16/01/26

Peter Handke, Diari (appunti per una recensione mai scritta)



Mi piace leggere i diari, ogni tanto, di certi autori almeno, come quelli di Peter Handke.

Si può entrare nella testa (più che nella vita intima: che importa del resto…) e nel metodo dell’autore (quali cose sono rilevanti; che tipo di osservazioni o spunti prevalgono o ricorrono ecc.)

 

Chi desidera aneddoti, ricordi elaborati, riflessioni intime, narrazioni anche brevi, non troverà niente. L’intimità qui è la vita del pensiero, il lampo dell’intuizione, l’intensità della visione, al massimo microracconti (o semi di racconti, però già conclusi in se stessi 189)

 

Autocitazione da pezzo sui primi romanzi: Fin dal primo romanzo Handke induce, per non dire costringe alla lentezza. È quasi impossibile leggere in un fiato i suoi testi, anche quelli più brevi. Il suo passo è attento, sempre, analitico, minuzioso, grave, e comunque, già fin dagli esordi, mai leggero.

Dico leggero, non allegro o spensierato (non sia mai!), per quanto non manchi l’ironia, qua e là (sempre con la sordina, sottotraccia, mai enfatica). Anche quando parla di cose minime, come gli oggetti di L’ora del vero sentire (1975), o sale nella luce del monte Sainte-Victoire, in Nei colori del giorno (1980), la sua andatura prende sì pause, ma per concentrarsi, guardare meglio, riflettere e sentire più a fondo…

 

Ma si possono leggere anche di seguito, come una storia d’avventura mentale e percettiva e sentimentale, che poi è quella che conta di più, una volta che il corpo se ne sta buono, ubbidiente, come è la maggior parte del tempo per la maggior parte delle persone, e non reclama tutta l’attenzione per bisogno o dolore, come altrettanto ovviamente capita a volte meno e altre più a tutti (ma anche allora…)

Ecc.

 


La lettura consecutiva (l’unica che io riesco a fare) diventa faticosa e insoddisfacente: bisogna fare ogni volta una pausa mentre la consuetudine (la voracità) spinge oltre. Bisogna frenare l’impulso alla continuità, alla connessione, al ragionamento, e alzare frequentemente gli occhi, fermare il flusso, guardare il cielo, o il soffitto, senza volerlo guardare, senza vederlo, e poi magari vedere qualcosa che affiora al pensiero o parole che si affacciano, oppure vedere, proprio nel cielo o sul soffitto, qualcosa di mai visto, che vibra per qualche attimo, lascia un segno, e subito scompare.
           

Come se la distrazione, o meglio: l’interruzione, fosse la condizione del venire alla luce, del percepire, dell’accorgersi… Si era concentrati - sulla lettura, in una riflessione, in qualsiasi attività manuale -, e all’improvviso si smette, si fa una pausa, e allora…

(Ma il più delle volte non va oltre se stesso. E' un fulmine, ma anche un abbaglio.)

(Però ci sarà stato.)

 

Non si deve mai dimenticare però che, per quasi tutti i diaristi (a parte coloro che del diario hanno fatto la loro opera principale: Amiel, Léautaud, Julien Green – beh, per lui “quasi” principale…), quello che più conta è ciò che non c’è, ciò che è confluito nelle loro opere, e soprattutto le zone bianche, ciò che è taciuto, che non è detto, perché trascurabile, o perché si stava facendo altro, perché si è pensato che fosse meglio passarlo sotto silenzio, in quanto insignificante dal punto di vista esistenziale o per altro motivo (non si possono contare i respiri, i passi… non tutti, non sempre… si è anche impegnati a vivere senza pensare contemporaneamente a ciò che si sta vivendo… o non riguardava il lettore: anche se, mi vien da dire, tutto riguarda il lettore)

Dopo aver preso questo appunto, leggo, a p. 61: “Anche avere il sentore di quel che non devo dire, di quel che devo tacere, di quel che devo (tra)lasciare è un’ispirazione (l’ispirazione del «Quello no!»)”

 


Per H. i bianchi sono poi rilevanti: non racconta quasi mai, come evita sempre più di raccontare nei suoi ultimi libri “narrativi” – ma già nei primissimi a ben vedere –, come se il suo massimo sforzo fosse quello di resistere all’impulso a narrare, perché, come scriveva già nei primi saggi dell’antologia di Meltemi, non ha mai sopportato la finzione che qualsiasi storia comincia a instaurare già dalla sua prima parola… di saggiare tutti i modi possibili per scrivere senza raccontare: senza cedere alla narrazione; ciò che rende la lettura affascinante quanto frustrante, e a volte persino irritante.

 

Più che qualsiasi altra lettura, quella dei diari, specie se poco narrativi e composti di brevi frammenti (come per i libri di aforismi), è soggettiva. Si legge diversamente a seconda dei giorni, si sceglie a seconda degli interessi o delle curiosità o degli studi del momento, si sorvola su cose che il giorno o l’anno dopo sembrano essenziali (come si nota dai segni ai margini nelle riletture successive), oppure si lascia lo spazio alla sorpresa, si girovaga senza meta, con gli occhi già spalancati, le porte della testa già disposte all’accoglienza dello sconosciuto passante…