
Dei miei primi tre romanzi non ricordo niente. O quasi. A
parte i titoli. Due su tre. Mi manca ancora il primo. Il secondo si chiamava Hortus
inconclusus, il terzo Per tentativi ed errori. Magari continuando a
scrivere qualcosa mi torna in mente. Perché non vado a controllare? Perché non
ho più nemmeno i dattiloscritti. O forse uno, da qualche parte. Li ho scritti
tra i 21 (di questo sono sicuro: ero ancora soldato, a Silandro, come
infermiere, e di notte leggevo e talvolta scrivevo; più spesso studiavo per
preparare gli esami che poi avrei dato a raffica una volta congedato) e i 27, o
forse 28. Del terzo ricordo di averlo terminato il giorno del mio compleanno,
nel 1978 o 79. Comunque ero già sposato (2 luglio 1977). Ricordo benissimo
l’inizio del primo. Dopo tanto tempo che letteralmente non riuscivo a scrivere
più nulla (la famosa crisi dei 18-19 anni, che ha vissuto anche il collega
Rimbaud), che aveva fatto seguito a una stagione di scritture prolifiche, a
partire dai 15 anni che però si era avviata verso l’afasia solo tre anni dopo,
forse in concomitanza della maggiore età, preceduta da una stagione di frasi
spezzate, parole marce, frammenti insensati e altri sintomi di crescita, una
sera, di colpo, in un’ora, con la mia grafia già allora minuscola, anche se non
quanto quella recente che ora mi ostacola persino la decifrazione degli stessi
appunti che sto copiando e rielaborando qui, ho riempito recto e verso 7 schede
11x15 che usavo per citazioni, schemi e riassunti dei libri che stavo
studiando. Ho scritto una frase e sono andato avanti senza sapere ciò che stavo
facendo e che direzione dare alla biro che stringevo in mano come se volessi
strozzarla. Che è più o meno il metodo che ho seguito per tutta la vita: e i
risultati stanno a dimostrarlo. Quando ho alzato la testa: questo è un romanzo,
ho pensato. Sorpreso dal mio stesso pensiero, del tutto inatteso. Mai avevo
pensato di scriverne uno. Non sapevo nient’altro, solo che in qualche modo
dovevo continuare. Mettere una frase dopo l’altra, senza sapere quale sarebbe
stata, e che davvero, stavolta, avrei continuato.
La prima cosa che ho scritto, quella sera nell’infermeria
della caserma di Silandro, riguardava l’esperienza di una non esperienza, di
un’esperienza mancata: o meglio ancora, la percezione, forte e amarissima, di
un’emozione defraudata, vissuta come sua dal protagonista mentre usciva da una
casa, prendendo l’aria fresca sul viso, ma solo dopo che un altro, un altro
come lui, che alla fine si sarebbe rivelato davvero un altro lui, una specie di
doppio o proiezione con tutti i crismi della realtà, l’aveva vissuta senza
davvero viverla, senza farci caso, del tutto inconsapevole anzi, e poi,
graziosamente, questione di microsecondo, e di nuovo inconsapevolmente, gliela
passava perché la vivesse anche lui, ormai consumata però, inservibile, eppure
come se fosse una cosa sua e solo sua.
Praticamente c’era già tutto lì. Praticamente avevo scritto,
di getto, senza saperlo, senza sapere cosa andavo scrivendo mentre scrivevo, la
scena originaria di tutto ciò che avrei scritto o vissuto poi. O quasi. Quasi
scritto, quasi vissuto. Pur scoprendo, poi, che anche le scene originarie sono
sempre seconde, o terze, o quarte: esattamente come l’esperienza del
protagonista.
Poi del libro ricordo il finale, che magari racconterò
perché tanto nessuno lo leggerà (e se capiterà che spunti fuori da qualche
recesso sarà come se lo leggesse per la prima volta, perché nel frattempo
l’avrà dimenticato e allora sarà come se lo leggesse per la prima volta,
accorgendosi però, durante la lettura, che forse già sapeva cosa stava
succedendo, che forse in qualche modo l’aveva già letto, qualcuno gliel’aveva
già raccontato) e come era costruito. Qualche immagine confusa, più che scene,
e davvero nient’altro. In fondo sono passati cinquant’anni. Il principio
costruttore (dal momento che non avevo idea di cosa avrei scritto mi sono
concentrato sul come) era di scrivere tanti capitoli ciascuno con un linguaggio
diverso (come Joyce!) che nascevano o si sviluppavano partendo da citazioni di grandi
autori e studiosi e filosofi, o quantomeno quelli he a me allora sembrava tali,
ma citazioni stupide, insensate o banalissime, che avrebbero potuto benissimo
venire da chiunque, inservibili, se non per il rimando ironico quanto puntuale,
all’autore, titolo e pagina inclusi, da cui erano state estratte. Ne ricordo
tre: “Stai lì, povero cane”, dall’Ulisse di Joyce (appunto), “Politico!”
dall’Ideologia tedesca di Marx e soprattutto, quasi un tormentone,
“Questo gioco deve finire” dai Saggi di linguistica generale di
Jakobson. Roba fina!
Il libro consisteva in varie piccole avventure nella quali
il protagonista cercava l’usurpatore involontario della sua esperienza, e
insomma della sua capacità di vivere direttamente ciò che gli capitava di
vivere (mi sono accorto poi), fino a che lo trovava da qualche parte a Bergamo
alta e da lì partiva un inseguimento che portava entrambi al palazzo biblioteca
in Piazza vecchia, proseguendo poi per la scalinata, nei saloni di lettura e
poi, passando per una saletta fino all’ultimo piano dove l’inseguito, vistosi
ormai raggiunto, si gettava da una finestra seguito dal protagonista che si era gettato per
acciuffarlo. Il libro finiva con i due che si fondevano a mezz’aria. Li vedo ancora
lì, per l’eternità.
Non so come sia arrivato a questo, ma a posteriori, appena
scritto, ho capito che era l’unico finale possibile, giù dalla mia biblioteca
preferita. Negli anni successivi, man mano che leggevo testi (psichiatrici)
sulla schizofrenia, mi sono fatto la curiosa, e certo infondata, opinione che
il romanzo contesse un bel campionario di sintomi schizofrenici, o psicotici in
genere, e mi sono raccontato la storia (mi sono illuso per qualche tempo) che
scrivendolo avessi in qualche modo esorcizzato, attenuato se non proprio evitato,
il pericolo di caderci. Considerazione che aveva il vantaggio di unire, come i
due bei tomi (si noti il sostantivo) a mezz’aria, il fascino della malattia,
grave ma spesso appannaggio di persone geniali, con il conforto della
tranquilla normalità da cui, forse illudendomi una seconda volta, sono affetto
da tutta la vita.
Ps.
Direi di fermarmi qua. Avevo trovato un editore, anche
discreto, ma è fallito poco dopo che avevo preso accordi verbali con il
direttore. Lui si chiamava Stefano Jacini, come il famoso politico e economista
dell’altrettanto famosa Inchiesta Agraria e forse suo discendente. La casa
editrice, Il Formichiere.
Il secondo romanzo l’ho scritto tra l’estate del 74 (nel
frattempo avevo scritto la tesi e nel giugno mi ero laureato) e il 75/6. Forse
ho una copia in giro, in fondo a qualche scatolone, ma per non sprofondare
dalla vergogna, non l’ho più riletto dopo che Alfredo Giuliani, a cui l’avevo
mandato per sondare la possibilità di pubblicarlo presso la Cooperativa
scrittori, che a breve avrebbe chiuso, mi aveva detto che gli era piaciuto, ma
che era un libro che avrebbero letto e gustato sì e no 150-200 persone e che se
fosse stato un editore industriale si sarebbe guardato bene dal pubblicarlo
(l’ho incontrato a Bologna: era la prima volta, siamo andati a pranzo a una
famosa trattoria, credo, “del ferroviere” o roba del genere, assieme a Giorgio
Celli, brutto, sporco, con un girocollo blu senza camicia pieno di padelle, ma
molto simpatico anche da alticcio; dopo, a casa di Alfredo, avrei incontrato
per la prima volta quello che sarebbe stato per 40’anni il mio migliore amico,
Lucio Klobas). Ricordo che si intitolava, molto immodestamente Hortus
inconclusus, e che, molto più immodestamente ancora, aveva l’ambizione di
essere una specie di Fenomenologia dello spirito, con la piccola
differenza che, invece di una rigorosa concatenazione dialettica di concetti,
sarebbe consistito solo di chiacchiere, ma incatenate in modo tale che,
teoricamente, il lettore non poteva saltare una frase senza perdere il filo del
discorso, basato, invece che sulla dialettica, sulla sintassi. Una frase
partiva in un modo e finiva da qualche altra parte che veniva ripresa dalla
frase successiva che a sua volta veniva ripresa, per andare da un’altra parte
ancora dalla successiva ecc. Come è finita l’ho già detto.
Pazienza. Nel frattempo ne avevo cominciato un terzo e poco
dopo mi sarei sposato (nel ’77), che avrei terminato nel 78. Questo si
intitolava Per tentativi ed errori, e con il primo condivideva le
citazioni, come quella inziale dei due calzini spaiati del protagonista, uno
rosso e uno blu come nel finale di Gioventù bruciata, e con il secondo un
assunto filosofico (non avevo non mi ero laureato in teoretica per niente,
vero?), tra molte virgolette: quello di scrivere qualcosa che confutava
un’affermazione di Kant, dalla Critica del giudizio se ricordo bene,
cioè che tutto poteva diventare oggetto di rappresentazione estetica, tranne il
disgustoso, cosa che però è rimasta circoscritta a un episodio o poco più: la
scena molto dettagliata in cui il protagonista per salvarsi dall’incendio che
stava distruggendo il cascinale diroccato in cui abitava in quel momento si
gettava nella fossa dei liquami. Una cosa del genere l’avrei fatta anche nel
mio ultimo romanzo (Tempesta, scritto tra il 2007 e il 2008 ma
pubblicato - sì, pubblicato - da Effigie nel 2011), con una descrizione
minuziosa degli effetti del vomito su un pavimento, di cui vado particolarmente
orgoglioso (a ciascuno il suo). Sta di fatto che questo deve essere stato
l’effetto che invece ha suscitato nei lettori, perché anch’esso è rimasto
inedito. Cioè, siamo onesti, schifo al redattore per la narrativa di
Feltrinelli di quel periodo, Aldo Tagliaferri (sì, lui, il lettore e traduttore
di Beckett tra l’altro) non ne aveva fatto, se mi aveva detto che avrebbe
proposto di pubblicarlo, con un minimo intervento a un capitolo su cui ci
eravamo presto accordati, alla prossima riunione con il direttore, che allora
era Antonio Porta. Il quale si è poi dimesso, qualche tempo dopo, ma non prima
di aver bloccato il mio libro a favore di quello un altro giovane sconosciuto.
Mi sono un po’ arrabbiato, ma quando l’ho incontrato successivamente non
gliel’ho ricordato. Perché i fatti avevano dato ragione a lui. Il libro era di
un certo Tondelli e si intitolava Altri libertini. Poteva pubblicare
anche il mio, dopo, volendo… Invece niente. E io per 10 anni non ho scritto più
niente. Solo qualche recensione e ogni tanto brevi frasi isolate, che poi,
incollate insieme in grumi apparentemente omogenei, sarebbero diventate il
nucleo del mio primo libro, uscito grazie a Lucio Klobas presso Campanotto nel
1991, che si sarebbe intitolato Cosa dicono i morti. Appunto.
