12/02/25

E io, quando mi assolvo?


Quando riconsidero il mio comportamento in pubblico, spesso basta un dettaglio: un gesto, un’omissione, o più spesso una parola, una frase, una battuta (e magari proprio quelle che hanno riscosso successo, o sono sembrate particolarmente intelligenti, a chi non mi prestava, come di solito accade, che un’attenzione superficiale; mentre io che mi osservo meglio vi trovo mille lacune, o possibili contraddizioni e quindi ne vedo la fatale approssimazione), per farmi sprofondare nella vergogna, per emettere su me stesso un giudizio negativo inappellabile, una condanna che ribadisce e rafforza le miriadi che l’hanno preceduta. E’ una vergogna con cui ho dovuto imparare a convivere, per quanto ciò non la attutisca.

Invece quando vedo e sento la gente discutere, se così si può dire, in televisione (o anche in situazioni “reali”), o esibire una naturalezza che finge di ignorare gli altri e di fatto è tutta per loro, alla vergogna non resisto e cambio canale, o, se chi è con me insiste a guardare, mi alzo e me ne vado, vergognandomi anche per lui o lei o loro o tutti i presenti e assenti che di queste trasmissioni si interessano o sono appassionati.

Mi vergogno della loro stupidità e meschinità, che però è anche, in loro, la forma che prende quella fragilità e debolezza che non so accettare in me. Allora la pena che provavo lascia il posto alla compassione. E così li perdono nello stesso tempo in cui li giudico, mentre, di nuovo, non so perdonare me per il fatto di giudicarli, per quanto a volte sia opportuno farlo.

Opportuno, forse necessario, ma non per questo necessariamente giusto. E se non è necessariamente giusto, è giusto il giudizio su di me, la condanna.

Amen.

 

(primi anni 2000)

04/02/25

Tappeti, artisti e dei non sempre benevoli


                                                Rubens, Pallade e Aracne

 

È abbastanza nota la storia, o leggenda, che i più abili tessitori persiani lasciavano apposta un’imperfezione nei loro tappeti perché la perfezione è solo di Dio.
La storia viene tramandata come esempio di umiltà e di fede dei pii artigiani, o artisti se si preferisce. A me sembra un esempio lampante, invece, di superbia e di tracotanza: come se, senza quell’imperfezione volontariamente lasciata, o meglio: creata a bella posta, il resto dell’opera sarebbe stato esente da difetti, cioè perfetto. E anzi l’opera intera lo sarebbe al quadrato, perché anche l’imperfezione sarebbe un gesto creativo (dove e come lasciarla, infatti? in quale forma e sotto che mentite spoglie celata o mimetizzata?), e segnalerebbe implicitamente la perfezione dell’autore, oltre a quella dell’opera. Se non addirittura al cubo, se si include l’acume formale e percettivo e di gusto dello spettatore o acquirente, che saprebbe infine riconoscerla e apprezzarla, sentendosi a sua volta intelligente, oltre che pio.
L’unico a essere ingannato da questo maneggio sarebbe allora Dio, accecato dalla lusinga nel proprio narcisismo. Ma non credo che ci sia mai cascato. Essendo compassionevole, però, ha di sicuro perdonato questa maldestra mistificazione, sorridendone in cuor suo.

 

Che il narcisismo accechi gli esseri umani, invece, è un dato di fatto.
Perché altrimenti alcuni di loro si piccano di sfidare gli dei sul loro stesso campo (Aracne Pallade nella tessitura; Marsia, che però era un satiro, un essere ibrido, molto più vicino alla natura dell’uomo, Apollo nella musica ecc.)? Gli dei sono dei, superiori per definizione. Le arti e tecniche in cui sono sfidati le hanno inventate loro. Possibile che a un certo punto gli uomini abbiano pensato di averle portate oltre il limite che era dettato dalla loro origine divina, di averle superate e migliorate? È l’hybris, certo, la tracotanza che a un certo punto prende gli esseri umani, e mai gli animali: è un derivato della coscienza, della consapevolezza del proprio fare e agire, la stupidità insita nella loro intelligenza, nel suo stesso principio. Per questo i mistici, e in genere gli uomini di fede, dubitano dell’intelligenza, la mela avvelenata che Dio ha rifilato agli uomini, la somma tentazione, come se li avesse creati e gli avesse concesso tante doti solo per umiliarli, per poterli punire. Oppure, dicono loro, per mostrargli la strada per trascendere se stessi, perché solo avendo l’intelligenza si può, mediante essa, capire che bisogna andare oltre, e abbandonarla, alla fine, come uno strumento che ha fatto il suo lavoro; come un ferro vecchio.
(Altri pensano che non è così. Che solo con l’intelligenza si può andare oltre, spingendo i suoi limiti sempre più in là, magari con l’aiuto degli strumenti da essa stessa creati per potenziarsi, che hanno sempre dato prova della loro bontà. Con qualche piccolo inconveniente, si sa. Ma anche quelli, sempre con l’intelligenza, prima o poi si riuscirà a superarli, sostengono. Altrimenti pazienza.)

 



18/01/25

Divorare

Essendo convinto animalista, ma non riuscendo a fare a meno della carne, per la quale nutro una vera passione, non mi è rimasta alternativa che mangiare quella degli antianimalisti, anche se poi non sono andato troppo per il sottile quando si è trattato di procurarmela. Mica potevo somministrare un questionario a tutti i papabili.

La passione per la carne me l’hanno inculcata da bambino, con mio sommo piacere, e questo ha creato una dipendenza che non sono mai stato in grado di sradicare; l’animalismo invece lo devo a una ragazza che frequentavo ogni tanto, in gran segreto perché era fidanzata con il rampollo di una famiglia molto in vista, poco dopo la laurea da spensierato fuoricorso. Mi piaceva tantissimo, fisicamente (l’amore è un’altra cosa, che però non conosco: mi fido di quanto riportano le cronache). Come si suol dire mi piaceva tanto che l’avrei sbranata. Lei non perdeva occasione per farmi la morale sulle mie abitudini alimentari, ogni volta che si mangiava qualcosa insieme o che si presentava la necessità di fare uno spuntino dopo aver consumato molte energie in attività gradevoli quanto dispendiose. Io ero renitente, ma lei sapeva usare tutte le astuzie femminili, acuite dalla sua propensione al proselitismo. Finché un giorno ho ceduto e mi sono deciso ad astenermi dal mangiare animali. Lei era così felice che si prodigava in forme sempre rinnovate di gratificazione, come insegnano gli etologi, per rafforzare le consuetudini comportamentali. Questo non ha fatto che accrescere la mia dipendenza da lei, la mia ossessione: avrei voluto averla sempre con me, dentro di me, e viceversa, avevo davvero voglia di sbranarla e un giorno, nella vecchia grande casa isolata che ho in campagna, al colmo dei nostri giochi, ho affondato i denti nella sua morbida carne (l’interno della coscia sinistra per la precisione, dato che mi trovavo da quelle parti), e ne ho staccato un pezzo che mi sono messo subito a masticare, sorpreso dal gusto strano, al limite del nauseabondo in principio, ma intensissimo, che me ne veniva. Lei si è messa a lanciare urla altissime, che in un primo momento ho scambiato per quelle, alquanto teatrali, che ogni tanto mi prodigava in situazioni analoghe. Allora io per farla tacere le ho messo una mano sulla bocca e quindi entrambe al collo, dato che si agitava come un’ossessa, finché non ho sentito più niente. Quando mi sono reso conto di quanto era successo, per un momento sono rimasto inebetito, poi, già che c’ero, ne ho approfittato per completare il soddisfacimento della mia fame. Tutto è cominciato così. In modo non premeditato. Direi quasi spontaneo. Naturale. Tanto che sono rimasto, alla fine, quasi stordito dalla sua facilità.
Poi, sazio, ho potuto riflettere con calma sulla situazione e prendere le decisioni più opportune onde evitare sgradevoli conseguenze per me e gestire tutto quel ben di Dio che senza volerlo mi ero trovato a disposizione.

La sparizione della ragazza è stata avvertita solo qualche settimana dopo; lo faceva spesso di viaggiare per conto suo senza preavviso, e c’era chi mormorava che avesse qualche amante, e naturalmente hanno pensato subito al fidanzato, di solito sono sempre loro, ma nessuno era mai andato più a fondo. La sua famiglia, molto abbiente, e quella del fidanzato, ancora di più, riservatissime entrambe, scoraggiavano pettegolezzi e indagini. Come gestivano la propria vita erano solo affari loro.

All’epoca non si erano ancora diffusi gli smartphone, e anche i semplici cellulari erano rari. I sistemi di videosorveglianza erano poco diffusi e la geolocalizzazione inesistente. Io il cellulare me lo sono acquistato, e solo per affari, non prima del nuovo secolo. Sono state fatte delle indagini, ma senza venire a capo di nulla. L’ipotesi più accreditata è stata che fosse andata in qualche setta, di quelle a metà tra il mistico e il gaudente che cominciavano a proliferare allora. Poi non so, me ne sono disinteressato.

Questo però mi è servito da lezione quando si è trattato poi di procurarmi altra carne con maggior ponderazione. Ho dovuto curare modi, tempi e scelta dei soggetti e dei luoghi di operazione. Diventare accorto, da spregiudicato e disinvolto che sono sempre stato. Trasformazione che giovato anche alla mia attività. Basta deleghe: ho licenziato direttore e amministratore delegato della ditta di famiglia di cui ero rimasto l’unico erede e ho preso in mano la situazione in prima persona. Con crescita significativa dei profitti, dirò senza troppo vantarmi. Ma questo non c’entra.

Torniamo al cibo. In quella prima circostanza mi sono arrangiato alla benemeglio. Ho dissezionato il corpo con deplorevole approssimazione, ho distribuito in contenitori e sacchetti di plastica i vari tagli dopo averli lasciati qualche tempo nel fresco della cantina a frollare, e poi ho messo tutto nel freezer che avevo in dispensa, servendomi all’occorrenza di piccole o grandi porzioni che provavo a cucinare sperimentando varie cotture, ma senza disdegnare spuntini di carne cruda. Con grandissima soddisfazione, sia pure con qualche effetto sulla digestione e l’evacuazione nei primi tempi. Ma passiamo. Ci si abitua a tutto, le difficoltà si superano, i piaceri aumentano.

 

Quando le scorte hanno cominciato a esaurirsi, dopo aver pensato di non dare seguito all’esperienza, come periodicamente ho provato a fare nel corso degli anni, con pause anche lunghe, ho dovuto pensare a come rimpinguarle, questa volta senza lasciare nulla al caso. Così ho imbastito un metodo che ho poi perfezionato con la pratica. In primo luogo si tratta di individuare i soggetti più idonei, cercando di variare la provenienza geografica e culturale e le diverse età e conformazioni fisiche: non sono differenze sostanziali, un corpo è un corpo, ma come sanno tutti i sommelier, il terreno, il clima, il soleggiamento ecc. determinano profumi, sapori, gusti diversi per ogni zona e annata, a parte l’arte della vinificazione: ogni bottiglia è un mondo a sé… e così è anche per la carne: un criterio decisivo per la scelta, almeno dal punto di vista teorico. Poi però mi arrangio come posso, senza fare il sofistico. Sono democratico. Vanno bene tutti. Infine si tratta di decidere quali sono le parti migliori per determinati trattamenti e modi di cucinare (cottura, bollito, frittura ecc.) e di sperimentare anche i metodi di conservazione, con i quali ho incontrato qualche difficoltà, risolta con grandi scorpacciate non appena mi accorgevo che il materiale rischiava di andare a male. Meglio qualche indigestione che sprechi antieconomici, anche in considerazione delle difficoltà di approvvigionamento. Quanto allo stoccaggio, dei grandi freezer sono certamente indicati per il lungo termine, ma se si decide per consumi differenziati nel tempo e nei modi bisogna studiare le temperature e gli ambienti più idonei al trattamento e all’invecchiamento delle carni, sotto sale, marinate, fresche o stagionate secondi vari metodi tradizionali e etnici, che tuttavia comportano dei problemi nel trasporto, e aumento dei rischi, oltre che dei costi nell’acquisto e nell’approntamento dei locali. Per cui sarebbe opportuna una diversificazione dei produttori con relativi scambi dei prodotti semilavorati o finiti. Di fatto è consigliabile che ognuno provi a cavarsela per conto proprio, specializzandosi in poche tipologie relativamente all’autoconsumo e alle possibilità di scambio o commercio, che per discutibili ragioni non può avvenire alla luce del giorno, nelle macellerie cittadine o nei mercati specializzati (ma lì qualche nicchia si riesce a crearla, purché i prodotti non finiscano sul banco).

Poi, naturalmente, siccome non basta aver studiato bene tipologie o candidati, una volta procurata la materia prima è necessario lavorarla secondo i tagli canonici dell’arte della macelleria, destinare le singole parti e organi alla preparazione più adeguata e saporita, fare le porzioni e predisporre quanto serve a cucinare le diverse pietanze, anche a seconda della destinazione concreta: colazione, stuzzichino, pranzo spartano, grande bouffe, in solitudine, o nei rari casi di riunioni conviviali e festini tra gourmet, che, come ho scoperto nel tempo, è possibile organizzare in canali segreti e ultraprotetti, in cerchie ristrette ma più numerose di quanto si sospetti. L’attività individuale è sempre altamente preferibile e io personalmente mi sono concesso solo rare deroghe con tutte le garanzie del caso. La convivialità è importante.

L’acquisizione dei soggetti avviene essenzialmente in due modi: o ciascuno se li procaccia di persona o ricorre a quanto offerto dal mercato, assoldando qualcuno che li procuri per lui, o acquistando negli empori segreti: cose entrambe complicate, specie negli ultimi anni che la privacy tanto conclamata viene violata sistematicamente e la sorveglianza di tutti e di tutto sembra continua e capillare. Sembra: perché il modo di aggirarla si trova sempre, con un po’ di intelligenza e un generoso esborso di danaro. Poi va be’, una volta entrati in possesso dei corpi, se si intende fare bene le cose, è opportuno dotarsi della strumentazione di prammatica, e magari informarsi sulle tradizioni della macelleria sacra e profana, sui rituali e le procedure di taglio e preparazione delle carni, che in genere hanno un loro senso anche a prescindere dalle credenze che le accompagnano, e che a volte mi diverto a seguire, recitando le formule appropriate o canticchiando qualche nenia, perché un loro arcaico fascino evocativo è indubbio che lo conservano. Ti senti più elevato, spirituale, almeno per un po’. Non è male. Aiuta.

 

Nella scelta e nell’approccio ai soggetti, mi aiuta il fatto di essere una persona piuttosto gradevole, affascinante e rassicurante, in modo spontaneo e per nulla mellifluo, e devo dire per entrambi i sessi e per tutte le età, anche se questo non deve indurmi a comportamenti azzardati. Meglio eccedere in prudenza che correre rischi superflui e in linea di massima rifornirsi su territori molto ampi e usando auto diverse e anonime, con piccoli camuffamenti in certi casi, scegliendo tra le categorie più facilmente abbordabili in luoghi isolati: prostitut* di entrambi i sessi, bambini, vecchi, per chi ama la carne stagionata e vuole misurarsi in prove che richiedono particolari abilità culinarie; insomma tutte le persone delle cui debolezze è facile approfittare o che comunque è agevole reperire senza eccessivi strascichi dovuti alla loro sparizione. Gente debole, solitaria, senza affetti né forze, di cui nessuno sente la mancanza già in vita.

Il problema è che questo mi costringe a muovermi in un’area territoriale molto estesa, contrariamente alle mie propensioni localistiche, con conseguenti difficoltà di trasporto e di logistica… tutte cose superabili con una certa attenzione e soprattutto con un po’ di mezzi, di cui fortunatamente sono ben fornito. Il capitale è sempre una buona base per tutto. La creazione di una rete di interessi reciproci facilita lo scambio dei beni e dei servizi: container via mare o su rotaie, camion con celle frigorifere, finte società, gente specializzata in trasporti delicati… basta non approfittarsene e non abbassare mai gli standard di prudenza e adottare per comunicare crittazioni sofisticate. Cose noiose per il grande pubblico, ma eccitanti, a modo loro, per chi vi si applica con lucida determinazione per il proprio piacere e tornaconto, in modo rigoroso ma anche flessibile a seconda delle circostanze e dei momenti. Un pizzico di avventura non guasta. C’è da dire che non è necessario infittire le operazioni, perché una volta che ci si è assicurati due o tre soggetti, la materia prima è sufficiente per vari mesi, a meno di non lanciarsi in periodiche abbuffate individuali o con i già citati banchetti riservati a cui ho sempre cercato di partecipare da invitato, ma non sempre ho potuto evitare di ricambiare. A volte infatti mi capita di fare banchetti solitari pantagruelici, preso dalla frenesia, dalla droga di questo cibo così inebriante che può certamente creare una dipendenza, da cui cerco però di difendermi con fermezza, pur concedendomi periodici sconfinamenti, come i morfinomani del weekend di fine ottocento. Ne viene un sentimento di forza, di onnipotenza da cui è arduo divincolarsi, ma che appunto per questo deve essere dosato con parsimonia quando vi si acconsente e per il resto frenato in modo risoluto. Se no uno non smetterebbe mai, fino a diventare una palla di grasso amorfa con il naso gocciolante e la bava perenne agli angoli della bocca. Mi piace tutto: muscolo, interiora, cervello, il cuore, i reni, spalla e coscia per i bolliti o brasati, le carni morbide di bambini non ancora svezzati o svezzati da pochissimo facilmente reperibili nei paesi molto poveri o scarsamente morali… oppure dure, fibrose, che necessitano di lunghe frollature e cotture, o di complicate operazioni di salatura o di essicazione o marinatura…. I metodi di dissanguamento, di dissezione e conservazione e gli usi dei vari popoli sono stati una scoperta che ha ampliato di molto il mio bagaglio culturale e i miei confini mentali, che, a dispetto delle mie convinzioni, si sono rivelati di sconfortante ristrettezza e provincialismo. Anche la preparazione dei manicaretti deve essere quella più adatta ai tagli e alla provenienza: una certa liturgia a volte porta a grandi soddisfazioni, per quanto lo sbranamento feroce diretto possa risultare estasiante ai limiti della follia. Niente a che fare con trasporti religiosi però. Solo chimica, ma potentissima, per me. Che altro c’è?

 

I momenti più belli sono quando, una volta acquisito il corpo (sui cui metodi in questa occasione non intendo entrare nei dettagli, non è difficile immaginarli; dirò solo che il soffocamento resta il mio preferito: è il più igienico; così come non mi dilungherò sul noioso ma fondamentale corollario dello smaltimento di carcasse e organi e parti non edibili, abiti e documenti e cellulari… per cui ho elaborato tutta una serie di ingegnose quanto faticose procedure che tuttavia, lo confesso, sono state anche fonti di soddisfazioni professionali) e ripulito e disinfettato accuratamente ogni cosa e locale, indosso il camice o il grembiule e mi appresto a cucinare. Disposte attorno alle pentole come tanti chierichetti tutte le sostanze sul piano di lavoro, le verdure che sono andato ad acquistare al mercato il mattino o nei negozi dove posso trovare i prodotti migliori, i vini, l’olio, le spezie, ciascuna nella sua ciotolina, finalmente posso dedicarmi al cerimoniale della cottura, curando minuziosamente ogni passaggio, dalla regolazione dei fuochi al dosaggio dei liquidi e degli ingredienti, agli assaggi, e a tutti gli aggiustamenti che conducano al confezionamento di piatti perfetti. Sarò un sognatore, ma sono momenti in cui mi sento, in tutto e per tutto, un artista. Come se solo allora portassi a compimento il mio essere profondo.

Sono ore di grande gioia in sé e per sé, a cui si aggiunge la prefigurazione dei momenti futuri in cui, senza altri sforzi, potrò dilettarmi di tutte quelle leccornie che mi portano così spesso alle soglie dell’estasi, se non oltre, fuori da me stesso pur essendo in quei momenti più me stesso che mai, attraverso il processo di introiezione e assimilazione di qualcosa che pur essendo solo fisico, diventa anche spirito … perché di fronte a ciò che venuto da fuori si rielabora e trasmuta nel lavoro e nel consumo, si instaura una certa forma di sacralità, un rispetto… per cui a volte gli stessi preparativi diventano una forma di preghiera: quel ronron di invocazione, e di offerta, di invocazione di perdono e insieme di ringraziamento che riassume il termine preghiera, quell’intimità a se stessi che è intimità a ciò che si sta incorporando… soprattutto quando si è soli, mentre quando si è in gruppo è facile che l’entusiasmo si trasformi di orgia, uno spossessamento tutto e solo terreno, una celebrazione della materia al suo massimo grado, che è stata vivente e torna a essere viva nel momento viene a vivificare i nostri corpi.

Alcuni condiscono questa pratica con una serie di implicazioni, simboli e frenesie fisiche e mentali derivate da convinzioni e superstizioni religiose, misticismi e patologie psichiche, o procurati da sostanze varie e da autosuggestione. Tutte cose che non mi fanno caldo né freddo, esclusi rari casi in cui mi lascio contaminare da questo disordine e mi scateno anch’io: ma è più per gioco, perché dà piacere e gioia, e in fondo è utilitaristico, come lo sarebbe anche senza tutti questi ricami. Io sono sempre stato e resterò, fin che possibile, razionale. Niente aloni fantasiosi. Niente miti. Solo cose basilari: fame, cibo, gusto, sapore, godimento, acquisto, perdita, energia, dispendio. Sono un uomo ordinario, che ama la routine operosa, nella quale rientra ovviamente quanto richiesto dalla necessità di procurarmi il cibo preferito. Per il resto niente mi distingue dal classico ingegnere, competente, amabile, efficiente e generoso con i pochi conoscenti e i molti dipendenti. Solo un po’ distaccato. Un po’ solitario, perché siccome il lavoro mi porta a contatto con molta gente, per il resto preferisco non averla tra i piedi. Consuetudine che peraltro ha contribuito a non creare sospetti sui miei comportamenti. Nessuno ha mai avuto niente da ridire, che io sappia.

E così mi auguro di poter continuare ancora a lungo.

Quando sarò stanco di vivere, o penserò che sia venuto il mio momento, convocherò tutti gli amici più cari, i sodali di tanti incontri, scambi e banchetti e mi offrirò loro in pasto. Non per espiazione, ma come forma di restituzione, certo non ebbra, serena se non proprio gioiosa, nella logica che meglio conosco: quella del dono, quale ogni pasto è stato per me. Saranno loro a decidere come, senza possibilmente farmi troppo soffrire, a meno che non si concordi tutti assieme una specie di cerimonia di chiusura, come quelle che concludono i convegni o le grandi rassegne sportive, per definire ogni dettaglio delle procedure, in modo che trovino il massimo gradimento possibile, e anche qualche pianto, perché no?, un po’ di sentimentalismo ce lo si può concedere in queste circostanze, e persino del dolore, che è parte del piacere, e può essere piacere a sua volta… e che per me sia il definitivo rito di passaggio, una sorta di assunzione in cielo, di profana santificazione. Senza falsa modestia, credo di meritarmelo.

 


 

 

 

 

 

 

24/11/24

In galleria con Vincenzo Agnetti. Ricordi di copertura 31 (credo)

 


Che bello l'articolo di Elio sul libro postumo con gli scritti di Vincenzo Agnetti!

Mi sono anche un po’ commosso, alla fine.

Ricordo di aver portato un giorno una mia classe alla galleria Artra,in via Fiori Chiari. Era l'anno in cui sono entrato in ruolo (1978, avevo 27 anni), e per caso lui era presente e stava parlando con Marcella, la gallerista. I ragazzini (biennio Itis) erano sconcertati e pieni di domande e io ho detto: perché non le fate all’artista? E lui ha parlato con loro per non so quanto tempo e loro erano emozionati. Era la prima volta che entravano in una galleria e vedevano un artista in carne e ossa e addirittura potevano parlare con lui. E ero emozionato anch’io e credo anche lui, almeno un po'. E abbiamo poi preso il treno per tornare a Treviglio che ancora eravamo contenti.


 

 

22/11/24

Daniel Arasse, Il dettaglio



“Maledite i dettagli, la posterità li ignora tutti”, ha scritto Voltaire, che vedeva in essi qualcosa di superfluo e sviante rispetto alle cose essenziali, quelle che veramente contano. Eppure c’è gente, evidentemente di poco conto, che ne è attratta, a volte persino in modo morboso. O ridicolo, a seconda dei punti di vista. Prendiamo la pittura. Non è raro vedere alle mostre uno spettatore che si china verso un quadro facendo scattare l’allarme o la ferocia di un custode perché si è accostato troppo per vedere meglio questo o quel particolare o solo la traccia di una pennellata, un grumo o la trasparenza di un colore, spinto da un impulso che a volte nemmeno lui si sa spiegare. Vignette e immagini in merito si sprecano. Niente di più banale che farne la parodia, a rischio di tratteggiare senza saperlo anche la propria, con l’idea di essere molto più intelligente; ma vorrei sapere chi non lo ha mai fatto. Quale più quale meno, ogni opera chiama ad avvicinarsi, chiede di entrare in essa, non solo per vedere meglio cosa rappresenta ma anche per capire come funziona, secondo quali criteri è costruita, quali idee stanno alla sua base o in essa si nascondono, cosa dice col suo specifico essere che non può, e spesso non deve, essere detto altrimenti.

Abbiamo tutti questa inclinazione voyeuristica, questa pulsione settoria, la voglia di aprire il congegno, di metterci le mani, per vedere come è fatto o solo per toccare. Daniel Arasse, nel classico libro Il dettaglio, ora ristampato da il Saggiatore in una sontuosa edizione di grande formato con bellissime e accuratissime illustrazioni a colori, ha innalzato questa attrazione a procedimento di lettura e a strumento di interpretazione non solo dei meccanismi compositivi e formali delle singole opere, ma anche di aspetti e momenti decisivi della storia dell’arte, delle cornici teoriche e sociologiche che vi presiedono. E nel farlo ha messo in evidenza anche il ruolo di eccezione e contraddizione, o di paradosso e disarticolazione e negazione del senso che i dettagli incarnano all’interno delle opere e dei generi, delineando in tal modo una sua peculiare storia dell’arte, interiore e, direi, passionale.


Il dettaglio, che è la prima sistematizzazione di un percorso che è poi stato sviluppato in tutta la produzione dello studioso francese, è infatti prima di tutto un libro appassionato, un libro d’amore. Per la pittura, per il vedere e il guardare (e l’immaginare – soluzioni, strumenti, collegamenti ecc.) per arrivare a capire, anche, cosa accade nella mente e nel corpo di chi dipinge e di chi osserva.

Scopofilia vera e propria che trova nella visione ravvicinata, nell’approccio all’interiorità dell’opera, la procedura privilegiata di interpretazione e nel dettaglio il suo strumento più efficace e il luogo di affezione dove passa la sua intensità e si radica la sua soggettiva verità. L’amore indaga la superficie, la carezza, si avvicina e poi si allontana, non si sazia di nessuna vista generale, che pure è necessaria, e indugia su ogni piccolo particolare, lo ricerca, lo inventa operando inquadrature e tagli, da cui il termine ‘dettaglio’, appunto.

Arasse trasforma questa passione in metodo di cui affina potenzialità, limiti e modi di integrazione con la storia e lo studio dell’arte tradizionale secondo i criteri di quella che lui chiama iconografia analitica in opposizione all’iconologia classica, in quanto fa ricorso anche a discipline in questo ambito tradizionalmente poco canoniche, come la psicanalisi la semiotica e la filosofia, che possano risultare utili alla lettura e all’interpretazione delle opere non come supporti esplicativi esterni, ma nella loro interna e autonoma specificità. Per farlo, approfittando di una distinzione che è presente in italiano ma non in francese, in primo luogo procede a definire la differenza tra il dettaglio e il particolare: mentre questo è una parte di un oggetto in qualche modo circoscritto: una figura, un corpo, un paesaggio e in genere dell’insieme di una composizione (una testa, un piede, un ramo, una roccia, un ponte, ma anche una figurina minore ecc.), il dettaglio propriamente detto è un piccolo elemento ri-tagliato dall’insieme dell’opera dall’osservatore o immessovi dal pittore, spesso volontariamente, a volte meno, dallo statuto figurativo meno definito. E’ il frutto di un’azione, e a volte di un “programma d’azione” (Omar Calabrese) che dipende dal punto di vista del “dettagliante”, dal suo investimento personale, scatenato in genere dalla sorpresa o da un senso di stupore, che “per dirlo con l’eleganza di Roland Barthes, è “il timido inizio” del godimento”.

Del dettaglio, Arasse distingue poi due tipi fondamentali: il dettaglio iconico (“che fa immagine”), che riguarda qualcosa di riconoscibile e determinabile (una mosca, i quasi invisibili capelli che sfuggono al velo dell’Annunziata di Antonello, ecc…) e il dettaglio pittorico, che non rappresenta nulla, ma ha molto a che fare con il modo di dipingere (una macchia, delle pennellate, degli effetti di materia, grumi o velature, fino a certe ombre, alle forme che si intravvedono nei panneggi, come nella Serratura di Fragonard …) che proviene da o segnala qualcosa di indefinibile e di indicibile ma che caratterizza profondamente il quadro.


Delimitato il campo e i termini principali, attraverso una cospicua serie di esempi e di analisi che poi proseguiranno in tutto il volume (segnalo quelle, splendide, sulla Merlettaia di Vermeer; sulle varie forme e firme e immagini del pittore nel quadro; sui panneggi; sulle mosche e una lumaca…), di cui costituiscono le sezioni più illuminanti e godibili, come la sua scrittura del resto, Arasse passa a studiare e differenziare ulteriormente la tipologia dei dettagli e la loro funzione e incidenza nella effettiva emergenza nella storia della pittura a partire dal medioevo, evidenziando la diversa considerazione di cui hanno goduto (o sofferto) nel suo sviluppo e le varie funzioni che si sono trovati a svolgere in rapporto alle opere a cui appartengono e alle idee e forme che in esse si incarnano.

Il ruolo del dettaglio dipende infatti dall’opera e dalle idee che ad essa soggiacciono, dal pensiero che contiene e produce, anche se poi esso lo mette in crisi, lo fa vacillare o addirittura lo nega, presentandosi come espressione di un pensiero solo pittorico, perturbante e portatore di intensità anche emotiva: un discorso su ciò che la pittura indica e suggerisce senza dirlo, sull’indicibile in (della) pittura, come il Cane di Goya.


Perché si dia dettaglio occorre che ci sia opera. Il dettaglio da solo non fa opera, se nega o disturba ci devono essere un’affermazione e un ordine. Il dettaglio devia, scarta, e è a sua volta uno scarto, ma occorre che esista una norma, o che chi opera lo scarto ne abbia in mente una, più o meno definita.

In sé peraltro, a differenza del particolare che come dice il termine è una parte dell’opera facilmente riconoscibile da uno sguardo appena attento, il dettaglio non esiste, non è altro che ciò che risulta da un’operazione, duplice, del pittore e, più ancora, dell’osservatore: ma mentre per il pittore è più un’intenzione, la creazione di qualcosa che ha uno scopo, esplicito o criptato, o che viceversa, come un tic o un sintomo, gli è in qualche modo sfuggito (ma che poi ha lasciato: e allora…), per l’osservatore è invece un prelievo intenzionale, anche quando la sua attenzione è stata calamitata o provocata da qualcosa che il pittore ha messo apposta per chi fosse capace di vederla e intenderla (o ha nascosto pensando che non potesse essere notata, per quanto questa sia una pia illusione: prima o poi qualcuno vede: e molti vedono anche quello che non ti sei accorto di aver messo).

 

A seconda dei momenti storici e delle tendenze i dettagli assumono caratteristiche e scopi diversi. Per esempio nella tradizione religiosa esercitano una funzione di aiuto alla memoria, come nelle immagini degli strumenti della passione, ma “devono essere sorprendenti e inconsueti, perché lo scarto dall’abitudine permette di memorizzare più facilmente la nozione associata a questo o quel dettaglio”; e devono averne anche una emotiva, perché “costituiscono un punto di sostegno privilegiato per instaurare il patetico dell’immagine”, per esempio per “gustare la passione di Cristo”, come scrive Caterina da Siena.


Più avanti, nel ‘400, avranno al contempo il ruolo di “indicatore della scienza del pittore”, del suo “saper fare”, della sua capacità di riprodurre alla perfezione la realtà e insieme quello di un indizio che si tratta comunque di un artificio (la mosca a grandezza naturale sulla figura dipinta, per esempio, che nel momento in cui viene riconosciuta essa pure come supremo artificio mette in crisi lo statuto di mimesi del resto del quadro), ma anche del suo “saper giudicare” cosa è opportuno inserire nella composizione e cosa no, determinando in tal modo il peculiare statuto della “verità in pittura” nei differenti momenti della sua storia, che modello di rappresentazione del mondo in essa trova la sua emergenza.

Dentro ogni opera c’è la sua teoria, ed è questa che il dettaglio permette di riconoscere e aiuta a definire anche quando “scompagina il dispositivo spaziale codificato” e lo mette in discussione. L’opera è un sistema di rappresentazione che pensa autonomamente (è carico di un pensiero e di un sapere pregressi, impliciti nel fare, nell’immaginare e nel formare…) ed è lei stessa a dettare le regole della propria decifrazione.

Per questo occorrerà controllare l’occorrenza del dettaglio onde evitare che chi guarda, perdendosi in esso, si adagi nelle proprie fantasie e speculazioni perdendo di vista l’insieme, l’armonia della costruzione e la congruità di ogni particolare che in essa trova spazio e senso, che è quanto dovrebbe essere trasmesso all’osservatore ideale, dal suo bel punto di vista già predisposto a cui restare fedele, ricompensato con la bellezza e la conoscenza che il quadro dispiega al suo occhio, lì, in un certo senso, inchiodato, o medusato.

Attratto dal dettaglio, invece, l’osservatore reale si ribella alla dittatura di quello ideale, incorporeo e monoculare, presupposto dal punto di vista, per andare a vedere da vicino, con entrambi gli occhi, e anzi con tutto il corpo, mosso da un desiderio visivo e anche tattile, il corpo della pittura, a ispezionarlo, ritagliandolo e facendo proprio come il lanzichenecco che si narra sia stato tanto folgorato dal paesaggio delle Nozze Mistiche di Santa Caterina del Lotto ora in Carrara, da ritagliarlo e portarselo via con sé, come una specie di pin-up della pittura, incarnazione del suo desiderio erotico, desiderio che può essere anche mortale, come avviene per il Bergotte di Proust con “la piccola ala di muro giallo” della Veduta di Delft di Vermeer.


L’investimento dell’osservatore è simile, ma non uguale a quello del pittore, che inserisce dettagli a volte criptici, personalissimi e non destinati a nessuno spettatore, perché chi guarda ritaglia dove e come gli pare l’immagine o la superficie dipinta, anche in modo indipendente da ogni strategia messa in opera dal creatore. Il dettaglio nasce dal capriccio della ricezione, chi lo ritaglia è il suo creatore, anche se lo studioso non può evidentemente fermarsi all’attrazione soggettiva, ma cerca sempre poi, per noi che lo leggiamo di analizzarne ruolo e caratteri, per quanto sappia che al fondo di questa attrazione e della relativa analisi, resta, all’inizio come alla fine, un non-detto, e un indicibile.

Normale che esso si eserciti spesso quindi laddove l’indicibile si coniuga con il non voler o il non poter dire dell’artista, con il suo erotismo in rapporto alla figura rappresentata oltre che al gesto del rappresentare, come la macchia di Ingres sul meraviglioso abito di Madame Moitessier e i tanti nudi della storia della pittura, a partire da Marte e Venere di Botticelli Botticelli, Giorgione e Tiziano, soprattutto, per arrivare a quelli scandalosi di Courbet e Manet e oltre.



A proposito di Courbet, apro una parentesi su L’origine del mondo, che non è un dettaglio. La pulsione che agisce in essa non è quella del dettaglio, per quanto forte sia quella innescata dall’oggetto del quadro. Esso infatti non è un particolare, ma un’opera che rappresenta una parte del corpo: esattamente quella la parte di un corpo che costituisce il suo centro, la sua origine, il prototipo del desiderio, la sua incarnazione… tutto quello che si vorrà (le interpretazioni si sprecano, naturalmente: poche cose ne meritano altrettante), ma non è un dettaglio. Come opera è completa, anche se l’intenzione in certa misura paradossale e provocatoria di Courbet è stata quella di fare un’opera con una parte, una parte che contiene il tutto (come una sineddoche), o che ha in sé tutto.

A parte ogni altra considerazione, il quadro di Courbet è la rappresentazione della parte di un corpo elevata a opera. Completa. Totale. E’ il taglio, del corpo e nel corpo, del pittore, e quindi di tutto il sistema del dettaglio che invade l’opera, la sostituisce e la costituisce.

[qui c'era la riproduzione di L'origine du Monde, di Courbet, la cui vista disturbava le anime sensibili di tanti aficionados dei siti porno e di violenze efferate]

Il piacere di Arasse che individua e analizza i dettagli e quello dello spettatore che visita una mostra o un museo, sono anche quelli del lettore che scorre questo libro, con i suoi innovativi approfondimenti storici e teorici, e soprattutto con la bellissima serie di analisi di quadri singoli o raggruppati per tipologie o parentele.

La nostra sete di dettagli, trova di che dissetarsi, ma anche motivo di riflessione a proposito del loro odierno dilagare in ogni aspetto della comunicazione, che si nota banalmente anche solo scorrendo social e giornali, oltre che in molta produzione saggistica e narrativa. Siamo attenti ai dettagli perché abbiamo perso la visione d’insieme, o quantomeno l’illusione di averne una. Non restano che frammenti sparsi che si presentano come insiemi autonomi e unitari, che però fatichiamo, di nuovo, a vedere come tali, così che avviciniamo ancor di più l’occhio e ritagliamo altri frammenti che speriamo così di poter riconoscere e dominare; poi da lì cerchiamo nel nostro cestino dei rifiuti altri dettagli simili e proviamo a collegarli tra di loro sperando di riuscire a mettere insieme qualcosa di più ampio che abbia un senso, trascurando di fare questo con gli insiemi da cui abbiamo estratto i dettagli, perché troppo ampi, ingovernabili, e che quindi, invece di soddisfare in qualche modo il nostro bisogno di coerenza, ci mostrano un caos nel quale ci smarriamo, disperando di venirne a capo. Ma tutto ha un senso. Ogni frammento e ogni loro insieme e ogni insieme di insiemi. E noi siamo ciechi e sordi e muti, o balbuzienti, nello stesso momento in cui gli diamo la forma in cui siamo immersi senza saperla riconoscere. E così via. E così via…

Il libro di Arasse ha parecchio da dirci anche a questo proposito.