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29/09/18

Italofonocentrico (appunti per niente 2)




Giusto per non essere italofonocentrico
Non so voi, ma io quando sento le parole polisillabiche inglesi, rispetto al ritmo medio di quella lingua, ho l'impressione che siano stonate, fuori registro, un po' ridicole. Quelle tedesche invece, specie quelle composte come tante costruzioni Lego, le avverto, chiedo venia al grande popolo e all'infinita cultura germanica, come altrettanti sforzi di uno stitico sulla tazza. Inutili peraltro. Non azzardo paragoni con quelle polacche e slave, i cui agglomerati e picchi consonantici mi suscitano a volte fitte intercostali. Altre invece svenimenti per asfissia. Invece adoro quelle finlandesi (praticamente tutte, credo) perché mi danno l'idea di gente che se ne sta in silenzio, da sola, a rimuginare in un paesaggio sconfinato di laghi e boschi e neve, per alcuni mesi, mentre per il resto se ne sta al chiuso, in compagnia, ma con poche cose da dire, e sempre quelle, e allora se la prende comoda, e per variare, introdurre sfumature, fare battute, infilza catene interminabili di sillabe e suoni elementari, molto limitati, come lallazioni in cui tutto cambia se raddoppi o triplichi o cambi di posto a una delle sillabe basiche, e per gli ascoltatori è un gran divertimento starle a contare o badare a dove è una e dove e quante volte torna e così per le altre, oppure fingere di seguire e ascoltarle come se fosse una ninnananna, che tanto è lo stesso, e addormentarsi sereni accanto al fuoco, ronfando come gatti.

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L'immagine non c'entra molto, ma mi piaceva metterla. Del resto anche certe lingue del becco d'anatra e dintorni non lesinano sulle sillabe...



22/07/14

Patria (Ecco: non credo)


 
Mi spiace, ma come molti, forse come l'italiano medio, ho sviluppato fin da piccolo una grave allergia verso la parola patria e non ho ancora trovato il modo di guarirne. Non l'ho nemmeno cercato, a esser sincero.
L'allergia si estende a tutte le parole che hanno la maiuscola, o la contengono implicita. Mi irritano, sbocciano immediate eruzioni cutanee che preferirei evitare. Non le capisco, e ancora meno capisco i loro significati. Quando mi capita di incocciare in qualcuno che le usa, non so mai di cosa stia parlando davvero. E se mi sembra di capire qualcosa, è tutta roba che non mi piace. Sento sempre puzza di bruciato (se proprio va bene, il bruciato della retorica, anche di segno negativo). No, grazie. Con tutto che ho studiato filosofia e sono legatissimo (ma anche distantissimo)  al luogo e alle persone che mi stanno attorno. (La patria potrebbe essere questo, ma non credo lo sia.)
Del resto ci penso poco e non mi viene in mente nessuna ragione per farlo, se non per amicizia qui. (Anche l'amicizia potrebbe essere patria; sarebbe bello, ma ancora non credo. Ecco: non credo.)
Patria ha un senso, forte quanto vago, solo per gli emigranti, che però raramente usano la parola: gli emigranti esterni e interni, quelli che stanno via, fuori, anche quando stanno dentro. Quelli esterni di solito dicono "il mio paese", e spesso lo intendono alla lettera come il villaggio d'origine, con gli immediati dintorni al massimo. Del Paese invece, molti, specie oggi, si vergognano: non conosco una persona che abita all'estero che oggi non sprofondi quando amici, vicini, compagni di lavoro e conoscenti occasionali gli dicono: "Ah, sei italiano. Quel Berlusconi..." (E fosse solo per lui! Che è già parecchio...) Negherebbero di esserlo, come San Pietro, se potessero. Con identica vergogna per la negazione.
Se proprio devo passare a un livello un po' più generale, penso non alla Patria ma all'Italia, che è una designazione geografico-culturale dai bordi sfrangiati e poco più. Fosse meno, mi piacerebbe di più.
L'Italia (la Patria), come stato-nazione che oggi celebra i 150 di vita, sappiamo tutti come è stata fatta, e cosa ne è stato dopo. Una "necessità" storica, ai tempi; uno stato transitorio oggi: inglobata come sarà fra poco, da una parte, in qualche organismo più ampio, e frammentata, dall'altra, in unità più piccole, a loro volta arbitrarie e egoiste. E miopi, come sono sempre state in passato, con tutta la gloria che alcune hanno saputo produrre. In mezzo poche cose buone, come la Costituzione, e molte nefaste, come oggi. (Patria sarebbe allora ciò che dobbiamo difendere contro i barbari interni? contro i delinquenti che stanno distruggendo e svendendo il poco di buono che nonostante tutto il passato ci ha tramandato?)
Trovo solo definizioni per via negativa. Ciò che dovrebbe fornirmi un'identità, Patria o Italia che sia, ne è a sua volta sprovvista. (E meno male.)
Non mi identifico. Non le appartengo. Non sento di appartenere a niente e a nessuno, tantomeno a me stesso.
Se guardo cosa mi resta della patria, ridotta all'osso, scrostata da tutte le sozzure che le sono intrecciate, e direi quasi che in buona parte la costituiscono, l'unica grande cosa è la lingua. Non è un'osservazione originale, ma è così: la mia patria è la lingua, dialetti inclusi.
Considero patria tutto ciò che ho dentro e non si può estirpare, da qualunque fonte e luogo provenga. Ciò che ho dentro dall'inizio e ciò che mi è entrato nel tempo e mi ha fatto quel che sono. Reticoli. Allora non ho una patria, ne ho molte. Ho dei reticoli multidimensionali di patrie, alcuni dei quali avvolgono il globo, altri pochi chilometri quadrati; alcuni sono fatti di luoghi, di materia; altri di cose, di opere e di parole; alcuni sono immersi nel passato (i morti), altri nel presente, pochissimi nel futuro (immaginato); sono tutti crivellati di buchi, da dove passa anche il respiro; alcuni sono radi, altri più fitti: più si avvicinano a me, più sono fitti, anche se non è detto che quelli più radi siano meno forti. Le patrie che ho e che amo sono queste.


Foto: 1. Luciano Fabro - Italia Cosa Nostra (1968-71)
2. Luciano Fabro - ItaliaFeticcio (1981)

3. Terra che calpesto e i miei piedi come fattore di verità n. xx (2014)

 PS. Non so, è come se fossimo troppo vecchi per queste cose. Ne abbiamo viste troppe. Non ci fidiamo. Ogni volta che lo abbiamo fatto è stato un macello o una fregatura. Ci fidiamo solo della piccola comunità, del branco. E poi caschiamo in tutte le trappole che la sua sicurezza ci fa credere di poter ignorare e che la sua cecità non ci fa nemmeno vedere. Siamo un popolo terminale.
Ci scambiamo solo frasi fatte in una lingua morta. Il dialetto non aiuta, tanto più che sta morendo lui pure. Usiamo una lingua che non ci appartiene: una coltre di stereotipi di cui rivestirsi e con cui mascherarsi per difenderci contro il vuoto (di comprensione, di esperienza, di emozioni, di vita). Io fatico a dire noi. Parlo solo per me. A dire noi è la lingua. Il noi è lei. Ma se lei è morta, siamo morti anche noi.

19/07/14

Apolide



a Michela Aiezza e a Maurizio Luisa, preziosi informatori. Grazie

La prima volta l’impiegata ha sgranato gli occhi per la sorpresa. La seconda, poiché è una donna sveglia e sbrigativa, mi ha rivolto uno sguardo divertito e mi ha chiesto se per favore potevo ripetere la domanda. Quando gliel’ho ripetuta pronunciando con chiarezza ogni lettera, ha assunto un’espressione seria e mi ha ribattuto con tono fermo che non aveva tempo da perdere e che non era disposta a farsi prendere in giro. A queste parole, le persone che mi seguivano nella fila hanno cominciato a drizzare le orecchie e, mentre ribadivo con la massima serietà la mia richiesta, alcuni hanno preso ad agitarsi, presagendo, se non dei fastidi, perché la situazione poteva presentare dei lati divertenti, quanto meno una perdita di tempo che non avevano messo in conto.
“Insomma,” ho detto con gentilezza ma senza tentennamenti, “quello che le chiedo è molto semplice: voglio sapere che pratiche devo fare per diventare apolide. Se non lo sa, mi dica almeno a quale ufficio o funzionario devo rivolgermi per avere le informazioni necessarie.”
“Ma lei non può voler seriamente rinunciare alla cittadinanza; è una cosa impossibile, che io sappia”, mi ha allora risposto, con tono meno sicuro.
“Non solo lo voglio, ma, dato che sono ancora un cittadino, penso che sia un mio diritto poterlo chiedere e poi ottenere. Vorrei quindi sapere quali sono i passi necessari per rinunciare a questo diritto, e eventualmente per esigere che venga rimossa anche ogni traccia del mio precedente statuto di cittadino. In poche parole, non solo non voglio essere un cittadino, ma non voglio esserlo mai stato. Ci sarà pure qualche legge che preveda una richiesta del genere. Non penso che sia poi così peregrina. Se lo Stato ha il diritto di togliere dei diritti a un cittadino, anche questi può avere il diritto di rinunciare a tutti i suoi diritti, a partire da quello di essere un cittadino.”
La donna si volta a chiedere ai due impiegati che condividono il piccolo ufficio e, poiché entrambi le oppongono una faccia sbigottita, a meno che l'espressione ottusa non sia un loro appannaggio fisiognomico naturale, o professionale, prega uno di loro di andare ad informarsi negli altri uffici e, me, se in attesa delle informazioni mi posso per favore accomodare fuori dalla fila per consentirle di proseguire il suo lavoro e assolvere alle richieste degli altri cittadini. Dice la parola senza rimarcarla. Una sfumatura che apprezzo. Mi piace l'ironia. Le sorrido. Ma appena appena.
Approfitto dell'attesa per uscire a fumare, tra gli sguardi pure sbigottiti dei presenti, alcuni dei quali, che mi conoscono di vista, salutano cercando di celare il loro sbigottimento. In paese godo di una certa stima. Il cielo sulla piazza è azzurro, con un paio uccelli in volo, il parcheggio semideserto, la gente chiusa nei bar, l'aria ancora fresca. Sto bene, la sigaretta mi sembra più saporita del solito. Forse è la chimica di tabacco, aria e saliva del momento specifico; forse è perché sono soddisfatto della decisione presa. O forse sto bene e basta. Perché chiederselo?
Quando rientro l'impiegato non è ancora tornato. Mi accomodo su una delle due sedie, incrocio le gambe e guardo i manifesti e i comunicati appesi alle pareti. Alcune teste si girano verso di me. I bisbigli cessano. Se l'impiegato non è ancora tornato vuol dire che nessuno sa cosa rispondere alla mia richiesta e quindi che qualche altro impiegato di livello superiore o il segretario comunale, o addirittura il sindaco, che tra l'altro conosco, si staranno consultando tra di loro o telefonando a destra o a manca per informarsi.
Dopo venti minuti arriva la risposta, categorica: non è possibile. "Impossibile," faccio io, "qualcosa si deve poter fare". "Mi spiace", dice l'impiegato con una faccia per niente dispiaciuta, e anzi con un che di maligno, non dico di intelligente, negli occhietti, che non riesce a mascherare, "ma questo caso non è previsto da nessuna legge." "Va bene, vuol dire che mi informerò altrove," rispondo, "qualcuno un po' più ferrato di voi ci sarà. Buongiorno." Eppure non sono meschino. "Auguri", mi fa il bellimbusto. Non ribatto. Giusto così. Gli lascio il piccolo trionfo dell'ultima parola, che si gode cercando approvazione a destra e a manca. Qualcuno gliela concede. Avranno qualcosa da raccontare, nei prossimi giorni. Avrò innescato delle storie. Mi torna la soddisfazione.
Appena uscito, telefono a Maurizio, un amico avvocato, persona simpatica e intelligente oltre che molto preparata, il quale mi chiede a cosa mi serve questa informazione un po' strana: per qualcosa che voglio scrivere? Pur conoscendomi da anni, apprezza quello che scrivo. Forse non è così intelligente come sembra. O forse sì. Deficit extraprofessionali sono ammessi. Non glielo dico. Prima mi comunichi quello che sa, poi soddisferò la sua curiosità. Ha bisogno di un po' di tempo, mi dà appuntamento per l'ora dell'aperitivo, che io non prendo mai. Ma conferma che così, di prima impressione, anche lui crede che sia impossibile non solo rinunciare alla cittadinanza, ma ancor più cancellare ogni traccia precedente. Ci vorrebbe un diritto creativo, dice ridendo. Sogno a occhi aperti. Un diritto che crea, la creazione del diritto, il diritto alla creazione... Non è così?, dico, e chiudo.
Arrivo al bar in perfetto orario, ma lui non c'è, e allora lo aspetto fuori, fumando una sigaretta e guardando i passanti, che mi sembrano tutti strani. Tutti, dal primo all'ultimo. Come diavolo fanno a essere come sono? Ma d'altra parte che ne so io di come sono? Però, strani, sono strani davvero. Alcuni ricambiano il mio sguardo. Le espressioni sono varie, incomprensibili. I pochi sorrisi ancora di più. Un paio sembrano ostentare una certa superiorità. Quella degli imbecilli. Finalmente, dopo mezz'ora, con passo calmo, come se niente fosse, e uno sguardo di aperta simpatia (questa sì che la capisco), elegantissimo come sempre, arriva Maurizio. Fare aspettare è la prassi per gli avvocati e gentaglia consimile. Non si scusano nemmeno. Si meraviglierebbero del contrario. Lui si scusa, e io dico: fa niente, come è prassi mia; mi son guardato in giro. Hai visto qualcosa di interessante? Sì. Cosa? Non te lo dico. Decidiamo di non entrare nel bar e di parlare passeggiando. L'aria è tiepida, la luce morbida. Andiamo verso il fiume.
Mi racconta del caso recente di una bambina, per quale i genitori, stranieri, non riuscivano a ottenere il certificato di nascita, con tutto ciò che ne consegue, perché nata su un'eliambulanza. Poiché questi elicotteri non atterrano in un aeroporto civile, il comandante non può fare rapporto ufficiale e quindi registrare la nascita. C'è un vuoto legislativo in merito. Pare che abbiano ovviato mediante un accordo tra comandante e un sindaco di buona volontà. Roba del genere. Il trionfo del buonsenso, una volta tanto, dal momento che questo è ciò che desideravano i genitori. Ma un apolide in meno, penso io; una possibilità gettata al vento. Nel mio caso, invece, il problema è chiaro: nel nostro Stato e in quelli dell'unione c'è una legislazione per i casi di apolidia preesistente, ma nessuna per una pretesa come la mia. Non mi piace la parola pretesa, e glielo dico. La nostra nazione, continua lui, fa di tutto per evitare casi di apolidia. Si può rinunciare alla cittadinanza solo quando se ne chiede un’altra presso una nazione che, secondo accordi internazionali o per la loro assenza, non concede la doppia cittadinanza e quindi esige la preventiva cancellazione della prima, originaria o acquisita che sia. Altri casi non sono previsti.
Ma io non voglio chiedere nessuna nuova cittadinanza: voglio essere apolide! Anche se potrei chiedere la cittadinanza di qualche altro stato la cui legislazione prevede la possibilità successiva di recedere senza doverne per forza richiedere una nuova. Ammesso che ce ne siano. Ma se voglio rinunciare a qualcosa, perché dovrei chiederne un'altra in tutto e per tutto uguale? Non ha senso.
Veramente, dice Maurizio, senza molto senso è piuttosto la tua pretesa. E dài! Insiste per sapere perché. E me lo chiedi? E poi, dato che ne ho sentito la necessità, ora intendo fare di tutto per portarla a compimento. E' una questione di principio. Una necessità non ti benedice ogni giorno. Va assecondata. Una questione di principio tu? Sì, proprio io. Se non ci sono altri interessi sottesi, come di solito avviene, le questioni di principio sono le uniche che valga la pena di sostenere e perseguire fino in fondo. Non capisce. Andiamo avanti piuttosto, invito io. Ci sarebbe, dice lui, oltre al caso di uno che avendo stabilito la sua residenza all'estero con relativa nuova cittadinanza rinuncia a quella d'origine, la possibilità che la cittadinanza venga tolta a titolo sanzionatorio. Ma io non voglio avere la residenza da nessuna parte, né ho fatto o intendo fare nulla di così grave da richiedere una sanzione come la revoca della cittadinanza. Non deve essere lo Stato che me la toglie: non la voglio io. C'è una bella differenza!
L'acqua del canale che costeggia il fiume è ferma, di un verde marcio che riflette un cielo che non c'è. O come se il colore venisse dal fondo. Ha un suo fascino. Quello dell'opacità. Saliamo sulla lunga passerella di ferro e legno e andiamo verso la riva opposta, boschiva. Intanto Maurizio mi illustra i casi di revoca della cittadinanza: traditori che chiedono la cittadinanza di un paese nemico durante un conflitto o che addirittura combattono per esso; avventurieri che assumono ruoli istituzionali in paesi o organizzazioni non riconosciute dagli organismi internazionali e non rinunciano nemmeno dietro richiesta esplicita dello stato di origine. Gente interessante, ma che non fa al caso mio.
Mi parla dei criteri fondamentali per l'attribuzione della cittadinanza, lo jus sanguinis, lo jus soli ... E poi ci sarebbe il caso di un figlio minore, o adottato o convivente con un soggetto di origine straniera che ha acquisito la cittadinanza, che al compimento del diciottesimo compleanno, purché in possesso di un'altra cittadinanza, può rinunciare alla nostra. Si chiama juris communicatio. Communicatio! Le parole! Io però non sono figlio di stranieri e i diciott'anni me li sono lasciati alle spalle da un po', senza rimpianti. Non li rimpiange nemmeno lui. Lui perché è soddisfatto; io perché non lo ero nemmeno allora.
L'acqua del fiume è invece trasparente e scorre lenta. Gli alberi, il cielo e il ponte si rispecchiano con docile narcisismo. Nei pressi dei piloni molti pesci, quasi tutti cavedani, si lasciano ammirare dagli sfaccendati e ignorano i pochi pescatori. L'unica cosa che potresti fare, dice all'improvviso Maurizio, come colto da un'illuminazione, sarebbe un atto di rinuncia unilaterale, senza alcun valore.
Un atto che non ha validità ma una certa efficacia... azzardo. Neanche quella. Allora è nullo! Sarebbe un atto simbolico e basta... in realtà non esiste. Ma la realtà è piena di atti simbolici. Nel diritto non esistono atti simbolici, solo atti simulati, che hanno pure una validità e non sono unilaterali. Gli atti simbolici non hanno nessuna validità. Ma qualcuno, simbolicamente, li può riconoscere, e io stenderò questo atto. Per cominciare.
Nel frattempo siamo arrivati sulla punta della lingua di terra che separa il fiume da un secondo canale, dalla corrente sempre ripida e insidiosa. A pochi passi dalla riva c'è un cippo funerario circondato da un tappeto di fiori, in mazzi coloratissimi disposti in vasi di varie misure o appoggiati alla lapide di marmo rosa marezzato assieme a un paio di crocefissi. Sulla lapide, stagliato su un fondo azzurrissimo, c'è il faccione rotondo di un uomo di mezza età, stempiato, con pochi capelli già bianchi ai lati e gli occhi, chiari, spalancati; sotto, due date e nome e cognome, (M**i F****u), albanesi. Si è gettato in acqua vestito per salvare due fratelli che stavano annegando: il secondo che si era gettato per salvare il primo. Appena deposti i ragazzi dove potevano toccare, la corrente si è portato via lui. Aveva da poco avviato le pratiche per ottenere la cittadinanza.