men che meno l’autore emiliano stesso. E neanche il lettore, a dir la verità.
29/01/20
Vila-Matas, Il saccheggio come metodo di lavoro ("Un problema per Mac" e "Marienbad Elettrico")
Enrique Vila-Matas è uno scrittore che
piace ai lettori che amano essere disorientati, confusi e un po’ storditi, in
un vertiginoso gioco di rimandi, ripetizioni e variazioni, ellissi e false
piste; che si divertono a perdersi, e provano una vaga euforia nello
smarrimento, nella paura di essere travolti dall’instabilità, di non
riconoscersi e di non riconoscere, ma che alla fine ne sono contenti, liberati
dalla prigione, e dal fardello, di credersi quelli che si è, unici, identici,
catafratti, rinchiusi al sicuro nella propria Vergine di Norimberga.
I suoi libri sono così vari e
stratificati (e divertenti), con una trama tanto semplice da riassumere quanto
complicata se si entra nelle sue pieghe, che a scriverne si ha sempre il timore
di tralasciare le cose più importanti. Poi si scrive: ma appena terminato, vien
subito l’impulso di riscrivere; e lo stesso una volta riscritto. Sembra di non
parlarne mai nella maniera giusta, ma già così, a ben guardare, lo si fa: già
così ne sto parlando. Scrivere è sempre riscrivere, correggere il già scritto
come diceva Ricardo Piglia. E sulla riscrittura e la
correzione si basa anche Un problema per
Mac, l’ultimo libro tradotto per Feltrinelli da Elena Liverani del grande
scrittore barcellonese. Non c’è mai una maniera giusta e definitiva: la
ripetizione e la falsificazione sono la regola e non evitare di affrontarle, e
anzi assecondarle fino al loro limite, è la via migliore per avvicinarsi alla
verità, che non può essere detta direttamente.
Sull’argomento, tra i suoi tanti testi, si veda anche la brillantissima
conferenza Bastian Schneider,
tradotta lo scorso anno dalla stessa Liverani per Humboldt in un unico
volumetto con il diario Marienbad
elettrico, che parla dei rapporti di lavoro e della reciproca
influenza delle rispettive opere con l’artista Dominique Gonzalez-Foester, che
ha coadiuvato Vila-Matas, travestita da Marlene Dietrich, quando ha pronunciato
la conferenza il 24 marzo 2017 presso il Collège de France.
Bastian Schneider, che ha molto in
comune con il narratore di Un problema
per Mac e offre nella sua prolusione molti spunti per capirne genesi e
forma, parla della “riscrittura modificatrice come creazione infinita”; e
nient’altro che questo è la letteratura per Vila-Matas: riscrittura,
correzione, modificazione e falsificazione imperniate sulla consapevolezza “che
il concatenamento con il passato è sostanziale per la materia narrativa. E’ questa
coscienza a trasformare tali fiction in un terreno sperimentale”, come
affermano Jordi Ballò e Xavier Pérez in Io sono già stato qui.
Fiction e ripetizione, citato a p. 31.
L’originalità è una priorità fasulla, e, come ricorda Isak Dinesen, cioè Karen
Blixen, citata poco oltre, “la paura di ripetersi può sempre essere contrastata
dalla gioia di sapere che si avanza in compagnia delle storie del passato”.
E’ per questa ragione che i libri di
Vila-Matas non possono fare a meno di parlare sempre di letteratura, di altri
libri, veri e inventati, di scrittori con o senza opere, e di lui stesso che si
mimetizza e scompare nelle figure che li popolano e alla fine non fa che tornare
a sé, alla sua vita che in essi è dispersa, disseminata in personaggi che
spesso rinunciano a se stessi e scompaiono, che si cercano negandosi, o a loro
volta si moltiplicano per provare a essere uno, sorpresi, talvolta con un senso
di liberazione, di scoprire che uno non si può mai essere, ma tanti quanti sono
quelli a cui diamo voce o che parlano attraverso di noi. Come tanti imitatori o
ventriloqui. Come il ventriloquo protagonista del libro di un altro autore che
il narratore di questo, Mac, intende riscrivere. Il libro in questione si
intitola Un problema per Walter, che
sarebbe in realtà uno dei primi libri di Vila-Matas (Una casa per sempre, del 1986, che proprio sulla storia di un
ventriloquo si apre, e che l’autore ha affermato in un’intervista di aver
sempre avuto intenzione di riscrivere), e il suo autore si chiama Ander
Sánchez, che in certi tratti sembra Vila-Matas, ennesimo suo doppio o avatar, o
maschera (il nome richiama “anders”, che in tedesco significa “altro”). Altro a
tal proposito non aggiungo io per ora, invece, anche se sarei tentato, di
scatola cinese in scatola cinese (come sono i romanzi che l’autore confessa di
prediligere, perché “sempre pieni di racconti”, come i suoi del resto, incluso
questo, ricco di figure e storie che toccano un ampio raggio di tonalità e
argomenti), di ipotesi in ipotesi, di speculazione in speculazione, di fantasia
in fantasia: ancora di letteratura in letteratura insomma… (E la realtà?
Niente, la realtà è lì: basta leggere.)
Un
problema per Mac è strutturato come
un diario, cioè un genere che si fonda per definizione sulla sincerità, che
ovviamente, tanto per non smentirsi, Vila-Matas fa iniziare con due menzogne.
La prima riguarda l’identità del diarista che afferma di essere un imprenditore
edile fallito per la crisi che attanaglia anche la Spagna del nuovo millennio
(tema che verrà a più riprese toccato in vari capitoli), e solo molto più tardi
confessa di essere stato licenziato, sbattuto fuori per la verità, dallo studio
legale in cui ha lavorato per oltre vent’anni, e che per questo si ritrova
finalmente con tutto il tempo libero per dedicarsi quotidianamente alla
scrittura, lui lettore avidissimo, come aveva sempre desiderato. La seconda è
relativa al desiderio che muove Mac. Questi vorrebbe infatti scrivere un libro
“postumo e incompiuto”, ma dice di accontentarsi di un “diario” (genere che
Vila-Matas ha affrontato in altri libri, come Il mal di Montano, o scritto direttamente, sia pure sempre in modo
poco canonico, come Diario volubile o
il citato Marienbad elettrico),
proprio come difesa “per allontanarsi dalla minaccia del romanzo”, come se non
sapesse di andare anche qui incontro al fallimento. Fallimento del proposito
che peraltro si risolverà, almeno ai nostri occhi (e conformemente al progetto
sottaciuto del maliziosissimo autore), nella riuscita del romanzo che racconta
la fuga dal romanzo, e da molte altre cose: un romanzo sui generis, come era
prevedibile, al pari di tutti i libri dell’autore; e “postumo e incompiuto”
solo all’apparenza, come tutti i libri di tutti, dal momento che l’autore muore
ogni volta che termina un libro, che per arrivare al lettore e trovare in lui
uno dei suoi compimenti, proprio dalla sua morte nasce. Tutto viene spiazzato o
smentito. In Vila-Matas mai nessuna cosa è quella che è: cioè lo è, ma è anche
altro, a volte la sua stessa negazione, in una convivenza sempre più promiscua
e felice. La pluralità dei piani di scrittura rende indecidibile la lettura: lo
statuto delle singole affermazioni è sempre incerto, c’è sempre il sospetto che
siano ironiche e vadano quindi ribaltate, o relativizzate, quando non a loro
volta falsificate. Spetta solo al lettore decidere: cioè riscrivere. Così
almeno lascia intendere l’autore, che di fatto con mano invisibile lo guida come
e dove vuole lui, come un cagnolino. Che può sempre scappare e filarsela per i
fatti suoi, comunque.
Mac, quindi, si accontenta del diario,
per cominciare, e con il diario vorrebbe finire. Finire senza finire, è facile
supporre. Poi in una libreria del suo quartiere incontra uno scrittore molto
noto, che gli è antipatico, di cui ha letto in parte un libro giovanile che non
gli è piaciuto ma che a un certo punto decide di riscrivere e emendare,
tagliando e aggiungendo a sua discrezione quanto necessario per “migliorare
segretamente l’opera letteraria del vicino”. Il libro, il cui titolo è
replicato da quello che stiamo leggendo, è composto di dieci racconti, alcuni
dei quali hanno a protagonista appunto un ventriloquo, Walter, che ne
costituisce il filo conduttore, come a formare un romanzo indiretto, obliquo.
Walter è un imitatore di voci che – all’opposto di quello di Thomas Bernard che imita tutte
le voci ma è incapace di imitare la propria, che quindi probabilmente nemmeno
ha –, ha il problema professionalmente imbarazzante “di avere una sola voce”
(quella che invece “gli scrittori sono così ansiosi di trovare”) che risolve
solo “quando [riesce] a disgregarsi in tutte le voci, come pure storie o
scaglie di vita, contenute [nelle sue] memorie”.
E’ uno che vive delle voci altrui, che
a loro volta danno vita ai racconti del libro, preceduti in esergo da una
citazione tratta dallo scrittori (da Cheever a Borges; da Hemingway e Malamud;
da Poe a Chesterton) delle cui opere ogni racconto è una ripresa, pastiche,
imitazione o parodia. L’insieme di
questi racconti va a formare, joycianamente direi stante la passione
dell’autore l’autore dell’Ulysses di
cui il suo romanzo Dublinesque
è solo la testimonianza maggiore, un repertorio di temi e stili che
caratterizzano la modernità, o tante possibili trame esemplari: amore,
tradimento, delitto, fuga, ricerca, ritorno, giovinezza, morte – il solito
repertorio insomma. Vengono alla mente Se una notte d’inverno un viaggiatore, di
Calvino, ma non altrettanto sistematico; o La zia Jiulia
e lo scribacchino, di Vargas Llosa, con il quale condivide in
parte la sovrapposizione e la confusione delle storie e la loro intrusione
nella vita dei personaggi; o ancora e le tessere della combinatoria tipica dei
libri di Perec, di cui viene evocato, quale esempio perfetto di opera postuma e
incompiuta proprio il suo romanzo postumo, 53 giorni, che in realtà
non è veramente tale perché “non era stato interrotto a causa della
morte… era stato concluso con largo anticipo, ma aveva bisogno di un
inconveniente serio come la morte … per essere davvero completato”.
Dei racconti di Sánchez, il narratore
fornisce nella prima parte riassunti, incluse lunghe pseudocitazioni e
commenti, alternati all’interno dei singoli capitoli alle vicende della sua
vita personale, dei suoi incontri, tra i quali merita di essere citato quello
di un sedicente nipote di Sánchez, che lo odia (che replica l’hater “gratuito”
del primo racconto, uno dei tanti “collezionisti di odio insensato” di cui i
nostri giorni rigurgitano, che sarà oggetto dell’omicidio che metterà in moto
tutta la storia di Walter), odioso a sua volta ma anche affascinante, e delle
storie che la lettura dei racconti stimola a vivere, o induce a riconoscere
nella sua quotidianità: come il presunto tradimento di sua moglie con lo
scrittore dopo la lettura del capitolo in cui questi racconta di un’avventura
giovanile con lei, prima che conoscesse il futuro marito; sospetto di
tradimento e gelosia indotti dalla lettura di altri racconti del libro che si
riversano nella “realtà”, come a rispecchiarsi in essa, o meglio: a segnarla,
allo stesso modo in cui l’amore giovanile della moglie è rispecchiato da quello
del narratore con una ragazza che poi diventerà autrice degli oroscopi che Mac
legge ogni sera per vedervi, una volta di più, rispecchiato ciò che durante la
giornata gli è successo (storia che ha un seguito gustoso che non rivelerò,
all’interno di una delle sezioni in cui si divide ogni capitolo, prima chiamata
beckettianamente “Puttanoroscopo”, e poi semplicemente “Oroscopo”, e infine abbandonata).
La stratificazione che la suddivisione dei capitoli
segnala è solo quella più evidente di un libro in cui i vari livelli, in modo
leggero e quasi impercettibile, si intrecciano in forme tutte diverse da un
capo all’altro.
Il
romanzo rigurgita di queste sottigliezze, echi, raddoppiamenti e ribaltamenti,
allusioni, reticenze, ironie, menzogne svelate o confessate, in un trionfo di
inter- e intratestualità. Non è indispensabile riconoscere tutto, ma non
sottrarsi a questo gioco contribuisce non secondariamente al piacere della
lettura. Non si tratta di erudizione, vera o finta, come confessa l’autore con
altrettanto finta modestia in Marienbad,
ma di un elemento che funge da sintassi strutturale e contribuisce
all’immaginazione: una festa per l’intelligenza.
Il
tessuto connettivo sono l’uso delle citazioni distorte e la pratica della
modificazione. “…la mia letteratura aveva portato al limite ultimo l’uso delle
citazioni letterarie distorte nel tentativo, tra le altre cose, di far sì che
la mia falsa erudizione fungesse da sintassi. “Può sembrare paradossale, ma ho
sempre cercato la mia originalità come scrittore nell’assimilazione di altre
voci”” (Marienbad elettrico, p. 71). Bastian Schneider aggiunge: ““proprio
perché non c’è originale non c’è copia e pertanto nemmeno ripetizione” … non
falsifico mai le citazioni, mi limito a modificarle … Sono un onesto
modificatore infaticabile. Vedo, leggo, ascolto e ogni cosa mi sembra suscettibile
di essere alterata. E io la altero. Altero di continuo. … la mia è un’autentica
vocazione da modificatore”: esattamente quello che dice di sé anche Mac nelle
prime pagine del suo diario: “ho una vocazione da modificatore. Anche da
ripetitore”.
Modificare e riscrivere non sono che un
aspetto della falsificazione, o viceversa questa non è che una componente di
quello, della loro necessità. Essendo la letteratura riscrittura, tanto vale
riscrivere qualcosa che non esiste, riscrivere qualcosa (il romanzo di Sánchez)
che viene scritto nel momento in cui lo si menziona e riassume e cita: la
scrittura è già citazione e quindi la citazione può essere benissimo scrittura
di un testo che non le preesiste, ma viene in essere nel momento in cui viene
citato. Così come tanto vale riscrivere
anche qualcosa che si è già scritto altrove, prima: che niente, qui, distingue
da ciò che è inventato di sana pianta, che per definizione non può esistere.
Allora Vila-Matas riprende temi,
personaggi, altre citazioni vere e inventate e situazioni, continuando e
sviluppando storie altrove appena abbozzate o interrotte, mescolando, variando,
capovolgendo e contraddicendo altre storie, e voci, generi e stili, restando
appunto così Vila-Matas, un autore che proprio in quanto si nega, si dissemina
e si moltiplica, resta inconfondibile, cioè unico. Una voce che attraversa
tutte le voci senza soffocarle; ed anzi traendo il proprio timbro peculiare
dalla loro autonoma pluralità. Che le modula, come il ventriloquo del libro di
Sánchez. Come ventriloquo è anche il lettore a ogni libro che legge, a ogni
personaggio che incontra in ciascuno di essi. Scrivere si prolunga nella sua
vita, cambia i suoi rapporti con la moglie, gli amici e la gente del quartiere:
ciò che a sua volta cambia quanto lui scriverà; e lo stesso fa con il lettore,
prolungandosi e incidendo nella sua vita. Lo stesso che dovrebbe fare, alemno: è questa la sua
ambizione dichiarata, l’idea di letteratura che lui persegue – come era già nel
libro di esordio, L’assassina
letterata dove il libro prosegue a tal punto nella vita di chi
lo legge da ucciderlo.
Anche le vicende di Walter incidono
sulla vita di Mac, che ne segue le orme, fino a confondersi con lui e a condividerne
il viaggio verso l’Arabia Felice, il luogo d’origine dei racconti, andando così
ad aggiungersi alla galleria vila-matasiana dei personaggi che fuggono o
partono alla ricerca di qualcosa di indefinito, o di solo genericamente
definito; o solo per partire, per andare via e amen. E poi chissà.
Cosa che non si distingue, d’altra parte, da ciò che
fa chiunque si metta a scrivere. Andare altrove. Essere un altro. Altro. Essere
dove è e insieme da un’altra parte. Nel luogo da cui nasce il racconto che sta
scrivendo, che non sa dove è e meno ancora quale è. Un luogo verso il quale si
dirige essendo però sempre dove è, ogni momento, centrato nel suo stare e in
viaggio. In fuga.
Cercando
così, o narrando, “la storia obliqua della sua vita”, all’interno della “lenta
carovana di storie di voci anonime e di anonimi destini che sembrano confermare
l’esistenza di racconti che si introducono nelle nostre vite e proseguono per
la loro strada confondendosi con esse”, e in queste stesse storie vivendo.
“Viviamo realmente solo a mano a mano che leggiamo la nostra storia,
trascendendola” (Marienbad), ma
questa storia la dobbiamo cercare nelle mille altre con cui si confonde e
spesso, per poterla leggere in compagnia di queste storie, scriverla noi
stessi.
Enrique Vila-Matas, Un problema per Mac, trad. it. Elena
Liverani, Feltrinelli, 2019, p. 282
Id. - Marienbad elettrico, trad. it.
Elena Liverani, Homboldt, 2019
23/01/20
Sono proprio io
Ha riconosciuto la mia voce, dopo 25 anni, mi ha detto voltando la carrozzina con dentro una bella bimba bionda per venirmi di fronte.
È proprio lei vero?, ha aggiunto. Che gioia! ecc.
Sì, sono proprio io, ho detto io.
Ha ricordato la sua classe e imbastito un piccolo panegirico a beneficio dell'amico con cui stavo parlando.
È bello poter dire di essere io.
Che qualcuno ti permetta di farlo impunemente, e anzi ne sia felice. Sapere da qualcuno che io sono sempre io.
Per qualche attimo, in maniera indubitabile. Gloriosa!
(Ho pensato sorridendo di me. Già cominciando a mettermi in dubbio.)
(E a mettere in dubbio il dubbio.)
18/01/20
“Grande è il Dio dei fuggitivi”. Viktor Šklovskij, Viaggio sentimentale
“È vana
tutta la nostra finezza e lungimiranza politica. Se, invece di provare a fare
la storia, provassimo semplicemente a considerarci responsabili dei singoli
atti che la compongono, forse gli esiti non sarebbero così grotteschi. / Non la
storia bisogna fare, ma la propria biografia”, scrive il ventiseienne Šklovskij
nella prima parte di Viaggio sentimentale ora meritoriamente
riproposto da Adelphi. Solo che, in certe circostanze di più, ma di
fatto quasi sempre per quasi tutti, a ingegnarsi a fare la storia con la
propria biografia è in genere una minoranza che fa un sacco di disastri con le
migliori intenzioni che a volte poco si distinguono dalle peggiori, mettendosi
al suo servizio, pronta persino a sacrificare la propria vita, e a maggior
ragione quella altrui, pur di riuscirci, mentre tutti gli altri, invischiati in
eventi da essi non si dice richiesti ma spesso nemmeno vagamente desiderati, è
già tanto se riescono a salvarsi la pelle e a sopravvivere in qualsiasi modo
senza altro disegno per la propria biografia, che al massimo sarà
grossolanamente ricucita a posteriori, se ce ne sarà il tempo e l’occasione.
Gli strumenti. La parola, la scrittura, qualcuno a cui raccontarla. Magari con
l’ausilio di qualcuno che ci offra elementi e modi per provare a farlo. Come
Šklovskij, che scrive: “Non facendo versi, credo nella ruvidezza della terra e,
venerando le ripetizioni dei boschi e delle colline, ritorno con le parole nel
passato, che è ormai quasi sconosciuto, per la futura rima delle generazioni
che vanno avanti.”
Generazioni
travolte dalla storia, come la sua, o cullate dal nulla, come le nostre. In attesa di essere travolte anche loro.
La
guerra, la rivoluzione, i contrasti etnici e politici, erano (e sono) però
fatti anche di azioni singole che al singolo lasciavano quasi sempre qualche
margine di scelta e quindi di responsabilità (Šklovskij insiste spesso sulle
sue), e di traffici e iniziative personali che si traducevano, nei loro
risvolti locali, in arbitrio, reazioni compulsive e a volte in atti di
generosità e umanità. Rari, resistenze che non vogliono spegnersi del tutto.
Come quello del dott. Shedd, missionario e console americano in Persia,
raccontato nel finale del libro, che con una decisione personale, arrischiata
per sé e improbabile negli esiti, riesce a mettere in salvo 3500 bambini assiri
restituendoli ai loro genitori da cui erano stati divisi durante l’esodo dalle
zone di guerra e di perscuzione e sterminio. (Mi pare di averne sentite anche
di recente, di storie simili.)
“Quello
che ho appena scritto … l’ho fatto senza mai distogliere il pensiero dai
cadaveri che ho visto”, dice il narratore che però evita accuratamente di
enfatizzare i toni o ricercare effetti truculenti, se non le poche volte in cui
era davvero indispensabile, sempre calmierate dall’understatement e dall’ironia,
appena possibile.
La
materia per farlo non gli mancava di certo, dalla guerra alle rivolte, dalla
confusione cruenta dei primi momenti della rivoluzione e della guerra civile,
alle fughe e anabasi avventurose, tra conflitti di potere e giurisdizione, caos
organizzativo e valutario e periodici pogrom contro questi o quelli, sfoghi di
rabbia che potevano anche sembrare gioiose festività che variavano dal semplice
saccheggio al massacro sistematico di chiunque capitava a tiro, “assiri
nestoriani” di cui racconta l’epopea di quegli anni, contadini, etnie o fedi
minoritarie, possessori di altre verità incompatibili con chi impugna la spada
o il fucile in un dato momento: una specie di carnevale sanguinoso in cui
sfogarsi, per poi tornare tranquilli, i massacratori e, un po’ meno, i
sopravvissuti, alla vita di prima. In attesa del prossimo. “...ovunque fosse
possibile, i tatari ammazzavano gli armeni. Gli armeni ammazzavano i tatari”.
Tutti amazzavano tutti, in bella, equanime democrazia.
Mandato su
vari fronti, ferito e congedato e ripartito volontario sul fronte orientale, e
poi impegnato tra i menscevichi nella guerra civile, dopo averne passate tante
(tra cui anche un duello!), il narratore tira le fila con queste parole: “Ho
girato molto per il mondo e ho visto diverse guerre, e tuttavia ho sempre avuto
l’impressione di stare nel buco di una ciambella. / Non ho visto mai niente di
tremendo. Una vita non molto densa” [!]. Queste sorprendenti affermazioni sono
effettuate da un uomo che ha in quel momento 29 anni, sempre attento a
contestualizzare non solo gli eventi ma anche il momento stesso della
scrittura, insieme per misurare la distanza da ciò che viene narrato e far
partecipe il lettore del processo di rimemorazione e della scrittura, che vengono
a coincidere.
Come
informa Serena Vitale nella nota introduttiva, Šklovskij scrisse buona parte di
Viaggio
sentimentale nel 1922 in Finlandia, dove si era rifugiato (attraversando
il mare ghiacciato: “Grande è il Dio dei fuggitivi”) dopo aver evitato per caso
l’arresto da parte della Čeka, che lo ricercava in seguito alla denuncia delle
sue attività nel partito social-rivoluzionario da parte del suo ex-capo
Gregorij Semënov, diventato informatore dei precedentemente odiati bolscevichi.
“Talvolta la delazione giova alla letteratura”, commenta Vitale, col sarcasmo
che è il lusso di sopravvissuti e postumi.
La
prima parte però, “La rivoluzione e il fronte”, che narra gli anni di guerra,
le rivolte dei soldati e le rivoluzioni di febbraio e di ottobre del 1917 fino
al ritorno a Pietroburgo nell’estate 1919, fu scritta proprio in quei mesi, e
pubblicata nel ‘21.
“Al
ricordo ti meravigli di come tutto sia accaduto velocemente; in realtà la
storia dice le cose senza fretta, perché non trova subito la parola necessaria”,
dirà 40’anni dopo in C’era una volta.
Viaggio sentimentale è
quasi un diario in presa diretta quindi, una ricostruzione ancora a caldo, a
tratti minuziosissima, fatta di dettagli e schegge di ricordi e impressioni,
per restituire la propria verità sulle vicende personali e storiche vissute
dall’autore contro la distorsione che il suo vecchio capo e i nuovi poteri
stavano costruendo a proprio uso e beneficio. Niente viene taciuto, piccoli
fatti, personaggi che appaiono e scompaiono come lampi, equivoci, miserie,
effetti paradossali di iniziative scombiccherate, spesso intraprese senza scopi
né tattiche precise, o in seguito a ordini di autorità mutevoli e lontane, non
sempre conosciute. Tanto che il resoconto delle prime giornate dell’insurrezione
di febbraio e poi delle giornate di ottobre, che solo dopo diventeranno
“rivoluzione”, si legge come un romanzo picaresco collettivo dove il
protagonista e coloro che conosce e incontra sono impegnati in tutta una serie
di peripezie dettate dall’entusiasmo e dalla voglia di agire, dal pericolo e
dal gelo e dalla eterna onnipresente fame: o almeno è così che le vive e narra
Šklovskij, nella sconsideratezza dettata dalla sua ingenuità politica, che lo
portava a agire, a ribellarsi, ad adeguarsi a parole d’ordine momentanee e poi
ad allontanarsene seguendo solo la propria insofferenza e frenesia, come faceva
la massa che “andava per conto suo, come le aringhe a deporre le uova”, e
mescolandosi “all’allegro carosello del popolo insorto”. “Ero felice in mezzo a
quella marea di gente. Era insieme Pasqua e un allegro, carnascialesco,
ingenuo, sgangherato paradiso”, accentuato, anziché contraddetto, dalle “notti
di panico” e dai pericoli indeterminati e insieme realissimi che incombevano da
ogni lato, tra la guerra che continuava, anche se molti credevano “che sarebbe
finita da sé”, e tutte le forze mutevoli che si addensavano e scioglievano e
riunivano in schieramenti ancora fluidi e poco definiti, soprattutto dal punto
di vista politico. Poi ci penseranno i bolscevichi a segnare i confini e a
tracciare divisioni e contrapposizioni marcate dalla “verità” ideologica e da
linee di sangue sempre più profonde.
Anche
quando parla di conflitti e fatti cruenti però, il narratore adotta un tono
quasi di cronaca, un resoconto non freddo, ma senza particolari inflessioni,
senza indulgere a forzature emotive o espressive, meno come partito preso o
scelta polemica o di poetica, ma spontaneamente, all’apparenza, perché così
sono andate, così vanno, le cose: perché così si fa. “… non voglio essere un
critico degli eventi, voglio solo fornire un po’ di materiale per i critici. /
Racconto gli eventi, e di me stesso faccio, per le generazioni a venire, un
campione da laboratorio.” Sembra un’affermazione di stampo naturalista, su cui
viene da dubitare però, essendo che a parlare è un narratore molto attento e
teoricamente agguerrito, che ha già frequentato simbolisti e futuristi, da Blok
a Belyi a Majakosvskij, e soprattutto ha già elaborato, pur giovanissimo (era
nato nel 1893), buona parte della sua teoria della prosa e in particolare il
concetto di ostranenie
(straniamento) e l’idea della letteratura come procedimento. E ha ben chiaro
l’importanza e la tecnica del montaggio dei frammenti, per quanto la sua
amicizia con Ėjzenštejn sia ancora da venire.
Quello
di Šklovskij è uno stile fatto di interruzioni, brevi asserzioni o narrazioni
raccolte in piccoli blocchi, in paragrafi composti a volte di pochissime o una
sola frase, ciascuna autonoma, separata da stacchi improvvisi, dove le forme di
consecuzione e legame narrativo “normali”, siano essi di tipo logico, temporale
o causale, valgono solo a tratti, sostituite dal semplice accostamento o per
vaga e variabile analogia, per differenze e affinità poco perspicue, quando non
misteriose, che immagino avranno anche a che fare con l’elemento fonico o
ritmico (non so il russo) oppure rilevare di tutte quelle forme di affinità che
caratterizzano il respiro della poesia, senza con questo nuocere alla lettura,
solo a volte rallentata o, per un attimo, sospesa dall’irruzione dell’inatteso
e dall’improvvisa accensione di similitudini e metafore semplici quanto
efficacissime. La matrice sperimentale, cioè di rifiuto e insieme memoria del
passato, come a dire del dialogo più rispettoso con esso perché proprio
mettendolo continuamente e radicalmente in questione lo considera sempre vivo e
capace di dare vita, è rimasta una costante anche nelle opere più tarde, ma in
queste giovanili è ancora più evidente.
Il
ritmo è più quello del suo pensiero, delle associazioni che nascono dalle sue
reminiscenze e dalle diramazioni che da esse scaturiscono, dalle deviazioni che
innescano, seguite in modo quasi automatico (non dico meccanico), e poi
controllate e montate con attentezione. Si entra nella cosa o nell’evento o nei
personaggi di cui parla o narra, o che studia, e insieme nel modo di procedere
e di vedere, di percepire e pensare della sua testa, come avviene per gli
artisti, ciò che lui è anche quando fa teoria e critica.
Tra tutte
le vicende narrate in Viaggio sentimentale, quella che viene meno
soddisfatta è la curiosità per gli incontri, le opere, le letture, le
amicizie e tutto quanto concerne la vita letteraria dall’anteguerra alla fuga
in Finlandia e poi a Berlino, dove è ambientato il bellissimo Zoo o lettere
non d’amore, scritto appena dopo. La lacuna può essere ampiamente colmata
però con varie altre opere, in particolare con il citato libro di memorie C’era
una volta, con la lunga intervista concessa a Enzo Roggi Le autoblinde
del formalismo, e, per uno dei massimi protagonisti e suo grande amico, con
lo splendido Majakovskij. Futurismo, Formalismo e Strutturalismo.
Ma alcune
figure minori e maggiori non mancano però di fare capolino qua e là e di
meritare piccoli ritratti o divagazioni più ampie (come per Gor’kij, che ha
salvato la vita più volte a lui e a tanti altri, come noto, difendendoli finché
ha potuto da accuse infondate, procurando permessi di espatrio o semplicemente
ospitandoli e permettendogli di lavorare).
Di
molti dei protagonisti, e delle vittime, di quegli anni Šklovskij è stato
sodale e spesso fraterno amico, per esempio di Blok e Mandel’stam oltre a
Majakovskij, e degli studiosi che con lui hanno condiviso la fondazione e le
lotte per l’affermazione di quello che poi è stato definito il formalismo russo
(Boris Ėjchenbaum, Osip
Brik, Jurij Tynjanov, a
cui va aggiunto almeno Roman Jakobson), che tanto ha influito anche sulla
cultura occidentale a partire dagli anni ‘60 del secolo scorso. Anche se
Šklovskij non insiste oltre misura sulle condizioni estreme di sopravvivenza di
quegli anni, la precarietà, le malattie, i patimenti, le acribazie e i rischi
per portare a casa un po’ di cibo e di combustibile per il riscaldamento, i giorni e le notti al
gelo a discutere di poesia e metrica in piedi sulle sedie perché le tubature
erano scoppiate per il freddo allagando le misere stanze dove si incontravano, non si può pensare
senza sgomento alla sua vita e a a quella della generazione di poeti, narratori
e artisti nati tra gli anni ‘80 dell’800 e l’inizio del secolo successivo, che
come lui sono diventati uomini tra la rivoluzione del 1905 e quelle del 1917 e
che lui frequentava quotidianamente. Sgomento, dolore, angoscia e ammirazione.
E persino invidia, a momenti, come se il loro fulgore eclissasse la tragedia di
cui si sono nutriti e che li ha stritolati (e come se anche questo si possa e
si debba in qualche misura invidiare), sentendosi al contempo minuscoli,
mediocri, seduti sulla spiaggia a farsi sconvolgere dalla burrasca e a goderne,
e più meschini ancora per la spontanea, irresistibile commozione da cui siamo
assaliti, che ci avvilisce in luogo di nobilitarci. Quando cioè la gratitudine
e l’ammirazione, oltre e più che l’espressione della parte migliore di sé, un
modo per elevarsi al di sopra di se stessi, sono l’ultimo gradino ancora
generoso prima di precipitare nell’umiliazione della lucidità, prima di
misurare esattamente, con raccapriccio, la propria meschinità e miseria. E
quasi a dispiacerci se qualcuno scampa e viene a raccontarci la sua versione
della burrasca, e a fargliene una colpa o a guardarlo perlomeno con sospetto:
com’è che lui si è salvato? cosa ha fatto per riuscirci? a che compromessi si è
piegato? quali nefandezze nasconde?: domande che spesso, come dimostrato da
Primo Levi, sono gli stessi salvati a rivolgersi per primi, con le conseguenze
che sappiamo. Perché non tutti per fortuna sono stati travolti, alcuni hanno attraversato
gli eventi trionfalmente: pochi e per poco; altri per cadere più in là; e altri
ancora tra avventure, fughe e ritorni. Come Šklovskij.
D’altra
parte come non affliggersi della Necropoli,
come ha intitolato Vladislav Chodasevič il libro che ha dedicato ad alcune
delle figure di quel periodo, che si è lasciata alle spalle Una generazione che
ha dissipato i suoi poeti, secondo il titolo altrettanto efficace che le ha
dedicato Roman Jakobson? Ma dolersene soltanto è fuori luogo, oltre che un po’
ipocrita, perché è stata proprio la dissipazione che li ha resi poeti; si sono
trovati in mezzo ai cambiamenti e alle tragedie e non si sono tirati indietro;
vi si sono gettati a corpo morto e sono stati travolti, ma è stato così che
sono diventati quella che noi ora guardiamo appunto con ammirazione, rammarico,
compassione e invidia: una generazione irripetibile, immortale, che si è
edificata sulla vita dissipata e conseguente morte precoce del corpo dei suoi
poeti.
Belli
appaiono allora i patimenti, invidiabili le privazioni, eccitanti i pericoli e
le angosce, le malattie la fame e il freddo, al corpo d’armata “Emma Bovary”,
nel quale ci arruoliamo immediatamente quando veniamo a contatto con queste
figure, dopo aver passato anni a detestarlo e a rifuggirne.
Irresistibile
è la vitalità esorbitante a dispetto di tutto, la dedizione assoluta, la
rivolta, la fiducia che non si incrina fino alla fine, e talvolta oltre (nelle
parole lasciate ai sopravvissuti anche il momento prima di morire o di farla
finito da sé), la decisione, l’intransigenza, l’assoluto romanticismo, che si
chiamasse futurismo, acmeismo o con altri nomi. Il sentire la forza di qualcosa
di più grande che ci attraversa e non può stare però senza di noi. E che solo
in quanto assunta si fa più grande, non prima né dopo, per quanto così possa
sembrare a posteriori.
È lo spirito dell’inizio, l’energia del primo miliardesimo
di secondo. L’energia anche degli errori e degli abbagli più madornali, la
potenza nella e della catastrofe, che da angolature diverse si sprigiona da
tutti i libri che ne parlano, siano essi quelli di Vladislav Chodasevič o di
Jakobson, l’autobiografia Il corsivo è mio e le
biografie scritte da Nina Berberova, le opere e le lettere di Marina Cvetaeva, Le mie memorie di
Nadežda Mandel'štam...
Ma a prevalere in questo libro, per una volta, e a
coinvolgerci, affascinarci e turbarci e colpirci e sorprenderci, sono gli
assalti, le fraternizzazioni con il nemico, scontri, ferite, ritirate,
evacuazioni, medaglie al merito, congedi e poi ritorni al fronte o a incarichi
in territori di confine dove si intrecciano la storia individuale e quella dei
popoli: sono i cambiamenti epocali rifratti nella lente della vita quotidiana,
dei bisogni e dei patimenti e delle paure e degli eroismi per convinzione o per
disperazione. Esodi che lasciano scie di morte, che sono già disastri in sé;
incontri con personaggi inattesi in luoghi insospettabili, di cui si ignorava e
si tornerà presto a ignorare l’esistenza, ma tutti vivi, e raccontati nelle
vicende minime e nelle infinite tragedie che a volte si ammantano di imprese
fanfaronesche e delle decisioni più crudeli eseguite con indifferenza, quando
non con il sentimento di superiorità che la forza e la vittoria momentanea
conferiscono. Popoli, gruppi etnici, comunità religiose che si credevano
sparite da secoli, in lontananze mitiche, che sembravano solo sogni o
invenzioni di viaggiatori, teatri di imprese inverificabili di avventurieri di
ogni risma e credo, a cominciare da quello nel proprio ego e interesse, ma
anche atti di quotidiana cura e generosità e fratellanza. Città, laghi,
montagne, deserti, trasferimenti sui tetti dei treni, in carovane improvvisate,
sul barconi e navi, e su carri e macchine e autoblinde per le quali Šklovskij
prova l’affetto che si riserva ai bambini.
E sempre con sé i libri su cui studiare, i fogli del lavoro
che si sta scrivendo, gli appunti di quello che si scriverà, le bozze di quello
che stiamo leggendo.
Nota
di lettura
Di
Viktor Šklovskij sono stati tradotti molti libri a partire dagli anni ‘60 del
secolo scorso. Alcuni sono stati riediti anche in nuove traduzioni e curatele,
altri sono ancora in circolazione e altri sono reperibili solo nelle
biblioteche. Viaggio
sentimentale, da cui sono tratte tutte le citazioni tranne dove
espressamente indicato, viene ripresentato ora da
Adelphi nella traduzione di Mario Caramitti e con la cura editoriale di Serena
Vitale e redazionale di Marco Pizio, a cinquant’anni dalla prima traduzione
presso l’editore De Donato; Zoo o lettere non d’amore, a
cura di Maria Zalambani, è stato ristampato snel 2002 da Sellerio, dove nel
2006, con la firma di Enzo Roggi, è apparso anche, Le autoblinde del
Formalismo. Conversazione con Viktor B. Sklovskij tra memoria e teoria; C’era una volta,
trad. e note di Sergio Leone, è uscito presso il Saggiatore, 1994, che ha
pubblicato anche 50’anni fa Majakovskij. Futurismo, Formalismo e
Strutturalismo nella
traduzione di M. Olsufieva, ormai difficilmente trovabile anche sulle piattaforme
online. Recente, 2017, è la riedizione di Marco Polo, nella traduzione
di M. Olsufieva presso Quodlibet. Per la critica si veda almeno Teoria della
prosa, nell’edizione completa di Einaudi del 1976 e I formalisti russi,
a cura di T. Todorov, Einaudi, 1968. Gli altri libri citati sono: Roman
Jakobson, Una generazione cha ha dissipato i suoi poeti: il problema
Majakovskij, a cura di Vittorio Strada, Einaudi, Torino 1975 e poi SE,
Milano 2004; Vladislav F. Chodasevic, Necropoli, a cura di Nilo Pucci,
Adelphi, 1985; Nina Berberova, Il corsivo è mio, trad. Patrizia Deotto,
1989; id., Un figlio degli anni terribili. Vita di Aleksandr Blok, trad.
D. Musso, Guanda 2004; e il grande libro di Nadežda Mandel’štam, Le mie memorie, trad. e cura di Serena Vitale, Garzanti
1972 di cui si augura la ristampa.
Etichette:
Enzo Roggi Le autoblinde del formalismo,
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Jurij Tynjanov,
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Viaggio sentimentale,
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