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26/07/18

Musei italici



Sono un vizioso impunito dei musei. Ho preso la malattia da piccolo e non ho mai cercato di guarirne. Ci vado volentieri, ogni volta che posso. Ovunque. Persino in Italia. Dove ci sono sì alcuni dei musei più belli del mondo, ma dove spesso i visitatori sono trattati peggio. Bestie paganti senza diritti, se non quello della muta, devota transumanza.
Non solo i biglietti sono carissimi e a volte includono pure supplementi obbligatori per esposizioni che non vuoi vedere (il trucco è mettere una mostra temporanea nelle sale d’ingresso o interne al museo stesso; all’estero spesso è il contrario: il biglietto della mostra, in sale separate, vale anche per il museo); ma si paga tutto, e il prezzo è in ragione inversa della qualità, per esempio alle caffetterie e nelle librerie. Chiamarli Bookshop mi ripugna (per la parola); tanto più che sembrano negozietti di souvenir. E’ già tanto che il pudore impedisce, per il momento, di allestire bancarelle risparmiando su locali, luce e riscaldamento. E personale, come richiedono i tempi. Un po’ di pazienza e ci si arriverà; in attesa che chiudano tutto.
Le sale sono quasi sempre prive di sedie o panche dove fermarsi a riposare o a guardare con calma quello che interessa, o a fare uno schizzo o prendere appunti. O solo chiudere gli occhi. Riposare la vista. Non vedere. Asciugarsi la lacrimuccia. Immaginare il visto. Sognare il da vedere. 


Ribadisco: con calma, non mi azzardo a dire con comodo: l’idea che un museo sia un luogo di piacere temo che appaia blasfema a molti (in barba a tutti, però, io godo; e siccome sono un sentimentale, spudorato oltretutto, mi commuovo pure). Una volta ho litigato con i sorveglianti di un museo totalmente deserto per difendere i miei studenti che, pur rispettosi e senza eccedere, giravano liberi e divertiti per le sale. Ecchecavolo, mica siamo in chiesa o al cimitero! Non sarà un parco divertimenti, d’accordo; però… (Eppure l’idea del parco…)
La cosa che però meno gli perdono, agli italici musei, e anche alle chiese già che ci sono (a parte il fatto che mi costringono a incazzarmi e a ripetere banalità, che sono tali perché vere in questo caso; ma non lo sono banali per il fatto di esserlo, vere), è che non si possono scattare fotografie, nemmeno senza flash.


Oppure si può, ma come un ladro nella notte, di nascosto, furtivo e quindi malissimo, approfittando dello schermo della fola, della sonnolenza o della distrazione del  custode (sulla categoria, in particolare sulla sottospecie genovese, ho già scritto: cfr. il racconto breve dal lungo titolo: “Evoluzione dei custodi (A far scuola non sono stati gli angeli, però. O magari sì, in un modo che non so.)” che si può leggere qui, o dei momenti in cui sia alza per andare nell’altra sala di sua competenza (di solito ne ha due) o a parlare con un collega, o mentre legge o gioca o messaggia con lo smartphone o se ne serve per lunghissime, appassionate, segrete sussurrate telefonate, tutte cose proibite in quei sacri luoghi ai semplici mortali, ma mettendo anche in conto di essere richiamato e bacchettato se il cerbero alza gli occhi o rientra all’improvviso, con il sottoscritto che sfoggia la sua espressione più candida, ora favorita dai capelli di colore simile, e dal tono o dalla gestualità di contrizione, affinati in decenni di pratica. Molto convincente! Passo per uomo buono, e con l’espressione da buono adeguata (quella che muove al compatimento). E spero anche di esserlo: mi compatiscano pure. Non è però lontano il giorno, tempo, in cui troverò la mia faccia sul vetro delle biglietterie, con scritto sopra, o sotto, o sopra e sotto, WANTED, in lettere giganti, rosse, grondanti sangue, con un ‘espressione, io, truce, la sclera venata, barba di tre giorni, bocca storta e uno sguardo così feroce che supera persino le mie ambizioni più efferate.
Eviterei volentieri questi miserabili sotterfugi (divertenti però, ogni tanto: come quasi tutti i riflussi dell’adolescenza), se potessi trovare le riproduzioni di ciò che mi interessa nei cataloghi o come cartolina. Tanto più che spesso mi servono solo dettagli. Ma non trovo mai niente, anche a prescindere dal costo, come si diceva. Di tutte le foto che ho scattato nell’ultimo museo che ho inutilmente saccheggiato, nessuna opera era riprodotta in cartolina e solo 3 sul catalogo, in piccolo o male. La mia rabbia, o è la giusta nemesi?, è che le immagini si sono poi rivelate inutilizzabili, sfuocate o con tutta la sala e il sottoscritto riflesso, a causa dei vetri e dalla fretta. L’unica cosa a cui mi sono servite è stato rimpinguare la mia galleria di autoritratti riflessi e confusi (esattamente come sono io). Quelle fatte all’estero invece, a dispetto della mia imperizia, sono molto meglio (cfr. esempi qui sopra).


Tornato a casa ho consultato l’archivio fotografico dell’importantissimo polo museale in questione: molto ricco, in quanto a numeri, ma metà delle immagini sono ripetute, quasi tutte sono di dimensioni filateliche e a bassissima risoluzione, e anche lì, sorpresa!, c’è pochissimo di quello che cercavo. Decidono loro cosa riprodurre, ovvio. E’ quello che la consuetudine ha portato a vedere di più; a vedere perché ti hanno detto che va visto: quello che è “importante”, consolidato, facile. E più facilmente vendibile: come se fare delle riproduzioni richiedesse chissà che investimenti da cui rientrare quanto prima!
Pur sapendo come andrà a finire, continuo comunque a spulciare, inutilmente, la libreria dei musei italici. Se le confronto con quella dell’Alte Pinakothek, che ho appena rivisto per l’ennesima volta, la delusione mi stringe la gola e piango: il catalogo completo (ma completo davvero, anche se in bn), con una scheda per quadro, per un totale di 600 pagine, ha un costo risibile; senza contare che ogni sezione del museo ha il suo catalogo dettagliato a colori con schede e saggi, sempre a prezzo economico, per chi fosse interessato solo a una o due di esse per esempio: e i visitatori sono sempre stati meno numerosi di quelli che trovo di solito non dico agli Uffizi o ai Musei vaticani, ma persino nella galleria di Palazzo Pitti (meravigliosa peraltro). Ho chiesto aiuto alle ragazze dietro i banchi, ma le poverette mi hanno guardato come violate nella loro sfera più intima. E avevano ragione: ero io l’indelicato. Ho comprato lo stesso un paio di cartoline, come a risarcimento del loro onore. Economico, questo (il risarcimento intendo: economico come tutti quelli simbolici).
Io da qui a mani vuote non me ne vado!, ho pensato allora. Ma non mi riferivo alle cartoline. E così sono tornato indietro, ho ripercorso quasi tutte le sale, approfittandone per scattare altre foto malandrine (e maldestre) e sono sceso nel sottosuolo, alle toilettes. Ho percorso i corridoi e sono arrivato a due salottini che introducevano ai bagni veri e propri, non belli e invitanti alla lettura come quelli della Biblioteca nazionale di Dublino (cfr. foto), ma molto puliti e decorosi, a modo loro eleganti, e lì, sotto gli occhi esterrefatti di un inserviente indiano, saltellando qua e là come un indemoniato, mi sono sfogato a fotografare a raffica tutto il fotografabile.
Manco a dirlo, non c’è una foto che non sia sfuocata.

2012




23/11/16

Santo fortunato, ma anche un po' disordinato (Lisbona)



e poi c’è questo santo fortunato, ma anche un po’ disordinato, a giudicare dai libri sulla mensola, pochi eppure messi lì alla rinfusa, appoggiati come capita capita dopo l’uso, con una certa sprezzatura, perché sembrano codici miniati di qualche pregio, e comunque libri sacri, che non meritano di essere trattati così, e non lo meriterebbero nemmeno se sacri non fossero (ma forse tutti i libri sono sacri), che prega davanti a un breviario spalancato su un leggio. Le pagine non stanno ferme, alcune si alzano e lui le legge di sguincio, ma non gli importa, perché le ha recitate tante volte che le sa a memoria e le tiene aperte davanti a sé solo per controllare qualche breve passaggio, o perché il libro è una metonimia per il suo contenuto e lui è davanti a quello che sta pregando, è quello che adora con gli occhi del pensiero. E lui è un bravo santo, e proprio per questo ha la fortuna di un angioletto cicciottello tutto per sé accoccolato sul piano di lavoro del leggio, che gli fermerà le pagine dovessero girarsi prima del tempo e intanto col ditino tiene il segno in un altro libro che il sant’uomo leggerà appena dopo, a meno che non sia lui che intende suggerirgli la meditazione successiva e per questo gli prepara la pagina opportuna. Il bimbo, senza ali, che magari un angelo non è e simboleggia solo qualcosa che al momento non posso né voglio verificare, ha le guance rosse per lo sforzo e la concentrazione; si vede che ci tiene a lavorare bene: forse è al suo primo incarico e vuol fare bella figura, anche se non capisce perché l’hanno mandato lì senza niente addosso. La stanza però è soleggiata, entra una luce calda, che indora tutta l’ampia cella di rimbalzo dal vicino oceano, lungo le cui spiagge, in Portogallo, in questa stagione freddo non fa: anche se questa, comunque, non è una buona scusa per andarsene a spasso nudi. A meno che non sia il bambin Gesù, accorso in prima persona a servire il suo santo prediletto: i Grandi hanno di queste delicatezze (dico i veramente grandi, non le loro infinite parodie). Poi magari sistemerà anche lo scaffale levitando in aria con quei libri sottobraccio, che meno male che non sono troppo voluminosi. Il santo non gli bada, o lo scambia per una pura, e più verosimile (per modestia, non per poca fede), visione interiore: ha un bel volto, rigoroso ma non emaciato. Quasi dolce, anzi. Concentrato, ma senza sforzo. Con naturalezza, piuttosto. Il volto di chi prega amando la preghiera. Il panneggio dell’abito, dal tessuto morbido che senza stropicciarsi asseconda con le sue pieghe i movimenti o le posture del corpo, mi sembra un riflesso, o la traduzione visiva, di quello che sta pensando. Qualcosa di bello, che rasserena. O forse a pensarlo, e a essere rasserenato, sono solo io, che mentre lo guardo ogni tanto volgo la testa verso la finestra e mi sento avvolto dalla stessa luce e dallo stesso calore. 

14/09/15

Evoluzione dei custodi (A far scuola non sono stati gli angeli, però. O magari sì, in un modo che non so.)



L'efficientismo ha conquistato anche i custodi dei musei, quei tradizionali cultori della fannullaggine. Non so da dove viene questo zelo: forse gli hanno spiegato di quanta bellezza (e ricchezza: che è un argomento che funziona sempre) hanno la responsabilità; forse hanno solo paura di perdere il posto, che non sarà il massimo, ma di questi tempi va tenuto stretto (dicono). Anche l'asservimento procede a grandi passi. All'indietro. Senza nemmeno curarsi di assumere nuove forme, tanto per salvare la faccia. Quella la salvino gli asserviti, se proprio ci tengono. Forse è solo l'effetto di una recente direttiva ministeriale: l'unico genere di iniziative culturali prodotte dal governo da poco, felicemente, deceduto. O forse è solo che i custodi sono brava gente un po' ottusa, che è facile impressionare.
Mi è venuto di pensarlo l’altro giorno, a Genova. Può essere che i custodi di Genova siano un po’ particolari (l’aria di mare combinata con quella montana fa brutti scherzi, come dice un mio amico psichiatra: un genovese), senza contare che parecchi, presumo grazie a corsie preferenziali una volta tanto giuste nelle assunzioni, avevano dei deficit evidenti, non solo fisici (anche se con una grande qualità che li metteva tra parentesi, quando non li rendeva invisibili del tutto: la gentilezza); fatto sta che se saltavo qualche sala o trascuravo un’opera famosa, subito arrivava qualcuno a farmelo notare e mi suggeriva, con fermezza rattenuta a fatica (delicatamente cioè), di prestare maggiore attenzione o di rifare il percorso (perché tornare indietro è sempre possibile!), guardandomi stranito, per non dire scandalizzato, se affermavo di aver già visitato le sale consigliate o avevo l’ardire di affermare che questo o quello non mi interessava. “Così in fretta? Ma davvero non vuole andare? C’è il violino famoso... la camera da letto...  il bellissimo soffitto affrescato... la visione panoramica!”

Se solo ribadivo, ringraziando, che no, che preferivo non vedere tutto, la loro sorpresa spontanea si tramutava in stupore, nell’accenno di una condanna morale che tutto in loro manifestava, anche quando non trovava la via della parola. Di fronte a tanta costernazione, ogni volta che il custode mi sembrava particolarmente disarmato ho ceduto e sono tornato sui miei passi. Un paio di signore mi hanno anche tenuto compagnia per tutto il percorso penitenziale, mostrandomi di persona i capolavori di loro spettanza, di cui pronunciavano autori e, qualche volta, titoli modulando tonalità inedite, di conio locale immagino, una specie di maiuscoletto vocale, e irrigidendosi disorientate quando, in risposta, arrischiavo un commento su qualche dettaglio o notizia di cui non erano a conoscenza (praticamente tutto, a parte la pura indicazione). Non si scostavano di un millimetro però, vicine, pronte a placcarmi, più che abbracciarmi: non credo infatti di poter attribuire la loro contiguità a un colpo di fulmine per la mia trascurabile persona: il mio fascino è troppo sottile per essere colto d’acchito (nemmeno a lungo termine, se è per questo). Però poi, raggiunta la collega più vicina, si sbrigliavano in lunghi commenti appena sussurrati, ma sottolineati da frequenti occhiate e da una gestualità che non avevo nessuna fretta di decifrare. Presumo di avvertimento; o di compatimento. O entrambi. “E’ uno bizzarro, ma innocuo”: roba così...

Forse però la reazione zelante dei custodi era solo un derivato del mio consueto comportamento irregolare, di visitatore imprevedibile, che attraversa sale a grandi passi, si ferma un bel po’ su un’opera o due e poi magari torna indietro, e si siede, o cerca di fare foto anche quando non si potrebbe: comunque sia, dopo un po’ il loro atteggiamento cambia sempre. In genere i più saggi fanno finta di niente e continuano a leggere il giornale o a telefonare: mi ignorano, limitandosi semmai a sbirciare ogni tanto, infastiditi per la distrazione che arreco; la maggior parte mi segue con lo sguardo, sospettosa del mio ondivagare sempre al limite dell’infrazione, dell’oltrepassamento di soglie proibite (le uniche, nel caso,  che mi sarei concesso in tutta la vita); e solo pochissimi si prendono la briga di seguirmi passo passo. A Genova invece, l’altro giorno, quasi tutti: generale il controllo della correttezza del percorso e della sua scansione e linearità; immediato l'allarme non solo se giravo una sedia verso la parete accanto a quella dell’opera prescritta, ma anche se non rispettavo le tappe santificate e soggiornavo troppo in altre meno canoniche, degne al massimo di un’occhiata fugace, o addirittura deserte da tutti.
Accorrevano in mio soccorso, ribadendo suggerimenti e proponendo correzioni e integrazioni, informandosi su eventuali trascuratezze, e cedendo a malincuore solo se insistevo nel mio errore erratico e eretico (pardon...), allontanandosi poi di scatto per sottrarsi all'orrore provocato dai miei maldestri tentativi di fotografare proprio quelle opere insignificanti o qualche loro trascurabilissimo dettaglio, veloci come chi si ricorda solo in quel preciso istante, all’improvviso, di un impegno improrogabile o è stato appena chiamato, anzi: richiamato, da un superiore. Un bastardo, manco a dirlo.
Se invece a richiamarmi erano loro, i buoni custodi, li stavo sempre ad ascoltare, e quando, obbedendo alle insistenze dei più ansiosi, ogni tanto ne seguivo i consigli, o le ingiunzioni, il loro sollievo era tale da ripagarmi ampiamente della imprevista seccatura.
(Obbedire ai più deboli. Assoggettarsi ai soggetti. Ossequiare i fantasmi sbriciolati del potere nelle sue infime rifrazioni nell'immaginario e negli atti degli infimi, che vi si assoggettano ignari e ignari lo ossequiano. Prendersi cura dei custodi accettando, a volte, le loro cure: la loro spontanea premura.)


02/04/14

Quello che ho imparato dalla visita alla Cappella Scrovegni (attenzione: dalla visita, non dalla Cappella)


Sono stato a Padova per presentare il mio romanzo Tempesta (10 persone, tutte incantevoli e, mi sembra, incantate: molto bene!) e ne ho approfittato per tornare a vedere Giotto e Musei.
Alla Cappella Scrovegni era la quarta volta che andavo: due in epoche antiche (anni '80 e '90) e una lo scorso anno.
Sono arrivato alla biglietteria degli Eremitani a un quarto alle 10: ho fatto il biglietto per Cappella Scrovegni e Musei (13 euro) e poi pagato i 3 euro di supplemento per le mostre su "Guariento e la Padova Carrarese" sparse in città. Il bigliettaio mi ha detto di correre subito agli Scrovegni perché mi aveva inserito nel turno delle 10. Sapevo dall'ultima volta com'è la trafila e mi sono affrettato per non saltare il turno. Nonostante questo, sono arrivato che avevano appena chiuso la porta. Ho fatto segno, ma non c'è stato verso di entrare. Per fortuna non si era ancora messo a piovere, così mi sono seduto su una panchina lì fuori a leggere. Quando attraverso le vetrate ho visto che la gente all'interno si stava muovendo, mi sono portato all'ingresso  e  sono entrato nel locale di quarantena davanti a un televisore che trasmetteva in loop un documentario sugli affreschi e spiegava anche il restauro giustificando tutto il cerimoniale dell'attesa e della visita. Essendomi già pappato il filmato l'anno scorso, mi sono rincantucciato su una poltroncina dell'ultima fila e ho continuato a leggere con la musica negli auricolari x non farmi distrarre. Dopo un po' i nostri predecessori sono sbucati dal corridoio che introduce alla Cappella e in un paio di minuti è entrato il mio gruppo, una dozzina di persone.
Conosco bene la Cappella, anche per aver letto dei libri e visto filmati dettagliati e riproduzioni molto accurate, però l'impatto è sempre un colpo! Per non parlare dello starci dentro! Infatti non ne parlerò.
Appena entrato sono stato attratto dall'Ultima Cena, alla mia sinistra: ho guardato per un po' la disposizione degli apostoli attorno al tavolo e nello spazio architettonico, poi mi sono voltato e mi sono accorto, per la prima volta, che la Pentecoste era proprio di fronte, e che gli apostoli nel frattempo non si erano cambiati d'abito (50 giorni! Chissà se lo avevano lavato? Magari era l'unico che avevano... o era l'abito della festa, come si diceva dalle mie parti una volta, quando in genere uno aveva solo un abito bello che doveva durare più o meno tutta la vita) e che persino la diposizione attorno al tavolo era variata di poco, in particolare quella che mi interessava (non dirò quale né perché). L'architettura del Cenacolo invece un poco aveva subito delle modificazioni: un giorno o l'altro qualcuno me ne chiarirà il motivo. Sempre che il Cenacolo dell'arrivo dello Spirito Santo sia stato lo stesso dell'Ultima Cena. Certo che uno potrebbe anche dire che dopo l'Ultima Cena niente resta esattamente lo stesso, e figuriamoci poi all'arrivo fiammeggiante dello Spirito Santo in persona! Ho preso un veloce appunto di quello che ho notato (senza queste ultime sciocchezze) e sono andato dritto filato verso il Giudizio Universale sulla parete di fondo per verificare una cosa. Sì, era come pensavo. Non ho fatto in tempo a appuntarmi anche questo (3 righe) che il custode ci ha pregati di uscire. Come uscire?
Bisogna lasciare il posto alla prossima infornata. Posso restare anche per il prossimo giro?, chiedo al custode. Non sono tanti, uno in più non cambia. Niente, non posso, mi fa rammaricato. Gli spiace ma le disposizioni sono queste. Sembra sincero (il che non cambia nulla ai fatti però). Non sono l'unico a lamentarsi. Mi consiglia di scrivere all'autorità preposta. Un consiglio che mi daranno anche più tardi, per una circostanza diversa. Ne parlerò altrove.
Guardo l'orologio: la visita è durata 13 minuti (come gli euro del biglietto). In questo frangente ho osservato due scene (e solo per quei particolari che mi interessavano) e dei dettagli di un'altra. Non ho visto come si sono comportati gli altri turisti. L'ultima volta c'era una ragazza che spiegava un po' a chi lo desiderava, o quantomeno dava alcune informazioni storiche e iconografiche: stavolta niente. Non so, forse è un bene; io non ero stato ad ascoltarla, ma mica tutti i visitatori si sono studiati gli affreschi per i fatti loro. Cosa avranno visto gli altri? In 13 minuti uno al massimo guarda un paio di cose e, se è ricettivo, per il resto si lascia impregnare dall'ambiente. Dai colori dominanti, da un vago senso spaziale. Nella cappella hanno ristretto anche lo spazio deambulatorio, così che uno non può avvicinarsi più di tanto alle pareti. Deve stare attento a come si muove, camminare al centro, con un occhio al flusso degli altri visitatori. Se vuole alzare la testa senza intralciare chi invece si sta spostando, deve accostarsi alle transenne e starsene lì immobile, roteando collo e sguardo secondo le capacità. Le mie per esempio sono scarse (è da un po' che non vado dal fisioterapista). Tenendo conto del percorso e degli sguardi panoramici complessivi, del tempo perso per adocchiare dettagli o figure minori, come le allegorie o gli scorci prospettici, per ogni scena restano in media 15 secondi al massimo. Alla fine non hai visto un fico secco; se va bene te ne esci imbevuto di una vaga atmosfera a cui per comodità (e per non sentirti un cretino, o per non incazzarti), dai il nome di Giotto. Nemmeno imbevuto: una leggera spolveratina, una vaporizzazione che si dissolve ancora prima di essere uscito.
Arrivato all'aperto ti guardi attorno un po' confuso. Cosa mi è successo?, ti chiedi con la testa che gira. I tuoi compagni di avventura si stanno disperdendo nel parco. Ti siedi sulla prima panchina disponibile e hai la certezza che tutta la tua vita è andata esattamente così.