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26/02/24

Un tropismo malsano. (Benevolenza e polvere)




Da qualche giorno a questa parte, arrivato in cima alla salitella, invece di svoltare a destra sull'alzaia del Naviglio, tiro dritto verso l'abitato. Una decisone che un po' mi inquieta. Su me stesso, intendo. L'Empire à la fin de la décadence! Forse però dipende solo dal fatto che l'alzaia da qualche settimana è percorsa da camion e cingolati vari: bestioni che passano a tutta velocità, sollevando montagne di polvere che poi resta sospesa per minuti nell'aria immobile, così che non solo te la devi respirare, perché in quel tratto il rifugio nella boscaglia della riva molto ripida è precluso, ma ne esci anche imbiancato, sopra e sotto gli abiti, come un fantasma. Un morto vivente, con buona pace del tuo senso di identità.

Lavori in corso dalle parti di Vaprio, credo. Non so, non mi sono mai spinto tanto oltre da verificare dove stiano trafficando: forse addirittura i lavori lungo l'argine dopo il ponte di Canonica, dove il grande cantiere impedisce qualsiasi accesso, tagliando fuori il passaggio anche verso il Naviglio. Se è così, il traffico sull'alzaia è destinato a durare chissà quanto ancora. Senza contare che ai ciclisti e ai pedoni sarebbe proibito passarci negli orari lavorativi. Ma questo è il meno.

A parte il divieto che io invece rispetto (l'educazione...), la scusa per tirare dritto in questi giorni ce l'ho: rimpinguare la collezione di cani che inneggiano al mio passaggio e fare un paio di sopralluoghi al cimitero di Groppello, con il suo bel viale di querce tappezzato di ghiande e sbiancato dalla polvere della loro farina, che sembra ammortizzare i passi sul marciapiede e rendere più morbida l'andatura. Un cimitero piccolo ma dall'impressionante densità di statue in bronzo a grandezza naturale, con tombe così attraenti che viene la tentazione di affrettarsi a raggiungerle. Devono averci una passione, qui. Oppure lo scultore o il fonditore sono di una delle tre ramificatissime e intrecciatissime famiglie del luogo. Ovvero è stagione di saldi anche per quel genere di manufatti, che magari in città non tirano più mentre in provincia hanno ancora un mercato, a dispetto della crisi (qui la gente ha l'aria di star bene, nel complesso: l’abbondanza, non si sa per quanto, tiene ancora; o così sembra).

Boh, a me non dispiace. Il cimitero. E poi è pulito, i vialetti ben tenuti, la ghiaia rastrellata, le foglie raccolte, le erbacce strappate, le tombe curate, con il marmo tirato a specchio, senza un grano di polvere o di polline, senza un solo petalo nonostante l'abbondanza di fiori freschi. E, devo aggiungere, gode anche di una discreta popolazione di viventi già di primo mattino: in pochi minuti ho visto entrare un’anziana signora, un uomo che ha lasciato la sua bici contro il muro senza chiuderla, e due donne, all'apparenza giovani, in abiti estivi sgargianti, smanicati, con le belle spalle nude e le braccia ben tornite, quasi fossero di ritorno da una festa sulla spiaggia e avessero deciso di fare una capatina dai morti prima di rientrare a casa. Approvo e entro anch'io. Condivido il memento. Senza ombra di tetraggine.

Nessuna scusa è però abbastanza buona per insistere. Vado verso l’abitato: la verità è questa. E andare verso l’abitato è andare verso gli abitanti, pochi o tanti che siano in generale, e all’ora precoce delle mie passeggiate in particolare. Non so da dove sbuca questa improvvisa propensione per la gente; sta di fatto che c’è. La gente non se la merita, ovvio; ma io gliela concedo lo stesso. Gratis. E senza fare fatica: è questo il bello. E’ vero che non c’è in giro quasi nessuno; che posso camminare lungo la pista ciclo-pedonale senza essere disturbato e eventualmente sedermi su una panchina dei periodici slarghi a riposare o a prendere un appunto, come ora; e è anche vero che praticamente incrocio sempre le stesse persone che ormai mi riconoscono (mi riconoscono per quello che passa a quest’ora con gli occhiali da sole e gli auricolari, sempre da solo ma dall’aria tranquilla, per non dire  serena, o al massimo svagata, più che pensosa) e possono quindi ignorarmi o tutt'al più lanciarmi una veloce occhiata di similintesa, per niente impegnativa (nemmeno di reciprocità); e che poi ci sono sempre posti che voglio vedere meglio o di cui devo controllare questa o quella peculiarità per le mie fissazioni, per fortuna variabili; però, a tutto questo (ecco il punto: inutile nasconderselo), negli ultimi giorni si sono aggiunti, scoperti per caso, su uno dei percorsi l’ingresso dell’asilo e su un altro, contiguo, quello delle elementari con i genitori che ci portano i figli, emozionati per i primi giorni di scuola. Emozionati i genitori, non i figli. E questo è buono. E io, lo confesso (a me prima di tutti), passo volentieri in mezzo agli assembramenti davanti ai cancelli, o accanto, e sfioro con lo sguardo una volta questa mamma, un’altra quel papà con due figli, o gruppetti misti che confabulano, o un bambino che corre avanti, e non provo fastidio. E ci ritorno apposta, anzi! Perché la gente, lì, in quel frangente, in questi giorni, davanti a quei cancelli, mi viene simpatica. Mi piace. (Pensa un po’...)

Ecco: l'ho detto fino in fondo; mi sono spazzato questa polvere dall'anima. Poi però il traffico comincia a crescere, anche se qui non è mai intenso, i negozi e gli uffici, scarsi entrambi, aprono, gli abitanti circolano e i marciapiedi si popolano. Non tanto, ma sempre troppo per i miei gusti. D’accordo la benevolenza, ma forse è meglio tornare indietro, all’alzaia. Camion o non camion. Agli alberi. Agli animali. A niente.

Ci sono da meno di tre minuti che lo vedo, fermo in mezzo alla strada, a 50 metri: il suo corpo, dallo stesso colore bianco-grigio dello sterrato e del ghiaietto, di un tono appena più scuro, è messo di traverso, e assieme alla folta coda forma un piccolo ponte di due perfette arcate tra polvere e polvere.

Appena mi scorge, due salti e si dissolve.

 

 

 

10/06/23

Acqua ferma (mentre scrivevo, lo tsunami: 11 marzo 2011, quindi)


Anche l'acqua ferma ha i suoi vantaggi. Quella del canale oggi, per esempio. Senza la distrazione della corrente con le sue increspature e i piccoli gorghi, senza l'incanto della luce che brilla e si muove, balzano all'occhio altre cose. Dall'incanto del movimento a quello dell'immobilità. Incanto o imbambolamento, dipende. Balza all'occhio, più ancora dei riflessi delle sponde capovolte che pure sono più netti e hanno i contorni disegnati con precisione, la superficie in quanto tale, come superficie specchiante e insieme piano di sostegno, spazio su cui si distribuisce e dà testimonianza tutto ciò che galleggia. Il pelo dell'acqua. La pelle. Se poi l'acqua non è troppo torbida, si scorge meglio anche il fondo, con la vita elementare che si radica e si agita da quelle parti misteriose. (Il fondo è misterioso per definizione. Anche se poi...) (Diversi sono gli abissi; ma pure loro, a starci per un po'...)

Oggi l'acqua del canale è abbastanza bassa da essere trasparente lungo la riva, mentre al centro, e da lontano, appare come una membrana verdenera, un po' opaca. Il cielo è coperto, la luce debole, uniforme. Sulla superficie stagnano foglie, rametti e tutto un brulicare di minuzie che la rendono qua e là come ruvida, mentre lungo i bordi, incagliati in piccole rientranze, tra i rami degli arbusti o gli steli di erbe alte, galleggiano corpi più voluminosi, bottiglie, assicelle, frammenti di sacchetti e lattine, portati dagli ultimi sussulti della corrente prima che si spegnesse, in una visuale sincronica, ora, ma con inscritte tracce temporali decifrabili anche senza eccessi di immaginazione.

Nei punti più bassi e ciottolosi, gli insetti depositano le loro larve e molti pesci le uova, al riparo dai predatori, che però la sanno lunga e una buona parte se la pappano lo stesso. Appena sopra la superficie, altri insetti e la mirabile congerie dell'invisibile che riesco solo a immaginare (ovviamente) danzano la loro vita fulminea e eterna. Esattamente come noi. Come me.

 

Mentre rileggevo queste banalità con il deplorevole proposito di continuare, ho saputo del terremoto in Giappone e ho visto i video dello tsunami e, più tardi, dell'esplosione della centrale nucleare.

 

Il giorno prima avevo preso un appunto dedicato allo sguardo perso. Diceva così:

"Viene il momento in cui, senza che te ne accorga, ti trovi stampato in faccia questo sguardo perso, che diventa il tuo sguardo definitivo, soggiacente a tutti gli altri che potrai avere, velato a volte, o ben nascosto, ma sempre presente, irredimibile.

(L'ho appena visto sul signor M., fermo davanti al cancello di casa sua, incurvato in avanti, la bocca appena aperta, che non guardava niente e forse vedeva tutto.)"

 

Guardando i video anche il mio è venuto a galla. Esploso insieme alla centrale.

 

(E da noi i delinquenti vogliono farne!)

 


 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 



02/06/23

26 novembre 2011, tra le 8,30 e le 10

 


Passeggiata lungo il fiume, tra le 8,30 e le 10, con la brina che poi si scioglie pian piano e la nebbia che muta colore e acquista profondità e lucentezza, rosa e d'oro, come la polvere di Giove nei quadri con Danae, più il sole si alza. Sopra gli alberi un azzurro purissimo. Sull'acqua vapori cangianti (non avrei mai creduto di usare questa parola: chiedo scusa a me stesso), poi una fascia compatta, sospesa, con le chiome degli alberi più alti che fanno capolino, sopra, in lontananza. Uccelli sui fili, una ciclista bionda che mi sorpassa e dopo cento metri frena, si guarda attorno (ma non me; o forse sì: mi sbircia come faccio io) e gira la bici, per affrontare di nuovo la salitella. Gli alberi. Ogni cosa separata. Distinta e insieme. La luce radente e poi soffusa. Il cielo. Quasi quasi mi dispiace crepare.

12/11/22

Cose che fanno la differenza 2. Enjoy tribe (Errori vari)


Al ritorno il traffico si era infittito, pedoni solitari o a gruppetti, ciclisti, mammine e paparini che spingono carrozzine con infanti disidratati in grado solo di urlare piano, cinofili al guinzaglio dei loro cani che trascinano le loro trippe mezzo soffocati, poracci, con la lingua enorme e spugnosa penzoloni, gente che sbuca da chissà dove, che cerca di smaltire pranzi di 4 ore in cui però si sono limitati a assaggiare le varie portate, una forchettata, un boccone, e neppure tutte, ma che, chissà come e perché, gli sono rimaste sullo stomaco, a dispetto del vino e della birra ghiacciata trangugiata per spingerle giù, per sturare l'imbocco dello stomaco intasato, e che ora è urgente smuovere con una passeggiata, sotto il sole a picco, che scioglie tutto, stimola ogni ghiandola tranne quelle preposte alla digestione... per indurre quei lazzaroni di succhi gastrici a darsi da fare e alleviare l'acidità, e, se non smaltire il nuovo accumulo di ciccia, già sovrabbondante, perderne per strada un pochino, qualche etto, tanto per cominciare, o almeno fare il chilo, smuovere il deposito fecale, liberare del posto, perché stasera si continua... cioè non si vorrebbe, ma mica vorremo fare gli sfiziosi o i musoni?: ci hanno invitato, abbiamo commesso l'errore di accettare e ora dobbiamo fare buon viso a cattivo gioco... Procedo a zigo zago, sorpasso, evito famigliole mono e bigeneri (i.e. con cani o altri animali domestici: cornacchie, ippopotami, oranghi, lemuri, foche e leoni marini...), mi specchio in tutti questi miei simili, mi paragono e non trovo differenze significative, finché, all'imbocco della discesa, vedo, sospeso in alto tra un albero e un palo della luce in disuso, lo striscione dell'organizzazione, con l'indirizzo internet e il numero di cellulare in piccolo, ma leggibile, tanto che mi verrebbe voglia di chiamare immediatamente, sopra e sotto il logo, brutto sotto ogni aspetto, a cominciare dal nome, che sposa trionfalmente due delle parole (inglesi!) che più trovo irritanti: enjoy, che sarebbe anche bella se non fosse svuotata, come una lattina, dall'abuso in tutte le salse e circostanze, e tribe, che designa esattamente ciò di cui abbiamo meno bisogno (io, di sicuro). La loro congiunzione produce un mostro polimorfo: la tribù godereccia? Godi, tribù? ecc. 

 


La sigla inglese mi fa sorgere il dubbio, o la speranza, che magari non sono italiani: eventualità che comunque non spiegherebbe l'errore degli striscioni legati tra tutti gli alberi che costeggiano la salitella che ho percorso all’andata e che ora mi perseguitano al ritorno: LA PASSIONE FA' LA DIFFERENZA (non spiegherebbe neanche la denominazione, se è per questo). Se uno fa uno striscione con 5 parole, di cui due sono articoli, che a considerarli parole si fa un po' fatica anche in questi tempi di democrazia teoricamente iperegualitaria, una piccola verifica non l'avrebbe schiantato dalla fatica. Il problema non è verificare, però: è pensarci. Pensare che ci sia qualcosa da. Pensare all'eventualità di una verifica per così poco. Che sarebbe come predisporre una verifica del nulla. Doppio genitivo, mi spiace doverlo specificare. Lo sconforto cresce se si considera che allo striscione non avrà lavorato un solo creativo (è gente che lavora in équipe, quella: in piccole tribù... branchi, greggi...); che altri avranno dato suggerimenti (o input, che è un termine più adeguato), discusso e approvato, e poi seguito la definizione grafica del progetto e le differenti fasi della sua realizzazione. Sarà stata una miriade: se si contano le denominazioni americane per ciascuna di queste attività e figure, deve essere stata una miriade, perché altrimenti non si inventerebbero tanti nomi e sigle e funzioni, e se non ci fossero le persone, nomi e sigle e funzioni le farebbero sbocciare, o sbucare, come naturale conseguenza... il nome segue la funzione, o la precede, o la accompagna, e la figura e l'azione, o il soggetto agente, non possono che seguire. Il soggetto, grammaticalmente, quando è espresso, di solito precede, ma di fatto segue, si sa... nomen omen. Insomma, con tutta 'sta collettività impegnata a cooperare per il raggiungimento del medesimo scopo (un esempio per tutti!: la vera, utopica comunità), è possibile che nessuno, nemmeno un cane, un reduce momentaneo dal paese dei sogni, si sia accorto dell'errore? Non so: è chiedere troppo? Un’équipe di ignoranti, o di superficiali, di distratti, di approssimativi, che razza di équipe è? Ma forse non è un'équipe, né (meglio) un gruppo di lavoro, o un insieme che provvisoriamente coopera: forse è solo un'accozzaglia di presuntuosi frettolosi; forse, giusto la denominazione, è solo una tribe, cieca e conformista: e anche questo fa la differenza.

(Sto scrivendo queste righe al fresco della biblioteca di Treviglio – e, coincidenza curiosa, le sto copiando dai fogli che ho appena recuperato in mezzo a un mucchio di ritagli, quasi un anno dopo nella stessa biblioteca, la terza o quarta volta in tutto che ci torno a "lavorare" –, e ora cambio posizione – idem ora, l'anno dopo, ma stavolta per il mal di schiena che forse, forse!, accentuato dalla tragica circostanza che oggi compio 61 anni, e quindi invecchio vertiginosamente: mentre invece è solo, ovvio!, la postura in cui scrivo – e mi porto dall'altra parte del tavolo, perché ogni volta che alzo gli occhi, da qui – allora, non ora – mi trovo davanti un quadro orrendo, che pian piano mi avvelena il piacere di scrivere su questo quaderno di ortografia polacco – o di grammatica (vedi foto), e se qualcuno dei 4 astanti forse guarderà sorpreso la manovra senza apparente giustificazione, io almeno avrò davanti, allora, una finestra aperta sui rami di un grande cedro dell'Himalaya (non del Libano, mi raccomando) e su ballatoi e i tetti della vecchia Treviglio ben ristrutturati, paraboliche a parte: il che fa una discreta differenza, che spero abbia un buon influsso sulla scrittura... per tacere della futura riscrittura: nel chiostro, davanti a un cedro analogo ma all'aperto stavolta, e con il mal di schiena... perché davanti alla finestra, se non altro, la sintassi prenderà aria e tirerà un ampio respiro. Ciò che faccio anche adesso, e in più mi stiro.)

Che nessuno, dico: nessuno!, nemmeno lo stampatore, a ritrovarsi lo strafalcione davanti abbia avuto anche solo un sospetto, un minimo senso di disagio, un'incrinatura subatomica dell'anima ortografica, o solo professionale, come di un rametto che scricchiola in lontananza, non dico sotto i piedi, più ci pensavo e più mi faceva arrabbiare, e ora, senza il rosolio di compensazione di un solo ricordo, la pappetta dolciastra, l'impiastro lenitivo o il diversivo di una sola associazione, rischiava di rovinarmi la passeggiata fino a quel momento quasi perfetta.

E non serviva a nulla contare i passi, o i respiri, o qualunque altra cosa, che di solito mi calma, perché sempre finivo per contare solo l'errore, ripetuto a ogni striscione, come un chiodo che mi conficcava a ogni passaggio alla mia croce. Qualche chiodo avanzava persino... Sì, lo so che una volta stampato uno, tutti gli striscioni sono uguali, e quindi uno solo andava considerato l'errore, però a me gli errori sembravano tanti quanti gli striscioni, e sempre più gravi con l'aumentare del loro numero. Uno passa, guarda, legge, resta sorpreso o no, riguarda e rilegge, e ogni volta l'errore gli si conficca negli arti, nel cranio: uno, due, tre, quattro... venti!

Allora ho alzato il volume nelle cuffie, ho chiuso gli occhi e mi sono gettato alla cieca e a corpo morto, di corsa, giù per il resto della discesa. Nel vuoto, immagino. O producendolo io stesso. Ovvero, poiché infine non sono caduto né ho travolto nessuno, con la gente che vedendomi arrivare si spostava allarmata come al passaggio di un pazzo, un errore della natura.


 

Cose che fanno la differenza

 


L'altro giorno, domenica 14 agosto, sono andato a fare la solita passeggiata al fiume, anche per vedere quanta gente c'era in giro. La curiosità! Che sia benedetta. La passerella era quasi deserta (prevedibile, con la canicola delle tre), mentre sul ponte del secondo canale, quello della centrale elettrica, c'erano alcuni ragazzotti che, sotto gli occhi di un pubblico trepidante e ammirato, si gettavano in acqua per nulla ostacolati, stimolati anzi, dalla presenza di due canotti stracolmi di volontari della sicurezza che arrancavano loro incontro, incazzatissimi. Gente, i ragazzotti, perlopiù non autoctona, spavalda già di suo ma che proprio in quanto non autoctona ci tiene a sottolinearlo, e che ignora le insidie del canale e del fiume, i gorghi e le buche, o, conoscendole, le sfida a bella posta: di quelli che annegano uno o due alla volta tutti i sacrosanti anni. Chissà quanti saranno quest'anno, mi sono chiesto al passaggio, sorridendo benevolo (non per i morti a venire: per il ricordo di quando anch'io mi buttavo dai ponti; anch'io mi sentivo allogeno in quei tempi, o quantomeno differente).

L'ictus beota della nostalgia mi è rimasto stampato in faccia fino al Pignone, la spiaggetta di Groppello, poco distinguibile peraltro dall'espressione abituale (infatti i conoscenti che incrociavo non mostravano sorpresa di sorta nel salutarmi). Al Pignone, oltre alle consuete compagnie che prendevano il sole o smaltivano faticosamente le pantagrueliche grigliate dei giorni festivi, ronfando o con il presunto ausilio di spettacolari e patetici exploit sportivi forieri di congestioni e infarti per fortuna meno numerosi del presumibile, mi sono imbattuto in una sfilza di mercatini sotto le candide tende di prammatica, un gonfiabile da cui i bambini si fiondavano a raffica uno sul capoccione dell'altro, per subito risalire (era gratuito), autoveicoli che vendevano bibite, patatine e panini farciti di nonvogliosaperecosaneancheconlapistolallatempia, bidoni per la spazzatura e due toilette ecologiche trasportabili. Sotto una tenda a parte c'era un banchetto dove coabitavano i rappresentanti del comune di Cassano e del comitato del Parco Adda-Nord, con relativi libretti e opuscoli che ho ignorato.

La piccola kermesse era stata organizzata per allietare il ferragosto di chi è già stato in vacanza e si prepara a riprendere il lavoro (chi ancora ce l'ha), e soprattutto per alleviare lo sconforto di chi non ha potuto partire; chi passa l'agosto al paesello per scelta, come il sottoscritto (snob e privilegiato!), non necessita di diversivi né di palliativi, anche se si guarda bene dal disprezzarli se qualcuno ne ha bisogno e ne trae piacere, come chi cava il sangue dalle rape. Il programma degli eventi era illustrato da manifesti cartacei, mentre il suo spirito sarebbe poi stato ribadito per tutta la salitella che porta verso il naviglio da un lungo nastro di cartelloni che ribadivano lo slogan della rassegna e l'indirizzo internet più numero di cellulare del principale partner degli organizzatori. Il genotipo era un pannello di 4 metri di tela stampata, cucito in numerose copie (la ripetizione identica ha la sua efficacia, lo sanno tutti) per una nota di allegra e colorata comunicazione. Almeno nelle intenzioni degli autori; e nella ricezione di committenti e fruitori, immagino (è il comune sentire popolare).

Lo slogan affermava: LA PASSIONE FA' LA DIFFERENZA. "Anche la grammatica", mi è venuto da pensare subito (con le maiuscole). La reazione mi è poi frullata in testa per un po', con tutta una serie di varianti e espansioni (anche l'ortografia, nel suo piccolo, la fa; anche la sintassi dovrebbe farla; anche l'ortografia, la grammatica e la sintassi la fanno, o dovrebbero farla, ecc.: la maledetta abitudine di cercare la frase perfetta che finisce per rovinare anche quelle decenti, che tanta grazia quando già ci sono), finché non mi è tornato alla mente il primo giorno di scuola nell'ultima terza che poi avrei portato fino agli esami di maturità, una classe che peraltro mi ha dato soddisfazioni, giusto per chiudere in bellezza la mia carriera di impiegato statale dell'insegnamento. 

Appena entrato nell'aula, mentre gli studenti scattavano in piedi in silenzio, sulla grande lavagna alle spalle della cattedra ho potuto leggere questa preziosa informazione, a caratteri giganti: SANDRA FÀ LE POMPE, accompagnata in ordine sparso, come da damigelle e a caratteri molto minori, da qualche nome, cuoricino, sigla da aspirante writer (eterno aspirante) e inneggiamenti all'Atalanta e a squadre milanesi di nessun conto. Ho salutato, pregato tutti di accomodarsi (non subito: prima li ho scrutati tutti, ad uno ad uno, per un po', giusto per godermi queste vecchie buone abitudini finché duravano, sapendo che tempo un paio di settimane e nessuno avrebbe più fatto caso al mio arrivo), mi sono presentato e, come se niente fosse, senza cancellare nulla, ho scritto nome e cognome sulla lavagna (dovevo aver visto qualche film americano di recente, perché era la prima e sarebbe stata l'ultima volta nella mia vita). Quindi ho fissato un momento la lavagna come per controllare che le mie generalità fossero corrette, mi sono voltato verso la classe e ho comunicato le principali norme di comportamento a cui mi sarei attenuto e che pretendevo anche da loro e ho illustrato velocemente i programmi... insomma mi sono esibito in una variante dell'abituale leggero e (mi dicono) divertente pistolotto di inizio corso. Infine, esplicate queste incombenze, ho guardato l'orologio, mi sono voltato verso la lavagna e, chiedendo chi era l'ignorante che l'aveva scritta, ho cerchiato e barrato la à della frase succitata. "Fa si scrive senza accento", mi sono limitato a dire. Tutti si sono voltati, con sintomatiche varietà di sguardi, verso l'autore della scritta, che, in attesa delle mie reazioni da un'ora intera al pari degli altri, è sbottato: "Ma profe, le fa davvero!". "Sono affari suoi," gli ho risposto, "e ora cancella questo obbrobrio"; e ho imbastito un breve ripasso sui monosillabi accentati, con opportuni esempi (gli esempi servono sempre), prima che suonasse la campanella. Ovviamente lo scrittore era il caso critico (stavo per scrivere clinico) della classe e io sono stato l'unico insegnante con cui non ha litigato negli anni seguenti, anche se ci ha provato più volte (ma da affezionato...).

Mentre rivangavo queste banalità, e le scaramucce, e i disastri combinati dall'allievo in questione (inutile negarlo: l'insegnamento mi manca; solo quello, ma quello mi manca davvero, a volte: carenza d'affetto), pensavo anche alle cose che fanno la differenza che mi mancano. Il fumo, per esempio (e va be'...), e il cioccolato e il gelato, a causa del valore della glicemia sempre vicino al limite (e altre cosucce come questa, dovute alla vecchiaia incombente; non ancora evidente... lontana dall'evidenza... piuttosto il contrario, sembrerebbe... ma comunque incombente, altro che palle!). Avevo un gran desiderio di caffè, che pensavo di bere in uno dei due bar appena entrato in Groppello, sperando che non fossero chiusi come tutti gli altri, poi ho visto un cartello che annunciava che la vicina gelateria artigianale era aperta e ho cambiato subito direzione. E che diamine, festeggio anch'io! La differenza a volte la fa l'infrazione. Per qualcosa che ti piace: non per l'infrazione in sé, questo mito scipito, d'accatto (per quanto a volte, si sa... anche se è solo un rigurgito di libertà, una fantasia dell'eterno prigioniero...). Un bel gelato al cioccolato fondente!, tanto per sposare due differenze.

Mentre lo gustavo, visto che ero nei paraggi, tutto contento sono andato a vedere il cimitero del paese, che non conoscevo. Tutto contento al cimitero! Non ho una passione vera e propria per i cimiteri, ma se ci passo davanti mi fermo spesso a visitarli (all'estero, nelle grandi città soprattutto, ci vado di proposito). Al centro del vialetto d'ingresso c'è un'alta cappella con, in alto, un monumento funerario che di primo acchito, col suo lungo cappello a cono, mi è parso di Pinocchio. Sarà di un vescovo invece: per chi ci vede una differenza. (C'è, c'è...) Ho scattato un paio di foto da fuori mentre finivo il gelato e poi, pian piano, ho preso la via del ritorno fischiettando la canzone che avevo nell'auricolare. Una canzone africana.

 


 

 

 

 

24/09/20

Svuotato al quadrato


Lo vedo avanzare nella sua tenuta d'ordinanza dai colori sgargianti, ma senza la solita andatura baldanzosa con la quale intende forse sviare l'attenzione da chissà che (immagino), e anzi con passo pesante, la testa china, come oppressa dal pensiero, direi se non temessi di essere offensivo.

Risponde al mio timido saluto (non vorrei sembrare invadente) e quando gli chiedo come va, per pura cortesia, senza aspettare risposta e esserne offeso, con mia grande sorpresa lo sento rispondere guardandomi negli occhi: "Se già di solito, pensando a quel che penso, o che dovrei pensare, mi sento vuoto, ma non per questo più leggero, da un po', e oggi in particolare, mi sento svuotato anche del vuoto".

Basito, non so che dire, il mio repertorio di battutine svuotato a sua volta. Me ne sto lì fermo per un po', evitando il suo sguardo. Finché lo sento dire "buongiorno" e vedo la sua sagoma mettersi in moto.

Quando è già lontano, "buongiorno!", rispondo. Non so se mi ha sentito. Forse mi è uscito solo un suono strozzato. Forse l'ho solo pensato.

 


02/08/20

Libri pazienti (Appunti per niente 17)



a)
Pensavo poco fa, leggendo un libro che mi sono finalmente deciso a leggere dopo oltre 30’anni che l’ho comprato, che a volte ci si tiene lontani da certi libri come se si avvertisse l’oscuro presentimento, che sfiora una ancor più oscura certezza, che ci faranno del male, un male che non siamo in grado di sopportare... che ci distruggeranno.
Per anni ogni tanto li si prende in mano, li si maneggia con circospezione, li si sfoglia senza leggerli e li si mette velocemente al loro posto su uno scaffale ben visibile, ad altezza d’occhi, da dove ti fanno segno, ti chiamano, ti rimproverano e emettono giudizi silenziosi, inappellabili, che non vuoi sentire. Poi un giorno, non si sa perché, si comincia a sfogliarli, a leggiucchiare le prime righe, e si continua senza resistenze, né rimpianti, fino alla fine. E le parole sono perfette, esattamente quelle di cui avevamo bisogno per sentirci più forti e continuare a vivere.
Altri invece resteranno intoccati per sempre. Con solo un piccolo rammarico. Per noi stessi, non per loro. La loro funzione è assolta anche così, come creatori, e custodi, del rammarico.

b)
Ma nello stesso momento la grandezza che custodivano e ce ne aveva tenuti a distanza, viene sminuita, se non negata, dal nostro contatto. Dal fatto che, in qualche modo, ci serve. Eppure proprio questo loro mettersi al nostro servizio, o meglio: questo non rifiutarsi a una posizione servile, questo non sottrarsi all’abbassamento, è un segno ulteriore, e forse il sigillo, della loro grandezza.

28/06/20

Il fantasma di Willy DeVille



1.
E c’era questo signore anziano che assomigliava a Willy DeVille, alto, molto magro, senza mascherina, con giacca, nonostante il gran caldo, e cappello che gli nascondeva il ciuffo che forse non c’era, senza baffi e mosca al mento, e forse anche con gli zigomi meno rilevati, e insomma che gli assomigliava poco, ma forse solo perché era un Willy invecchiato, che se ne stava seduto, di profilo, su una panchina di metallo in una delle piazzole sulla riva della Martesana, con uno zainetto nero appoggiato a terra accanto alle sue gambe allungate, la testa piegata leggermente in avanti, con un’aria molto stanca, quasi sfinita. (Credo: ero sul marciapiede opposto.) Appena l’ho visto ho pensato ai tanti che si gettano a fiume in questo periodo. Mi ha preso un po’ d’ansia, nonostante tutta la gente che andava e veniva accanto a lui lungo la pedonale e la ciclabile, e invece di proseguire verso la meta che mi ero dato, una meta insignificante tanto per darmene una, 5 minuti dopo ho fatto dietro front, per andare a vedere che ci fosse ancora. Poi non so cosa avrei fatto. Probabilmente niente. Intanto meglio tornare. Ma lui non c’era già più. I passeggiatori, runner e ciclisti si erano ulteriormente infittiti. L’acqua scorreva. Sembrava pulita.
Forse era proprio Willy. Il suo fantasma venuto a trovarmi, a cantare per me “Hey Joe” (lui mi chiama così, non ho mai capito perché), che se ne è andato deluso perché non mi sono fermato. Certi fantasmi sono permalosi.
Poi, invece, 500 metri più in là, l’ho rivisto. Era seduto su un’altra panchina, di pietra, che guardava verso la strada, il capo chino, più ancora di prima, le mani sulle cosce, le braccia tese, le gambe piegate, tra la folla dei passanti che lo sfiorava senza uno sguardo, nemmeno da parte sua peraltro, dando le spalle alla grande ruota di legno vicino al vecchio ponte, alto sulla corrente oggi veloce e piena di mulinelli, dalle sponde basse e con l’unica protezione, da quel lato, di una sbarra di ferro parallela al piano della sponda, un appoggio più che un ostacolo, un invito.



Poco più in là ho incontrato l’uomo che saluta alzando l’avambraccio di scatto, in canottiera scura, con mascherina, i capelli un po’ più lunghi del solito, ingrigiti in così poco tempo, ondulati!, quasi ricci, il passo stavolta incerto, dinoccolato al limite della zoppia. Naturalmente non mi ha nemmeno notato. Il mio sguardo è andato perso, se non per me. Il suo era diretto lontano. La sua meta è sempre molto in là. Sempre oltre. 

2.

Torno a vedere spesso Willy De Ville, in questi giorni. Cammina, siede, in mezzo a un mondo che ai suoi occhi non c'è. Non: che è sparito, ma: che non c'è mai stato. E' lì attorno, e non c'è mai stato. Si alza. Cammina. Fuma. Un risvolto dei pantaloni è rimasto arrotolato, accartocciato, quasi.


3.

Oggi stavo per arrivare alla fine del viale sul marciapiede opposto al canale con le bozze di un articolo in mano, quando l’ho visto sull’ultima panchina, sotto quelle vecchie piante che sembrano robinie ma sono ancora ancora tutte fiorite, ad agosto!, di grossi grappoli giallastri da cui cadono nuvole i fiori formando uno strato compatto sull’erba e sul marciapiede ai loro piedi. Ha tolto dalla tasca della giacca due fogli piegati in quattro (come i miei), li ha aperti e ha cominciato a leggerli. Quando gli sono passato davanti ha alzato gli occhi e mi ha guardato (forse). Erano piccoli, azzurri, liquidi e opachi, resi quasi incolori dal velo leggero della cataratta. Non era Willy.  Nemmeno il suo fantasma. Gli ho fatto comunque un cenno di saluto. Ma lui non so se mi ha risposto. La testa si è mossa, gli occhi no. Forse però ha capito. Era un addio. Anche questo.



20/10/18

Signore che saluta alzando l’avambraccio di scatto



 C’è questo signore sui 45-50’anni di media statura, il corpo snello, i capelli castani, i lineamenti regolari, che stranamente incontro solo quando non c’è nessuno in giro, almeno che io ricordi, e che vedo da lontano venire verso di me con un passo regolare, un po’ meccanico, gli occhi spalancati fissi su qualche punto lontanissimo davanti a lui, o dentro, tanto chiuso in se stesso da far dubitare che abbia mai visto davvero qualcosa, e quindi nemmeno me, quando mi incrocia, e che pure, se sono io a guardarlo, alza di scatto l’avambraccio destro, come spinto da una molla, tenendolo addossato al corpo, il palmo della mano in avanti, le dita serrate le une contro le altre, chinando impercettibilmente la testa (a meno che non sia una proiezione mia), senza espressione, ma come chi si arrende, a cosa o chi non si sa, e poi prosegue con lo stesso ritmo, allontanandosi senza una parola. Altre volte invece mi passa accanto e se ne va con quella sua andatura monotona, il corpo rigido, non dando segno di aver nemmeno notato la mia sagoma, lo spostamento d’aria prodotto dal passaggio, l’ombra che il mattino proietta su di lui, come se io fossi un fantasma. E anche meno. Niente.
Nessun gesto, nessuna occhiata, nessun cenno, nemmeno l’abbozzo di un saluto, una sillaba, un sibilo, l’eco del respiro. Eppure già a scorgerlo da lontano un po’ mi inquieto, lo sento, in modo vago, minaccioso, non per qualche violenza che venga da lui, ammesso che ne sia capace, e che se ne accorgerebbe quand’anche la esercitasse, ma da me, da qualche punto che da grandi lontananze (eppure accosto, appena dietro una parete fragilissima) si risveglia al suo apparire e che, per quanto io cerchi di rassicurarmi, mi fa paura. Una paura che mi avvelena ogni fibra e mi fa vergogna.
Mi sento chiamato in causa senza appello, sollecitato dall’assenza di sguardo, più ancora che come mi capita con i ciechi, perché qui gli occhi hanno la potenzialità di vedere, vedono senza vedere, vedono senza vedersi vedere, non vedono ciò che guardano. Non: vedono ma non guardano, bensì: né vedono né guardano, sono spalancati sull’abisso del vedere, del puro vedere senza soggetto né oggetto. Quello in cui potremmo cadere da un momento all’altro, e forse in cui sempre siamo.


Chi fosse interessato a conoscere un altro episodio di questa piccola saga lo può trovare qui.