08/05/20

Una divagazione su alcune figurine di Van Eyck e van der Weyden



La figurina di profilo della “Madonna Rolin” di Van Eyck porta una specie di turbante rosso, come altre dello stesso pittore (in particolare uno dei due “testimoni” nello specchio degli “Arnolfini”, la figurina riflessa nella corazza di San Giorgio nella “Madonna Van Der Paele” e soprattutto nel “Ritratto dell’uomo con il turbante rosso”) in cui qualcuno ha voluto vedere un autoritratto del grande artista.       
 
 












Se così fosse, vien da fare una piccola riflessione prendendo a confronto il “San Luca che dipinge la Madonna” di Rogier van der Weyden, lasciando perdere gli altri suoi presunti autoritratti. I quadri come è noto hanno molte cose simili, citazione omaggio o ripresa agonistica che sia il secondo.
Van Eyck nella figurina della “Madonna Rolin” che parla con la figura di schiena accanto a lei, lascia un segno indecidibile quanto all’identificazione. E’ al centro del quadro, ma sullo sfondo, intento ad altro rispetto alla scena principale, che osserva l’omino che guarda giù dagli spalti forse chiedendogli cosa c’è di così speciale da aver attratto la sua curiosità. Ha il bastone del pellegrino (o della persona anziana), ma il vestito è abbastanza lussuoso, ampio, di velluto si direbbe, con un bordo di pelliccia, e il copricapo modaiolo così abbondante che basterebbe a confezionare un abitino a una ragazzina. Non guarda quello che guarda l’altro, è appena arrivato, o lo accompagnava da prima, e forse ha un breve dialogo con lui che una volta ho persino immaginato (vedi appendice). E’ un passeggiatore svagato con cui mi è facile identificarmi, curioso ma non troppo, che poi proseguirà seguendo i suoi pensieri, fermandosi ogni tanto a osservare qualcosa, ma lasciando la visione, quella “vera”, al cancelliere (nel quadro) e allo spettatore (del quadro).


Van der Weyden invece si mette in primo piano nelle vesti di San Luca, patrono dei pittori che gli hanno intitolato la loro gilda, mascherato e insieme rivelato dalla veste e dalla convenzione iconografica, che del resto egli contribuisce a fondare o ad affermare, almeno in questa forma, artefice alla e della presenza del divino. La conferma dell’identificazione, caso mai ce ne fosse bisogno, viene da altri ritratti che si possono rinvenire in altre opere, miniature e arazzi che gli studiosi hanno identificato e confrontato e verificato con gli opportuni documenti nel tempo.
E’ bastato poco perché l’autore, entrato di soppiatto nel quadro, balzasse alla ribalta e oscurasse (o meglio: subordinasse), il resto alla sua arte, la sua di lui esibita nel suo farsi, o meglio ancora rappresentata, recitata, nell’idealità di un fare nobilitato, da cui ogni traccia dell’effettiva materialità del lavoro (veste sporca di pittura, disordine dello studio, apprendisti che macinano colori...) è stata eliminata, persino nel ricordo, anche se il ritrarre prende l’apparenza del gesto devoto, della preghiera addirittura, e certo devoto lo è per davvero.

Le due figurine sugli spalti richiamano ovviamente quelle di Van Eyck, ma con significativi cambiamenti. Quelle del San Luca, sono più grandi. Prima di tutto sono un uomo e una donna. Di schiena è la donna, che si inclina un po’ alla sua destra a guardare ciò che con gesto esplicito le sta mostrando (a lei come allo spettatore del quadro, forse con lo stesso dialogo che ho immaginato per Van Eyck), l’uomo, che porta un cappello morbido di panno o pelliccia, da cui spunta, sulle spalle, un panno rosso che si prolunga come una coda fin quasi a terra, come se il turbante del suo corrispettivo vaneyckiano fosse stato sciolto e usato come scialle, o sciarpa, o ornamento vezzoso. Una citazione esplicita del colore comunque del turbante, e una ripresa di quello dell’abito di San Luca. Una specie di parentela, di doppio di quest’ultimo, che in tal modo si appropria anche di questo aspetto della visione, quasi a tenere tutto sotto controllo, dalla Vergine davanti a lui, come figura reale più che immaginata o ricevuta in visione, a dispetto dell’ovvia sfasatura temporale che certamente anche il pittore aveva presente, a ogni aspetto della realtà, la sala magnifica dell’ambientazione, i fiori ai piedi delle figurine, la città sulla sinistra, con altre figurine intente a gesti quotidiani anche non propriamente dignitosi (come quella che sembra urinare contro un muro), alla chiesa o palazzo con la cinta muraria e al paesaggio sulla destra, fino alla superficie spumosa del fiume sulla quale trova spazio, e si direbbe il suo ritratto, ogni singola onda, ciò che c’è di più labile e fuggitivo. Perché, come dirà due secoli dopo Francisco de Quevedo, “solamente lo fugitivo permanece y dura” e anche questo sta al pittore prestare attenzione e dipingere. Forse soprattutto questo.


Appendice (facoltativa)
A (uomo di profilo): Cosa stai sempre a guardare giù nel fiume?
B (figura di schiena): Non so, mi piace l’acqua che scorre, i riflessi delle cose e i giochi della luce... e poi ogni tanto passa qualcosa di interessante...
A: Vedi qualcosa adesso?
B: Sì, adesso sta sbucando un oggetto rettangolare; un libro, mi sembra...
A: Sicuro che non sia una delle solite schifezze che provengono dalle cucine o dalle fogne del palazzo?
B: No, è proprio un libro. Mi sembra addirittura di distinguerne la copertina.
A: Che occhio di falco!
B: In un quadro come questo, l’occhio di falco è il requisito minimo…
A: E come sarebbe ‘sta copertina?
B: Aspetta... c’è un’immagine… Ma quelli siamo noi due!
A: Noi due!
B: Distinguo tutto perfettamente, come in una visione: riesco a leggere anche il titolo.
A: Sì, figuriamoci… E quale sarebbe?
B: Figura di schiena. L’autore è un certo Luigi Grazioli.
A: Mai sentito nominare. Sicuro che non mi stai prendendo in giro?
B: Anche per me è un perfetto sconosciuto. Se mi aspetti, corro a riva per cercare di recuperarlo.
A: Dev’essere molto leggero se sta ancora a galla...
B: ...o forse lo hanno appena gettato da quella finestra del Cancelliere...

(Di sopra, l’occhio bovino dell’uomo in tenuta da cerimonia fissa la bella donna elegantemente vestita col bambino in braccio, ma chissà se la vede davvero…)

06/05/20

Ragazzo con cuffie che legge in libreria



Avevo un impegno alle 10,30, così sono entrato alla Feltrinelli per leggere un'oretta. Seduto in una poltroncina tra gli scaffali più defilati, c'era un ragazzo con grandi cuffie sulle orecchie che leggeva un librone immagino fantasy o simile. Al ritorno, dopo mezzogiorno, passando accanto alla vetrina l'ho visto ancora lì. Mi si è allargato il cuore. Sono sentimentale e non me ne dispiace. Quando avevo la sua età non c'erano librerie così, e poi io abitavo in provincia e dovevo accontentarmi di leggere in classe con i professori che continuavano a richiamarmi, inutilmente peraltro. Chissà quanto avrei bigiato. E invece andavo in classe tutte le sante mattine, prendevo il romanzo di turno, o i classici greci e latini, e leggevo fino all'una, salvo compiti e interrogazioni. Andavo a scuola volentieri, anche se non pensavo a me in termini sentimentali. Il cuore si allargava leggendo. Ma è bello anche adesso, quando vedo un ragazzo come me che passa la mattina in libreria. E poi oggi c'è un sole primaverile. Tira un bel venticello e mi illudo, nonostante sia a Milano, che l'aria sia pura.

(Questo lo dedico a Ise De Leonardis, che mi dice che sono triste e parlo solo di vecchiaia. Vedi che ci sono anche i giovani qui? Anche se tra un po' mi vedo con un vecchiaccio che conosci... Abbraccio!)

04/05/20

E' colpa mia


Mentre giocavo con "Il piccolo chimico" devo aver creato senza saperlo qualcosa di forse pericoloso, che poi ho fatto assumere a qualche amico e compagno occasionale di giochi, gettando nelle fogne il resto. Non so se e quanto fosse davvero pericoloso, anche se sono quasi certo che una qualche pericolosità l'aveva, a giudicare dalla successiva evoluzione mentale di alcuni di quelli che l'hanno assunto e delle persone a loro vicine e di quelle vicine a queste. Non sto a enumerare le prove che suffragano i miei sospetti: sono sotto gli occhi di tutti. Lo dico perché se qualche ricercatore di una prestigiosa università dovesse imbattersi in questo agente sconosciuto, sappia da che laboratorio proviene e con un facile calcolcolo misuri i tempi e la vastità della diffusione. Essendo io a quei tempi ampiamente minorenne, comunque, non sono imputabile. Ma se qualche zazzeruto uomo politico volesse scatenare una guerra per vendetta contro di me, lo prego di non farlo. Mi arrendo a priori.

01/05/20

Lorenzo Lotto, Busto di Donna e altri vecchi appunti da una mostra di Dürer (2018)



Splendido “Busto di donna” del Lotto, del 1506, mai visto prima (per forza, è a Digione, nel museo con i “primitivi” fiamminghi e borgognoni e tutto il resto, che rimpiango sempre di non aver visitato l’unica volta che sono passato per quella città, quando ero giovane e stupido e avevo fretta di arrivare a Parigi). Lei è una che ho visto in giro, più volte, dalle mie parti (con il Lotto mi càpita, ogni tanto); forse è stata addirittura mia allieva, da ragazza (ricordo anche nome e cognome, se è lei: Nicoletta O.). Se la confronto con il “Ritratto di donna” di Dürer, del 1497, da Francoforte, e con il “Ritratto di dama” di Andrea Solario, che ho visto tante volte al Castello, pure bellissimo, anche lei con tutto che l’ho vista in giro spesso, ma idealizzata qui, a cui è accostata dal curatore, c’è tutta un’altra vita, paciosa, che fa sorridere quasi, in quel volto tondo, dalle labbra piccole, un accenno di doppio mento, da contadina, anche se non lo è, come dimostrano, non bastasse che si è fatta fare un ritratto, l’abito, semplice ma non austero né tantomeno povero, e quello sguardo un po’ tonto, non propriamente sveglio, ma a prima vista rassicurante, buono, se non ci fosse poi un sospetto, in fondo, di determinazione, capace di efferatezza persino, se toccata nel suo intimo, nella sua famiglia, nei suoi beni.


 
1
Nella grande e composita xilografia di Tiziano “Sommersione dell'esercito del faraone nel Mar Rosso”, alcuni fogli sono praticamente astratti: linee ondulate (onde), tratteggi orizzontali (nubi e, in basso, mare – solo con una casetta questo, e segni di rocce e cespugli in basso a sinistra in quello delle onde, con in alto nel terzo foglio da sinistra segni che alludono a un promontorio con costruzioni appena accennate e forse un pontile). Mi ricordano tante cose.

 
 
Bellissima fds in “Battaglia di cavalieri”, penna e inchiostro di Dürer.

3
è davvero significativo che ormai molti, io per primo, estraggano solo dei dettagli per le loro riflessioni e invenzioni, meglio se disposti in serie (mani, libri, grafie, figure di schiena...) evitando accuratamente di affrontare l’opera nel suo insieme, non solo per il timore di dire sciocchezze non avendola studiata abbastanza o per non ripetere cose risapute, ma come se non fosse più possibile scriverne dopo tutto ciò che ne è stato detto in passato, a meno di fare un lavoro approfonditissimo di erudizione e filologia, inclusi gli aspetti materiali, le letture spettrografiche e chimiche ecc., e scrivere un volumone per ogni quadro. Che resterebbe poi da collegare al resto dell’opera del suo autore e ai richiami, prestiti e variazioni dall’iconografia dell’argomento ma anche di altre opere di altri autori per questo e quel dettaglio. Altri volumi. Così il dilettante si assolve, e può lanciarsi nelle sue fantasie, sparando cazzate a ruota libera, come faccio io.

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Bernardo Prevedari, “Interno di un tempio con figure” (riproduzione di un disegno di Bramante, bulino, Milano, Civica raccolta stampe).
In un oculo o apertura sopra un’abside, disegnata in prospettiva e quasi trompe-l'oeil, finta nella finzione, a cui corrisponde, sulla destra, un rosone, proprio sopra (nel disegno, non nello spazio prospettico) un monumento che termina con una colonna sul cui piedistallo c’è la scritta “BRAMANTU/S (o g) FECIT/ IN MLO”, quasi vi fosse infilzata, c’è una grossa testa vista di nuca, riccioluta, che guarda fuori, verso un cielo immaginario.















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Bellissimo manoscritto del 1518, di anonimo copista, del De pictura di L.B. Alberti

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Piccolo (una spanna) e meraviglioso “San Girolamo penitente”, con sul retro un meteorite che squarcia le nubi, completamente astratto, se non ci fosse il titolo a soccorrere. (La riproduzione non rende minimamente l'idea.)
Poi un altrettanto piccolo, bellissimo “Paesaggio con la famiglia del fauno”, di Altdorfer.
 

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Però, dai, per dedicare un acquerello di misure neanche piccole (si direbbe a grandezza reale, o anche qualcosa in più), a un granchio, curatissimo in ogni dettaglio, beh, bisogna essere grandi!
(Anche Leonardo, nel 1503, cioè 8 anni dopo Dürer, ne ha fatto degli studi: ma appunto! E comunque solo studi, non un lavoro autonomo.)


21/04/20

Tre-quattro milioni di morti cosa vuoi che siano?



Per essere una persona mite e gentile, mi dico, a volte mi prende una rabbia che farei saltare all’aria l’universo. Vedo un uomo politico, un ministro, o una delle figure del corteggio, tutte mezze calzette comunque, gentucola che conta come il due di picche, o forse queste no, o un magnate della finanza o tipi della stessa risma, e “quello lo sgozzerei volentieri”, mi dico, e a seconda del suo ruolo magari fingerei di aiutarlo a impedire che il sangue scorra, che tanto sarebbe impossibile fermarlo, ma così lui ci metterebbe un po’ di più a crepare, magari gli verrebbe in soccorso la consapevolezza della sua nullità a negare anche una briciola di senso a quanto gli sta accadendo. E poi penso che mi piacerebbe,  perché uno o qualche decina qua e là non significherebbero niente, che ogni anno venissero eliminate a caso, con un bel sorteggio democratico, anche 10.000 tra le famiglie più potenti del mondo, oppure 5.000 famiglie e 5.000 consigli di amministrazione, ma tutti, al completo, inclusi figli e mogli e parenti prossimi, cosiddetti innocenti, se ne hanno, perché si sa che questa gente è così occupata che non ha tempo di farsi una famiglia o dei figli, che tanto quanti morti innocenti hanno fatto e continuano a fare e continueranno a fare loro e i loro consimili?, infinitamente di più, che se poi facciamo due conti della massaia, alla fin fine quanti saranno ogni anno?, centomila al massimo, più o meno, e se la cosa durasse, come è auspicabile per una o due generazioni, tipo 20-30-40’anni, a quanto ammonterebbe il totale?, a pochi milioni di morti, distribuiti per tutto questo lasso di tempo e sulla superficie di tutto il globo, una cifra irrilevante, pian piano la classe dirigente e proprietaria certo in buona parte si riformerebbe, un rimpiazzo si trova subito anche lì, a dispetto delle presunte competenze necessarie, ma una gestione oculata delle decimazioni non lascerebbe indenne, almeno in percentuale, nemmeno i nuovi arrivati, senza gravi conseguenze, in fin dei conti siamo quasi 8 miliardi di primati umani, i morti sarebbero una percentuale risibile, poi non si sa cosa accadrebbe, sarebbe interessante stare a vedere però. Certo ci sarebbe da studiare metodi e come reclutare e aggregare volontari e distribuire i compiti, ma tenendo conto che presto, se si formassero dei vertici, anche questi rientrerebbero nel novero dei bersagli, ovvio, se no la cosa perderebbe di senso, sarebbe volgare vendetta o risentimento, giustizia da bar, per quanto un po’ di giustizia da bar e da risentimento sarebbe sempre meglio dell’assenza di giustizia, la volgarità chi la decide?, e quindi è altrettanto ovvio che tra i primi a essere colpiti dovrebbero essere anche i capi di cartelli mafiosi e i loro scagnozzi più prossimi, la manovalanza per il momento la si potrebbe trascurare, è gente che non sa usare la testa, ammesso che ce l’abbia, dico mafiosi e trafficanti e includo anche quelli di armi e del cibo e dei famaci e compagnia bella, che come si può notare c’è da lavorare per generazioni, e insomma ci sarebbero dei grossi problemi di organizzazione, ma questo non dovrebbe togliere spazio all’iniziativa privata, e anzi stimolarla, che se poi due si concentrano sugli stessi bersagli contemporaneamente e uno o entrambi ci lasciano le penne, non importa, fa parte del gioco, chiamiamolo così, è una componente del rischio, che gli dà un po’ di sapore aggiunto, di valore aggiunto, e rientra in un disegno di armonia superiore non progettato da nessuno, e che si autorealizza per conto proprio, non un’opera d’arte certo, niente estetismi del cazzo, una specie di equilibrio piuttosto, una forma di omeostasi in divenire, automatica, senza bisogno di una finalità superiore, esterna, e io stesso, per dire, potrei essere tra i primi, anche se mi dispiacerebbe non poter prestare una mia opera solida e efficiente su qualche centinaio o migliaio di obiettivi, per qualche mesetto o annetto, ma sia quel che sia, lasciamo ampio spazio al caso, come capita capita, cogliendo ogni occasione propizia, un incontro occasionale, privato o pubblico, un incrocio per strada, da qualche parte, che so, adesso mica ho voglia di diffondermi nei dettagli, sto ancora pensando alle prime gole che taglierei, ai primi organi che potrei spezzare o maciullare, ai fantocci che potrei investire per strada o anche sui marciapiedi o davanti alle boutiques, scacciando dalla testa la sfilza di nomi che si affolla quasi a pretendere, anche in questo, il privilegio di essere i primi, gli eminenti, che aspettino il loro turno, si godano l’attesa e nel frattempo vadano a fare in culo tutti, che adesso basta, sono davvero stanco, mi è venuto sonno.