22/03/20

Tempesta. (cap. 1)



Una tempesta tropicale si stava abbattendo su Gorgonate. I venti, non sapendo che direzione prendere, le imboccavano tutte contemporaneamente e si scagliavano senza la minima discrezione su ogni cosa, eccetto che sugli alberi, abbattuti dal primo all’ultimo dalle precedenti amministrazioni comunali per far posto a una splendida pista ciclabile usata solo dai ragazzini per le loro evoluzioni con motorini, roller, skateboard e altri pericolosi marchingegni ancora senza nome. Alle sedici e trenta, nel buio totale, si contavano già ottocentocinquantaquattro vetri rotti, una trentina di macchine sbattute le une sulle altre in accoppiamenti tantrici alquanto libidinosi, imitate prontamente da qualche dozzina di sedie e tavolini abbandonati al loro tristo destino da baristi snaturati, varie panchine dei parchetti pubblici divelte o sfasciate (ma quello poteva anche essere il frutto delle eroiche imprese dei giovanotti locali), un paio di biciclette che volteggiavano a mezz’aria con grazia squisita, nonché tre pensionati sorpresi durante la passeggiata pomeridiana lungo il canale finiti in acqua e annegati (solo uno verrà pianto dai famigliari: gli altri fortunatamente erano soli). Un numero imprecisato di tetti, ma in continuo aggiornamento da gruppi di monitoraggio della protezione civile, era stato scoperchiato, con gran soddisfazione di capomastri e antennisti ultimamente un po’ in crisi, mentre era più facile contare le cantine non allagate, le tubature non scoppiate e i tombini non saltati; molti vandali, manco a dirlo extracomunitari, approfittando della confusione stavano saccheggiando negozi di ogni genere, ma parecchi vi erano rimasti intrappolati dalla violenza degli elementi e dalle macerie accumulate sui marciapiedi, che prendevano spontaneamente la forma di alcune delle più ardite costruzioni postmoderne e, talvolta, di coni di deiezione o di ziqqurat sormontati da sedie o poltroncine al momento disoccupate; diverse baracche abusive, piene zeppe perlopiù degli extracomunitari non impegnati nei saccheggi, erano crollate sui loro abitanti (ma questo era il meno); truppe di polli spennati e di cotechini nuotavano a perdifiato tra le acque, in fuga da una macelleria del centro famosa per i suoi prodotti nostrani, tanto freschi da sembrare vivi, mentre l’ultimo piano del vecchio, fatiscente ospedale (che già da mesi avrebbe dovuto lasciare il posto al nuovo, modernissimo, che si erge tra i prati acquitrinosi della periferia, se non fosse stato per i soliti ritardi dovuti ai soliti scioperi delle maestranze mai soddisfatte degli alti salari e delle condizioni di sicurezza, nonché a mancate consegne di materiali e strumentazioni per presunte inadempienze nei pagamenti e, da ultimo, a un’inopinata serie di impegni e malattie infettive da parte delle autorità che dovevano celebrare la solenne inaugurazione) si stava lentamente accartocciando su se stesso, ma grazie al cielo avevano fatto in tempo a evacuarlo e al momento era quindi vuoto, se si esclude una coppia di inservienti, entrambi sposati (lei madre di quattro figli: dicasi quattro!), che si erano imboscati come ogni pomeriggio per dedicarsi alle loro brave porcherie.
L’elettricità naturalmente era saltata quasi subito, non prima però che una dozzina di televisori esplodessero scagliando frammenti dello schermo e altra minutaglia su bambini, vecchi (duri d’orecchio) e casalinghe che si stavano godendo i loro programmi preferiti incuranti di lampi e tuoni, e provocando ferite lacerocontuse di varia entità ma non gravi, a parte una scheggia conficcatasi nell’occhio di un settenne, poverino!, che si era addormentato come un angioletto dopo la merenda (tre brioss al latte, leggerissime, una barra di Mars, una quindicina di ovetti Kinder e sfogliatine innaffiate da una bottiglia da un litro e mezzo di cocacola: e pensare che è magro come un chiodo!).
Se qualcuno col cuore avventuroso di un poeta si fosse azzardato a spingersi in strada (sono occasioni da non lasciarsi sfuggire, da buttarcisi a capofitto per viverle di prima mano!, se non vuoi rimpiangerle per il resto dei giorni come una donnetta), avrebbe avuto la rarissima opportunità di arricchire il suo repertorio di emozioni con uno spettacolo sublime e magico, di visioni che manco la mescalina o il peyotl, e, più importante ancora, di formulare un’ampia serie di ipotesi, tutte soddisfacenti, su alcuni dei problemi fondamentali dell’umano esistere (tanto per cominciare). Avrebbe visto gli spiriti della terra, dell’aria e dell’acqua assumere le forme più disparate in metamorfosi al contempo angeliche e demoniache per imperversare contro le miserabili opere della civiltà, lampi rivelare per un attimo le quinte di altri mondi e il buio subito inghiottirseli con titaniche risate, o rutti di digestione istantanea, ombre affacciate alle finestre dai doppi vetri, ma un po’ discoste, sbirciare atterrite con il bianco degli occhi rivelato a tratti dal bagliore di torce e candele, lumini filtrare spettrali dalle fessure degli avvolgibili e delle persiane, una fantasmagoria di ombre balinesi inscenare racconti cosmogonici sulle facciate cieche dei palazzoni popolari, mentre sotto i suoi piedi si solleverebbe il manto stradale, colpevolmente trascurato dalle precedenti amministrazioni, scoprendo voragini infernali e rivelazioni di minuscole, idilliache nicchie di vita sotterranea nell’istante in cui venivano spazzate via.
Un disastro del genere non succedeva da quelle parti dai tempi della peste, più o meno nel periodo dell’inquisizione spagnola o (adesso non ricordo bene) in quello in cui, a pochi chilometri da lì, Leonardo (il grandissimo, enigmatico Leonardo!) si sforzava inutilmente di ficcare qualcosa nella zucca dei bambocci scioperati di nobilastri della zona (e, probabilmente con maggior successo, sostengono i maligni, qualcosa d’altro altrove, a meno che non fosse il contrario, perché si sa che tutti questi geni hanno qualcosa di innaturale, di storto, che so: una malattia, qualcosa di bacato, un’inversione del corpo o dello spirito, a compensare tutta la loro genialità: ci deve essere, altrimenti non è giusto!), e nei ritagli progettava canali, chiuse, traghetti e dipingeva con esasperante lentezza tre o quattro quadri e affreschi, tutti rimasti incompiuti o scomparsi, chissà mai perché; o da quelli dei bombardamenti dell’ultima guerra, altrettanto affascinanti ma sui quali non vale la pena soffermarsi in quanto del tutto sprovvisti di mistero. La prosa del mondo.
Di tutto questo Diego C. non si curava (escluso Leonardo naturalmente) e quindi, seduto in poltrona, con le gambe allungate su un poggiapiedi imbottito, continuava a leggere il romanzo iniziato due ore prima, ora illuminato da un’applique a pila di color arancione. Era un romanzo di quelli che gli piacevano tanto, uno di paura, o un noir, o un thriller, di uno di quei famosissimi scrittori di cui ora mi sfugge il nome che hanno ridato dignità a generi snobisticamente trascurati dai capissoni paludati, come se la massa dei lettori che li ama fosse composta tutta da idioti, e che poi si sbranano loro pure a quintali, ma di nascosto, anche se ultimamente c’è chi ha avuto il fegato di uscire allo scoperto e di proclamarli per ciò che sono: capolavori; uno di quelli in cui qualcuno combatte e sconfigge una multinazionale di quelle particolarmente nocive per difendere i diritti anche di un solo individuo, ovvero gruppi terroristici o spietate organizzazioni segrete che di solito ammazzano senza contare fino a tre chiunque gli capiti nel mirino e per soprammercato, tanto per non sbagliare, i tapini che per puro caso gli stanno vicino o vivono nei paraggi, meglio se in numero elevato che fa più notizia, mentre al protagonista riservano una morte lenta onde avere l’agio di illustrargli tutti i dettagli, anche quelli più risibili, delle loro reti, inclusi appoggi dei potentati e numeri di conti cifrati, dandogli così l’opportunità di liberarsi, da solo o con l’aiuto di una bella ragazza o dell’amico di colore, e magari i protagonisti sono persone normali come lui, incappati per caso in qualche punto nodale o in una notizia che doveva restare segretissima: ma a lui queste cose non capitano mai, per quanto lo desideri ardentemente, anche se poi ripensandoci lo sa che è meglio di no, che è meglio così.
Ma più spesso si tratta di detective squattrinati, con un passato oscuro alle spalle, un’infanzia romanzesca (padri violenti, zii pedofili, mamme alcolizzate ma bravissime, quando non marce fino all’osso, fratelli e amici drogati persi, insegnanti incapaci e sadici – tutti tranne uno –, quartieri degradati, casamenti in cui neppure la polizia, neppure a ranghi completi, ha il fegato di metter piede: che si ammazzino pure tra di loro, tanti delinquenti in meno per le strade, e strade ancora più violente, fiorite di bossoli e siringhe e decorate di sangue vomito e sperma: e tutto vero, dalla prima all’ultima parola!), che da giovani hanno fatto mille mestieri, accuratamente scelti tra i più umili (in particolare il cameriere, che è molto istruttivo), e poi ne hanno combinate di tutti i colori e sono finiti in gattabuia, dove hanno subito violenze irriferibili, e però coraggiosamente riferite, che hanno fatto riaffiorare quelle infantili, nel frattempo accuratamente rimosse, ad opera di qualche patrigno per il resto uomo stimato e irreprensibile, o ucciso dalla madre per difendere il pargolo vessato (a piacere), ma poi grazie alla lettura si sono redenti e hanno potuto scrivere le loro storie appassionanti, truci e commoventi ma senza un briciolo di sentimentalismo, grondanti di esperienza personale sanguinosa, di una vita vissuta ai limiti, senza trasformarsi in agnellini però, perché un residuo canagliesco se lo sono conservato di riserva, un cinismo amaro che gli permette di guardare al mondo con disincanto, di snocciolare la verità nuda e cruda sul buco nero dell’anima universale, e insieme di mascherare il loro fondo fragile, tenero, che altrimenti rischierebbe di trascinarli nella più miserabile delle morti, o, peggio, di ricacciarli nei più stellati bracci di sicurezza di questo mondo di merda.
Di uno di questi, un biografo informava che era stato concepito a Los Angeles durante un terremoto particolarmente virulento (purtroppo non quello definitivo, che deve accontentarsi della dubbia gloria di una perpetua imminenza): chissà che senso di onnipotenza avrà sentito il padre, ha pensato allora Diego, mentre il palazzo tremava sotto i suoi ultimi colpi e la moglie urlava come mai prima con lo sguardo incatenato al lampadario oscillante! Proprio come le urla che provenivano anche quel pomeriggio dall’appartamento confinante. Ma lì urlano sempre, barriscono, sempre a litigare o a fare baldoria: gentaglia per la quale l’abicì della creanza è più incomprensibile dell’alto sumero o del samoiedo (o savoiardo che dir si voglia).
Nigeriani, o giù di lì, che se ne vanno in giro carichi d’oro su auto sportive nuovissime sempre tirate a lucido e che hanno comprato in contanti, sull’unghia!, l’appartamento, che riempiono sempre di ragazze con le quali si divertono in quel loro modo chiassoso, beati loro, che ci devono avere sotto certi affari mica da scherzo per farle urlare in quel modo, anche se lui per non sentirle (per non farsi venire brutte idee) si mette le cuffie dell’iPod e che vadano tutti a quel paese. In realtà sospetta che talvolta si tratti di qualcuno dei loro barbarici riti di iniziazione, che prevedono il ricorso sia alle buone che, soprattutto, alle cattive, approfittando della credulità delle bambolone, con sfoggio di poteri magici e alleanze sovrannaturali che la tempesta in quel momento stava pure avvalorando. Ci si chiede come diavolo facciano a credere a simili scemenze al giorno d’oggi, con tutta l’informazione che c’è! Nessuno dei vicini comunque, illuministi di vecchia data, hai mai avuto niente da ridire e loro continuano indisturbati a trapiantare la foresta nella metropoli postindustriale. Il verde che tanto ci mancava. La vita istintiva! feroce e intensa! La natura!
Quel pomeriggio Diego le cuffie non le aveva messe perché la tempesta si intonava alla perfezione con il libro che stava leggendo e così non ha potuto evitare di sentire una porta che sbatteva e le urla che dall’appartamento hanno invaso il corridoio, dei corpi che correvano al buio sbattendo contro i muri, dei colpi secchi molto simili a spari e altri più bassi, ma fitti, contro la sua porta d’ingresso. Si è alzato con libro e pila in mano e si è diretto verso lo spioncino, come se non ci fosse buio pesto, e, con una specie di riflesso condizionato, ha scostato la porta, che subito qualcuno ha spalancato e immediatamente richiuso.

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