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10/09/26

Lamentazione (in progress)

   


Lamentarsi è bello. E fa bene. Cominciare la giornata con un bel lamento aiuta a entrare nel mondo diurno nel miglior modo possibile. Altro che un bel sorriso! Lo sbadiglio è vicino al sospiro del lamento. Si sa da subito che più presto che tardi qualcosa andrà storto. Il fastidio è in agguato. Non c’è bisogno di chissà che: quelli piccoli, innumerevoli, bastano e avanzano. Ti lamenti e sei già nel mondo con il piede giusto, pronto ad ogni evenienza. Non servono occasioni particolari. Né spiegazioni. Già svegliarsi è una buona ragione per lagnarsi. Non si sta meglio dormendo? Aprire gli occhi sulla realtà guasta l’umore prima ancora che qualsiasi cosa accada. Il frignone ha sempre ragione. Se i saggi di ogni epoca e luogo predicano l’atarassia, è perché tutto turba, qualsiasi nonnulla inquieta, figurarsi fastidi maggiori. La lista d’attesa è interminabile, la loro irruzione imminente e irrefrenabile. Anche riuscendo a superarne la maggior parte, meglio non esultare. Un nuovo lamento è più opportuno. Terapia preventiva. Abituarsi al peggio non è consigliabile. La sopportazione è buona cosa, ma esagerare è male. E l’abitudine è una forma di esagerazione. La resilienza è una fregatura. È la risorsa degli sconfitti, l’accettazione del disastro. Se ribellarsi serve a poco, approvarlo è una pretesa eccessiva. Tenersi tutto dentro, atteggiarsi a forte, non aiuta a diventarlo. Diffonde solo la cancrena anche dall’interno. Il lamento libera. Dà sollievo da soli, cresce in compagnia. Più si è, meglio è. È uno dei più potenti legami sociali. Cosa c’è di meglio di un bel pianto di gruppo? Folle quiete, o anche rabbiose, in lacrime! Stupendo. Lamentarsi è scontato, una volta che sei nato. Anche senza ricorrere alla retorica del primo vagito, che è un urlo. Non è possibile assolvere a tutte le richieste, a maggior ragione a quelle che vengono da noi stessi, se solo abbiamo ricevuto un’educazione non lassista. Un’educazione come che sia, cioè. Allora il lamento sorge spontaneo. Messo di fronte alla propria miseria, rinnovata tentativo dopo tentativo, a dispetto di qualsiasi risultato, cosa altro resta da fare se non sospirare, lamentarsi, piangere? Se anche le riuscite fossero tantissime, non saranno mai tutte, il minimo inciampo basta a decretare il fallimento. Anche una riuscita buona, o addirittura ottima, eccellente, non evita il lamento della mancata perfezione, dell’inadeguatezza essenziale. Non perché gli altri siano meglio, o perché, da perfetti bastardi (da bastardi quasi perfetti), non ti diano il soccorso che ti manca: non possono, sono privi anche loro di quello che manca a te, forse anche di più. Quindi anche noi non possiamo aiutare loro. Un altro motivo di lamentarsi. C’è chi si rallegra dei limiti: uno stimolo a superarli! I limiti della loro intelligenza sono palesi: se ancora non se ne sono accorti, lo faranno presto. E la botta sarà dura. Più alto il pianto. Più profonda la delusione. Ma lamentarsi porterà comunque un po’ di sollievo. Un barlume di autocoscienza. Non che ci sia da vantarsene. Forse sarebbe meglio non averla, ma dal momento che c’è conviene sfruttarla. Fosse solo per una furtiva lacrima. Per l’esplosione di un grido rimasto soffocato da chissà quanto. Da sempre. Perché probabilmente, di fatto, è sempre quello.

 


 

Ma resta sempre qualcosa che si piange senza sapere cos’è. Nel lamento c’è il residuo di tutto ciò che sfugge, per il quale non c’è soddisfazione o compensazione possibile. Né conforto. Non solo perché, banalmente, non si sa cos’è, come l’acqua per il pesce, ma perché, come l’acqua per il pesce, è ciò che avvolge e rende possibile tutto. Diciamo la vita, l’universo e tutto quanto. Non lo so cos’è, ma in qualche modo lo sento, lo avverto, confusamente ma intensamente. Non sempre. Perché a volte lo dimentico. Lo lascio nello spazio della dimenticanza, contiguo a tutto ciò che faccio. Forse interno a tutto ciò che faccio. Non lo sento, di solito, ma avverto che è lì, pronto a farsi sentire. E allora piango. (cfr. 32)

 

Non so, non capisco. Non sono in grado di capire. Non solo mi manca ciò che non so, ma non capisco appieno ciò che so. Sono in deficit. Sono un deficit. Come posso farmene una ragione? Gli altri non sono da meno? Neanche questo mi consola. Il loro deficit non si confronta con mio, né si assomma ad esso. Essendo il mio infinito, contiene quello di tutti gli altri.  Nessuna vittima lo è quanto me. A loro possono capitare tragedie inenarrabili, ma non cambia. Quelle le so, e mi dispiace per loro. La mie la avverto dentro di me, che mi smangiano, mi torturano, per quanto piccole possano sembrare a chiunque altro. Per quanto piccole siano, ciascuna è infinita. Incomprensibile. Ingiustificabile. La mia carenza, la mia pena sono incolmabili. Immedicabili. Perché le sento. Non faccio che sentirle. Come potrei non lamentarmi? Anche quando non lo esprimo o lo manifesto direttamente, con un segno, una smorfia, uno sguardo, una contrazione automatica di un muscolo invisibile, il suo sibilo è presente in ogni mio respiro. Se emetto respiri profondi di soddisfazione per qualche performance riuscita, appena vi presto attenzione ne percepisco l’eco. La presenza prepotente. Il richiamo risentito che non gli presti sufficiente cura. Sospiro profondamente. Una volta, due. Se mi chiedono cos’è, perché, dico che piango di gioia. Che non si potrebbe essere più felici di così. E difatti è vero. Non si può essere più felici. Lo si è sempre di meno. Magari di poco. Ma sempre di meno.

Non c’è soddisfazione maggiore, affermo come in un lamento. Come un lamento. In un lamento.

 


 

Non è giusto, mi lamento. Non so con chi. A volte con me stesso. Sono l’oggetto dell’ingiustizia e il suo soggetto. Quasi che venga, ignoro come e perché, anche da me stesso. Forse principalmente. E nemmeno so in base a che cosa ciò di cui mi lamento non è giusto. Dove risiederebbe l’ingiustizia e quale sarebbe la giustizia che è stata infranta. Se non che la sento in modo inequivocabile. Non c’è ingiustizia peggiore. Niente di ciò che sono o faccio la giustifica. La mia innocenza è assoluta. Che sia per questo che ne sono l’oggetto privilegiato? Non riesco nemmeno a pensare a qualcosa o qualcuno che ce l’abbia tanto con me, con la mia innocenza, da giustificare il mio lamento. Quindi deve essere qualcosa dentro me stesso. Devo essere io per il fatto stesso di essere io. Per il fatto stesso di essere. Non mi resta che lamentarmi di me stesso quindi. Quindi piango di me stesso.

Non è giusto, però, e non posso accettarlo. E non lo voglio accettare. Non mi lamento con qualcosa o qualcuno, ma mi lamento lo stesso. E comunque. Non faccio il piacere a coloro che sono responsabili delle ingiustizie e del dolore che sono aggiustabili, di accusarli come se ciò che provocano fosse ineluttabile. La loro responsabilità e verificabile e misurabile. Non è insondabile. Divina. Infinita. La loro miseria è della stessa natura di quella che provocano, e come tale va affrontata. Accanto a questo c’è anche in loro la stessa fonte di ciò di cui mi lamento io. Né più né meno. Vorrei tanto che fosse di più, ma non è così. Mi lamento anche di questo. Di questa doppia ingiustizia.

 

Di sicuro però non è colpa mia. La tentazione di attribuirmela è sempre presenta, ma non ho nessuna intenzione di assecondarla. Se ho delle colpe che posso attribuirmi, non sono quelle che sono alla base del lamento. Se qualcuno me le attribuisce, le ammetto, volentieri spesso, a malincuore talvolta. Ma non rifiuto di addossarmele. Ma per queste colpe è stupido piangere. Si cerca di rimediare e amen. Se non si può, pazienza: se ne subiscono le conseguenze e zitto mosca. E all’assenza di colpa e di causa che il lamento si rivolge. Lì nasce e lì torna. Qualcosa non va, e non saprò mai cosa. Non l’ho mai saputo, sospiro, né mai lo saprò. Se verrò a sapere qualcosa, non sarà quello. Sarà sempre altro, ahimè.

 

La maggior parte delle volte mi lamento da solo. Quasi sempre. Perché non c’è nessuno con cui farlo, o so che sarebbe inutile, perché mi direbbero subito di smetterla, che dovrei fare così o cosà; oppure perché non voglio caricare del mio lamento chi ha già di che lagnarsi per conto suo, e questo, invece di mettere in condizione di capire, chiude a ogni ascolto. Non stanno nemmeno a sentire. Le rare volte che qualcuno sta ad ascoltare senza interrompermi o dirmi subito la sua, è così imprevisto, che quasi mi viene da odiare chi lo fa. Chi si crede di essere? Potrebbe anche essere qualcuno che mi vuole bene, mi dico. Ma poi, no… impossibile. Però è accaduto. E quindi, che voglia ammetterlo o meno, è stato possibile. Lo è sempre. Anche se poi accade molto di rado. Ma la possibilità resta. Mi vien da piangere.

 

Sto male? Sì e no. Sto abbastanza male, ma non abbastanza da giustificare che mi lamenti. Ma abbastanza perché mi lamenti comunque. Senza vera giustificazione. Ed è anche di questo che mi lamento. Mi lamento del lamento di cui ignoro la ragione, del lamento in assenza di qualsiasi giustificazione. Piagnucolo tra me e me; e mi lamento, quasi mi dispero, di questo piagnucolio. Anche quando smetto, continuo. Dovrei dormire, mi dico. Mi sdraio, chiudo gli occhi. Chiudo gli occhi umidi, il ronzio nella testa, finche non prendo sonno, e nel sonno mi lamento. Come lo so? Lo so. Lo sento: sogni di farlo e lo faccio sognando. Mi è stato detto. Ma se anche non me lo avessero detto, lo saprei lo stesso. A voltemi sono svegliato con qualcuno che mi teneva tra le braccia. Ho smesso di piangere? No. Ho solo cambiato modalità di pianto. Era un pianto più dolce. Consolante. Di qualcuno che viene consolato. Ma in fondo ancora inconsolabile. Allora smettevo. Ma continuavo in silenzio, da solo. Dentro. Ancora.

 

Evito di lamentarsi pubblicamente e ancor di più in modo vistoso e spettacolare. Niente è più umiliante di sentire che mentre lo fai ti incoraggiano a continuare, a alzare i toni, e che poi ti battono le mani e poi se ne vadano tutti soddisfatti pensando che lo sia anche tu. Ti sei sfogato? Bene. Ora stai meglio, no? No. Brutti stronzi. Ma persino questa risposta voglio evitare. Che tristezza dovermi trattenere per non avere spettatori. Per non dover rispondere. Per non stare al loro gioco. Essere la loro valvola di sfogo, la scusa perché si sentano soddisfatti in tutto e per tutto di sé e del mondo. Uno che si lamenta, non è di spettatori che ha bisogno. E allora di chi? Di cosa? Non lo sa nemmeno lui. Un’altra ragione per lamentarsi. Per essere triste e rabbioso. Tuttavia anche questa consolazione è preclusa. Perché consolazione non c’è. Troppo facile, se ci fosse. Chi lamenterebbe più, allora?

 

...

(a seguire, forse) 

29/07/26

‘N. (Un altro miracolo clandestino)


C’è questo signore di ottant’anni, padre di una mia bravissima ex collega e marito di un’amica di mia moglie, che oggi mi tira da parte e mi chiede, titubante, parlando un po’ in italiano e un po’ in dialetto, con mozziconi di frasi, timoroso che non abbia tempo per lui, che avrebbe una cosa da dirmi, 5 minuti, se non ho fretta. Figurati gli dico, sediamoci qui. E lui comincia a raccontarmi, ad abbozzarmi a pizzichi e smozzichi, una storia nel suo piccolo straordinaria. Non la sa nessuno, neanche mia moglie e le mie figlie e le mie nipoti, dice, ma so che tu scrivi e magari, non so, magari … si potrebbe… Dai raccontami, gli dico. Si coglie la fatica fisica che fa a estrarre le parole e a metterle insieme in piccoli mattoncini, figurarsi a tirar su un muretto… di sicuro è l’emozione, il suo particolare legame con questo grumo di ricordi, intricato e intenso presumo, che si è tenuto dentro senza provare a dargli mai una forma, a mettere le parole in fila per raccontarlo, e il fatto di provarci ora con me, che sono praticamente un estraneo che però ha questa aura di uno che scrive, mitica per chi guarda da fuori questa penosa attività e per una volta prova a entrarci in contatto. Qualcosa che intimidisce. Anche me, certo. Parlare turba; ascoltare altrettanto. Ma nessuno dei due lo dice. Allora provo a soccorrerlo, quando si inceppa, facendo domande. Non dev’essere un uomo di molte parole, famigliari e pochi amici a parte. Forse. Nemmeno sul lavoro, immagino, da esempi simili che ho conosciuto. Ma ora è da molto che è in pensione, anche se è sempre lì a trafficare, a riparare un po’ tutto per chiunque glielo chieda, a inventare e costruire aggeggi, come uno, gettonatissimo da tutte le associazioni di volontari della zona per le feste invernali, per incidere alla perfezione la buccia delle castagne per farne caldarroste. Dici niente… E proprio di un’invenzione mi vuole raccontare.

In pratica si tratta di questo. A metà degli anni ’70, sembra l’inizio di una fiaba, imperversava in quello che allora veniva chiamato il Terzo mondo un’epidemia di non ricorda più cosa, che stava provocando ecatombi (parola mia) di morti, specie tra i bambini. Il colera magari? Non so, dice, qualcosa che prendeva l’intestino, micidiale per popoli già deboli, affamati, sai quelli con la pancia gonfia e il resto solo scheletro e le mosche sugli occhi spalancati e cisposi, e che poteva venir curata con farmaci poco diffusi da noi, tra i quali molto importante ce n’era uno prodotto solo in Italia da un’industria per la quale ogni tanto aveva fatto qualche lavoretto con la piccola ditta di cui era titolare con altri due soci e che contava altrettanti operai. Un laboratorio artigiano, una microimpresa si direbbe oggi, che non aveva i numeri nemmeno per rientrare nella piccola industria, ma abbastanza per far fronte anche a ordinazioni di medio calibro, oltre che per la clientela privata.

Lui manco sapeva che ci fosse questa emergenza. Ce n’era una ogni giorno, lui dei giornali leggeva solo la cronaca locale e le notizie sportive al bar, soprattutto di ciclismo, e per il resto la televisione era solo la Rai, quelle private non sa se erano già arrivate o stavano iniziando. Non le guardava nessuno comunque. L’informazione era scarsa, solo televendite, spettacolini da quattro soldi e sport, soprattutto calcio parlato.

Sta di fatto che un giorno gli telefonano da questa ditta farmaceutica che stava dalle parti del palazzo del ghiaccio, tanto per intenderci (è ancora lì, ho controllato), che produceva quel farmaco indispensabile per contrastare il virus, ma in quantità non elevate, sufficienti giusto per il mercato nazionale e quello europeo, gli pare, che comunque non ne richiedeva poi tanto, perché probabilmente qui, allora, non erano tanti ad avere gravi problemi intestinali. Semmai c’era ancora un po’ di fame, da qualche parte, e di sicuro la gente non si abbuffava come ora. Obesi in giro se ne vedevano pochissimi. Gli telefona il direttore in persona, che gli dice che ha bisogno di lui e se si possono incontrare anche subito. Dovevano trovare il modo di incrementare considerevolmente la produzione, e magari lui poteva dargli una mano in questo. Aveva già avuto modo di apprezzare la sua disponibilità e abilità e così gli era venuto in mente, tra tutti, di chiamarlo. Chi lo sa?, penso io, magari lui era l’ennesimo a cui si stava rivolgendo dopo vari sondaggi andati a vuoto; oppure lo chiamava per non allertare la concorrenza, o perché altri clienti o fornitori di servizi forse non erano interessati a una cosa del genere, ho pensato, e forse l’ha pensato anche lui. Ma non se n’è preoccupato. Ha risposto subito di sì, senza retropensieri. Gli piacevano queste piccole sfide. Come in bici con gli amici.

Sa solo che era urgente trovare il modo per produrre molto di più. La sede centrale era in emergenza, non solo sanitaria ovviamente, ma, altrettanto ovviamente, anche per vincere la concorrenza che poteva magari preparare prodotti alternativi, anche se loro avevano il brevetto per quello specificamente ora richiesto in grandi quantità. Ci voleva il suo tempo, in ogni caso, e loro dovevano approfittare di questo vantaggio. Chi riusciva soddisfare la richiesta aveva diritto a un budget doppio, o a un premio, ora non ricorda. Lui aveva già fatto dei lavori per la loro ogni volta che avevano bisogno di interventi di carpenteria o riparazioni in metallo e il suo lavoro era stato sempre apprezzato, tanto che veniva chiamato anche per piccoli lavoretti che richiedevano un intervento urgente e accurato. Il mediatore che l’aveva introdotto a quella ditta era uno del paese, che gli procurava anche piccole commesse per varie ditte di Milano con cui aveva rapporti di lavoro, ogni volta che avevano bisogno di opere di fabbro o di carpentiere. In particolare il direttore della ditta farmaceutica era rimasto colpito dalla capacità di adattarsi prontamente alle richieste e se necessario di approntare senza difficoltà accorgimenti e piccole migliorie per superare problemi che altri non sapevano risolvere, inventando e fabbricando all’occorrenza quanto necessario a realizzarle. (Mio papà che aveva aperto un’officinetta meccanica che a quei tempi era già diventata una piccola industria con qualche decina di operai, faceva lo stesso: andava a vedere i macchinari alla Fiera di Milano già pensando a come avrebbe potuto sfruttarli e migliorarli, se li avesse acquistati, o per rubare dettagli da applicare ai suoi. Ricordo che da piccolo, oltre a regalarmi per anni a Natale non so quante scatole di meccano sempre più grandi e, lo dico a posteriori, affascinanti, mi portava sempre con sé nella speranza che io, primogenito, mi appassionassi alla sua attività e prendessi il suo posto a tempo debito: purtroppo in questo l’ho deluso andando a fallire in tutt’altra direzione; ma per fortuna il testimone l’hanno preso, e benissimo, i miei due ultimi fratelli, così, almeno sotto questo aspetto, è morto felice. Non c’entra ma lo dico lo stesso.)

Così, nonostante avessero un laboratorio interno, per gran parte della carpenteria esterna si rivolgeva alla sua officina. Va be’, sta di fatto che il direttore gli telefona dicendo che gli avrebbe mandato un taxi, all’occorrenza. Da Fara a viale Forlanini sono una trentina di chilometri, mezz’ora e era lì. Invece lui parte subito col suo furgoncino con tutti gli attrezzi e altro materiale, nel caso servissero pezzi di ricambio o altro. Non aveva capito bene cosa gli veniva chiesto, e aveva bisogno che glielo spiegassero meglio in loco, vedendo anche i macchinari per pensare a cosa avrebbe potuto fare. Alla bisogna aveva poi un fornitore non lontano, a Cernusco, dal quale rifornirsi del necessario, se già non lo aveva o non lo poteva realizzare direttamente lui. Appena arrivato lo portano nel reparto dove c’erano macchinari pieni di vaschette, tipo ampolle, dove erano messi a coltura dei germi, per fare non so cosa a non so che germi, e non fa in tempo a entrare… lo spazio, la novità, quei marchingegni strani che non aveva mai visto…, che appena cominciano a spiegargli cosa sono e come funzionano, gli viene subito una specie di illuminazione. Butta lì al direttore, senza neanche prendere nota, l’idea che gli è venuta e chiede tempo per pensare a come realizzarla in concreto, dopo aver preso le misure naturalmente e chiesto le informazioni tecniche necessarie. È possibile entro due o tre giorni, chiede il direttore? Lui crede di sì e torna a casa a dormirci sopra. Invece già per strada comincia a smacchinare e non va a dormire prima di aver pensato e messo su carta tutto per filo e per segno. I dettagli e le misure esatte li avrebbe perfezionati sul posto. È quasi l’alba, ma non riesce a prendere sonno. Così si sdraia per un paio d’ore, corre in officina a caricare il furgone di tutto quello che gli sembrava utile e parte subito, in modo da essere a Milano all’apertura della fabbrica.


C’erano dunque questi macchinari con sopra pannelli in cui erano collocate le vaschette o ampolle riempite di qualcosa, germi crede, dal nome del farmaco di cui erano la base, che poi veniva agitato per 3-4 giorni per portarli a maturazione o favorirne la moltiplicazione, non ricorda più. Gli è venuta l’idea, semplicissima, di ampliare i pannelli in cui erano alloggiate le ampolle per aumentarne il numero con delle aggiunte che avrebbero potuto fabbricare agevolmente. Quando ha studiato bene come fare, ha fatto una riunione con gli artigiani del laboratorio, poi ha preparato i telai con gli alloggiamenti per le ampolle che quindi andavano procurate o acquistate al più presto, e i morsetti e l’occorrente che serviva a mettere tutto in sicurezza confidando che i motori già in uso riuscissero a funzionare anche con un carico così appesantito. Hanno fatto la prova su un macchinario che ha tollerato benissimo le modifiche, e subito si sono messi al lavoro per preparare allo stesso modo anche tutti gli altri utilizzando al meglio tutti gli spazi possibili. Così in breve tempo sono stati in grado di moltiplicare per due o tre volte la quantità delle ampolle, con grande soddisfazione di tutti. Una volta portata a termine la prima produzione, i medicinali sono stati messi in contenitori adeguati, imballati e caricati su camion che li hanno portati agli aeroporti che sovraintendevano alla distribuzione su aerei con destinazione di vari paesi prevalentemente africani, con la scorta della polizia. Una precauzione che lo ha colpito.

Il direttore era felicissimo anche della bella figura che aveva fatto con i vertici della società, gli aveva pagato molto bene il lavoro e gli aveva anche suggerito di brevettare un paio delle cose che aveva inventato per la circostanza. Non è entrato nei dettagli, non gli importava neanche di dirmi quali, perché non l’ha fatto. Per lui il capitolo era chiuso lì. Non si era mai pentito di non aver seguito il consiglio del direttore. Non era convinto che gli accorgimenti che aveva inventato potessero procurargli chissà che ricchezze. Non è che si potevano applicare a tutti i macchinari; o sì, ma bisognava vedere caso per caso, e poi non gli importava, gli bastava aver pensato e realizzato la sua idea velocemente e con risultati positivi per chi ne aveva bisogno, e magari che gli sarebbero venuti utili per il suo lavoro futuro. All’industria farmaceutica e ai suoi guadagni non pensava, anche se poi ha saputo che pochi anni dopo il gruppo farmaceutico, successivamente venduto a una multinazionale, ha introdotto un impianto all’avanguardia molto famoso per la produzione di quel farmaco: pensava ai bambini, aveva da poco due gemelle anche lui, e alle persone che forse aveva contribuito a guarire, se non addirittura a salvare. Gli bastava quello che gli era stato riconosciuto, ben oltre le sue aspettative e l’orgoglio tenuto dentro di un lavoro ben fatto.

E alla fine poco importa se quell’accorgimento, quell’invenzione, abbia davvero avuto un ruolo così importante nella salvezza di tanti bambini, cosa che io credo anche se ignoro in quale misura, e nemmeno è importante, ma certo un significato ce l’ha, che lui abbia rifiutato ogni riconoscimento e beneficio anche economico, e quel po’ di rinomanza che giustamente gliene sarebbe venuta, per quanto effimera, perché queste cose, decisive ma minime, si dimenticano in fretta, si sa; importante, per me, come credo per lui, è che abbia conservato la memoria di quei due-tre giorni e dell’evento, della richiesta che gli hanno fatto, dell’ideazione sorprendentemente veloce e facile e della sua realizzazione e applicazione e degli effetti, come un segreto che ha nutrito, in modo non sconvolgente ma persistente la sua vita; come una fonte di energia buona, alla quale non è necessario fare ricorso continuativamente, ma sempre a disposizione all’occorrenza, lì, come qualcosa che c’è e già il fatto che si sappia che è lì basta e avanza, per tutta la sua restante vita: che le ha dato, per lui e per nessun altro, ma ora anche per me, un senso che niente e nessuno poteva altrimenti darle né poi toglierle. E importante è che ora soltanto, non so per quale motivo, forse perché sente che gli anni stanno andando via velocemente come la sua bici quando ancora andava a correre con i suoi amici, ha sentito il bisogno di raccontarlo a una persona come me con cui aveva scambiato a malapena una decina di parole in precedenza, anche se ci conoscevamo come compaesani e io come figlio di un piccolo industriale che aveva un’attività simile alla sua e il suo stesso nome e la sua passione a migliorare le macchine e le cose a cui lavorava con accorgimenti e piccole invenzioni che contribuivano a far sopravvivere e crescere la propria attività; o che l’abbia fatto solo, forse, grazie ai legami indiretti mediati da moglie e figlia, perché credo che il fatto che sappia che scrivo (cosa poi? dove? come?) non sarebbe bastato a interpellarmi, anche se solo sapere che scrivo, che, nella sua immaginazione, racconto storie, come fanno gli scrittori, quelli veri, e che quindi ero adatto se non a scrivere (non pretendeva tanto, né io gliel’ho promesso, non sapevo se sarei stato in grado di farlo degnamente), perlomeno ad ascoltare questa storia, dando un po’ di senso anche alla mia di vita, al fatto di averla dedicata a storie che in gran parte ho solo ascoltato o letto, e raramente ripreso e raccontato come qui. Grato che me ne sia stata data l’occasione e contento di averla saputa, come ho potuto, cogliere e riferire, a chiunque la voglia conoscere.

13/02/26

Ogni tanto qualcosa, in genere sciocchezze, lo sorprende (da "Muto")

 


Ogni tanto qualcosa, in genere sciocchezze, lo sorprende. E lo meraviglia. E nel meravigliarsi si sorprende di sorprendersi. La cosa che lo sorprende, e il fatto stesso di meravigliarsene, comprende anche la sorpresa di sorprendersi. Non è mai una sorpresa pura. Nuda e cruda. E’ sempre un meravigliarsi di sorprendersi. Ma questo non sminuisce la sorpresa. Non intacca la meraviglia. Come se fosse qualcosa di derivato. Un’appendice di secondo grado. Semmai, se possibile, lo rafforza. Ma anche questo è sbagliato. Sorpresa, meraviglia, sorpresa di sorprendersi, sorpresa di meravigliarsi, sono una sola cosa, la stessa. L’intensità è quella che deve essere. Né più né meno. Solo poi subentra una sorpresa ulteriore: quella di vedere sfaldarsi tutto il cappotto solido di insensibilità da cui credeva di essere avvolto. Una campana spessa che si era incollata alla sua pelle, alla sua testa, tanto da diventare la vera pella, da essere la sua testa, così da credere, l’illuso, che questa fosse la sua natura, lui che sa benissimo che la natura non esiste. Ma è troppo lucido, pensa di solito, per illudersi. Quindi le cose stanno così. Non c’è da esaltarsi né da rammaricarsi. Tutto fila come deve. Liscio, senza asperità, senza fratture o fessure. Poi uno cammina, non pensa, al solito, a niente, e una cosa, una vera e propria scemenza, qualcosa che non vale nemmeno la pena di nominare, lo sorprende. E tutto si sfalda.
Avanti così, fino a che la sorpresa svanisce. Ma non svanirà. Il suo effetto continua, fino alla prossima occasione. E’ lei che sorregge la campana, che la alleggerisce senza darlo a vedere. Che fa andare avanti. Così che ogni tanto uno si sorprende. Di essere andato avanti. Della strada che ha fatto.

30/08/25

Le lumache non puzzano



Stamattina era tutto uno zigzagare tra lumache e qualche residuo lumacone. Prudentissime, affollano i marciapiedi, le corsie pedonali e i muretti e i bordi delle recinzioni. Ci tengono a non morire prima del tempo. Quando sono nate si sono trovate con una serie di istruzioni, con qualche libertà di variazione, e dei compiti precisi da eseguire, col solito tornaconto di piacere e gradevolezze varie (l’aria, la gradazione dell’umidità, le differenti temperature e superfici da cui farsi titillare ecc.), come da contratto, e loro si attengono alla programmazione senza bisogno che qualche supervisore controlli. Lo fanno volentieri e con leggerezza. Non dico velocità. Nemmeno quando si accoppiano, perché il compito principale è perpetuare la specie, ovvio: ma quello forse comporta qualche sforzo in più, non saprei, comunque premiato da un godimento adeguato. La natura non risparmia in merito. Meglio troppo che non abbastanza. Cioè, immagino, a partire dalla mia risicata esperienza, e dalla prosopopea dei discorsi dei miei simili, così come dalle reazioni di animali più facilmente osservabili. Va be’ che sto a dire? Ahi ahi! Comunque sia, io, che scelgo apposta strade senza traffico e gli ampi marciapiedi del quartiere residenziale che sono sempre deserti, tutti in casa o via di corsa nelle loro grosse macchine, e tutt’al più qualche disperato a perdere tempo in giardino o a curarlo, è lo stesso, perché così posso ascoltare musica, guardarmi attorno svagato, senza pensieri manco a volerlo, e senza dover stare attento a dove metto i piedi, cacche di cane a parte, abbastanza rare in questa zona, devo ammetterlo, se ora, per evitare inutili stragi, da aggiungere alle tante di cui leggo ogni giorno, uomini animali e piante mi è difficile fare distinzioni, tranne quando mi siedo a tavola, se ora, dicevo, devo camminare con la testa costantemente bassa, già che tendo a incurvarmi di mio oltre che per l’età, e con gli occhi fissi a un paio di metri davanti ai miei piedi, con il rischio di scontrarmi con qualcuno che inopinatamente arriva in direzione opposta intento a precauzioni analoghe, allora il gioco non vale più la candela. 

 

Qualche etologo mi dica quali sono gli orari preferiti per gli spostamenti di queste vagabonde, che io cerco di adeguarmi, sempre che non faccia troppo caldo. Altrimenti sarò costretto a passeggiare per i centri commerciali o per le vie delle città. Che però sono pieni zeppi di esseri umani che fanno tutto meno che camminare e ti arrivano addosso da ogni direzione. Brutti, cattivi e puzzolenti. Le lumache non ti investono, invece. Non grugniscono. E soprattutto non puzzano.


 

 

26/06/25

Senza nessunissima ragione



Non ci sarebbe nessunissima ragione per farlo: il mondo, le guerre, la gente, il nostro miserabile paese e i miserabili che governano questa provincia di docili cagnolini ai margini dell'impero, di qualsiasi impero presente e futuro, i folli e gli assassini massacratori che decidono tutto, il caldo, l'età, l'assoluta piattezza e monotonia dei giorni da molti anni a questa parte, eppure, mentre camminavo cercando l'ombra, a un certo punto mi sono accorto che stavo fischiettando una canzone dei Beatles. E tutto gratis.

16/06/25

Storie non raccontate

 


Sono decenni, praticamente dall’adolescenza, che non racconta niente a nessuno (tranne questa che ora racconta a me, chissà perché), e anni e anni che nessuno racconta niente a lui. Cioè parla, lui, e parlano gli altri, qualche volta, ma in pratica raccontare, dire davvero qualcosa, e sentirne, non si ricorda l’ultima volta che gli è capitato. Persino con il suo migliore amico, l’ultimo, morto anni fa, era tutto un parlare indiretto, un raccontare altro, per cenni, un continuo cazzeggiare. Diffusamente non ci riuscivano. Per esempio, l’amico, certe cose della sua infanzia, importanti, mica scemenze, gliele ha raccontate dopo vent’anni che si conoscevano. Ah, questo non lo sapevo!, gli ha detto lui. E l’amico: davvero? Credevo di avertelo raccontato più di una volta. No. Probabilmente nella sua testa gliel’aveva raccontato, ma a voce, di persona, no. Si capisce che una volta raccontato nella testa, gli bastava. Era come se l’avesse fatto davvero. Anche a lui capitava così. Ma questi dialoghi di cose non dette, queste storie mai raccontate, non si sa perché, cementavano la loro amicizia. Finché non c’è stato più occasione di raccontare niente, e entrambi vivono, ciascuno a modo suo, in un mare di storie azzerate.

20/05/25

I miei demoni oggi hanno deciso di non seguirmi

 


I miei demoni oggi hanno deciso di non seguirmi. Quando mi sono preparato per uscire mi hanno detto che preferivano restare a casa. Non ho insistito. E’ gente tranquilla ma ostinata. Facciano quel che gli pare, io esco. Più che cani infernali, sono animali da compagnia e non sempre apprezzano che io scelga di evitare i luoghi affollati e inoltrarmi lungo stradine e in boschi dove se si incontra qualcuno è come me, che finge di non vedermi e si volta dall’altra parte. A loro invece non dispiacerebbe, ogni tanto, fare conversazione con i loro simili, scambiarsi osservazioni e esperienze sui relativi padroni, chiamiamoli così, perché più che tenerli prigionieri e fargli fare quello che vogliono loro, spesso sono loro che li chiudono nelle loro segrete e li obbligano a giacere lì, in quelle celle buie e umide, loro abituati al fulgore rovente delle fiamme. Gli è stato assegnato un compito ingrato e se la devono cavare come possono, con gli scarsi strumenti a loro disposizione, sottoposti a una doppia tirannia, quella di chi li ha inviati lì, per una paga scarsa o nulla, e quella del corpo repellente e capriccioso a cui sono stati assegnati. Uno ha un bel dire che un corpo è una robetta fragile e malleabile, facile da influenzare. Bisogna stare attenti, dosare le misure, le spinte, i metodi di invasione, perché se no si creano resistenze, o, peggio, si finisce per essere sconfitti da un eccesso di vittorie. Se l’invasione infatti è totale, il soggetto perde quel minimo di controllo che garantisce la partecipazione volontaria indispensabile e il conseguente senso di colpa e i bellissimi rimorsi. Si abbandona al loro governo, che non è certo illuminato, e declina ogni responsabilità. Fate voi e non rompete il cazzo. Per lavorare bene, hanno bisogno della sua collaborazione. E’ paradossale, ma preferiscono un eccesso di resistenza a una vittoria in tutti i campi. Ogni volta che ne rompono una il lavoro prende un senso, ogni metro conquistato è una soddisfazione. Vedere come questo esserucolo lotta e poi cede, e una volta sconfitto, si dibatte tra lo zuccherino che gli è stato concesso e il veleno che lo accompagnava, è uno stimolo anche per loro. Quelli che si vantano di facili vittorie sono degli stupidi, avventizi alle prime armi. Se li stanno ad ascoltare è solo per compiaciuta compassione, o per scambiare due parole se è da tanto che sono ridotti alla mia silenziosa compagnia. Io di solito faccio finta di niente, infatti, manco li sto ad ascoltare, o altrimenti la metto sul ridere. Non c’è niente che li fa imbufalire di più. Come mi permetto? Oppure cedo come se niente fosse, distratto e pronto a dimenticare subito. Ma preferisco non cedere, è chiaro. Dimenticare è fatica. Però ogni tanto lo faccio. Devo farlo, dargli questa soddisfazione, così li metto a cuccia per po’. Sono vanitosi. Credono di essere chissà chi. E invece non sono altro che manodopera generica, strumenti in mano a chissà chi, al di là delle gerarchie di cui non vedono il vertice, né se questo vertice è a sua volta manodopera di chissà chi altro, sia pure più specializzata. Speculazioni metafisiche che non gli interessano peraltro, impegnati come sono a sfangare le incombenze quotidiane. Qualche cedimento allora me lo concedo. E poi non è il caso che me la tiri troppo nemmeno io. Non sono così forte da non sentire pressioni e da superare ogni ostacolo. Mi barcameno. Sinceramente non do grande importanza alle proposte che mi sottopongono, ma alcune talvolta sono piacevoli, altre mi prendono di sorpresa e mi accorgo di averle seguite solo a cose fatte. Lì un po’ mi dispiace, mi pento, mi faccio qualche rimprovero. Ma in genere manco li sento. Però me li porto appresso abbastanza volentieri, in linea di massima. Se non mi vogliono seguire, peggio per loro. E che diavolo!, esco da solo.

 


1) Signorelli, Storie  dell'Anticristo (dett.

2) Rutilio Manetti, Tentazioni di Sant'Antonio Abate

 

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23/02/25

Abbandonarsi (abbozzo 11-6-24)



(Premessa: era stanco e teso ecc., lo è sempre più spesso, e allora gli è presa una voglia irresistibile di lasciar perdere, di rinunciare – a cosa poi? – e lasciarsi andare, abbandonarsi. Poi ha pensato:  )

 

Abbandonarsi non è poi così difficile. È come arrendersi: una tentazione sempre a portata di mano. Anche solo pensarci, a volte. È un piccolo sollievo. Una soddisfazione. Placida, molle, in genere, solo a volte drammatica, quasi mai davvero disperata. Sentirsi sicuro, compreso a priori, non giudicato, accolto senza dover fare niente per meritarlo. Poggiare la testa su una spalla, nel grembo materno. In un grembo qualunque. E stare lì per tutto il tempo che si vuole, senza dover chiedere né ringraziare. Senza pretendere, conquistare, combattere. Solo perché così è naturale, spontaneo, e cioè, almeno in questo caso, buono e giusto.
Lo chiamano così, ma, per quando gradevole, necessario a volte, non è un vero abbandono. Il vero abbandono è invece quello che sopraggiunge dopo avere opposto ogni possibile resistenza, come se ad attenderci, raggiunto, ci fosse una tortura. È quando si capiscono tutta la falsità (e la facilità: è lo stesso) che si incarna in ogni cosa o atto a cui si decide di resistere, e che la resistenza stessa rivela e denuncia come inammissibile. Quando finalmente si rinuncia a se stessi, e quindi a ogni compiaciuta, in fondo miserabile, soddisfazione. (Non fossimo uomini.  Miserabili, appunto).
È quello che capiscono i condannati e da ultimo lo stesso ufficiale addetto alla macchina in “Nella colonia penale”, man mano che l’esecuzione procede, che non a caso consiste nella scrittura. Sul suo processo. Che rivela mentre uccide. Che sevizia, dilania e dà pace. Che fa affiorare il ricordo anche di qualcosa che nemmeno si sa di aver commesso, o solo fatto (è lo stesso), e dimenticato, e dona la sua cancellazione, l’oblio.

Quando non è più espressione, volontà di dire e fare qualcosa. Quando non sei tu a volere, ma ti annulli, scompari, in ciò che è detto e fatto.

 

Sembra qualcosa di eroico: una lotta, una serie di dolorose vittorie verso la pace finale, l’apoteosi. Un risultato che probabilmente nemmeno si saprà di aver raggiunto. Una coppa da cui si berrà.
Ma che senso ha questa negazione? Questo oltrepassamento forse senza fine? Perché ricercarlo, quando tutto congiura, e alletta, affinché ce ne si distolga (lo si abbandoni)? Cosa si cerca? Cosa si spera di ottenere? Ma ricercare, e cercare di ottenere, non è già precludersi di raggiungere? Non è già interrompere il processo, affannarsi per vincerlo e di fatto soccombervi? Negarlo e abbandonarlo senza abbandono?
Se poi uno non ha nessuna fede in qualcosa di superiore, fosse solo (solo!) la verità, che senso ha? È forse l’ultima possibilità per chi non ha appunto nessuna fede? Per chi sa che c’è “infinita speranza, solo non per noi”?
È una forma di suicidio in vita? Un’esperienza della morte per chi non solo non rinuncia a vivere ma pensa (finge di credere) che essa in questo modo raggiunga il colmo? Che solo attraverso la sua negazione trovi la propria completezza (il proprio compimento)? Che solo lasciandosi alle spalle (e con quanta fatica!) ogni volontà e ricerca di senso, che è sempre e comunque parziale perché è nella parzialità e differenza che il senso si dà, si possa attingere un qualsiasi senso totale e definitivo?
Una specie di trascendenza immanente? Di immortalità al centro, al colmo, della mortalità?
Tutte cose che fanno paura. Tanto più che si sospetta sempre (si sa), che sono solo parole, pie illusioni. E quindi un’altra resistenza da opporre, un altro abbandono a cui non inchinarsi, un’altra scusa per distogliersi, per rinunciare e accontentarsi dei piccoli piaceri, e anche dei mediocri godimenti, della soddisfazione del dolce abbandono.
Ma non è cercare la grande soddisfazione, il grande abbandono, il miraggio del grande senso a muoverci, a indurre a non cedere, a far sentire ogni rallentamento e deviazione come la massima debolezza, una colpa, il peggior tradimento (verso chi?): è che non se ne può fare a meno. Che c’è una specie di dovere, di obbligo (verso chi? verso se stessi? il vero sé?, ma per favore!), una forza irresistibile che non sopraggiunge su (in) chi la prova, non lo investe da sopra, e nemmeno da dentro, ma è chi la prova; che ad essa, allora, non può sottrarsi, a meno di morire. Di essere davvero morto.

[…]


Sei bellissimo



Sono uscito dalla scuola per fumare. Seduto sulla panchina di fronte all’ingresso, al fresco sotto il vecchio ippocastano, mi metto a leggere. Dalla porta esce, senza che io me ne accorga, una (anziana) collega che, quando è ormai quasi fuori dal mio campo visivo, vicino al cancello, si ferma e mi dice: “Vorrei farti una foto”.

“Perché?”, chiedo.

“Sei bellissimo”, mi risponde.

“Capita, quando non si fa niente per esserlo”, replico, una volta tanto non per fare una battuta, ma come forma di pudore.

“Quando uno lo è dentro, o è felice di ciò che sta facendo, non si può fare a meno di notarlo. Sei proprio bellissimo”, conclude lei. E se ne va, con la sua faccia scavata, tutta tirata, ma buona.

Spengo la sigaretta, alzo gli occhi verso la chioma dell’ippocastano, che l’anno scorso a giugno era già tutta leopardata, bruciata da una malattia che ora sembra superata, tiro un lungo respiro e prendo la biro dal taschino. Mentre scrivo mi viene in mente che suo marito sta lottando da mesi contro un tumore e che mio suocero, a cui voglio bene, ne è stato colpito un mese fa, o poco più, e un altro mese gli resta, o anche meno. Il tenue compiacimento di cui avevo beneficiato, innocente perché non richiesto, bello perché gratuito, se ne è così andato. Resta un’altrettanto tenue tristezza, che, invece di trasformarsi in angoscia, si scioglie pian piano, restando come un retrogusto in ciò che riprendo a fare. Così sia.

 


17/02/25

Fuori tempo massimo


E’ fatto male e non gli sta bene, dice.
Forse non è colpa sua, ma certo non lo è nemmeno degli altri. E infatti lui non li incolpa. Non si accetta, tutto qui.
E perché mai dovrebbe farlo? Forse che accettandosi sarebbe fatto meglio? No, darebbe solo il suo assenso a qualcosa che è fatto male, e questo sarebbe un male ulteriore.
Forse che gli altri sono fatti meglio, gli chiedo?
E’ poco probabile, risponde, e comunque non sono fatti suoi e non cambia la sua situazione.
Solo gli stupidi se la prendono con gli altri, e lui non lo è fino a questo punto. Se lo fosse, forse le cose non si dice che andrebbero meglio, ma certo lui si accorgerebbe di meno che vanno male. E invece no, non ha nemmeno questa magra consolazione. Un vero peccato.
Ragion per cui non gli resta che prendersela solo con se stesso. Cosa che però contribuisce a renderlo ancora peggiore di quanto già non sia.
Che fare dunque? In apparenza ha due possibilità: o negare del tutto se stesso, decisione di cui è incapace per una debolezza che è parte del suo essere fatto male; o negare gli altri, azione ben più fattibile, la cui stessa facilità non è però che l’altra faccia dell’incapacità precedente, quindi l’ennesima conferma del suo essere fatto male.
Per negare gli altri basta poco: sapere che sono fatti male anche loro è più che sufficiente. Verificare che lo sono è ancora più facile: nessuna evidenza supera quella della loro imbecillità. Anche senza scomodare le loro presunte idee o il complesso delle loro azioni, una parola orecchiata, un semplice gesto, l’espressione che assumono quando credono che nessuno li noti, il poco che vogliono e il meno che li colma bastano e avanzano. L’idiozia ingravida l’aria più di qualsiasi batterio; non appena una bocca si socchiude, a cavallo del più flebile respiro ne fuoriesce una ventata capace di saturare gli spazi interstellari. Ammesso che già non lo siano.
Se fosse fatto meglio, questo dovrebbe indurlo al sorriso, come sto facendo io, dice fissandomi negli occhi, o lasciarlo indifferente (meglio): invece è fatto talmente male che prova insieme pena e insofferenza, entrambe in misura limitata però.
Non è possibile, si dice allora: alla lunga anche il troppo poco finisce per diventare troppo, e quando è troppo è troppo. Finalmente si incazza. (Passa subito, comunque.)
Davanti a me c’è solo la merdosa morte, conclude fuori tempo massimo.


12/02/25

E io, quando mi assolvo?


Quando riconsidero il mio comportamento in pubblico, spesso basta un dettaglio: un gesto, un’omissione, o più spesso una parola, una frase, una battuta (e magari proprio quelle che hanno riscosso successo, o sono sembrate particolarmente intelligenti, a chi non mi prestava, come di solito accade, che un’attenzione superficiale; mentre io che mi osservo meglio vi trovo mille lacune, o possibili contraddizioni e quindi ne vedo la fatale approssimazione), per farmi sprofondare nella vergogna, per emettere su me stesso un giudizio negativo inappellabile, una condanna che ribadisce e rafforza le miriadi che l’hanno preceduta. E’ una vergogna con cui ho dovuto imparare a convivere, per quanto ciò non la attutisca.

Invece quando vedo e sento la gente discutere, se così si può dire, in televisione (o anche in situazioni “reali”), o esibire una naturalezza che finge di ignorare gli altri e di fatto è tutta per loro, alla vergogna non resisto e cambio canale, o, se chi è con me insiste a guardare, mi alzo e me ne vado, vergognandomi anche per lui o lei o loro o tutti i presenti e assenti che di queste trasmissioni si interessano o sono appassionati.

Mi vergogno della loro stupidità e meschinità, che però è anche, in loro, la forma che prende quella fragilità e debolezza che non so accettare in me. Allora la pena che provavo lascia il posto alla compassione. E così li perdono nello stesso tempo in cui li giudico, mentre, di nuovo, non so perdonare me per il fatto di giudicarli, per quanto a volte sia opportuno farlo.

Opportuno, forse necessario, ma non per questo necessariamente giusto. E se non è necessariamente giusto, è giusto il giudizio su di me, la condanna.

Amen.

 

(primi anni 2000)

31/10/24

Uomo che cade


 

Non è raro vederlo cadere da sedie, ruzzolare da scale, inciampare nelle superfici più levigate, rovesciare bicchieri e rompere oggetti delicati in genere, picchiare testa gomiti e ginocchia contro qualsiasi cosa sporga o coinvolto in incidenti stradali di varia entità mentre segue traiettorie che solo a posteriori, e ad un esame molto accurato, rivelano una possibile razionalità tutta loro. Assume allora un’espressione più che di sgomento di meraviglia, e quasi di ebbrezza pur nel dolore che si affretta a manifestare con accenti di preferenza e di proposito grossolani, che è il suo modo di nascondersi, ovvero di sminuirsi, di deviare l’attenzione verso il marginale. Gli occhi, già di solito allegri, potenziano la loro luce e si dilatano in un’espressione gioiosa, per quanto affermare che solo allora si sente davvero felice sarebbe francamente eccessivo.


31/07/24

Selfervice di Firenze (fds antico)

 


 

Entro nel selfservice accanto alla stazione di Firenze. È presto, è quasi vuoto. Prendo il mio piatto, pago e mi scelgo un posto: un tavolo in fondo, con la panca accostata al muro a cui poter appoggiare la schiena. Mentre mangio, guardo la sala: tre giapponesi, una vecchia coppia con l’uomo seduto nella mia stessa direzione e la donna di fronte, sette uomini soli compreso il sottoscritto. In sei guardiamo verso il banco e l’ingresso, disposti su file diverse e in modo che almeno un tavolo, ove possibile, separi l’uno dall’altro. Il settimo è alla mia destra, sulla stessa fila di fondo, ma rivolto in senso opposto: un vecchio di oltre ottant’anni, dalla testa ondeggiante coperta da capelli bianchi corti e radi e la pelle molto pallida cosparsa di macchie rosa, che si porta con mano tremante una forchetta che regge maccheroni in precario equilibrio verso la bocca pure tremante e che, quando prende una sosta, davanti, da guardare, ha solo il muro. (ha scelto di avere solo il muro.)

 

Disegno di Ottone Rosai

 

13/07/24

Uccelli sul plexiglass


 

 


Su certe pareti in plexiglass che costeggiano autostrade e ferrovia sono stampate sagome di uccelli, alcune geometriche, senza sbavature, che sembrano balestre, altre dalle grandi ali sfrangiate spalancate, con le remiganti visibili una ad una e il becco adunco (aquile? falchi?, predatori, in ogni caso). L'intenzione, oltre a quella primaria di schermare i rumori, dovrebbe essere al contempo di vivacizzare la parete trasparente e di renderla visibile, per segnalarne la presenza agli uccelli di passaggio o locali, un modo di dirgli di starsene lontani: achtung, è pieno di rapaci qui! si rischia la vita!, per evitare che ci finiscano contro, storditi come sono a volte, confusi dagli artefatti umani o persi dietro le loro fantasie di spazi vuoti e cibo e danze di corteggiamento o per il puro piacere del volo fine a se stesso (fottuti esteti!), e di spiaccicarsi, schiacciando quelle loro fragili testoline , o spezzando un'ala, lasciando grumi di materia arrostita dal sole e scie di sangue smaltato. Eppure a me è proprio questa l'impressione che danno le pareti quando le guardo di lontano, con la coda dell'occhio. Pareti di uccelli spiaccicati. In bianco e nero se non altro. Poi però, se fisso per un attimo la mia attenzione, senza voler per forza riconoscere, sezionare e definire, e poi chiudo gli occhi e torno anch'io alle mie fantasie, quello che vi trovo è solo la visione, non più fugace, di un altro cielo.