
Roberto
Calasso è autore di saggi molto belli e originali, che è augurabile vengano
presto raccolti in un volume che ne permetta una più agevole e completa
lettura. Finora aveva pubblicato un solo libro, irregolare e impuro come il suo
titolo: L’impuro folle (Adelphi,
1974) tanto da dover richiedere l’etichetta spuria per eccellenza di “romanzo”
per definirlo, imperniato sulla figura di quel Presidente Schreber le cui Memorie di un malato di nervi (id.)
avevano fornito a Freud nel 1910 lo spunto per le sue famose Osservazioni psicoanalitiche su un caso di
paranoia. Si trattava di un libro che collazionava teoria racconto versi e
storia nella simultaneità di un arazzo affascinante e composito, allusivo e
forse troppo prezioso a momenti, tanto da inoculare un senso di disagio cui già
la sua estraneità ai parametri abituali del nostro contesto culturale
predisponeva: un libro forse per questo non adeguatamente valutato, ma che
senza dubbio molti andranno a riprendere con rinnovati strumenti interpretativi
dopo la lettura del recente La rovina di
Kasch.
Anche
La rovina di Kasch è di ardua
classificazione, perché è un libro eccessivo, smisurato, animato da
un’erudizione e da un’ambizione onnivore, delle quali personalmente mi
rallegro, tanti sono i temi che approfondisce, i percorsi che tesse, le storie
che racconta e i registri stilistici che inscena con estrema perizia.
E’
un libro perturbante e in un certo senso intimidatorio e pericoloso: affascina
ma fa anche paura, c’è il rischio di lasciarsi abbagliare dal cumulo
impressionante di aneddoti e curiosità e di trovarsi inerme di fronte alla
sapienza e alla varietà delle analisi, collegate sì da più di un filo teorico e
dal collante strutturale ma anche ideologico
e pedagogico costituito dalla figura di Talleyrand, ma la cui cifra è tanto
abilmente nascosta proprio nella pelle della superficie da poter risultare
impercettibile e richiedere quindi un supplemento di attenzione. Proprio come
deve essere una buona cornice, “ben educata e disegnata, e neppure tanto
visibile”, ma che si rivela poi, “al soffermarsi dell’occhio, un pigmento del
quadro stesso”.
Del
resto Calasso medesimo invita in questa direzione quando denuncia la “provata
insufficienza di ogni discorso che non includa un discorso su se stesso”. Ed è
forse questa la strada migliore per affrontare il libro da parte di chi non
possieda l’adeguata conoscenza di tutti i campi trattati: filosofia, storia,
sociologia, psicanalisi, letteratura, antropologia (e quanti mai saranno?), e
d’altra parte si rifiuti a giudizi semplicistici.
L’altra
strada, naturalmente, la più immediata e intrigante, ma appunto per questo come
dicevo la più pericolosa e non certo la più proficua, è quella di lasciarsi
semplicemente andare all’assuefazione delle “parole drogate”. Come i sacerdoti
di Kasch, sui quali le meravigliose storie di Far-li-mas agiscono come
hascisch, inducendoli a tralasciare le pratiche divinatorie e sacrificali che
avrebbero dovuto segnalare il momento della condanna a morte del re e di Far-li-mas
stesso, ma condannandoli a morte a loro volta. Perché è vero che “le storie
allontanano la morte, ma non la sospendono”. E’ vero anche che “sospendono
invece la condanna a morte” e sostituiscono il sacrificio cruento, ma segnano
anche l’inizio della rovina del regno di Kasch e dei suoi sudditi-ascoltatori.
Anche
il libro di Calasso si propone sin dall’esordio come racconto, finzione: parlo
anche, come sempre, per ingannare”, dice per bocca di Talleyrand. Ma ingannare
chi? e come? Proprio la morte, e con il racconto. Ha perfettamente ragione
Alfredo Giuliani quando parla di la rovina di Kasch come di un libro
iniziatico. Il suo oggetto è la storia esoterica della modernità e l’analisi
della post-storia contemporanea, ma la morte riaffiora in ognuno dei suoi
grandi temi: il sacrificio, la guerra, l’aldilà del principio di piacere, il
Terrore. Il racconto diventa “l’offerta sacrificale”, e ora “l’altare è vuoto”,
perché “nell’arte parla la voce della vittima sfuggita in extremis, e per sempre, all’uccisione”.
Solo
i racconti di Far-li-mas sfuggono infine alla rovina, e i morti continuano a
accompagnarci trasmigrati nella pagina scritta: “che cosa sono, per noi, i
morti se non – innanzitutto – i libri?”.
Il
racconto dunque non solo allontana la morte, ma in un cero senso la sospende
anche, diventando la voce dei morti. Ed è appunto qui che esso si coniuga alla
storia. “La storia non ha alcuna ragione essenziale per distinguersi dalla
letteratura”, sostiene forse anche in questo senso Calasso: “uno smisurato tappeto
senza margini (...) dove i fatti e i commenti sui fatti e le invenzioni sui
fatti e i fantasmi dei fatti rimangono perpetuamente avvinti in un letto di
tortura e di piacere, dove le forme e le forze non riescono a districarsi”, che
solo nel racconto riesce a trovare la sua forma di pensiero più consona.
Il
racconto cioè come forma nella quale si può “prendere tutto come supporto (involucro figurato) della conoscenza”, e in
tutti i modi possibili, dal momento che nostro fondamento è diventato
“l’irreversibile perdita di dignità
del tutto” e viviamo nella “totale dispersione (e) frammentazione”. la storia
diventa così “il graduale costruirsi di una memoria artificiale” e raggiunge
l’arte, che secondo adorno è “magia liberata dalla menzogna di essere verità”,
collocandosi in tal modo nella parte migliore della modernità, che “è grande
quando sottomette una pretesa di verità a critica serrata e di conseguenza
rinuncia a porla”, ma diventa assassina, “con inaudita dovizia di mezzi, quando
pretende di aver scoperto una sua verità”.
La
storia che Calasso intende costruire è allora forse proprio quella “storia
gnostica” di cui lamenta la mancanza: una storia fatta di “avvenimenti
insoliti, coincidenze (così li chiamano gli storici, per evitarli), forme
erratiche, reliquie sepolte, segnature fisiognomiche, costellazioni latenti nel
cielo del pensiero”. Una storia insomma in cui tutto acquista una voce per
rispondere a ogni altra cosa, e in cui soprattutto “ciò che era stato
silenzioso deve essere detto in tutti i particolari, con furia”.
Una
storia che raccoglie la sfida di decifrazione di “ciò che rimane ancora da
concepire: un processo che ha una sua indubitabile direzione, e questa
direzione ha un segno”, diverso da quelli soliti di progresso e caduta, ma che
li comprende “agganciati, intrecciati, concresciuti a molti altri segni di non
ovvia lettura”.
E
certo La rovina di Kasch è una
risposta a questa sfida, ramificata in un sistema di corrispondenze lucidissime
che porta a illuminare le trame segrete che collegano ogni cosa alle altre per
riaprire, contro la “situazione di esoterismo coatto” in cui siamo costretti a
vivere, la “via della coscienza degli atti”, Ma non credo che, per Calasso, il
libro si risolva in questo. Così come non si risolve nella pur esemplare figura
di Talleyrand, l’ultimo cerimoniere, che passa indenne attraverso i
rivolgimenti della storia proprio perché si rifiuta di forzarne il corso e si
limita a oliarne quando occorre i meccanismi per renderla più sopportabile,
aiutando “il caos a prendere una forma passabile”.
Perché
la storia, a quanto pare, ha scelto la via opposta a quella di Talleyrand,
quella del Terrore, dello scambio universale attraverso il quale “il mercato
mondiale reinventa una sorta di fato”,
del controllo generalizzato dei servizi segreti che hanno confiscato “tutto il segreto”, del sacrificio
ritiratosi in quella che era una sua “potenza derivata: la guerra”, o
tramutatosi in esperimento e in tecnica, e ha trasformato il passato in un
“paesaggio di rovine, inesauribile contagio”.
Forse,
nell’improbabile attesa di nuovi Talleyrand e pur avvalendosi del suo
insegnamento, specie quando mostra come ci si fa nulla e si affronta nella
finale ordalia la morte, è un’altra figura la cifra criptica di ciò che il
libro è per Calasso, oltre che un suo parziale autoritratto: in Sainte-Beuve
cioè, la cui arte, peraltro, “appartiene alla metamorfosi, quindi alla
mostruosità”, come quella di Talleyrand.
Come
Sainte-Beuve, anche Calasso è soprattutto l’uomo dei libri, sottoposto a “una
continua tentazione e una tentazione vittoriosa di ‘riprodurre’ l’altro,
trasformarsi in lui”, e come Sainte-Beuve anche la sua opera intende essere
“una sterminata tessitura di voci, di giudizi, di circostanze, di relazioni, di
parole perdute e qui di nuovo catturate”.
Autoritratto
parziale, dicevo, perché oltre a riconoscere a Calasso un controllo teorico
maggiore, che tende a volte a diventare onnicomprensivo pur parlando per “lembi
di pensiero” più che per pensieri e rifiutando “l’abbondanza dei connettivi” consapevole
della necessità respiratoria dei vuoti, e quindi a sopraffare la voce del
racconto che diventa a sua volta troppo controllato, c’è un’ultima figura nella
quale mi pare di riconoscere l’altro, e complementare, versante di Calasso e
del suo libro: quella in cui si intrecciano Talleyrand, ancora, ma come saggio
taoista, il “rinunciante” vedico, il Fénelon che predica l’annullamento
dell’io, e il trappista che medita la morte su cui si chiude il libro.
Complementarità che proprio, e solo, in ciò che il libro è, trova il suo luogo
di realizzazione.
A
meno che non si debba leggere anche in questo l’impossibilità del Moderno di
“credere in modo troppo compatto” e la sua necessità di “aderire a una certa
falsità, quanto basta per dare respiro all’immaginazione”, e non ci si rifugi
nell’inconsapevole credulità dell’ironia. Ma non lo credo. E non lo crede
nemmeno Calasso: la passione che ha prodotto il suo libro sta lì a dimostrarlo.
Roberto
Calasso, La rovina di Kasch, Adelphi,
Milano, 1983, p. 494, £ 20.000