12/10/22

Sopra il gradino

 


È l’intervallo. Un ragazzo sta salendo al nostro piano con un amico non si sa se per far passare il tempo e sgranchirsi le gambe, o per incontrare qualcuno o per la parata di routine che consenta nel frattempo una veloce ricognizione della fauna locale. Più probabile la prima ipotesi: i due chiacchierano senza indirizzare lo sguardo da nessuna parte precisa. All’ultimo gradino però, forse distratto dal brusco ondeggiare di un capannello di ragazze nel corridoio, inciampa e perde per un attimo l’equilibrio, ma di pochissimo, tanto che nemmeno l’amico se ne accorge. Ritrova immediatamente la stabilità e fa un passo con disinvoltura, senza sforzi, come se l’inciampo non fosse mai avvenuto nemmeno per lui. E forse è davvero così; ma appena compiuto il passo, le sue gambe, da sole, abbozzano un paio di saltelli imprevisti di pura agilità, che subito, senza soluzione di continuità, passano di nuovo a un’andatura regolare che lo porta via così com’era arrivato. Resta, poco sopra il gradino, come una minuscola cavità nell’aria, che gira lentamente su se stessa, sorpresa della propria nascita ma delusa che nessuno sia venuto a congratularsene con lei. È ancora lì. Ogni tanto, quando passo, le faccio un rapido cenno di saluto. Lei capisce.

10/10/22

Tartarughe, cammelli e gechi

 


 

Vede frotte di ragazze passare una vicina all’altra, poi scostarsi, accostarsi, e poi di nuovo separarsi. Cascate di feromoni nebulizzate tra gli ombrelloni e per le vie. Sperma che galleggia nelle iridi. Corpi di ogni forma e misura, molti anche proporzionati, ben fatti, altri sgraziati, alcuni con tratti mostruosi, come la donna in bikini passata poco prima con metà del viso coperta da escrescenze protuberanze solchi e cicatrici a nascondere i lineamenti, ma tutti strabordanti di desiderio, in genere assopito o represso ma lì lì per esplodere, pullulante sottopelle inavvertito. E nessuno di essi lo riguarda, o gli importa. Lui osserva tutto senza emozione, soffermandosi in certi casi su questa o quella peculiarità come fossero tartarughe, cammelli o gechi. Ma nemmeno: come li guarderebbe un alieno, che vede bene tutto (o così crede) ma non capisce niente. Chissà come reagiscono i suoi occhi all’atmosfera terrestre, al sole accecante riverberato dalla sabbia. Chissà che colori vede, come gli si compongono le forme.

Nel caso si tratti di ragazzi, si chiede come sarebbe lui in mezzo a loro, o nei gruppi delle ragazze, cosa diavolo ci farebbe accanto a una qualsiasi di loro… Sembrano scemenze, ma non lo sono. Così si chiede e pensa. Pensa, e anche nei pensieri pensa da alieno. E come se essi fossero alieni a chi li pensa. E lo sono, pur essendo suoi. Pensieri suoi, che osserva sfilare nella sua mente, senza nemmeno che lo disgustino.

07/10/22

Ricordi di copertura. L’accendino Bic di Derrida



Ricordo l’accendino Bic di Derrida, non se fumava sigarette o sigaretti. Credo sigarette. Mi ero intrufolato a un suo seminario (o era una semplice lezione) all’École normale supérieure di Rue d’Ulm. Era il febbraio del 1974. L’argomento della lezione l’ho dimenticato. Forse Hegel? Qualcosa sulla filosofia del diritto? O sto solo immaginando? Stava forse lavorando ancora a Glas? Ero troppo stordito per seguire, troppo emozionato di essere lì. Di avere avuto la faccia tosta di essere entrato da quel portone, informato dell’aula e accomodato, giovane uomo implume di Fara Gera d’Adda, in mezzo a tutta quella gente convenuta a sentire il filosofo allora di gran moda a Parigi, gente di ogni età, studiosi, scrittorie e artisti, altri insegnanti di quella stessa scuola… immaginavo Barthes, il gruppo di Tel Quel, psicanalisti che leggevo in quel periodo e altra gente che sapevo che gli gravitava attorno allora. Giovani pochissimi. E io.

La prima volta me ne sono stato calmo e sono sgattaiolato via subito. La seconda volta, invece, alla fine della lezione mi sono fatto coraggio e mi sono avvicinato, mi sono presentato e gli ho detto, mentre stava trafficando per accendere la sigaretta (è allora che ho notato l’accendino), che stavo preparando la tesi su di lui. Era una sigaretta, non la pipa, come appare in tante fotografie molto più tarde: sono quasi certo. L’accendino è rimasto a mezz’aria, con la fiammella che, come d’uso (e come me), tremolava, e lui ha detto: “Di già?”. Ha smesso di premere la linguetta e la fiamma si è spenta. A una sua domanda gli ho detto qualcosa sulla mia provenienza e sulla tesi, sfoggiando il mio peggior francese e ho tolto il disturbo. Non volevo approfittare della sua gentilezza. Ero già contento così. Di così poco, come sempre. Mi ha salutato e solo allora ha sfregato di nuovo la rotella del Bic e acceso la sigaretta.

Alla lezione successiva non sono andato. Alla cineteca, allora situata a Trocadéro, quel giorno c’era una rassegna di film di Buster Keaton, e non volevo perdermeli, quelli. Neanche uno.

Poi la tesi l’ho scritta, tranquilli. I libri mica scappano.


 

05/10/22

Alberi disorientati, un po'


Mi sa che le piante ci assomigliano più di quanto siamo disposti ad ammettere (o viceversa: noi a loro, dato che sono più antiche). Lo vedo in questi giorni di fine settembre (anomalo, è vero, se, come dicono, è il più caldo, da noi, degli ultimi 150 anni).

Col cavolo che seguono in tutto e per tutto i ritmi della natura (con le loro anomalie)! Secondo me, anche loro li interpretano. Con tutti i margini del caso. Con tutti i margini che il caso comporta. (In che senso? E quale caso? Il caso nel senso di: questa circostanza, quella dell’interpretazione? O nel senso del caso vero e proprio, con tutti i suoi margini sfrangiati, le smagliature, i buchi, le vie di fuga, i vicoli ciechi, le incertezze, gli errori, i quiproquo?)

(Questo e quello, direi.) 

(Lasciamo stare...)

Cioè, è chiaro che vi sono soggette (ai ritmi della natura: per chi si è perso) e infatti in gran parte reagiscono allo stesso modo. Adottano comportamenti uniformi, stanno nel gregge, intruppate, buone buone: fanno bosco, foresta. Nondimeno c’è chi se ne va un po’ per conto suo: qualcuna in ritardo, altre in anticipo (così come, dopo, alcune cedono prima le foglie, per esempio, altre dopo: all’interno della stessa famiglia naturalmente, e nello stesso posto). Ce ne sono di troppo lente e di troppo sveglie. Troppo rispetto a cosa però non so.

Alcune ascoltano più il giorno, altre soccombono alla pressione della notte. Si abbandonano. (E’ così facile, la notte... E così bello.) Cioè reagiscono non tanto alla durata della luce, al suo sorgere e declinare, la parabola (e il trionfo!): quello è normale, specie per le fortunate, ancora la stragrande maggioranza, che non vivono al chiuso (fortunate si fa per dire, perché ne devono sopportare, le poverine...); quanto (reagiscono) alle temperature, alle differenze. Si perdono nell’escursione termica. Il fresco della notte gli dice una cosa; il calore del giorno, l’afa in questo periodo ancora molto intensa, un’altra. Non la modulazione della stessa voce: due voci, distanti, quasi opposte, in reciproca negazione. Gli gira la testa, alle piante.
Del resto nemmeno io so come vestirmi, specie quando devo uscire presto per le mie passeggiate o per andare in città, che se sto fuori tanto ho paura di dovermi portare la giacca o il giubbetto sottobraccio, se non voglio inzupparmi di sudore, o di ridurmi a stiparli nello zainetto, stropicciandoli. Gualcendoli, forse stracciandoli, come le foglie che accarezzo passando e a volte strappo per tenerle tra le mani, sentirle al tatto, inseguendo le venature, mettendole in luce e infine sminuzzandole, riducendole in polvere. (Barbaro!)

La pianta mica li fa questi ragionamenti: una ha freddo e comincia a ritirare la linfa, a ingiallire le foglie, a perderle in certi casi (a trascurare la fotosintesi: vergogna!); un’altra ha caldo e le viene la bella idea di fiorire di nuovo, di buttare nuovi frutti, come le fragoline selvatiche che ho visto, e non colto, l’altrieri. C’è disorientamento, nella vegetazione. Molti non ci badano, anche tra gli alberi. Io, non so perché, forse per caso, ci ho fatto caso.

Lo so che non è niente: che forse è normale, in fondo; ma sono un po’ inquieto lo stesso.

(Non perdo occasione di esserlo. Una che è una. Nisba!)

 

ps. (Per la cronaca)

I primi a cedere sono i platani, che però ne approfittano per inscenare una morte molto teatrale (infatti non è tale), spettacolare, sanguinosa: a infiammarsi, in questi primi giorni, ci sono solo loro, da soli lungo le strade, o a piccoli gruppi, nelle macchie in riva ai corsi d'acqua o nella boscaglia. Gialli, rossi, intensi, carichi, luminosi, nel verde che sbiadisce. Un trionfo! Facile, scontato addirittura: nazionalpopolare!, ma pur sempre un trionfo. Che uno, anche di bocca non proprio buona (come il sottoscritto: uno snob in certe cose), si augura che duri. E invece no: la velocità con cui si afferma è la stessa con cui passa. Con cui sparisce. Giusto o meno. Tanti saluti e mille grazie, comunque.

(Qualche inverno fa mi ero messo a controllare i tempi della caduta delle foglie, le sequenze a seconda se in città o in campagna o in riva all'acqua, la tenuta di certe chiome, foglie che non si staccano nemmeno secchissime, gelate ecc. Poi mi sono dimenticato di continuare. Sempre così. Manco di rigore.)


 

03/10/22

Sono morto il 14 marzo del 2007

 



Ieri a scuola c’è stato il rituale pomeriggio di colloqui con i genitori. Ne ho visti una trentina, forse meno, con varie pause, durante le quali ho letto. Alla fine non ero stanco. Stavo bene. Tornando a casa in macchina ho visto di sfuggita un annuncio funebre dove ho letto Luigi ...ioli, anni 5.... E subito ho pensato: Sono morto. Vado a casa e sono morto.
E ho continuato, mentre guidavo per la campagna: Vado a casa e sono morto. La macchina avanza, i prati mi scorrono accanto, la cassetta gira, la musica continua, e io sono morto. Un signore che fa jogging, che di solito mi guarda, non si accorge che gli passo accanto. Sono morto e non lo so e continuo a guidare la macchina.
Potrei scrivere un racconto, penso. Lo farei, se fossi vivo. Ma non lo sono più. Guardo da morto i campi, e mi piacciono. Il cielo è azzurro. Gli alberi precocemente fioriti. Arrivo a casa, per caso c'è un parcheggio libero e metto la macchina lì. Apro il cancello e il vicino non mi saluta. Per forza: sono morto. Ma come mai non mi sono accorto di morire? E quando è successo? Perché faccio tutto come se fossi vivo e mi sento in tutto e per tutto vivo? E sto pure bene! Entro in casa, saluto mia moglie, che però non risponde. Sento il rumore di un rubinetto in bagno. Vado in studio. Mi accendo una sigaretta. E’ buona. Guardo il soffitto, i libri. Sento mia moglie che esce dal bagno, passa per il corridoio e va in cucina. Non accendo il computer. Fumo. Poi sento la porta dello studio che si apre, vedo mia moglie che si affaccia. Entra e mi saluta. Mi saluta e sorride!
Allora sono vivo!
Sono morto e sono vivo.