Nel polittico del Maestro Paroto, Madonna col bambino, donatore e santi, in prestito dalla Tosio Martinengo, in basso a destra c’è una santa Agata che, invece che adagiato in buon equilibrio con il suo gemello sul canonico vassoio, esibisce un unico seno tenuto delicatamente per un capezzolo, in sublime equilibrio, dalla stessa tenaglia che gliel’ha strappato e maciullato. Il seno con base resecata in alto ritrova grazie al martirio una sua perfezione iperuranica e forma con la tenaglia uno strano fiore, elegante e perturbante, una rosa, il cui colore viene ripreso e amplificato dal risvolto del lungo mantello che copre la figura slanciata, da cui spunta, specularmente rovesciata rispetto a quella che regge con la punta delle dita la tenaglia, una mano sottile, abbandonata con la stessa raffinatezza che caratterizza tutta la figura, dolce e rassegnata, più che orgogliosa, della santa. Noi la guardiamo senza orrore e senza malizia, con rispetto e tenerezza, e quasi con l’eco sommessa di un desiderio.
Racconti, libri, mostre, divagazioni, recensioni, speculazioni varie
25/08/25
21/08/25
L'atelier dell'errore
Mentre sul grande schermo la ragazzina inginocchiata sull’enorme foglio bianco compie il suo lento, danzato rituale prima di impugnare la matita, un grande insetto nero, con le estremità delle zampe e il lungo becco d’oro, attraversa il buio del palco ancora deserto pestando le zampe sull’assito, poi scende la scaletta che conduce in platea, percorre il corridoio laterale sfiorando gli spettatori che ritraggono le gambe accavallate all’infuori, apre una porta di sicurezza e scompare, nella luce dell’esterno.
Lui ce l’ha fatta.
Alla fine, quando tutti se ne sono tornati tra le quinte, le luci si sono accese e gli astanti si sono alzati e alcuni stanno già lasciando la sala, uno dei ragazzi che hanno raccontato i loro disegni torna sul proscenio e comincia a parlare, con frasi forti e smozzicate, ringrazia, richiama un allibito Luca Santiago Mora sul palco per un supplemento di applausi, e intanto prosegue il suo discorso al pubblico che interrompe il deflusso, a sua volta sconcertato: Quando avete qualcosa di importante, dice, quando c’è qualcosa che per voi è davvero importante... quando... si interrompe, abbozza qualche altro spezzone di frase, perde il filo, lo riprende, e lo riperde e recupera di nuovo... insomma, ecco, non importano le difficoltà che dovete affrontare... e se anche qualche volta avete solo voglia di lasciar perdere... riassumo io, ...se avete la tentazione di mollare... non dovete perdere di vista la cosa importante... si muove, non riesce a stare fermo... ecco, andare avanti, mi raccomando, non mollare... e sta lì, ondeggiando leggermente, a guardarci tutti... e noi tutti lo guardiamo, immobili: l’unico che poteva dirci queste cose che volevamo sentirci dire e con l’autorità di dirle.
26/06/25
Senza nessunissima ragione
Non ci sarebbe nessunissima ragione per farlo: il mondo, le guerre, la gente, il nostro miserabile paese e i miserabili che governano questa provincia di docili cagnolini ai margini dell'impero, di qualsiasi impero presente e futuro, i folli e gli assassini massacratori che decidono tutto, il caldo, l'età, l'assoluta piattezza e monotonia dei giorni da molti anni a questa parte, eppure, mentre camminavo cercando l'ombra, a un certo punto mi sono accorto che stavo fischiettando una canzone dei Beatles. E tutto gratis.
16/06/25
Storie non raccontate
Sono decenni, praticamente dall’adolescenza, che non racconta niente a nessuno (tranne questa che ora racconta a me, chissà perché), e anni e anni che nessuno racconta niente a lui. Cioè parla, lui, e parlano gli altri, qualche volta, ma in pratica raccontare, dire davvero qualcosa, e sentirne, non si ricorda l’ultima volta che gli è capitato. Persino con il suo migliore amico, l’ultimo, morto anni fa, era tutto un parlare indiretto, un raccontare altro, per cenni, un continuo cazzeggiare. Diffusamente non ci riuscivano. Per esempio, l’amico, certe cose della sua infanzia, importanti, mica scemenze, gliele ha raccontate dopo vent’anni che si conoscevano. Ah, questo non lo sapevo!, gli ha detto lui. E l’amico: davvero? Credevo di avertelo raccontato più di una volta. No. Probabilmente nella sua testa gliel’aveva raccontato, ma a voce, di persona, no. Si capisce che una volta raccontato nella testa, gli bastava. Era come se l’avesse fatto davvero. Anche a lui capitava così. Ma questi dialoghi di cose non dette, queste storie mai raccontate, non si sa perché, cementavano la loro amicizia. Finché non c’è stato più occasione di raccontare niente, e entrambi vivono, ciascuno a modo suo, in un mare di storie azzerate.
08/06/25
Giampiero Comolli, La foresta intelligente (1982)
La situazione di partenza di La foresta intelligente, primo romanzo del trentenne saggista milanese Giampiero Comolli, è quasi un concentrato di luoghi classici, ma fortunatamente non risaputi sono tanto lo svolgimento quanto la scrittura: in una Notte di Carnevale un Anonimo Soldato riceve l’Ordine Imprecisato di tenersi pronto per una Misteriosa Spedizione nell’Infinita Foresta del Nord, e da quel momento la vita sinora sonnolenta, ma soprattutto il suo modo di guardare, sentire e pensare il mondo comincia a modificarsi radicalmente.
Tutto il romanzo accompagnerà poi il soldato nella complessa rete di indagini, incontri, supposizioni, notizie, indizi, sorprese e sogni che lo porteranno alle soglie della partenza: preparativi al viaggio che però si trasformeranno lentamente a loro volta in un fantastico viaggio, - se non l’unico reale, l’unico possibile e narrabile, almeno per il momento.
Se infatti l’immensa foresta è l’ignoto, ciò che si apre al di là delle nostre attuali possibilità di conoscenza, può però sorgere anche la plausibile ipotesi che gli strumenti che nei preparativi il soldato di volta in volta scopre e appronta, le nozioni che sulla foresta viene apprendendo, di fatto lo trasportino già dal lontano geografico e immaginoso nell’altra faccia di ciò che costituisce il nostro mondo presente e reale.
Non per nulla il libro si conclude sulla felicità della doppia conoscenza che il soldato ha acquisito che gli permette di conoscere, ormai, “oltre alla ‘sua’ vita particolare, (...) anche questo frammento di una seconda terra, dove dei personaggi ignoti appaiono per un momento nel trascorrere della loro vita simile-dissimile” dalla sua; seconda terra che appunto è già la foresta, forse, ancora prima che in essa si sia entrati.
La ricerca di questo pensiero nuovo e differente, che trasforma completamente ciò che appariva noto e isterilito, è il motore principale di questo romanzo, non solo, o non tanto, dal punto di vista tematico, quanto soprattutto a livello stilistico, emotivo e percettivo. Comolli, nel solco di quella che si è convenuto chiamare crisi della razionalità, si era già occupato di questi problemi in alcuni dei saggi che viene pubblicando da alcuni anni sulla rivista Aut aut; ma mentre alcuni studiosi si erano rivolti specialmente al riesame dello statuto e dei fondamenti della scienza, egli, con altri, aveva rivolto la propria attenzione in particolare ai rapporti tra filosofia e letteratura.
Senza nulla togliere al valore di questi suoi contributi, credo però che il suo apporto più importante, anche dal punto di vista teorico, consista proprio in questo romanzo, che non per nulla è l’unico inserito in una collana sinora esclusivamente saggistica. Importante perché è proprio con un romanzo che Comolli tenta di misurare quegli spazi nei quali la filosofia non era ancora giunta, pur avendolo a più riprese tentato; ed è in questo che consiste il metro della sua ambizione, e anche della sua originalità.
Finora infatti, sebbene la complicità tra filosofia e letteratura sia sempre stata profonda, e anzi (come sostiene nella postfazione Franco Rella) “nel nostro secolo, la letteratura abbia addirittura occupato il luogo classico della filosofia, proponendoci un sapere che sfugge alle grammatiche filosofiche”, finora raramente era stata assunta come base di partenza e in modo così esplicito la maggiore ampiezza delle potenzialità romanzesche nel campo stesso della filosofia.
Una pretesa rischiosa, a meno di non essere avallata da buone ragioni, che consisterebbero, nel caso, nell’aver individuato la preponderanza e la produttività del discorso figurato tipico della letteratura laddove il quadro di un pensiero ormai consolidato comincia a non essere più abitabile proficuamente e si tentano nuovi percorsi; non solo in campo filosofico stretto, ma anche, per limitarci alla modernità, nella psicanalisi e nelle scienze umane. Solo che, se prima a questa lingua si faceva prevalentemente ricorso come a un’ultima spiaggia, ora sempre più c’è chi la adotta, senza per questo rinunciare alla ragione, come apertura inaugurale, come fa appunto Comolli. Questo gli premette di scrivere un romanzo nel quale la componente filosofica non si esplicita, come già classicamente, in inserti più o meno separati, in riflessioni e dialoghi di andamento saggistico, ma confluisce totalmente nella scrittura romanzesca stessa: nelle varie scene, nei personaggi e nelle descrizioni.
Credo anzi che consista proprio in questo la qualità principale del libro: nel fatto che, volendo, lo si potrebbe leggere come puro romanzo di tensione misteriosa, tessuto in un “principio alterno di malinconia e meraviglia”. Credo infatti che il pensiero dal “doppio sguardo” al quale, in un mosaico di immagini, approda come nuova esperienza della realtà il protagonista, non consista tanto nella rete (a volte troppo insistita e quasi meccanica) di paragoni e figure che costituisce il suo vissuto, quanto piuttosto nella duplicità della narrazione stessa: soltanto in essa, propriamente, il soldato può affermare, in un “sentimento oscillante fra una dolcissima tristezza e un godimento pieno di stupore, lì, in quell’alternanza sospesa del sentimento, lì, delicatamente, io sono”.
Giampiero Comolli, La foresta intelligente, Cappelli, Bologna, 1981

