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01/07/24

Alzare la testa (Camminare, vecchi appunti)



Alzare la testa (altri appunti su camminare ripresi e aggiustati)

Quando si cammina, alzare la testa è la cosa più bella.
Non sai a cosa vai incontro, cosa verrà ad aprirti gli occhi e i sensi, a spalancarli, a sorprenderli. Ma non sai nemmeno cosa porti con te, cosa estrarrai dalla tua bisaccia quando, alla cieca, vi affonderai le mani, ogni volta che ne avvertirai l’impulso, o il bisogno, ogni volta che ciò che ignoravi, venendoti incontro, te lo richiederà.

Camminare, quindi, con la stessa attenzione fluttuante dello psicanalista. Finché qualcosa arriva e la accogli.
Dire, come Eva, “Sì, albero, serpente, cielo”. “Sì, mela!”, come conferma allungando il braccio a coglierne una dal ramo carico che pende sopra di lei.
L'accoglienza è sempre seconda. E' la ripresa a dare esistenza. Mette tutto in circolazione, toglie le cose dalla loro solitudine, dall’informe in cui si perdevano e confondevano con tutto il resto, e le accoglie nella vita, così che esse stesse, pur restando ciò che sono, e anzi cominciando finalmente a esserlo, possano a loro volta accoglierci, e noi trovare, presso di esse, una sede, un rifugio, accucciarci alla loro ombra, sostenerci al loro corpo, inciampare nel loro enigma, cadere nei loro tranelli, e lì giacere. O sollevarsi, salutare e andare.
 

Fusione, afflato, trasporto, empatia, pienezza, vuoto, serenità, quiete, quella roba lì. Molto bene. E ora passiamo ad altro.

 

02/08/20

Libri pazienti (Appunti per niente 17)



a)
Pensavo poco fa, leggendo un libro che mi sono finalmente deciso a leggere dopo oltre 30’anni che l’ho comprato, che a volte ci si tiene lontani da certi libri come se si avvertisse l’oscuro presentimento, che sfiora una ancor più oscura certezza, che ci faranno del male, un male che non siamo in grado di sopportare... che ci distruggeranno.
Per anni ogni tanto li si prende in mano, li si maneggia con circospezione, li si sfoglia senza leggerli e li si mette velocemente al loro posto su uno scaffale ben visibile, ad altezza d’occhi, da dove ti fanno segno, ti chiamano, ti rimproverano e emettono giudizi silenziosi, inappellabili, che non vuoi sentire. Poi un giorno, non si sa perché, si comincia a sfogliarli, a leggiucchiare le prime righe, e si continua senza resistenze, né rimpianti, fino alla fine. E le parole sono perfette, esattamente quelle di cui avevamo bisogno per sentirci più forti e continuare a vivere.
Altri invece resteranno intoccati per sempre. Con solo un piccolo rammarico. Per noi stessi, non per loro. La loro funzione è assolta anche così, come creatori, e custodi, del rammarico.

b)
Ma nello stesso momento la grandezza che custodivano e ce ne aveva tenuti a distanza, viene sminuita, se non negata, dal nostro contatto. Dal fatto che, in qualche modo, ci serve. Eppure proprio questo loro mettersi al nostro servizio, o meglio: questo non rifiutarsi a una posizione servile, questo non sottrarsi all’abbassamento, è un segno ulteriore, e forse il sigillo, della loro grandezza.

18/02/19

Thomas Bernhard, Camminare (Adelphi, 2018)




Articolo già uscito in doppiozero.com il 30 aprile 2018

Camminare è l’attività che più di ogni altra accomuna i personaggi di Thomas Bernhard. Camminare e parlare. Camminare e pensare. Camminare e pensare parlando. Dialogare mentre si cammina, ma più spesso monologare in presenza di un ascoltatore, che interloquisce il meno possibile e serve prevalentemente come spunto per variazioni, raffronti e analogie per ciò che viene detto. I monologanti sono perlopiù persone isolate, o che hanno fatto terra bruciata attorno a sé: uomini, sempre, che in genere bramano una solitudine che però li sgomenta e inorridisce, e che quindi hanno periodicamente bisogno, secondo modi e tempi che sono loro a decidere, di qualcuno che la interrompa, su cui riversare il bolo infinito delle loro rimuginazioni in un flusso che non conosce pause e non chiede il permesso, che essi espettorano per poterlo sentire a loro volta come da fuori, certificato dalla presenza estranea. Spetterà all’interlocutore/testimone trascrivere “quasi alla lettera” i monologhi, per la qual cosa non è indispensabile che sia un amico, basta che sia qualcuno di affine “nello spirito”, o “nella sensibilità” (La partita a carte, p. 20), ovvero un ospite, come l’italiano nell’omonimo racconto (ora in Al limite boschivo).

Di come le attività di camminare, parlare, riflettere si manifestano e combinano, nei vari libri viene esplorata e descritta la completa fenomenologia, ma in nessuno in modo così approfondito come Camminare, stranamente solo ora (e meno male!) tradotto da Giovanna Agabio per Adelphi, che forse non sarà il migliore tra i libri di Bernhard, come da lui sostenuto con Daniele Benati che racconta di averlo incontrato nell’83, ma è certamente tra i risultati più alti di tutta la sua produzione (impressione che peraltro si ha spesso quando si legge qualcosa di nuovo a distanza dall’ultimo libro). Il passo può essere lento mentre veloce è il pensiero, e viceversa; o può trasformarsi in breve corsa, con saltelli, soste e riprese accompagnando, favorendo o interrompendo i pensieri, a volte impedendoli, a seconda dei luoghi attraversati, con il loro influsso decisivo nella definizione e tonalità di ciò che viene pensato e/o detto, la loro incombente materialità, o la loro presenza discreta, invisibile, derivata dall’abitudine a percorrerli e ripercorrerli senza doversene più preoccupare, con il senso di sicurezza e di sostegno che ne deriva, tanto che a volte basta una variazione, di accompagnatore o di tragitto, a scatenare la crisi, o a innescare la miccia da cui parte l’alluvione delle parole. Alluvione distruttiva come quella che sommerge le terre del principe Saurau in Perturbamento (ma benefica come le piene del Nilo per il lettore).
È appunto da una crisi di questo genere che parte Camminare. Un uomo di nome Karrer impazzisce anche in seguito al suicidio del suo amico Hollensteiner, un chimico, e il suo sodale Oehler, che passeggiava con lui tutti i mercoledì, si vede costretto, per non impazzire a sua volta per il cambio di consuetudini, a chiedere di sostituirlo a un altro amico con cui di solito passeggia invece il lunedì, e durante la passeggiata gli racconta dell’impazzimento di Karrer e del suicidio di Hollensteiner con il condimento di tutte le tipiche riflessioni bernhardiane sulla vita, la società, la filosofia, la verità, la famiglia e via di questo passo.
Il tono delle sue riflessioni, come avviene sempre nei libri del grande scrittore austriaco, ha sempre un che di estremo, di duro, paradossale e risentito, che richiama una prassi oggi talmente diffusa da non essere quasi più percepita e da essere diventata una vera e propria industria della negazione, come peraltro scriveva Magris parlando di Bernhard già 40 anni fa. Se però negli ultimi decenni niente è diventato più facile che denigrare, screditare, insultare, disprezzare e demolire, allora niente è più difficile che farne stile e metodo in letteratura; e appunto per questo, che il potenziale di Bernhard sotto tale aspetto non abbia perso un grammo della sua ferocia dopo tanti anni e tante riletture, la dice lunga sul suo valore. Allo stesso modo l’insistenza e la ripetizione, che sono la morte di ogni affermazione e argomentazione, nel grande scrittore austriaco sono invece la linfa che nutre il discorso. Come mai? Perché nella sua opera non sono mai semplici ripetizioni e iterazioni. Ogni affermazione e ogni negazione vengono riprese, rivoltate, sviluppate, sfumate, specificate, ampliate, relativizzate, e quindi a loro volta sempre negate senza che vi sia mai un punto fermo, un approdo a qualcosa che possa essere considerato definitivo e veritiero. Se qualcosa viene estratto da questo flusso, è solo una citazione, come lo è tutto: “In fondo tutto ciò che viene detto è citato” (Camminare, p. 28, sott. di B.). Niente è mai quella cosa lì, quel fatto o quel sentimento, ma sempre quella cosiddetta cosa, quel cosiddetto pensiero o sentimento (“il cosiddetto intelletto” e “il cosiddetto sottointelletto”, p. 18 e poi tutto: scienza, arte, tecnica, malattia, sapere, p. 92-3; ma già: “parlo soltanto tra virgolette, tutto quello che dico è detto soltanto tra virgolette”, affermava il principe Saurau in Perturbamento, p. 169): qualcosa che serve solo a chi effettua l’effrazione e il taglio, cioè qualcosa che viene usato per altri fini, e quindi mai può consistere in sé, mai essere vero, mai (cor)rispondere alla realtà e al mondo. Ogni discorso è un discorso riportato e anche il trascrittore e testimone, oltre a venir modificato nel suo essere da ciò che ha sentito e che riporta, non ha mai un pensiero suo, un punto di vista esterno e superiore, ma viene trascinato da ciò che dice, che è sempre ciò che qualcuno ha detto, e spesso da ciò che qualcuno ha detto che qualcuno ha detto e così via, ma tutto nella stessa frase, ogni cosa e affermazione incastrate le une nelle altre, che da sole non sussistono e se separate si sbriciolano, o acquistano una prosopopea, un’enfasi teatrale che già ne nega la validità e subito ne mostra l’essenza ridicola, assurda.
                                                                       
Spesso i monologhi (che potremmo chiamare monologhi in compagnia, o meglio: davanti a spettatore, quasi si fosse a teatro, come peraltro Bernhard stesso invita a leggere anche i suoi romanzi) si muovono per un po’ attorno a un nucleo che può essere un concetto, un’immagine, un evento o una persona, ma presto scartano in sempre nuove direzioni per poi recuperare qualche filo degli argomenti affrontati in precedenza in modo da tratteggiare una parvenza di coerenza, un disegno riconoscibile e della medesima tonalità di fondo, sia pure molto variata. Se però il lettore riesce per un istante a strapparsi dal ritmo trascinante del delirio (della prosa), cosa non facile e che si fa malvolentieri, come una piccola violenza autoinferta, si accorge che quello che appare come un ragionamento serrato spesso non è che un coacervo di osservazioni senza capo né coda, o meglio: senza logica, da cui ogni logica è (dall’autore) scientemente bandita, e anzi denunciata come menzognera, falsificatrice, con le varie componenti slegate le une dalle altre e tenute insieme solo dalla bava del ritmo e del tono emotivo dai quali poi ogni lettore (e lo stesso lettore a ogni rilettura) vede emergere, colpito come da una ruvidità imprevista o da una sassata, questa o quella espressione o riflessione, con cui costruisce il proprio libro e disegna ogni volta il suo personale Bernhard. Si impartisce da solo la propria lezione, di cui si compiace per un attimo prima di gettarla e passare, sempre nello stesso romanzo magari, ad altro, a plasmare un’altra storia, un altro autore e un altro lettore, con gli stessi nomi.

“Se ascolti attentamente” disse il principe “sentirai che, in ritmi pensati apposta per te, è sempre la tua storia che ti viene raccontata e che ti danno a intendere” (Perturbamento, p. 199). Nessun personaggio può quindi essere assunto a portavoce di Bernhard, anche (o soprattutto) quando porta lo stesso nome e cognome dell’autore e ne condivide alcuni momenti esistenziali decisivi (come l’asportazione di un tumore ai polmoni e la degenza in un padiglione ospedaliero in Il nipote di Wittgenstein), ma insieme tutti lo sono, sia pure di una visione parziale e limitata al contesto e al tenore narrativo: in tutti il meglio e il peggio di Bernhard sono disseminati senza nemmeno tentare di assicurargli una parvenza di coerenza, che del resto, a dispetto di ciò che ne pensano loro, nemmeno i personaggi hanno. Quasi tutti vi ambiscono, quasi tutti tentano di darsi, o tentano di dare all’interlocutore, un’immagine di sé in qualche modo solida e stabile, che li identifichi e definisca, ma senza mai riuscirci, e appunto in questo consiste e si consuma il loro reiterato, incessante fallimento essenziale.
A definirli è solo il nome, quando ce l’hanno (per esempio il narratore di Camminare è anonimo), il ruolo o titolo, la posizione sociale, o la professione (dottore, oste, principe, chimico, industriale, musicista…), ma loro, di fatto, non sono niente al di fuori dei loro discorsi, dei gesti o delle consuetudini e manie, e delle aspirazioni irrisolte e irrealizzabili che scaturiscono (e da cui scaturiscono) dalle loro ossessioni, riassumibili quasi sempre nella tensione verso una verità per definizione irraggiungibile, impossibile in quanto falsificata, intrisa di errore, già negli strumenti, come la lingua, con cui solo è sperabile di poterla attingere e comunicare. La menzogna (l’errore) è già all’origine. È già quella dell’origine. Lo smantellamento dell’edificio della menzogna, da quella filosofica a quella famigliare e sociale (a partire dalla sconsiderata e onerosa perversione di fare figli invece del più igienico e razionale suicidio, per arrivare alle istituzioni e allo Stato austriaco, oggetto questa volta di un feroce attacco per la sua ostilità al sapere e all’innovazione, che si tradurrà nel caso specifico nel suicidio di Hollensteiner), non può essere pertanto disgiunta da coloro stessi che la stanno mettendo in atto. Ne consegue che anche costoro non possono accettarsi per come sono, per quanto proprio in questo conflitto e nella necessità di rilanciare continuamente la ricerca, nell’intransigenza a non interromperla e nemmeno allentarla, riescano talvolta a trovare una provvisoria stabilità e identità. Se non che, subito, sono essi stessi a riconoscerne la natura fasulla e a vanificarle, riprendendo sempre di nuovo la ricerca non finché trovi l’impossibile compimento, ma finché non precipitano nella follia o riescono a compiere quel suicidio nella cui orbita i loro pensieri hanno sempre gravitato. In questa perenne instabilità, e nel perturbamento che ne deriva, sono coinvolti sia gli interlocutori/testimoni, sia soprattutto i lettori, che si trovano destabilizzati nelle loro certezze elementari, essi pure costretti a riconoscerne la natura fittizia e caricaturale e a trovarvi delle alternative che, ormai lo sanno, non reggeranno alla prima difficoltà o disanima.
Tutti cercano (cerchiamo) allora di divertirsi, nel senso pascaliano, ma non ci riescono se non per breve tempo e in modo incompleto, ciò che non fa che accentuare l’insoddisfazione e l’angoscia da cui dovevano distogliere. Le ossessioni potrebbero essere la giusta diversione, la più efficace, totalizzanti come sono, se non che proprio esse, con la loro tensione spasmodica e intransigente, sono quelle che con maggior forza e efficacia riconducono al punto da cui, per eliminarne gli effetti letali, erano dipartite. E tuttavia, “se non avessimo la capacità di distrarci / egregio signore / dovremmo ammettere / che non esistiamo assolutamente più / l’esistenza è sempre una distrazione dall’esistenza” (L’ignorante e il folle, p. 34). Sembra una contraddizione, ma non lo è, perché “tutte le frasi che vengono dette e che vengono pensate e in generale che esistono, sono al tempo stesso vere e al tempo stesso false, se si tratta di frasi vere” (Camminare, p. 21).

Con tutto questo, la distrazione resta un male, e il compito che definisce i personaggi di Bernhard è di rifiutarla e di dedicarsi al pensiero senza transigere, “fino allo sfinimento”. Se però si passa al vaglio, con “la necessaria freddezza mentale e acume” ciò che ascoltiamo, vediamo e facciamo, tutto appare orribile, “qualcosa di meschino e di vile e di superfluo” e “ogni giorno diventa un inferno... Perché tutto ciò che viene pensato è superfluo. La natura non ha bisogno del pensiero” (p. 13-14). Camminare, di questo doppio pensiero, nient’affatto dialettico, pensiero e contro-pensiero, indaga le varianti, che i suoi personaggi portano al limite, consapevoli dell’impossibilità di farlo senza esserne annientati e per questo della necessità di fermarsi un attimo prima di attingerlo, se non si vuole sprofondare nella follia come Karrer o suicidarsi come Hollensteiner.
È in questo alternarsi tra opposte esigenze, in questo ribaltare l’una nell’altra e essere attratti da entrambe senza poter scegliere che vivono molti personaggi di Bernhard, ed è questo che ne rende le figure imponenti e insieme ridicole, razionalissime e insieme folli, folli perché razionalissime, ridicole nella loro imponenza. E, per il lettore, perturbanti, finché le segue come loro seguono i loro pensieri o manie, e al contempo rassicuranti nel momento in cui coglie la loro ridicolaggine, che però non consola davvero, perché in essa si manifesta anche tutta la loro grandezza e tragicità. Non sono tragiche nonostante siano ridicole: lo sono nel loro stesso essere ridicole. La comicità dà sollievo, diverte, ma solo in modo momentaneo, perché poi, a guardarla bene, proprio in essa appare il tragico, che invece, isolatamente preso, nella sua pretesa di essere assoluto, sarebbe solo e davvero, nel peggior senso del termine, ridicolo.

Anche per questo, tra le pagine di Camminare a mio parere più riuscite, ci sono quelle, mirabolanti, esilaranti e tremende, in cui viene narrato lo scivolamento inarrestabile di Karrer nella pazzia in un negozio di abbigliamento, mentre si fa mostrare, come suo solito, tutti i pantaloni controluce per vedere dove la trama è meno fitta, i suoi “punti radi”, immancabili del resto (operazione che dovremmo fare anche noi per ogni libro che leggiamo, a partire da questo), e comincia a discettare della qualità dei tessuti con osservazioni che si fanno sempre più pesanti e ingiuriose (altro che “tessuto inglese di primissima qualità”, questa è “merce di scarto cecoslovacca”!), scandite dal bastone che viene picchiato sul banco, con un martellamento che è lo stesso delle frasi che vengono ribadite con sempre maggiore insistenza e del modo di narrare di Oehler che le descrive a Scherrer, lo psichiatra che egli disprezza e teme, e in seconda battuta all’anonimo narratore che a sua volta le ribadisce, scandite in modo identico, al lettore.
La deriva della follia è inarrestabile come quella delle parole e del comportamento di quasi tutti i personaggi di Bernhard, personaggi radicali, che in nessun caso si accontentano di mezze misure o di soluzioni non definitive, magari solo per segnare un provvisorio punto di riferimento da cui poi ripartire. No, solo la perfezione, per loro. E la perfezione tutta d’un colpo. Compiuta e completa, dall’a alla zeta. Quello che conta è soltanto il risultato, che deve essere senza sbavature, inscalfibile, assolutamente ineccepibile. Il percorso, come vuole la pia vulgata, vale solo per chi lo effettua, con le sue tappe necessarie, rigorosissime of course, ma in fondo di poco rilievo, disprezzabili, senza interesse per l’opera, di qualsiasi genere essa sia, né per i suoi destinatari (il genere umano, praticamente). Questo li condanna tutti al fallimento, di cui non restano tracce, se non talvolta in abbozzi e appunti che però vengono quasi sempre immediatamente distrutti dai famigliari; fallimento che è ancora peggiore tuttavia quando l’opera sembra realizzata (l’edificio a forma di cono di Correzione; e paradossalmente anche Glenn Gould in Il soccombente, il quale, mentre il pianista protagonista soccombe perché non è Glenn Gould, riesce e insieme fallisce proprio perché Glenn Gould lo è).


Con tutto ciò, è vietato fermarsi, rinunziare. Nemmeno per chiedersi cosa si sta facendo, a che punto si è, come procedere. “…non dobbiamo domandare a noi stessi come camminiamo, perché allora cammineremmo diversamente da come camminiamo in realtà [… e nemmeno] come pensiamo, perché allora non potremmo più giudicare come pensiamo, in quanto non sarebbe più il nostro pensare” (p. 107). Cioè non sarebbe più lo stesso pensare del pensiero sul cui “come” ci interroghiamo. Cioè ancora: non è possibile nessun meta- (metalinguaggio, metapensiero ecc.), e non lo è soprattutto laddove, e nella misura in cui, in ogni caso nel linguaggio e nel pensiero un aspetto meta- non solo è possibile ma addirittura è intrinseco, ineliminabile. Il discorso che nega la possibilità del metadiscorso è già un metadiscorso. E viceversa il discorso che si pone come metadiscorso non solo non può esserlo dello stesso discorso di cui si pone come meta-, ma è già esso stesso, in primo luogo, un discorso senza altre specificazioni. (Ma Bernhard in fondo non fa altro.)
Lo stesso vale per i concetti e le pretese di “auto-osservazione” e di “autodescrizione”, e “autocompassione” e “autoaccusa” ecc. (p. 108). “Noi stessi non ci vediamo, non ci è mai stata data la possibilità di vedere noi stessi. Ma non possiamo neppure spiegare a un altro (a un altro oggetto) come è lui, perché possiamo spiegargli soltanto come noi lo vediamo, il che probabilmente corrisponde a quello che è, ma che noi non possiamo spiegare dicendo lui è così” (ibid.). E allora parliamo come se quello di cui parliamo fosse così, senza poterlo pensare e tanto meno comunicare a qualcun altro, anche se lo pensiamo insieme, ma proviamo lo stesso a pensarlo e a dirlo, e a pensarlo e a dirlo “fino in fondo” anche se è impossibile. Pensare è già pensare fino in fondo, altrimenti è nulla.
Riassumo: possiamo, e anzi dobbiamo, fare qualsiasi cosa, e farlo in modo assoluto, ma non siamo assolutamente mai in grado di farlo fino in fondo, e questo ci schianta; e d’altra parte, soltanto in questa impossibilità, nell’errore che la determina e che diventa così “l’unico fondamento reale” (p. 58), possiamo vivere, e vivere, schiantati, in una realtà che è anche fuori di noi. Che non possiamo definire, comunicare e nemmeno nominare, ma a cui, finché non cadiamo nella pazzia o non rinunciamo alla vita, continuiamo a pensare e a camminare intorno, avanti e indietro, tutti i giorni, lentamente o più velocemente, “fino allo sfinimento” (p. 51), nei luoghi da cui non riusciamo a staccarci o a cui finiamo sempre per ritornare.

“Tutto è insopportabile e orribile”, dice Oehler; “nulla dovrebbe essere più importante per noi di esistere costantemente, anche se solo nel, tuttavia al contempo contro il fatto di un’esistenza insopportabile e orribile” (p. 15-16), e “con tale consapevolezza, l’unica davvero rivoluzionaria, uccidersi” (17). Eppure, per chi rimane e questi discorsi li fa, il suicidio di chi è riuscito a compierlo, anziché essere qualcosa di positivo (secondo logica: se la logica importasse), è un trauma spesso insuperabile (non certo per i parenti, che semmai provano solo vergogna: non glielo perdonano, per loro è un’offesa che non si meritavano, una macchia non lavabile).

E allora si continua a spremere ogni pensiero, ogni azione o fatto, a rivoltarli in tutte le maniere e direzioni finché sembrano esauriti, come se solo allora si potesse trovare finalmente un punto fermo, un qualche equilibrio, un po’ di riposo. Ma esauriti non sono mai, e infatti accade sempre che all’interno di una procedura su qualcosa anche di molto diverso, per analogie imprevedibili o salti inspiegabili se non a posteriori, ritornano e devono essere ripresi da nuove angolature e portati, assieme, verso il loro apparente esaurimento, che è facile prevedere darà poi luogo, quasi sempre, a un nuovo esame, con procedure simili, quando un altro “movimento”, per usare un termine musicale, sembrerà prossimo a chiudersi o si troverà chiuso in una impasse. Tutto, i ragionamenti e i discorsi come i progetti e le opere di tutti i personaggi, deve tornare, ma tutto è destinato a restare inconcluso, perché anche affrontare la domanda più semplice (“Perché mi alzo la mattina?”, p. 40), cercare di capire una cosa, una persona, o solo una sua azione o decisione, o comporta “in ogni caso risalire sempre a tutto” (p. 39) e quindi la necessità di diramare l’indagine fino a coinvolgere ogni aspetto della realtà e del pensiero. A esaurirlo. Si vuole la verità, ma più la si vuole, perché non si può farne a meno, perché “pensare in modo assoluto” (p. 41) è un dovere (“devo considerare ogni cosa in rapporto con tutte le cose possibili”, diceva già il principe Saurau in Perturbamento, p. 68), più ci si rende conto di mancarla. “Quello che è, è ovvio” (p. 40), ma capire come è non si può. Dirlo, ancora meno. E allora non resta che tornare a parlare. Parlare, pensare, camminare.




Nota di Lettura

Tutti i testi di Bernhard citati sono editi da Adelphi, tranne La partita a carte e Correzione (Einaudi, 1983 e 1995) e Al limite boschivo (Guanda, 2012). L’ignorante e il folle è compreso in Teatro IV (Ubulibri, 1999, in ristampa a breve da Einaudi). Dove compare solo il numero di pagine, la citazione è da Camminare (Adelphi, 2018). Il riferimento a Claudio Magris è relativo all’articolo “Tenebra e Geometria”, in Dietro le parole (Garzanti, 1978). L’articolo di Daniele Benati si può trovare ora qui: http://www.minimaetmoralia.it/wp/ricordo-di-thomas-bernhard/– 12 dicembre 2011. Alcuni dei testi di Bernhard sono corredati da belle pre- e postfazioni, tra cui si segnalano quelle particolarmente pregevoli di Eugenio Bernardi a Teatro IV e a Perturbamento.

29/01/19

Appunti sul camminare




“Se non altro, fino alla fine non ho camminato”, vuole che sia il suo epitaffio Haruki Murakami.
Io invece non corro mai, ma cammino un paio d’ore tutti i giorni, e l’epitaffio lo aggiorno periodicamente nella mia testa senza renderlo pubblico, come un esorcismo a scadenza. E quando cammino a volte prendo appunti. Molti, rispetto alla mia abituale, sordida (o saggia), avarizia di scrittura. Sono appunti di ogni genere e misura, che vanno a zonzo come i miei passi, senza uno scopo preciso. Appunti per niente. Ne metto qui alcuni che hanno a oggetto proprio il camminare.

Penso a quelli che camminano perché non hanno un posto dove stare, che attraversano deserti, scavalcano montagne, aggirano campi minati, territori pericolosi, inospitali… Poi penso a quelli che vanno a Santiago di Compostela per fare esperienze, dire che l’hanno fatto, esibire certificati, scattare foto per un ennesimo nuovissimo reportage, o scrivere diari, corrispondenze per giornali e riviste, consolazioni o rimpianti per i se stessi futuri… o a quelli come me che ogni giorno prendono un sentiero e vanno per un paio d’ore senza destinazione, ma di fatto girando più o meno in tondo ecc. Prima era quasi solo una necessità, ora, per moltissimi, camminare è un lusso.

E essendo un lusso, sono sempre più numerosi coloro che se lo vogliono concedere, come accade per tutti i lussi, mentre in tutti i tempi e i luoghi in cui è stato o è una necessità, per non dire una costrizione, chiunque, appena possibile, ha cercato e cerca di evitarlo. Sembra che oggi spostarsi sia un corollario secondario del camminare, che appare meno come un andare da qua a là che come un’azione in sé, compiuta e autosufficiente, che si appaga di se stessa. Una specie di masturbazione, probabilmente più soddisfacente. Oppure viene vista come un’azione che ha altri scopi, fisici o spirituali, che comportano movimento senza spostamento (senza un inizio e una meta che importino), o come uno spostamento subordinato ad altro. Anche i pellegrinaggi, nei quali la fede è un optional. E se non lo è, non conta lo spostamento ma l’espiazione, il merito acquisito, la stock option sulla benevolenza della divinità, che a quanto si dice di queste piaggerie si compiace. A ognuno le sue consolazioni.

Eppure questo lusso sui generis ha il pregio di non esaurirsi nell’ostentazione e di avere tra i suoi possibili effetti un ritorno al necessario, che viene recuperato nel versante complementare del bisogno, che viene spesso taciuto ma ne è nondimeno un aspetto fondamentale: non quello della mancanza, che risorge sempre, ma quello del compimento, che per un po’ lo frena e mostra come proprio nel suo soddisfacimento risiede la molla dell’esistenza e il modello di tutte le altre soddisfazioni, cioè la loro perfezione. Le gioie dell’arbitrio e della gratuità vengono dopo.

Per questo si è spesso costretti a cercare delle riserve di cosiddetta natura incontaminata, e anzi ansiosi di farlo, bisognosi e felici, per trovare finalmente uno spazio di libertà (perché essere liberi si deve), che anzi lì viene offerta, profusa a piene mani, gratis o quasi, per celare anche a se stessi, semmai lo si sappia (ma non è detto; anzi, è detto l’opposto), che non la si ha, e che l’opportunità che viene così offerta, e conquistata restituendo al mittente ciò che si è guadagnato con la propria servitù, che della servitù non è altro che un momento, e anzi il momento che la rende più completa, totale, in quanto ne satura e sutura non solo tutte le eventuali vie di opposizione o solo di fuga, ma anche, mentre si è convinti di averle imboccate e di giulivamente percorrerle, il pensiero stesso che esistano, il bisogno stesso di trovarne, dando proprio l’idea di stare percorrendole esattamente in quel momento…

La frase di Sant’Agostino citata dal Petrarca nella lettera del Monte Ventoso, che sbuca sempre quando si toccano questi argomenti, potrebbe essere capovolta e trasformata in questo modo: “E cercano vanamente gli uomini di conoscere se stessi e trascurano il mare e i monti, il vasto mondo”.
Invece a camminare è proprio il mondo che si incontra, specie quando si esce dagli spazi urbani. Il resto, dicevo, è un beneficio secondario; non fosse che ancora prima di mettersi in cammino un diverso beneficio c’è già stato: la decisione di farlo. Di prendersi il tempo per farlo. Di mettersi con il tempo in un rapporto diverso da quello che guida la routine quotidiana.

A camminare lungo i tratturi o fuori da ogni strada, nel bosco, per i prati, in montagna, c’è il vantaggio di non dover prestare attenzione al traffico di vetture e passanti, di non dover stare sempre sul chi va là per non investire o essere investito, per evitare chi esce all’improvviso da un portone o da qualche negozio o ufficio alterato nel bene o nel male da ciò che gli è successo, o pali o cartelli o crepe o gobbe del marciapiede. Però l’attenzione, più blanda, sporadica, serve lo stesso, diretta non a ciò che hai davanti o arriva da fianco, ma a ciò che sta sotto i piedi. Così vedi la materia, la terra, e il tempo, le stagioni; se il terreno è bagnato o secco, cedevole o duro, regolare o irregolare, e quanto; se il tappeto erboso o coperto di foglie è regolare, o se spuntano sassi o ci sono buche, dislivelli improvvisi, ghiaietto scivoloso, solchi stretti e profondi. Basta uno sguardo ogni tanto, però; poi ti puoi dedicare al resto, a ciò che sta attorno o che rimugini dentro, contemplativo e meditativo in alternanza o insieme, in una mescolanza che fa la qualità del tuo umore. Non è che sei immediatamente aperto al mondo, ma ti rendi accessibile, che forse è anche meglio.
Senti odori, suoni lontani, echi, gli uccelli, gli animali, le fronde, l’acqua che precipita o scorre.
Se sei in compagnia è più facile parlare. Ma anche stare in silenzio va bene, senza doversi per forza dire banalità o informazioni utili, stare in silenzio insieme, senza ansia. E insieme fermarsi, sorpresi quando, a un certo punto, fuori da una macchia, dall’alto, appare il fiume, o il mare.

Può darsi allora che all’improvviso, senza alcuna ragione, ti prenda un insopprimibile impulso a correre e che ti accorga, prima di sentirti un perfetto cretino, di esserti spinto per qualche centinaio di metri e, nonostante un po’ di fiatone, di non trovare nessuna valida ragione, ora, per fermarti. Sentirti solo animale e non esserne affatto dispiaciuto. E così continui, finché le vecchie gambe diventano molli e il fiato manca, e fermarsi e respirare, stupito, è solo una gioia pura, dimenticata. E ritrovata per non averla cercata.

A volte invece cammino guardandomi attorno a lungo, con grande attenzione, senza cercare o aspettarmi qualcosa in particolare. Mi stanco presto però. L’attenzione senza intenzione è faticosa, deludente. Per questo non la coltivo troppo. In genere cammino guardando la strada (la terra) o il libro davanti a me, perdendoli presto o tardi di vista (il libro meno), o dando una controllata con la coda dell’occhio a eventuali ostacoli. Ogni tanto alzo la testa e trovo il mondo ancora lì. È bello alzare la testa e trovarsi nel mondo.

La mia attenzione è, di solito, fluttuante, come quella con cui lo psicanalista difende la propria integrità mentale durante le sedute, ammesso che ne sia dotato (o afflitto), cercando al contempo una via d’accesso alla mente che si suppone meno integra dell’analizzato. Non cercare niente, non aspettarsi niente. Lasciare che i sensi vadano per conto proprio e che si posino, se proprio capita, su qualsiasi cosa li attragga o si presenti al loro cospetto, e soffermarsi o meno su di loro, imboccare o meno il sentiero che aprono al pensiero, all’immaginazione, sbirciare o meno nello spiraglio che aprono, lasciarsi avvolgere o meno dall’incanto, o dalla minaccia, che ne promana. Ma anche niente. Constatare che ci sono, basta. O ancora meno. Non fermarsi nemmeno un attimo su niente e andare semplicemente avanti. Tanto qualcosa che ti sorprende arriverà da solo, se dovrà arrivare. A volte non c’è nemmeno bisogno di dargli un nome. A volte già il riconoscimento basta. Percepisci qualcosa, lo riconosci, o ti sembra di riconoscerlo, e lo adatti a una forma che sai, cerchi il suo nome. Onda. Schiuma. Airone in volo. Canto del merlo. Verso della taccola. Ontano. Rosa canina. Profumo di acacia. Gelso. Sambuco. Rovo. Spina. Muro. Solco. Fragola selvatica. Uva turca. Vento. Già la nominazione colma.
Si capisce la gioia di Adamo nell’attribuire un nome. Ma forse ancora maggiore è stata quella di Eva, nel ripeterlo e confermarlo.
“Cane!”, disse Adamo esultando.
“Sì, cane”, ha ribadito Eva. Ed è stata la sua conferma, la sua ripetizione, a far essere ciò che era stato nominato. E a dare realtà al nome stesso.
“Albero! Serpente! Mela! Cielo!”
“Albero, serpente, mela”, ha ripetuto Eva, con un cenno di assenso, allungando la mano per cogliere il frutto più vicino.
E sarà che era ancora un po’ affannata, o che il gesto di assenso del capo abbia prodotto spontaneamente un suono, o che a produrlo sia stato il piccolo sforzo di allungare la mano verso il ramo carico di frutti: “Sì, mela”, è sfuggito dalle labbra di Eva, mentre sorrideva a sua volta. E quel suono è stato “Sì”. E secondo me è stato proprio così che è nato il linguaggio. Sì.

Camminare è pensare con i piedi. Pensare con i piedi in genere gode di pessima fama. Lo si dice spregiativamente di qualcosa che non tiene, abborracciato, rozzo, progettato male (fatto con i piedi ha la stessa connotazione, a parte certi sport).
Se però partiamo dall’assunto che ogni gesto, percezione o sensazione che, per piccoli che siano, nel farsi esperienza sono già pensiero, conoscenza, allora poco è paragonabile al pensare con i piedi…
Uno che cammina è uno che pensa alla lettera con i piedi: la testa segue, come pure il resto del corpo, e mai il pensiero è così saldo e capace di elevarsi. Non scende mai, e sale senza tema di perdere l’equilibrio e di cadere. Pensare con i piedi è una delle cose più originarie e migliori che uno possa fare.

A volte camminando ci si annoia. È raro ma capita. L’estasi non è moneta corrente. Ma credo che non ci si debba per questo affannare a scacciare la noia. Meglio accoglierla, lasciare che ci pervada, che prenda possesso di noi anche a rischio di schiantarci. A parte che, tanto, prima o poi volente o nolente ti cattura, e fa quel che le pare… Anche la noia può essere un’opportunità. Come è noto, la noia spoglia le cose dei loro abiti e scopi e belletti, e le mostra mostra in tutta la loro nudità, che può essere anche molto sgradevole: nella loro cruda nudità, dice chi le spregia (le cose e la nudità), cosa che io non condivido. Come dubito che ci sia una pura, cruda o cotta, nudità. Ma sia. È da quelle parti che conduce la noia. Toglie i veli. Azzera le illusioni (a parte l’illusione dell’azzeramento). Fa piazza pulita, tabula rasa. Ma una volta terminata questa operazione igienica, una volta spazzato via tutto, non è vero che non resta niente: restano la piazza, la tavola, e proprio da lì si può (ri)cominciare.

Altre volte ti accorgi di aver percorso un buon tratto di strada senza aver notato niente, come di ritorno da una lontananza in cui ignoravi di esserti inoltrato, o di essere già nei pressi del luogo dove pensavi di arrivare senza ricordare di aver percorso un tragitto così lungo, portato solo dai tuoi passi, leggeri, incorporei, come se il tempo si fosse tirato in disparte, cancellato, o ristretto, condensato, ma senza peso. Che è il contrario della percezione dell’istante, di quell’esser presenti a se stessi e al mondo momento dopo momento che talvolta il camminare produce, e che anzi molti cercano espressamente, alcuni addirittura adottando tecniche specifiche di “meditazione camminata”, alla ricerca di qualche fugace accesso all’incanto, che poi con gli anni acquisirà lo statuto di illuminazione. Di satori! Perché no? Può anche capitare di incapparvi, a volte. Magari per autosuggestione. A qualcuno può bastare.

 Cominci a camminare e prima o poi incappi nel misticismo e nel lirismo (stavo per scrivere “cadi”). Fusione, afflato, trasporto, empatia, pienezza, vuoto, serenità, quiete, quella roba lì. Cercherò di farne a meno, ma è difficile evitarlo, perché la felicità (come la fatica e il dolore) vi approda sempre, in un modo o nell’altro, per poco o tanto che sia. È il loro portato, che veicolano non come risultato, ma come loro componente ineliminabile, connaturata. La loro condanna.

Molto bene. E ora passiamo ad altro.

Può darsi che questo dipenda dal fatto che camminare su due piedi ha a che fare con le origini della nostra specie. E non appena entrano in ballo le origini, è noto, si entra in un terreno minato. Non importa in che misura, sotto che forma o per quanto tempo: quello di cui si può essere certi è che prima o poi il dono arriva. Soprattutto se non c’è urgenza di andare da qualche parte o di fare qualcosa entro un dato termine ravvicinato e pressante. Un po’ di tempo però è sempre necessario, anche se a volte ne basta pochissimo. Ma quello è roba per gli ipersensibili. Gente straordinaria, a modo suo, che nessuno vorrebbe essere però. Il più o il meno, di tempo intendo, sono relativi. Come l’importanza attribuita alla meta. Ma anche al cammino stesso, che non conviene caricare di aspettative. Come tutto, del resto, o quasi.

Una delle frasi che i camminatori ripetono più spesso, soprattutto quelli che scrivono anche, o i chiacchieroni in vena di teorie, è che “più della meta, ciò che conta è il percorso”, o il cammino. Non è vero. Non sempre perlomeno. E senza che questo svilisca il camminare. Che non è mai vile, nonostante a volte si vorrebbe poterne fare a meno. Durante le marce forzate, per esempio. O quando si è stati abbandonati nel deserto o in qualche altro luogo bellissimo, magari, ma inospitale. O per lavoro. La meta conta sempre, fosse pure per via negativa, o implicita; consistesse pure nel non avere una destinazione o uno scopo definito. A volte addirittura conta più del cammino, pur senza pregiudicarne le qualità né la sostanza. In certe occasioni sembra eliderlo, cancellarlo, ridurlo a poco o nulla, ma non è così. Come ci arrivi e quanto ci metti conta sempre, anche se mentre si cammina si può arrivare a dimenticarlo. Ho usato “arrivare” a ragion veduta. Per quanto alcuni insistano nell’immedesimazione, o sul fatto di essere nel puro presente, di essere il puro presente, indistinti da esso, e nell’indistinzione di tutto, dove però ogni cosa conserva la propria singolarità eccetera, camminare è sempre da qui a lì. Un passo e un altro passo. Movimento, spazio prima che tempo. Spazio che domina sul tempo, una volta tanto. Fuori dal tempo, magari, come nell’estasi, come afferma chi l’ha provata, ma nello spazio. Se no si è fermi. E se si è fermi non si cammina.

In rari casi, invece di andare da qualche parte, viene l’impulso di provare a perdersi, a spaesarsi, a essere nello spazio non come in una dimora né come in una prigione, ma come una possibilità e un pericolo. L’una e l’altro insieme. Niente fusione, niente idilli, ritorno all’originario, liberazione, sgravio, eden e compagnia bella. Essere nello spazio come ciò che contiene spazio per ogni cosa e essere e eventualità. Senza orientamento. Prima che orientamento possa darsi. Gioia ma anche noia, vitalità senza termini, e minaccia e angoscia senza sbocco. Anche se in genere per noi, oggi, a parte casi estremi, rarissimi, eccetto che nei film, dove stanno di casa, c’è quasi sempre l’orizzonte rassicurante della reperibilità, la certezza del ritrovamento: dell’oppressione claustrofobica della sorveglianza, del controllo che non lascia margine alla solitudine, e che però, qui, si rovescia in sicurezza, in opzione aperta di salvezza, di dimora. Portiamo la domesticazione con noi. Dentro di noi. La domesticazione, che è sicurezza, ci nutre, ci abita, e ci divora, come un tumore.

Bisogna provare a smantellarla. Viaggiare è un modo. E viaggiare a piedi è il modo migliore. Come dice Nicolas Bouvier, citato da Sylvain Tesson, “Se non si concede al viaggio il diritto di distruggerci un po’, tanto vale restare a casa.”
Niente vieta di farlo. O di tornarci, dopo essere andati via. O di fare una casa del luogo dove ci si ferma.

E poi, la sera, a volte, raccontare.





Questi sono alcuni dei testi che ho letto per preparare questo articolo e che mi sento di consigliare:

-       AA: VV. , Racconti sul camminare,…..
-       Thomas Bernhard, Camminare, trad. it. Giovanna Agabio, Adelphi, 2018
-       David Le Breton, Camminare. Elogio dei sentieri e della lentezza, 2012; trad. it. Cristina Nicosia, edizioni del cammino, 2015
-       David Le Breton, Il mondo a piedi. Elogio della marcia, 2000, trad. it. Ester Dornetti, Feltrinelli, 2001
-       Carlo Sini, Il gioco del silenzio, Mimesis, 2013
-       Marc Lestal, Kin-Hin. Meditare camminando, trad. it. Claudine Turla, Vallardi, 2018
-       Erling Kagge, Camminare. Un gesto sovversivo, trad. it. Sara Culeddu, Einaudi, 2018
-       Erling Kagge, Il silenzio. Uno spazio dell’anima, trad. it. Maria Teresa Cattaneo, Einaudi, 2017
-       Haruki Murakami, L’arte di correre, trad. it. A Pastore, Einaudi, 2009
-       Davide Sapienza, Camminando, Feltrinelli
-       Sylvain Tesson, Sentieri neri, trad. it. Roberta Ferrara, Sellerio, 2018
-       Rebecca Solnit, Storia del camminare, trad. it. di Gabriella Angrati e Maria Letizia Magini, Ponte alle grazie, 2018
-       Ce ne sono altri, ma non ho voglia di recuperare i dati



14/09/16

L’andatura charleston




C’era questa ragazzina che camminava a testa alta, schiena e spalle dritte, lo sguardo fisso davanti a sé, le braccia tese che oscillavano leggermente, le mani un po’ all’infuori con i palmi paralleli al terreno. L’andatura charleston! Oggi nella sua versione più elegante: quella da educanda, che dalla danza ha preso una sola postura e l’ha adattata al passo, rendendola fluida e composta invece che sincopata e sguaiata.
Una volta la si vedeva spesso, specie in certe signorine mature che volevano darsi un tono, ma anche in ragazze, la cui naturale disinvoltura faceva dimenticare quel po’ di ridicolo che comunque la citazione della postura, o la sua eco involontaria, producevano.
Ora è molto rara, quasi estinta. Peccato, era così graziosa!
Chissà da chi l’ha imparata la ragazzina? Una vecchia zia? Un film? La memoria corporea della mamma che ogni tanto recupera un vezzo della sua giovinezza? O è un dono del corredo genetico? Una remota potenzialità che ogni tanto si riattiva e tenta nuove fioriture? In ogni caso, sempre benvenuta!

21/03/15

Cammino male (fuor di metafora)


 
Cammino male, con la minaccia sempre imminente del cedimento, della zoppia. Il piede sembra saldo, il muscolo tonico, ma è come se avvertissi che da un momento all’altro, non per un dislivello del terreno o per disattenzione, ma per un’improvvisa carenza strutturale o una sospensione chimica, per lo sciopero di qualche cellula o il fulmineo tradimento di una fibra, il muscolo non reggerà più, il tendine, persa la propria guaina, si sfilaccerà, si allenterà, e la caviglia cederà, gli arti si disarticoleranno, giù verso terra: un luogo non dove muoversi e passare, ma dove, volente o nolente, consistere: stare.
Poi, guardando le scarpe, mi accorgo che è solo una questione meccanica. Me lo dice il consumo delle suole: molto maggiore sulle punte, inclusa la tomaia, e sui margini esterni dei tacchi. In genere appoggio i piedi a partire dal calcagno, un po' inclinati in fuori, ben aderenti al suolo fino alla punta, sulla quale esercito una forte spinta per ripartire, mentre quando l'andatura è rilassata li trascino, sfregandoli sul suolo senza alzarli del tutto: in ogni caso, alla minima protuberanza o imperfezione, e quando salgo o scendo le scale, inciampo o viceversa perdo l'appoggio, brancico il piede nel vuoto come a minacciarlo (ma è il contrario, di fatto), ovvero mi ritrovo a effettuare scarti improvvisi.
Oltre che frequentissime, queste deviazioni diventano pericolose lungo i sentieri o ai bordi di certe strade di campagna strette e senza marciapiedi, dove l'asfalto scalina di colpo in una striscia di terriccio in pendenza, pieno di buche e spesso invaso dai cespugli e dalle erbacce dei margini. Il rischio è che, per recuperare l'equilibrio, sterzi verso il centro della carreggiata mentre arriva una bici o, peggio, un'auto o una moto a tutta velocità, tanto di lì non passa mai nessuno. Quasi mai. Perché infatti ogni tanto, con apprensione e soddisfazione insieme, una macchina capovolta in prato, o incastrata in un fosso o tra gli alberi, mi capita di scorgerla. I cippi funerari però sono sempre di persone travolte, a piedi o in bici.
Sia come sia, fatico a tenere la linea retta, procedo sghembo, traccio arabeschi angolari, mi avvito e ondeggio, e per evitare la strada mi ritrovo spesso oltre i margini, tra la sterpaglia, o a una spanna dall'acqua se passeggio lungo il fiume o i canali, come mosso da un tropismo vegetale o liquido, dal desiderio di tornare agli elementi primordiali, di sprofondare una volta per tutte nella memoria materiale del mondo. Di conseguenza sono costretto a guardare sempre e solo gli immediati paraggi, o a focalizzarmi sui dettagli, e non vedo mai il paesaggio, l'insieme. Oltre a camminare, quindi, vedo anche storto, o poco e male, e, come effetto non secondario, penso pure storto. Cammino a testa bassa, e quelli che incrocio mi credono immerso in chissà quali pensieri, e invece sto solo guardando il terreno. Ma a guardare così comincio a notare certe cose, e siccome ho le mie piccole coazioni, mi affretto a cercare quelle simili o che potrebbero entrare in relazione con esse e a organizzarle in una visione seriale, a classificarle secondo criteri noti o inventati per l'occasione, e ripongo tutto in cartellette mentali che forse non riaprirò mai.
Il paesaggio lo compongo a partire da queste serie e dagli  affetti di cui le caricano le circostanze e i tempi. La diversità dei pochi percorsi che ripeto da anni dipende meno dai cambiamenti meteorologici e stagionali, pure importanti, che dai segmenti che di volta in volta emergono o sono richiamati da questa o quella percezione o pensiero occasionale, dalle loro combinazioni e dagli elementi portati alla ribalta. E tanto mi basta. Mi sembra importante, anzi, anche se me ne sfugge il motivo. Come mi sfugge di cosa sarei la metafora, che a volte ho la certezza di incarnare, precisa sin nei minimi dettagli. Cammino troppo male per vederla, i piedi che strisciano rasoterra, lo sguardo incollato al suolo, il mondo invisibile attorno.

 (uscito in doppiozero.com, 2012)