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23/02/25

Abbandonarsi (abbozzo 11-6-24)



(Premessa: era stanco e teso ecc., lo è sempre più spesso, e allora gli è presa una voglia irresistibile di lasciar perdere, di rinunciare – a cosa poi? – e lasciarsi andare, abbandonarsi. Poi ha pensato:  )

 

Abbandonarsi non è poi così difficile. È come arrendersi: una tentazione sempre a portata di mano. Anche solo pensarci, a volte. È un piccolo sollievo. Una soddisfazione. Placida, molle, in genere, solo a volte drammatica, quasi mai davvero disperata. Sentirsi sicuro, compreso a priori, non giudicato, accolto senza dover fare niente per meritarlo. Poggiare la testa su una spalla, nel grembo materno. In un grembo qualunque. E stare lì per tutto il tempo che si vuole, senza dover chiedere né ringraziare. Senza pretendere, conquistare, combattere. Solo perché così è naturale, spontaneo, e cioè, almeno in questo caso, buono e giusto.
Lo chiamano così, ma, per quando gradevole, necessario a volte, non è un vero abbandono. Il vero abbandono è invece quello che sopraggiunge dopo avere opposto ogni possibile resistenza, come se ad attenderci, raggiunto, ci fosse una tortura. È quando si capiscono tutta la falsità (e la facilità: è lo stesso) che si incarna in ogni cosa o atto a cui si decide di resistere, e che la resistenza stessa rivela e denuncia come inammissibile. Quando finalmente si rinuncia a se stessi, e quindi a ogni compiaciuta, in fondo miserabile, soddisfazione. (Non fossimo uomini.  Miserabili, appunto).
È quello che capiscono i condannati e da ultimo lo stesso ufficiale addetto alla macchina in “Nella colonia penale”, man mano che l’esecuzione procede, che non a caso consiste nella scrittura. Sul suo processo. Che rivela mentre uccide. Che sevizia, dilania e dà pace. Che fa affiorare il ricordo anche di qualcosa che nemmeno si sa di aver commesso, o solo fatto (è lo stesso), e dimenticato, e dona la sua cancellazione, l’oblio.

Quando non è più espressione, volontà di dire e fare qualcosa. Quando non sei tu a volere, ma ti annulli, scompari, in ciò che è detto e fatto.

 

Sembra qualcosa di eroico: una lotta, una serie di dolorose vittorie verso la pace finale, l’apoteosi. Un risultato che probabilmente nemmeno si saprà di aver raggiunto. Una coppa da cui si berrà.
Ma che senso ha questa negazione? Questo oltrepassamento forse senza fine? Perché ricercarlo, quando tutto congiura, e alletta, affinché ce ne si distolga (lo si abbandoni)? Cosa si cerca? Cosa si spera di ottenere? Ma ricercare, e cercare di ottenere, non è già precludersi di raggiungere? Non è già interrompere il processo, affannarsi per vincerlo e di fatto soccombervi? Negarlo e abbandonarlo senza abbandono?
Se poi uno non ha nessuna fede in qualcosa di superiore, fosse solo (solo!) la verità, che senso ha? È forse l’ultima possibilità per chi non ha appunto nessuna fede? Per chi sa che c’è “infinita speranza, solo non per noi”?
È una forma di suicidio in vita? Un’esperienza della morte per chi non solo non rinuncia a vivere ma pensa (finge di credere) che essa in questo modo raggiunga il colmo? Che solo attraverso la sua negazione trovi la propria completezza (il proprio compimento)? Che solo lasciandosi alle spalle (e con quanta fatica!) ogni volontà e ricerca di senso, che è sempre e comunque parziale perché è nella parzialità e differenza che il senso si dà, si possa attingere un qualsiasi senso totale e definitivo?
Una specie di trascendenza immanente? Di immortalità al centro, al colmo, della mortalità?
Tutte cose che fanno paura. Tanto più che si sospetta sempre (si sa), che sono solo parole, pie illusioni. E quindi un’altra resistenza da opporre, un altro abbandono a cui non inchinarsi, un’altra scusa per distogliersi, per rinunciare e accontentarsi dei piccoli piaceri, e anche dei mediocri godimenti, della soddisfazione del dolce abbandono.
Ma non è cercare la grande soddisfazione, il grande abbandono, il miraggio del grande senso a muoverci, a indurre a non cedere, a far sentire ogni rallentamento e deviazione come la massima debolezza, una colpa, il peggior tradimento (verso chi?): è che non se ne può fare a meno. Che c’è una specie di dovere, di obbligo (verso chi? verso se stessi? il vero sé?, ma per favore!), una forza irresistibile che non sopraggiunge su (in) chi la prova, non lo investe da sopra, e nemmeno da dentro, ma è chi la prova; che ad essa, allora, non può sottrarsi, a meno di morire. Di essere davvero morto.

[…]


03/12/21

Un fulmineo montaggio della nostra vita (PPP) - Una lettera

Come ti accennavo al telefono, caro M., ho più di un dubbio sulla lettura teleologica a posteriori della vita di un uomo a partire dalla sua morte. Detto in sintesi e con approssimazione: l’espressione (fulminea) di Pasolini “La morte compie un fulmineo montaggio della nostra vita” è certo di grande effetto. Ma proprio per questo conviene dubitarne, almeno un po’. Il tipo di interpretazione che essa incarna è solo una lettura, un racconto e un’immagine, che se ne fanno i sopravvissuti per cercare un senso. Lo cercano, e quindi lo trovano. Davanti alla cosa più insensata, o più aliena dal senso per essere più corretti, meglio un senso qualsiasi che niente, e ancor di più se il senso è “bello”, efficace, soddisfacente anche esteticamente. Dalla fine si ricostruisce una storia e questa storia, in quanto storia, acquisisce e trasmette un senso. E questo senso si trasforma, sempre a posteriori, in destino. Una bella luce, fosse pure nera, verso cui tutto corre e concorre, trovando un suo valore. Bene. Siamo tutti contenti.

Se non che non mi risulta che la vita per chi la vive, finché è vivo, e finché chi la osserva ha rispetto dell’ampio margine di incompiuto e di mistero che in essa è presente, sia un romanzo o un film o una favola. Nel romanzo la lettura teleologica degli eventi narrati non è arbitraria, per quanto ovviamente nemmeno esaustiva; tutto tende alla fine, è costruito in vista di quella che sarà la conclusione, e quando questa arriva, quando l’autore decide di chiudere, anche quando la scopre scrivendo all’ultimo momento, tutto si dispone a partire da essa: se infatti non va, la cambia; e se non va qualcosa nella narrazione precedente, cambia o adatta o cancella quello.

Nella vita invece la morte può essere di ogni tipo e le cose fatte e vissute e sentite non acquistano valore e significato per causa sua, se non raramente. Se finisco sotto un’auto, o mi cade una tegola sulla testa, o mi viene un tumore o un ictus, o ho una malattia congenita o una che arriva per qualsiasi accidente che mi ha incrociato perché ero lì in quel momento, ma poteva anche passarmi di lato o solo sfiorarmi, ecc., tutto quello che ho fatto e vissuto acquistano o cambiano di segno a casa sua? Ma per favore! E che tristezza per tutto ciò che ognuno ha vissuto giorno dopo giorno! Ci piace vedere il destino. Se funesto meglio ancora, purché riguardi qualcun altro. Ma il fatto è che il destino lo disegna uno sguardo esterno, a cosa fatte. Anche per colui che decide di suicidarsi. Lui immagina con il suo gesto di darsi un destino. E anche un senso, di qualsiasi segno sia. Ma si illude. Alla fine sarà solo morto. Niente. E degli altri, magari qualcuno cadrà nella trappola cercandogliene uno, cioè più d’uno, perché cambierà a seconda della direzione dello sguardo e delle idee del guardante. Per tutti gli altri resterà quello che sarà e che già è: niente. Il suicida avrà dato un senso al gesto che sta progettando, all’idea che ha maturato magari senza accorgersene e che comunque ha in quel momento della vita a cui sta per porre fine, e quindi ne trarrà, si spera, un po’ di beneficio e di sollievo, ma il gesto da solo cambierà poco, a voler essere generosi. Di fatto niente. Poi ci saranno i biglietti scritti poco prima, tragici, ma di fatto solo letteratura. Biglietti che rispondono ad altri biglietti, come quelli di Esenin e Majakovskij, o per differenziarsi o rigettare tutti i biglietti noti e immaginati (o come quello di Pavese, o quello di Agota Kristof – ma più probabilmente della protagonista di un suo racconto, non ricordo bene, ma già il dubbio tradisce qualcosa – …dovrei cercare la frase esatta, qualcosa come: in culo a tutti, o vi sputo in bocca a tutti), letteratura, appunto. Ma anche quando saranno la negazione di tutto, non saranno nient’altro, al massimo, che un gesto generoso, verso se stessi e chi lo leggerà, che offre il fantasma di un senso, una consolazione. Il lampo fuggevole di un’illuminazione. Come la frase di Pasolini. Letteratura, appunto.

Fermo restando che quando guardiamo ogni vita, o solo abbozziamo un riassunto, o tratteggiamo la sintesi più scheletrica, da vivi, altro che letteratura non facciamo. Né possiamo fare. E meno male!

 

(Mi è venuto così, di getto. Non l’ho nemmeno riletto. Ma non credo che siano solo farneticazioni. Preferirei lo fossero, ma non lo credo.)

 

 

13/11/19

Come finiscono le storie (appunti per niente 14)




La storia di tutti finisce con la morte, con la morte finiscono quasi tutte le storie. Alcune invece dalla morte prendono inizio: ciascuna una storia, non necessariamente diversa, che nasce dalla morte e viaggiando a ritroso, facendo soste e giri che sembrano portarla altrove e invece non sono che il modo più diretto concesso dalle circostanze, e forse dal carattere di chi le vive o da forze che nemmeno lui conosceva, si ritrova alla fine all’inizio da cui aveva preso le mosse: ancora la morte, un’altra, e pure la stessa. La stessa, ma un’altra: perché ora ci sono la storia, le vicende e i cambiamenti che l‘hanno preceduta, e, qualcuno dirà, ad essa hanno portato. Sbagliando: perché questo possiamo dirlo solo ora, che questa seconda morte la storia l’ha conclusa, mentre non potevamo dire niente prima, perché prima della prima morte nessuna storia c’era stata. Chi le ha subite entrambe non può confermarlo: prima non sapeva, poi ha saputo, forse, ma comunque non può dirlo, perché la sua storia l’abbiamo raccontata noi: l’ho raccontata io, in questo modo così sommario, privo di dettagli e di pathos, e ve la siete raccontata voi mettendo tutto ciò che le mancava. In questo modo, voi vi assimilate a Dio; mentre io, che non ci credo, o non ne sono degno, degli uni e dell’altro resto senza, e aspetto, chissà, di passare alla prossima, morte permettendo.

15/02/19

Achille, Pentesilea, Tersite. Rancore, lucidità e altre sconfitte (Achilleide - Parerga 5)



Trasformano ogni nefandezza in gesto clamoroso, immortale; lo innalzano al cielo ed è solo lì che noi lo possiamo vedere, timorosi e incantati. Ma il modo giusto di guardarli si avvicina più a quello di Tersite, il calunniatore, il fifone, l’ultimo a partire e il primo a fuggire, la voce dal basso, che proprio per questo viene percosso e cacciato dall’assemblea, e infine ucciso. Il lettore sagace può già indovinare da chi.
Facile: proprio dall’eroe per eccellenza, Achille, che era stato da lui deriso per essere stato colto, si narra (a meno che fosse una menzogna di Tersite: ma chi l’ha raccontata se lui è stato soppresso immediatamente?), in un momento di bestialità e di debolezza. (Ma anche in un momento in cui la bestialità, il tornare prima dell’umano, contiene anche il germe dell’andare oltre, un che di metafisico che travolge l’eroe mentre indugia, disorientato, sconvolto, sul suo limite inferiore, scoprendo che forse è lo stesso di quello superiore.)


Tersite sorprende Achille mentre si accoppia con il cadavere di Pentesilea che ha appena ucciso e, come di consuetudine, spogliato delle sue armi, che andranno a rimpinguare il bottino. Allora vede quanto è bella la terribile guerriera e viene preso dal desiderio di possederla. E lo fa. Non avendo potuto averla da viva, violentarla come si fa con le donne dei guerrieri; avendo dovuto ucciderla per soggiogarla, in quanto grande guerriera essa stessa, ora che ne scopre la divina bellezza viene invaso da un desiderio irresistibile, assoluto, a cui non sa opporsi, e si accoppia con la morta. È solo desiderio bestiale? O non è anche la resa alla quale chi non si arrende davanti a niente e a nessuno, chi travolge ogni ostacolo, è costretto da ciò che ostacolo non è più e lo travolge con l’assoluta bellezza dell’inermità che solo nella morte appare? Non è con la morte che si sta allora accoppiando? E quindi non è questo che suscita la derisione di

Tersite, che ride proprio per difendersi, come spesso avviene davanti a ciò che supera e non si capisce, a ciò davanti a cui altra difesa non c’è, per non esserne sopraffatto? In questo riso Tersite però vede, e mostra ad Achille, la morte che lo attende, l’attrazione che lo soggioga nel mentre stesso che gli fa orrore e vorrebbe evitarla. Achille non tollererebbe, allora, che la sua debolezza venga smascherata dal più debole. Per evitare che proprio da lui venga resa pubblica, sopraffatto dalla rabbia, e dalla inconfessabile vergogna, lo uccide.

La derisione non è la lucidità. Tersite vede qualcosa che è solo alla lettera. Nella lettera c’è tanta verità, ma non tutta.
C’è, in questa storia, una serie di cedimenti e di sconfitte, che ruotano tutte attorno alla morte, e non lasciano scampo a nessuno, in primo luogo a chi la infligge.
Ero partito dall’idea della lucidità che qualcuno lega al rancore, pensando che avesse una parte di ragione. E invece mi sono accorto che non è così. Lo sguardo che nasce dal rancore mostra alcune cose che forse erano poco evidenti, ma non per questo è lucido, perché il suo occhio è al contempo acuto e torbido. Non è dal rancore che la lucidità e il disincanto nascono. È sì dal rifiuto dell’incanto, dalla sua oppressione, perché anch’esso viene da una violenza, che talvolta nasce il rancore; ma il rifiuto dell’incanto non è automaticamente il disincanto, e tantomeno la lucidità.


22/01/19

La morte eroica (Achilleide - parerga 1)



e pensavo, leggendo sulla "bella morte", la "morte eroica", tanto esaltata, certo a ragione, fin dai tempi antichi, e riproposta di recente in salse meno nobili, più ridicole, ma tragiche e ridicole insieme, se si assommano vari punti di vista, non tutti disprezzabili (ma alcuni sì), che sì, è vero, la morte dell'eroe disegna a ritroso come un destino rispetto alla sua vita, quale essa sia stata, non sempre ammirevole, come ogni morte in fin dei conti il sigillo di un destino, sempre a posteriori, lo mette alla vita di chiunque, anche di quegli anti eroi ignoti che muoiono per gli altri, con i resti dispersi, mai sepolti, senza celebrazioni né private né pubbliche, senza onori, senza niente se non il buio per sempre dell'oblio senza nome, del vuoto... e mi è venuto in mente che per me, già eroica è ogni nascita, tutte le sacrosante nascite che arrivano sulla terra, a volte senza seguito, e più spesso con un seguito che non tocca nessuno, che è lo stesso che ci sia o no, e ciononostante, per ciascuno che continua a vivere, prima di cadere nel senza onore della banalità e delle meschinità e delle piccolezze e delle codardie e dei rancori, e forse persino in esse, quella scintilla si conserva ancora e la luce della gloria, visibile o invisibile che sia, magari affievolita, trattenuta sul limite dello spegnimento senza oltrepassarlo, attorno gli brilla sempre, senza spegnersi mai.

e pensavo anche che se dal punto di vista civico una bella morte, cioè una morte “utile” alla comunità, cambia il senso della vita che l’ha preceduta, non è vero che questa lo cambi rispetto, per esempio, a chi ha subito ingiustizie o violenza o oppressione o abusi di qualsiasi natura: il male resta il male, niente lo redime, nessun finale roseo lo cancella o lo cambia di segno; oppure, se si cambia prospettiva, la morte è quello che è, la vita è quella che è, ogni cosa è quella che è, il male non esiste, se qualcuno soffre per qualsiasi motivo, è solo una sensazione personale, un evento o una serie di eventi, grandi e piccoli che toccano solo lui e quelli come lui, come altri eventi toccano un altro o altri come lui, quando cominciano cominciano, quando finiscono finiscono, poi ne arrivano altri, che sono loro pure come sono, e loro pure prima o poi se ne vanno, spariscono, lasciano qualche traccia in qualcuno o in molti, poi, più presto che tardi, più niente e così via.


19/01/19

Achille muore (Achilleide - appunti 3).


Togli la poesia e il sapere antico e questo è quello che rimane. Storie nude, semplificate, viste da lontano. Da un fuori che ignora, e che si ignora. Che ignora di essere un fuori e ignora che cosa mai esso stesso sia, da dove parla e in base a cosa. Ironico e saccente, eppure forse con una capacità di poesia esso pure. Dall’incanto che nasce proprio dall’ignoranza di se stesso. Dal proprio punto cieco. Dove uno pensa di essere nella luce della piena comprensione sfrondata di tutti gli orpelli e non vede il buio su cui poggia, lì comincia a parlare. In quel luogo ignorato, senza corpo e definizione, lì comincia a aver luogo la sua parola. Il che significa che chi in-canta è sempre cieco. E’ sempre Omero. Tutta roba risaputa. Scontata, e quindi a sua volta poco vista, presto dimenticata.

Non si hanno molte notizie delle ultime parole di Achille. Se mai quell’uomo di grandi emozioni e poche parole, belluino, di grida pianti e urla, qualcosa ha detto. La sua morte fu narrata a posteriori, per sentito dire. Inventata, e solo da lì descritta. Il tallone trapassato dalla freccia è lo stesso a cui si narra che sia stato appeso, infilzato, dal pastore che avrebbe dovuto ucciderlo il piccolo Edipo, che da lì ne avrebbe derivato la zoppia? Esiste una storia comparata del tallone? O era il tendine? 

E’ probabile che quando fu colpito, Achille ammutolì dallo stupore di veder realizzata una profezia a cui non aveva mai creduto. E che anzi aveva apertamente sfidato lasciando proprio quell'unica parte del corpo scoperta, non protetta dall’armatura.
Altri dicono che non morì in quel modo stupido, ma in un altro più stupido ancora, perché simile a quello di tutti. Allora, di fronte a questa a suo modo sconvolgente banalità, qualcuno inventò la storia dell’immersione nello Stige e dell’invulnerabilità, e poi della profezia e del suo compimento. E poiché a noi piacciono le storie, e gli eroi non possono essere banali, ricordiamo solo quella.


C’è anche chi dice, però, che Achille, come Elena che avrebbe passato il tempo della guerra di Troia nascosta in Egitto, non si sia mai allontanato dal gineceo dove era piacevolmente nascosto. Dicono infatti che all’arrivo di Ulisse preceduto dalla sua fama di imbroglione matricolato, Teti abbia consigliato il figlio di prendersi una vacanza e abbia messo al suo posto nel gineceo un giovane cortigiano felicissimo dell’occasione propostagli. Sarebbe stato costui, opportunamente istruito e convinto da molte belle promesse e da una sola, ma decisiva, minaccia, a farsi “scoprire” come Achille, partendo poi verso Troia con il furbo gabbato, come è normale che prima o poi siano tutti i furbi, dove per tenere alto il nome usurpato e meritarsi tutti i conseguenti onori, si sarebbe comportato come tutti si aspettavano dall’Achille vero, uccidendo e morendo al suo posto, mentre questi avrebbe passato tutta la sua vita negli agi di corte fino a tardissima età, mai sazio delle gioie della vita, eroe della felicità.
Non manca nemmeno chi sussurra che, grazie alla madre e alla speciale benevolenza che con le sue attrattive si sarebbe guadagnata dal padre degli dei, egli vive ancora, spostandosi di qua e di là tra i suoi possedimenti, mondani eterei e marini, annoiando immancabilmente i suoi ospiti, a ciascuno degli innumerevoli banchetti a cui sono cooptati perché odia cenare da solo, raccontando con sempre nuovi dettagli le imprese che quell’altro ha compiuto per conto suo in gioventù e che le leggende che ne sono nate non hanno fatto che moltiplicare e amplificare, germogliando in innumerevoli meravigliosi canti che alla fine hanno giustificato la morte di quell’altro anonimo poveraccio e la sua vita di infinito scioperato.
Nonché la nostra di avidi mangiatori di storie.

Dicono anche che il nostro eroe viva per sempre su un’isola alle foci di un grande fiume (l’Isola Bianca alle foci del Danubio, ma non stiamo a sottilizzare), in compagnia della sposa che non aveva fatto in tempo ad avere subito, essendo giunto in ritardo al convegno dei pretendenti: la più bella delle donne come lui era il più gagliardo e appetibile degli uomini, Elena, che alla fine lo raggiunge per non separarsi più da lui, finché la morte non li separerà (almeno stavolta, si spera…): morte da cui gli dei li avranno peraltro dispensati, non si sa se per infinita benevolenza o per infinità, duplice, perfidia.




01/01/19

Dei invidiosi, eroi che vengono smascherati, inganni e morti varie.
 (Achilleide - appunti 2)



Io sinceramente, ha detto quello che mi ha raccontato questa storia, davvero non capisco perché mai gli dei ce l’abbiano tanto con i figli degli uomini, e anche  i loro, gli eroi semidivini che nascono da quelle loro unioni meticce capricciose, che gli decretano sorti infauste a volte prima ancora che nascano, alle nozze dei genitori, senza che nemmeno questi gli abbiano potuto fare anche un solo torto… come se un mortale potesse davvero fargli qualcosa… a parte il fatto che essendo permalosi e piuttosto egocentrici, paranoici per dirla tutta, gli basta un pensiero fuggevole, laterale, un’intenzione abbozzata in un momento di sconforto o rabbia per urtarli… E neanch’io capisco, dico. Più mi sforzo, meno capisco. Per quel che serve, capire… Allora la smetto. Forse hanno invidia, continua lui. Ci dev’essere qualcosa, in questi esseri miserabili, che li disturba, che proprio non gli va giù. Forse quel che gli invidiano è proprio ciò che destinano loro nei modi più crudeli, la morte. Forse sono invidiosi del morire. Della possibilità, che loro non hanno, di chiudere una volta per tutte questa storia della vita che non finisce mai. Questa condanna al sempre. Perché niente è più pesante di sempre; perché sempre ti sta addosso ogni momento, ti toglie il gusto di qualsiasi cosa fai, che perde subito importanza, perché farlo, fare quella cosa lì, non esclude altro, ma semplicemente lo rinvia. Se non ora, domani, o dopo, o tra un milione di anni. C’è tutto il tempo. Miliardi e miliardi di anni. E poi altri miliardi. E altri ne sono già passati, infiniti. Sì, c’è tutto il fottuto tempo. Mentre agli uomini la fine fornisce un peso a tutto, anche a quello che non sembra averne, che non ne ha. Anzi, a quello più ancora. A quello più di tutto. E allora gliela fano pagare. Non glielo perdonano. Mettono dell’amaro ovunque. Ma poi finiscono per invidiare anche quello. Si inventano scaramucce, conflitti, corna, dispetti. Ma l’amaro, il negativo, non ce l’hanno. La paura non sanno cos’è.



A questo, aggiunse, mi sembra alluda anche la storia di quando Achille viene scoperto dopo che la madre lo aveva nascosto in un luogo segreto per tenerlo lontano dalla guerra, che l’avrebbe sì coperto di gloria imperitura, ma anche destinato a una morte precoce. Odisseo e il vecchio Nestore, come si sa, avevano escogitato un trucchetto per smascherare il giovane guerriero dopo che erano venuti a sapere che dimorava nel gineceo della reggia di Licomede, il quale si credeva furbissimo e li aveva sfidati a scovarlo, se ne erano capaci. Allora Odisseo aveva portato in dono alle ragazze del parthenon dei monili e delle belle vesti, ma in mezzo a queste aveva messo uno scudo e una lancia, di fronte alle quali il ragazzino non aveva resistito, appalesandosi in tal modo. Il momento è solenne, e anche il linguaggio si adegua, si scusa il narratore. Non si può escludere però che Achille si sia fatto scoprire per sua scelta, approfittando dell’occasione offertagli da Odisseo, nonostante certamente sapesse della profezia che gli gravava sul capo. Se anche mammina gliel’aveva taciuta, in Grecia ne erano a conoscenza tutti. Certe notizie fanno il giro del mondo in un amen. E lui magari aveva avuto tutto il tempo di pensarci e non gli era rimasto altro che aspettare l’occasione buona di uscire allo scoperto senza andarsela a cercare lui. A combattere a Troia lui non era tenuto, certo; non era stato tra i pretendenti di Elena, che al proposito avevano giurato, però dài, una guerra senza l’eroe più forte che guerra è? I Greci sapevano anche che senza di lui non ce l’avrebbero fatta. Et donc! E lui non vedeva l’ora. Perché va bene, stare in un gineceo per un giovane in piena tempesta ormonale ha i suoi vantaggi, di cui lui a quanto pare non ha mancato di approfittare, tanto che alcuni insinuano che proprio lì abbia messo incinta Deidamia, figlia del suo ospite (che ben gli sta… a meno che non l’avesse messo lì apposta per trovarsi un genero, e una consuocera, con agganci olimpici, che fanno sempre comodo...), che gli avrebbe dato il suo unico figlio, Neottolemo, che poi avrebbe ucciso, dopo la morte del padre, Priamo, padre di Ettore, e Astianatte, di Ettore figlio. (Quando parte per Troia, dopo la morte del padre, Neottolemo aveva, secondo alcuni, 12 anni (Graves, 641), il che non gli avrebbe impedito di ammazzare e stuprare a destra e a manca. Buon sangue non mente.) Ma questa è un’altra storia che qui ci interessa poco. Torniamo a Achille, dice il narratore. Va bene stare in un gineceo ecc., ma insomma il maschio, si sa, è un bastardo, e dopo consumato la donna preferisce lasciarla dov’è e andarsi a divertire con gli amici, sapendo che quella tanto aspetta a casa, o al limite un’altra in giro a trovarla fatica non si fa. Una o tante. Sono tutte uguali. Una volta accontentate, ciao. Che poi fanno la fila se non te le fili troppo. Ci pensano loro a rincorrerti, quelle scassamaroni. Pussa via! Un uomo è un uomo, e quello, quello del gineceo intendo, non è vivere, è una palla che non ti dico; va bene come svago, ma 9 anni sono 9 anni, un inferno! Non si può vivere 9 anni di moine e discorsi di moda e cucina in mezzo a uno stuolo di cretinette, vestito con veli frufrù e truccato di bistro, i capelli che puzzano di olî preziosi… Giorni dopo giorni dopo giorni tutti uguali, sempre la stessa solfa, con niente da fare, se non cose stupide, insignificanti. Ci vuole ben altro per un eroe! E questo ben altro è solo l’incombenza della morte che lo dà. La droga dell’adrenalina. La sfida. L’incertezza. Il rischio fatale. La possibilità che tutto, ma proprio tutto, finisca tra un istante. Se pensi a questo, mi fa il narratore, altro che inganno!, ti vien da pensare. Per cui, quando ha visto le armi, il giovanotto, che scemo non era, si è precipitato ad accaparrarsele scientemente, lasciando credere al furbissimo tracagnotto di Itaca di averlo fatto abboccare come il pesce Makò, per citare un mio amico pace all’anima sua, mentre in realtà è stato lui, facendo l’ingenuo, a farlo fesso, assicurandosi così la sua fedeltà, e quella dei suoi mandanti, una volta per tutte in un colpo solo. Ricordandogli ogni giorno, con la sua sola presenza, quanto erano stati intelligenti tutti, e lui Odisseo più di ogni altro, lo avrebbero onorato e gli sarebbero stati devoti senza sforzo, e senza quegli strascichi di invidia e rancori che i forti si portano sempre appresso. È la dialettica dell’ingannato e dell’ingannatore. La stessa di quella servo-signore. La sua nobile antenata. Lo sfruttamento ha sempre bisogno di nobilitarsi. L’inganno pure. Forse sono la stessa cosa.




Poi, come va a finire davvero, non si sa. Anche i più grandi devono morire. I divini genitori, che vorrebbero salvarli, non ce la fanno; in cielo non riescono a portare nessuno, se non tramutato in qualche stella, o costellazione. Poca roba.  L’immortalità se la sognano, quelli che ci pensano. Gli altri affrontano la morte come capita, alcuni spavaldi, altri terrorizzati, altri rassegnati. Sereno nessuno. Alcuni muoiono per cause stupide, per una fesseria, per una distrazione degli dei che a volte sono proprio approssimativi. Fanno le cose male. All’ingrosso. Tanto a loro che importa? Basta un niente, un tallone, e zac, sei fottuto. Potevano stare radiosi e felici nei Campi elisi, e invece sono tristi, incazzati, inconsolabili nell’Ade. Con solo qualche ricordo della vita, in genere vago, ma quanto basta a un rimpianto senza fine. L’oblio non funziona, la cancellazione non è mai totale. Qualcosa resta. Il peggio. 

25/09/18

Lo scoiattolo e i curiosi




C'è uno scoiattolo morto in mezzo alla strada. Due pensionati, uno con cappello floscio bianco da pescatore, l'altro con la pancia, si fermano a guardarlo. Uno si avvicina, con le mani dietro la schiena. Non è un topo, fa. È uno scoiattolo. E si china, sempre con le mani dietro la schiena, a scrutarlo meglio. Il pelo mosso dal vento, la testolina schiacciata... Bisognerebbe tagliargli la coda, dice l'altro prudentemente rimasto sulla ciclabile.
Accelero il passo.

20/09/18

La TV dei morti



Mi è venuta un'idea per un network televisivo monotematico, oggettivo, aperto a tutto e a tutti, interattivo, senza pubblicità di alcun tipo e di pura informazione. Si potrebbe cominciare da un teletext che trasmette, in tempo reale (o in leggerissima differita, per ragioni tecniche), i dati essenziali di tutti coloro che muoiono, per qualsiasi causa, a partire da quelle naturali, in qualsiasi parte del mondo, ma senza separazioni per luogo o lingua: tutti in fila, uno dietro l'altro, nella sequenza esatta, se non della morte, della sua segnalazione, secondo regole standard assolutamente non modificabili, in perfetta orizzontalità (chiedo scusa) e democrazia; teletext a cui andrebbe affiancato quanto prima un altro dedicato a tutti gli animali domestici o addomesticati, inclusi quelli soppressi o macellati, di cui specificare nome, se ce l'hanno, età e luogo e modo del decesso, come per i loro amici o padroni o esecutori o sfruttatori umani; a cui seguirà poi, con il tempo, tutta una serie di pagine con l'elenco di tutti gli esseri viventi che via via scompaiono, magari suddivisi per specie o classi, loro, che scorrono a velocità supersonica, essi pure comunque corredati di dati personali essenziali, ai quali aggiungere, avendo sufficiente personale adeguatamente addestrato e un minimo di capitali, che però non verrebbero da pubblicità o altro, anche se il concorso di imprese funebri per la segnalazione istantanea dei dati almeno all'inizio credo che sarebbe indispensabile e allora non si potrebbe evitare che almeno il nome dei fornitori possa comparire, un'altra serie di pagine dedicate ai vegetali, a loro volta suddivisi per categorie fondamentali, anche se dare un nome a ogni filo d'erba o microbo potrebbe essere piuttosto complicato, a meno che non si adotti qualche modello di classificazione astratta, con lettere di vari alfabeti in tutte le loro combinazioni, purché impronunciabili e non confondibili con parole compiute di nessuna lingua, seguito da un numero che si creerebbe autonomamente al momento dell'inserimento del nuovo dato, fino a coprire ogni essere di ogni specie vivente, anche se a molti non ci sarebbe nemmeno il tempo di insegnargli le procedure più semplici perché hanno una vita così breve, ma così breve, che morirebbero prima di apprendere alcunché; dopo di che, ma anche a opera in corso, si potrebbe affiancare a queste pagine scritte, ciascuna con un suo canale consultabile anche a ritroso con semplici comandi, per esempio da uno che volesse sapere quando è morto un suo zio, o il criceto di un amico australiano, o un cardo visto di passaggio in un prato ai margini dell'autostrada o la zanzara che aveva magnanimamente allontanato dal suo braccio senza schiacciarla o un raro moscerino della Patagonia, si potrebbe affiancare, dicevo, tutta una serie di canali, satellitari come gli altri, mi scuso per non averlo detto prima, tutti in chiaro e visibili in ogni parte del mondo, quindi che rimbalzano da un satellite all'altro per coprire tutta la superficie terrestre, in cui chiunque lo desideri possa dire, a caldo o in forma più meditata dopo riflessione conforme alla tempistica del suo lutto e della sua mente, qualcosa del suo o dei suoi morti o di quelli di ogni ordine e tipo che in qualche modo lo hanno toccato, anzi questo no, questo dopo, se no si fa confusione, in moduli commemorativi abbastanza elastici da permettergli di esprimersi nei modi più consoni ai suoi sentimenti e pensieri e valori, ovvero, per chi, per timidezza o altri deficit espressivi e cognitivi, trovasse difficoltà a escogitare forme soddisfacenti di comunicazione personale, una serie di gabbie preconfezionate dove inserire i dati del caso e l'opportunità, se lo desidera o si sente in grado, di variare o aggiungere ciò che più gli preme in questo o quel campo, con foto, disegni, registrazioni sonore, o qualunque altra cosa possa a suo avviso meglio illustrare la personalità del defunto e favorirne il ricordo, per qualità, intensità e durata; anche questo, naturalmente, consultabile ogni momento, on demand, ma gratuito, come un normale database, per rinfrescare la memoria, o semplice curiosità, ma anche per qualche forma innocua di morbosità, innocua per la materia e per l'oggetto o soggetto mi sembra chiaro, o per lavoro o come forma, quotidiana o periodica o occasionale, di preghiera o commemorazione o rito, per chiunque e da chiunque e in ogni modo e forma e tempo.
Ma non troppo elastico il modulo, perché altrimenti uno comincia a parlare dei piatti preferiti del defunto, per esempio, e già che c'è aggiunge la ricetta, poi mostra come realizzarla e apre un rubrica di cucina, o di moda se le preferenze andavano a quel settore, e un altro parla dei libri o dei film o delle canzoni per cui il morto andava matto, e li mostra o legge o canta, e alla fine, senza contare che sarebbe facile inventare passioni ad hoc e fare pubblicità a tutto vapore tanto per sfruttare anche le potenzialità di questo settore, si tornerebbe a parlare dei vivi, e solo dei vivi, e dei morti, semmai, solo in relazione ai vivi: in subordine; e allora tutto va a farsi benedire, e i morti tornano a essere solo morti, con storie sempre più brevi e dati sempre più striminziti, e alla fine più nemmeno quelli, se non in casi eccezionali, come nelle tv normali, e poi diminuiscono pure i nomi e spariscono vieppiù, come le pagine e i canali dedicati, sempre più rari, con uno solo che sopravvive, o due o al massimo tre, per i patiti, i malati, gli ossessi della morte, i fanatici della scomparsa e della dissoluzione, o giusto per documentazione, per gli storici del presente e gli etnologi del futuro: archivi di archivi di pratiche del tempo che fu, del morto tempo andato, come al tempo andato appartengono i morti, escluso i nostri, e presto anche quelli, e prima o poi, ma abbastanza presto comunque, comunque sempre presto, anche noi. Sì, noi, io, sì; e non poi così male neppure così.

1- Fabrizio Plessi - Fenix DNA
2 - Nam June Paik- Neon-tv-sculpture
 

04/12/17

L. G. di R. B. di L. G. (Roland Barthes, Parentesi, Morte, Fotografia)



... Una delle frasi più citate di Barthes mette accanto la morte e la parentesi. La parentesi come parola tra le parentesi grafiche. La citano per la morte, non per la parentesi però. Su questa non ho letto nessuno che si soffermasse. A me sembra importante, invece. è importante per me. Non che mi faccia troppi problemi sulla morte. Ogni tanto sì, ma solo ogni tanto. C’è. Tutto qui. Non mi riguarda davvero. è solo la scomparsa delle persone che amo che mi riguarda. Ma perché resti tu che le amavi e le ami ancora. E ti senti defraudato. Sono morte. Con che fegato mi hanno lasciato qui senza di loro? Chi gli ha dato il permesso? Devo metterle tra parentesi e non voglio. E la parentesi si allarga, cresce, invece di stringersi e svanire. Però la morte ci abita. E non la puoi raspare via. Se poi uno scrive, ogni parola gli dice la sua scomparsa. è la tua, la parola intendo, e già non ci sei più. La scrivi e già lei ti recita il requiem. C’è chi non lo accetta. Chi si ribella. Si macera. Ne fa tutto un cancan. O una manfrina. Altri se la tengono stretta, come un’amica. Alcuni pochi non ci fanno troppo caso. Cioè, non fanno finta che non ci sia, questo no, ma non ci fanno troppo caso. Che per me è la soluzione migliore. è lì, e lì resta. Stai tranquilla e non rompere le palle. Barthes non si rassegna. Lo fa in modo composto, ma non si rassegna. Mi pare. L’aggettivo composto mi fa venire sempre in mente la salma. Hanno composto la salma. Ma anche, ha composto un saggio, un’opera. Ecco una parentela. Cioè non si rassegna alla morte degli altri. Alla sua, quando si avvicina dopo l’incidente, credo di sì. Non la morte degli altri in generale, non accetta. Non ne accetta una sola. La morte della madre. Quella che è la sola morte, per lui. La morte senza specificazione. La morte per antonomasia. La morte e basta.
E però, appena scrivi, le specificazioni arrivano a frotte. I ricami. Le incisioni. Le scarnificazioni. La microchirurgia del lutto. I rimpianti. I ricordi. Tutta la storia. Vissuta e no. Tutte le storie. Sentite viste o lette. Il regesto universale. Altro che palle! Ma non è ancora questo. è che la carogna entra in ogni gesto, in ogni parola, in ogni respiro, e poi è difficile sfrattarla. Ogni sillaba che pronunci. Ogni lettera che tracci. Scrivi, e la pagina ti rimanda solo lei. Scherzi, e è uno scherzo acido. Mortale. A ramengo! Allora indaghi, la cerchi in tutto ciò che scrivi. E la trovi. Matematico! Ci strologhi sopra, continui a ravanare, immagini, deduci. Speculi a destra e a manca. E la speculazione è il suo specchio. Cribbio! Allora decidi di smettere, di lasciar perdere. Sì, lascia perdere, che è meglio. Questa citazione viene dai puffi. Che palle, in fondo. è lo schermo ubiquo. Il velo universale. La cataratta che ti impedisce di vedere ogni altra cosa. Ogni altra cosa che c’è. E che è bella, magari. Che magari è bella per il solo fatto che c’è. Non dico niente di nuovo. Però lo dico lo stesso. Ci metto qualcosa di mio, il mio respiro. Il respiro che solum è mio, e che io nacqui per lui, e ecco che è nuovo. Bisogna saper respirare. Barthes dice che si deve sentire il corpo. A quei tempi avevano tutti la mania del corpo. Gli sembrava di averlo scoperto loro. E ci fa tutta una tirata, Barthes, dispersa qua e là. Tirate lunghe non ne faceva. Aveva questo buon gusto. Io penso che sono tutte menate. Il corpo lo senti tu mentre scrivi. è affar tuo. Punto. Quello che entra in ciò che scrivi, quello che devi sentire quando leggi, è il respiro. Basta quello. Ma quello è tutto. O quasi. Meglio non esagerare. Oggi mi sento categorico all’ottantasette per cento.
Sì, ma cosa dice di preciso Barthes in quella frase? Siamo all’inizio di La camera chiara. Al quinto capitolo, p. 15 dell’edizione italiana. è un capitolo importante. Lo segnala anche la lunghezza, più di cinque pagine senza foto. Un capitolo in cui Barthes mette in gioco se stesso. Quello in cui, tra parentesi, parla per la prima volta di sua madre. Di sua madre tra parentesi. 


Dà un’immagine di se stesso parlando di quando lo fotografano. Di quando si lascia fotografare. E viene reso immagine. Un’immagine che poi sarà in balia di chiunque. Anche dei malintenzionati. Dei malintenzionati più di chiunque altro. Parlando di quando si espone all’obiettivo, si espone anche al lettore. E appena si espone, racconta. O viceversa. E appena racconta, sbuca la morte. La parentesi. E le parentesi aumentano. Le parentesi sono il luogo in cui Barthes si espone. O si espone di più. Mette se stesso fuori di sé, mettendosi tra parentesi. Mi scuso del giochetto. è un residuo dell’epoca. Quella di cui parlo qui. «In quel momento io vivo una micro-esperienza della morte (della parentesi): io divento veramente spettro». L’argomento è la «Foto-ritratto». Barthes la descrive come «un campo chiuso di forze» dove si incontrano, si affrontano e deformano quattro immaginari, tutti imperniati sul «soggetto» del ritratto. Parole sue. Sull’io-R. B. che viene fotografato. Sull’io-L. G., qui, immagino io. Immagino io mentre scrivo e leggo ciò che scrivo. Io L. G. di R. B. di L. G. fotografato nella scrittura e nella lettura, come R. B. immagina se stesso mentre viene fotografato e viene immaginato da colui che lo fotografa. Quattro immaginari. Rispettivamente, quello che il fotografando crede di essere, quello che vorrebbe essere, quello che l’altro, il fotografo, crede che lui sia e «quello di cui egli si serve per far mostra della sua arte». Il parallelo con la scrittura e la lettura non è perfetto. C’è gioco tra gli ingranaggi. Va bene lo stesso. Meglio, anzi. Così chi vuole può giocare. In quel momento Barthes, dice lui, non è «né un oggetto né un soggetto, ma piuttosto un soggetto che si sente diventare oggetto». La «micro-esperienza della morte», il sentirsi diventare «veramente spettro», avviene allora. è un’immagine. Un’immagine verbale suscitata dall’immagine fotografica. Un’immagine che parla delle sue paure, ovviamente, non della morte. Della morte non si ha esperienza, in nessuna forma. Al massimo è un’immaginaria esperienza della morte immaginata. Niente di più. Del resto non possiamo fare altro. La morte calamita, ma è fuori portata. Non ci resta che girarle attorno. La formula fa un discreto effetto però. Funziona bene. Ma è una pia illusione. Esattamente ciò che si chiede alle parole, del resto. Barthes infatti parla ancora della Morte. Con la maiuscola. Nella sua foto, lui diventa «Tutto-Immagine, vale a dire la Morte in persona». Nientepopodimenoche. Ma quel che davvero lo preoccupa è ciò che potranno fare «gli altri – l’Altro», di questa immagine. E di lui. Lo atterrisce essere espropriato di se stesso. Come se già non lo fosse. Come se già non lo fossimo. Ha questa fantasia masochista che gli altri possano disporre di lui a loro piacimento, «con ferocia» addirittura. Mi autorizzo l’approssimazione. Una in più non cambia nulla. Ma di un masochista che ha perso il controllo del rituale. Terrore allo stato puro. Si gode anche così? Se qualcuno ne ha esperienza, esperienza diretta intendo, me lo dica, mi piacerebbe saperlo. Queste piccole curiosità! Ma lui continua imperterrito con la Morte. Gli preme arrivare a un’altra bella formula. E ci arriva infatti. E la formula è così bella che molti l’hanno fatta propria con la massima disinvoltura. Se la sono messa all’occhiello, dove indubbiamente fa la sua bella figura. Un po’ démodée, ma la fa. Eccola qui: «la Morte è l’eidos di quella Foto». C’è del vero. Forse. Ma è il vero che riguarda ciò che sente Barthes, che qui lo dice indirettamente. Direttamente invece, secondo me, il sentimento più vero Barthes lo mette tra parentesi, come di passaggio. è lì che lui si nasconde e rivela. Mi verrebbe da dire che si apre nel chiuso delle parentesi, ma stavolta non ci casco. Dunque, tra parentesi, di passaggio, mette: «La “vita privata” altro non è che quella zona di spazio, di tempo, in cui io non sono un’immagine, un oggetto. Ciò che devo difendere è il mio diritto politico di essere un soggetto». Sì, mi pare che Barthes abiti qui. Che qui lasci trapelare davvero qualcosa di sé. Che qui, rivendicando un sacrosanto diritto a cui oggi quasi tutti hanno tranquillamente rinunciato, dica qualcosa che davvero gli preme. Un diritto e una paura. Qualcosa per cui lottare. Dove il privato si intreccia al pubblico. Nell’angolo in cui più si  sente minacciato, viene alla luce. E qui ti ritrovo io, amico. Qui mi ritrovo.