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13/08/23

Marcite e gru danzanti

 

A Magenta scende solo gente brutta. L'unico con un bel fisico, alto snello e forte, ha il viso devastato da ulcere e croste, dalla fronte al collo, evidentissime anche da lontano nonostante la pelle molto scura. Indiano, cingalese...

Quelli che sbucano dal sottopassaggio, come il vecchio seduto, o piuttosto accasciato, sulla panchina accanto alla sala del capostazione, hanno il corpo sfasciato, non meno dei loro volti e delle relative espressioni. Gli occhi del vecchio sono vuoti, ma non vacui: pieni di un terrore sordo, anzi; di un panico ignoto. Pieni di tutto ciò che li ha disertati e della sua stessa diserzione, di cui non è sopravvissuta neppure la memoria.

 

Appena lasciata la stazione, è uscito il sole e sono cominciate le marcite, verdissime.

In una saltella contento, con l'alterigia del signore e padrone per diritto divino, un airone bianco. Un ectoplasma di pura luce, in tutto quel verde. Poi ne vedrò altri, qua e là, ma sempre e solo uno per riquadro di marcita. Anche cinerini, o garzette.

A destra, oltre gli alberi e la velocità, non so se la sagoma sfumata del Rosa o nubi in dissolvimento, puri riflessi.


Una volta, proprio da queste parti, in un prato accanto all'autostrada, ho visto delle gru impegnate in strane movenze, a metà tra un balletto e gli spasmi da avvelenamento. Ho accostato e sono rimasto parecchi minuti a osservare quella loro danza goffa, asmatica, fatta di saltelli, interruzioni, riprese e esitazioni sincopate, senza costrutto, affannata anche quando, per pochi attimi, aprivano le ali in tutta la loro maestà e le sbattevano con energia senza peraltro levarsi da terra, emettendo versi strazianti, che però potevano essere anche di gioia, di seducente richiamo, come annunci di orgasmi strozzati, gutturali: eppure incantevole, ipnotica. Era la prima volta che le vedevo dal vivo, così vicine. Enormi, mi è sembrato. Più grandi di me. Ridicole e commoventi. Belle. Belle per il semplice fatto che c'erano. Che erano lì, erano loro e erano così.


22/05/23

Alla canna del gas


Con questi scritterelli mi sto riducendo alla canna del gas. O a quella fumaria.
La canna fumaria che ricordo con maggiore intensità è quella che fuoriusciva dalla stufa che riscaldava il locale principale della prima vera officina di mio papà. D'inverno, il pomeriggio, quando cominciava a fare buio, scendevo in officina (noi abitavamo al piano rialzato della palazzina a due piani adiacente) e con i miei fumetti o un libro di avventure, mi sedevo lì accanto a leggere. C'era l'odore di acqua chimica, di limatura di ferro e di segatura, i macchinari producevano un ronzio che pian piano mi entrava sottopelle e mi faceva trasalire, e con la loro monotonia mi isolavano dal mondo intero, e io, allora, da bambino ipercinetico, mi bloccavo una specie di morbida estasi e leggevo.
 

Sì, se sono arrivato a scrivere queste cose, sono proprio alla canna del gas.
Un'altra che ricordo era nella cucina dei miei nonni paterni, qualche anno prima, con la stufa che si apriva per metterci la legna e un piccolo vano per tenere calde le vivande. Quando era prossima a spegnersi, mi piaceva abbassare l'usciolo, e infilarci i piedini a scaldare. E' una consuetudine che mi è rimasta per molto tempo, fino a pochi anni fa: rivolgere la sedia o la poltroncina e appoggiare i piedi sopra il termosifone, con la lampada snodabile alle spalle diretta verso la pagina aperta. Però è un altro tipo di caldo, inodore, molto meno buono.
Ne deduco, ora, che ho sempre avuto la tendenza ad avere i piedi freddi e quindi che la mia circolazione ha sempre funzionato male. Potrei continuare così: sono parecchie le cose in me che circolano male. Dopo magari lo faccio, tanto per vedere dove va anche questo treno.
Magari un'altra volta. Prima una precisazione però: io mica ho i piedi sempre freddi. Perché diavolo mi sto calunniando da solo? Eh eh, suscito un po' di empatia e di compassione, e intanto mi tiro vicino qualche lettore, lo abbraccio e mi strofino. Furbissimo!
In realtà scrivo tutte queste cose per non pensare ad altro. O per non pensare e basta. Mi alleggerisco: sì, come una pisciatina al momento opportuno. L'umore cambia. Lo so: in fondo mi disprezzo per queste trovatine; non era questo che mi aspettavo da me, ma intanto che mi concentro su una parola dopo l'altra, va abbastanza bene. Dimenticandomi di me, anche quando di me parlo, mi sopporto di più. Un risultato non da poco.
E intanto il proiettile fila, non rettilineo, angolare; deviato, ma fila lo stesso, imprevedibile. Dove, lo scopro man mano. Anche adesso ho la stufetta ad aria accesa sotto il tavolo. Piedi caldi! Ora è diverso. Invecchio e la circolazione fatica a raggiungere le estremità (fatica ma ci arriva), ma soprattutto la tengo accesa perché, dopo la sigaretta, devo far uscire il fumo dallo studio, che ha una portafinestra che dà su un balconcino, e l'aere maligno si insinua sempre dal basso a gelarmi i piedi.
L'espressione aere maligno mai e poi mai avrei pensato di usarla. E invece eccotela qui! I miei ossequi alla signora.
(Se continuerò con queste pseudoprose, potrei chiamarle "scritti alla canna del gas"; anche perché dovrebbe essere alla canna del gas anche uno a cui interessassero e che li leggesse con il po' di gusto che ci metto io a scriverle. Ma anche "Treni e altri proiettili che attraversano la testa" potrebbe andare bene: in fondo l'idea è la stessa.)
(Avanti! A volte non riesco a capire se sono più gli idioti o i disperati, e in quale categoria rientro io. Sempre che i primi non siano che dei disperati così assoluti, irrimediabili, da non rendersene neppure conto.
O che la disperazione non sia che una forma di idiozia. La peggiore magari.)

19/01/23

Sei bellissimo (2001) - Ricordi di copertura 33


Sono uscito dalla scuola per fumare. Seduto sulla panchina di fronte all’ingresso, al fresco sotto il vecchio ippocastano, mi metto a leggere. Dalla porta esce, senza che io me ne accorga, una (anziana) collega che, quando è ormai quasi fuori dal mio campo visivo, vicino al cancello, si ferma e mi dice: “Vorrei farti una foto”.
“Perché?”, chiedo.
“Sei bellissimo”, mi risponde.
“Capita che lo siamo, quando non vogliamo esserlo”, replico, una volta tanto non per fare una battuta, ma come forma di pudore.
“Quando uno lo è dentro, o è felice di ciò che sta facendo, non si può fare a meno di notarlo. Sei proprio bellissimo”, conclude lei. E se ne va, con la sua faccia scavata, tutta tirata, ma buona.
Spengo la sigaretta, alzo gli occhi verso la chioma dell’ippocastano, che l’anno scorso a giugno era già tutta leopardata, bruciata da una malattia che ora sembra superata, tiro un lungo respiro e prendo la biro dal taschino. Mentre scrivo mi viene in mente che suo marito sta lottando da mesi contro un tumore e che mio suocero, a cui voglio bene, ne è stato colpito un mese fa, o poco più, e un altro mese gli resta, o anche meno. Il tenue compiacimento di cui avevo beneficiato, innocente perché non richiesto, bello perché gratuito, se ne è così andato. Sopravvive solo un’altrettanto tenue tristezza, che, invece di trasformarsi in angoscia, si scioglie pian piano, restando come un retrogusto in ciò che riprendo a fare. Così sia.

29/10/22

Ricordi di copertura 31. Come non sono diventato scrittore.

 


Dei miei primi tre romanzi non ricordo niente. O quasi. A parte i titoli. Due su tre. Mi manca ancora il primo. Il secondo si chiamava Hortus inconclusus, il terzo Per tentativi ed errori. Magari continuando a scrivere qualcosa mi torna in mente. Perché non vado a controllare? Perché non ho più nemmeno i dattiloscritti. O forse uno, da qualche parte. Li ho scritti tra i 21 (di questo sono sicuro: ero ancora soldato, a Silandro, come infermiere, e di notte leggevo e talvolta scrivevo; più spesso studiavo per preparare gli esami che poi avrei dato a raffica una volta congedato) e i 27, o forse 28. Del terzo ricordo di averlo terminato il giorno del mio compleanno, nel 1978 o 79. Comunque ero già sposato (2 luglio 1977). Ricordo benissimo l’inizio del primo. Dopo tanto tempo che letteralmente non riuscivo a scrivere più nulla (la famosa crisi dei 18-19 anni, che ha vissuto anche il collega Rimbaud), che aveva fatto seguito a una stagione di scritture prolifiche, a partire dai 15 anni che però si era avviata verso l’afasia solo tre anni dopo, forse in concomitanza della maggiore età, preceduta da una stagione di frasi spezzate, parole marce, frammenti insensati e altri sintomi di crescita, una sera, di colpo, in un’ora, con la mia grafia già allora minuscola, anche se non quanto quella recente che ora mi ostacola persino la decifrazione degli stessi appunti che sto copiando e rielaborando qui, ho riempito recto e verso 7 schede 11x15 che usavo per citazioni, schemi e riassunti dei libri che stavo studiando. Ho scritto una frase e sono andato avanti senza sapere ciò che stavo facendo e che direzione dare alla biro che stringevo in mano come se volessi strozzarla. Che è più o meno il metodo che ho seguito per tutta la vita: e i risultati stanno a dimostrarlo. Quando ho alzato la testa: questo è un romanzo, ho pensato. Sorpreso dal mio stesso pensiero, del tutto inatteso. Mai avevo pensato di scriverne uno. Non sapevo nient’altro, solo che in qualche modo dovevo continuare. Mettere una frase dopo l’altra, senza sapere quale sarebbe stata, e che davvero, stavolta, avrei continuato.

La prima cosa che ho scritto, quella sera nell’infermeria della caserma di Silandro, riguardava l’esperienza di una non esperienza, di un’esperienza mancata: o meglio ancora, la percezione, forte e amarissima, di un’emozione defraudata, vissuta come sua dal protagonista mentre usciva da una casa, prendendo l’aria fresca sul viso, ma solo dopo che un altro, un altro come lui, che alla fine si sarebbe rivelato davvero un altro lui, una specie di doppio o proiezione con tutti i crismi della realtà, l’aveva vissuta senza davvero viverla, senza farci caso, del tutto inconsapevole anzi, e poi, graziosamente, questione di microsecondo, e di nuovo inconsapevolmente, gliela passava perché la vivesse anche lui, ormai consumata però, inservibile, eppure come se fosse una cosa sua e solo sua.

Praticamente c’era già tutto lì. Praticamente avevo scritto, di getto, senza saperlo, senza sapere cosa andavo scrivendo mentre scrivevo, la scena originaria di tutto ciò che avrei scritto o vissuto poi. O quasi. Quasi scritto, quasi vissuto. Pur scoprendo, poi, che anche le scene originarie sono sempre seconde, o terze, o quarte: esattamente come l’esperienza del protagonista.

Poi del libro ricordo il finale, che magari racconterò perché tanto nessuno lo leggerà (e se capiterà che spunti fuori da qualche recesso sarà come se lo leggesse per la prima volta, perché nel frattempo l’avrà dimenticato e allora sarà come se lo leggesse per la prima volta, accorgendosi però, durante la lettura, che forse già sapeva cosa stava succedendo, che forse in qualche modo l’aveva già letto, qualcuno gliel’aveva già raccontato) e come era costruito. Qualche immagine confusa, più che scene, e davvero nient’altro. In fondo sono passati cinquant’anni. Il principio costruttore (dal momento che non avevo idea di cosa avrei scritto mi sono concentrato sul come) era di scrivere tanti capitoli ciascuno con un linguaggio diverso (come Joyce!) che nascevano o si sviluppavano partendo da citazioni di grandi autori e studiosi e filosofi, o quantomeno quelli he a me allora sembrava tali, ma citazioni stupide, insensate o banalissime, che avrebbero potuto benissimo venire da chiunque, inservibili, se non per il rimando ironico quanto puntuale, all’autore, titolo e pagina inclusi, da cui erano state estratte. Ne ricordo tre: “Stai lì, povero cane”, dall’Ulisse di Joyce (appunto), “Politico!” dall’Ideologia tedesca di Marx e soprattutto, quasi un tormentone, “Questo gioco deve finire” dai Saggi di linguistica generale di Jakobson. Roba fina!

Il libro consisteva in varie piccole avventure nella quali il protagonista cercava l’usurpatore involontario della sua esperienza, e insomma della sua capacità di vivere direttamente ciò che gli capitava di vivere (mi sono accorto poi), fino a che lo trovava da qualche parte a Bergamo alta e da lì partiva un inseguimento che portava entrambi al palazzo biblioteca in Piazza vecchia, proseguendo poi per la scalinata, nei saloni di lettura e poi, passando per una saletta fino all’ultimo piano dove l’inseguito, vistosi ormai raggiunto, si gettava da una finestra seguito  dal protagonista che si era gettato per acciuffarlo. Il libro finiva con i due che si fondevano a mezz’aria. Li vedo ancora lì, per l’eternità.

Non so come sia arrivato a questo, ma a posteriori, appena scritto, ho capito che era l’unico finale possibile, giù dalla mia biblioteca preferita. Negli anni successivi, man mano che leggevo testi (psichiatrici) sulla schizofrenia, mi sono fatto la curiosa, e certo infondata, opinione che il romanzo contesse un bel campionario di sintomi schizofrenici, o psicotici in genere, e mi sono raccontato la storia (mi sono illuso per qualche tempo) che scrivendolo avessi in qualche modo esorcizzato, attenuato se non proprio evitato, il pericolo di caderci. Considerazione che aveva il vantaggio di unire, come i due bei tomi (si noti il sostantivo) a mezz’aria, il fascino della malattia, grave ma spesso appannaggio di persone geniali, con il conforto della tranquilla normalità da cui, forse illudendomi una seconda volta, sono affetto da tutta la vita.

 


Ps.

Direi di fermarmi qua. Avevo trovato un editore, anche discreto, ma è fallito poco dopo che avevo preso accordi verbali con il direttore. Lui si chiamava Stefano Jacini, come il famoso politico e economista dell’altrettanto famosa Inchiesta Agraria e forse suo discendente. La casa editrice, Il Formichiere.

Il secondo romanzo l’ho scritto tra l’estate del 74 (nel frattempo avevo scritto la tesi e nel giugno mi ero laureato) e il 75/6. Forse ho una copia in giro, in fondo a qualche scatolone, ma per non sprofondare dalla vergogna, non l’ho più riletto dopo che Alfredo Giuliani, a cui l’avevo mandato per sondare la possibilità di pubblicarlo presso la Cooperativa scrittori, che a breve avrebbe chiuso, mi aveva detto che gli era piaciuto, ma che era un libro che avrebbero letto e gustato sì e no 150-200 persone e che se fosse stato un editore industriale si sarebbe guardato bene dal pubblicarlo (l’ho incontrato a Bologna: era la prima volta, siamo andati a pranzo a una famosa trattoria, credo, “del ferroviere” o roba del genere, assieme a Giorgio Celli, brutto, sporco, con un girocollo blu senza camicia pieno di padelle, ma molto simpatico anche da alticcio; dopo, a casa di Alfredo, avrei incontrato per la prima volta quello che sarebbe stato per 40’anni il mio migliore amico, Lucio Klobas). Ricordo che si intitolava, molto immodestamente Hortus inconclusus, e che, molto più immodestamente ancora, aveva l’ambizione di essere una specie di Fenomenologia dello spirito, con la piccola differenza che, invece di una rigorosa concatenazione dialettica di concetti, sarebbe consistito solo di chiacchiere, ma incatenate in modo tale che, teoricamente, il lettore non poteva saltare una frase senza perdere il filo del discorso, basato, invece che sulla dialettica, sulla sintassi. Una frase partiva in un modo e finiva da qualche altra parte che veniva ripresa dalla frase successiva che a sua volta veniva ripresa, per andare da un’altra parte ancora dalla successiva ecc. Come è finita l’ho già detto.

Pazienza. Nel frattempo ne avevo cominciato un terzo e poco dopo mi sarei sposato (nel ’77), che avrei terminato nel 78. Questo si intitolava Per tentativi ed errori, e con il primo condivideva le citazioni, come quella inziale dei due calzini spaiati del protagonista, uno rosso e uno blu come nel finale di Gioventù bruciata, e con il secondo un assunto filosofico (non avevo non mi ero laureato in teoretica per niente, vero?), tra molte virgolette: quello di scrivere qualcosa che confutava un’affermazione di Kant, dalla Critica del giudizio se ricordo bene, cioè che tutto poteva diventare oggetto di rappresentazione estetica, tranne il disgustoso, cosa che però è rimasta circoscritta a un episodio o poco più: la scena molto dettagliata in cui il protagonista per salvarsi dall’incendio che stava distruggendo il cascinale diroccato in cui abitava in quel momento si gettava nella fossa dei liquami. Una cosa del genere l’avrei fatta anche nel mio ultimo romanzo (Tempesta, scritto tra il 2007 e il 2008 ma pubblicato - sì, pubblicato - da Effigie nel 2011), con una descrizione minuziosa degli effetti del vomito su un pavimento, di cui vado particolarmente orgoglioso (a ciascuno il suo). Sta di fatto che questo deve essere stato l’effetto che invece ha suscitato nei lettori, perché anch’esso è rimasto inedito. Cioè, siamo onesti, schifo al redattore per la narrativa di Feltrinelli di quel periodo, Aldo Tagliaferri (sì, lui, il lettore e traduttore di Beckett tra l’altro) non ne aveva fatto, se mi aveva detto che avrebbe proposto di pubblicarlo, con un minimo intervento a un capitolo su cui ci eravamo presto accordati, alla prossima riunione con il direttore, che allora era Antonio Porta. Il quale si è poi dimesso, qualche tempo dopo, ma non prima di aver bloccato il mio libro a favore di quello un altro giovane sconosciuto. Mi sono un po’ arrabbiato, ma quando l’ho incontrato successivamente non gliel’ho ricordato. Perché i fatti avevano dato ragione a lui. Il libro era di un certo Tondelli e si intitolava Altri libertini. Poteva pubblicare anche il mio, dopo, volendo… Invece niente. E io per 10 anni non ho scritto più niente. Solo qualche recensione e ogni tanto brevi frasi isolate, che poi, incollate insieme in grumi apparentemente omogenei, sarebbero diventate il nucleo del mio primo libro, uscito grazie a Lucio Klobas presso Campanotto nel 1991, che si sarebbe intitolato Cosa dicono i morti. Appunto. 



 

20/10/22

Ricordi di copertura 32 - Il cedro di Renato

 

 

Che cedro meraviglioso! Ogni volta che lo vedo dall’altra riva della Martesana, posta più in basso, mi fermo a guardarlo con gioia intatta. Era già imponente quando venivo a giocare a tennis alla sua ombra, con Renato e Tecla, ai tempi del ginnasio, 55 anni fa!
Poi T. non l'ho più vista né sentita. So solo che ha sposato il fidanzatino di allora. Chissà se è durata, che frutti ha dato. Una coppietta innamorata un po’ più grande di me. Poco, ma abbastanza da creare un piccolo solco insormontabile. Erano molto seri, allora. O così apparivano a me. Saranno rimasti tali anche dopo? O si saranno ripresi, tardivamente, la quota di spensieratezza a cui avevano rinunciato nella giovinezza? Di Renato invece mi giungono ogni tanto voci leggendarie, come quelle da cui era circonfuso già alle medie, quando passava i weekend di punizione girando sui pattini da mattina a sera, per niente triste, sui campi da calcio o sotto i colonnati e lungo i corridoi e le camerate vuote del collegio, o le volte in cui si offriva volontario per l'interrogazione, al posto di un compagno impreparato che frignava di paura, tirando in lungo con risposte a caso e spiegazioni insensate fino alla campanella, quando tornava al posto con il suo bel due tutto contento.
Renato!


 

07/10/22

Ricordi di copertura. L’accendino Bic di Derrida



Ricordo l’accendino Bic di Derrida, non se fumava sigarette o sigaretti. Credo sigarette. Mi ero intrufolato a un suo seminario (o era una semplice lezione) all’École normale supérieure di Rue d’Ulm. Era il febbraio del 1974. L’argomento della lezione l’ho dimenticato. Forse Hegel? Qualcosa sulla filosofia del diritto? O sto solo immaginando? Stava forse lavorando ancora a Glas? Ero troppo stordito per seguire, troppo emozionato di essere lì. Di avere avuto la faccia tosta di essere entrato da quel portone, informato dell’aula e accomodato, giovane uomo implume di Fara Gera d’Adda, in mezzo a tutta quella gente convenuta a sentire il filosofo allora di gran moda a Parigi, gente di ogni età, studiosi, scrittorie e artisti, altri insegnanti di quella stessa scuola… immaginavo Barthes, il gruppo di Tel Quel, psicanalisti che leggevo in quel periodo e altra gente che sapevo che gli gravitava attorno allora. Giovani pochissimi. E io.

La prima volta me ne sono stato calmo e sono sgattaiolato via subito. La seconda volta, invece, alla fine della lezione mi sono fatto coraggio e mi sono avvicinato, mi sono presentato e gli ho detto, mentre stava trafficando per accendere la sigaretta (è allora che ho notato l’accendino), che stavo preparando la tesi su di lui. Era una sigaretta, non la pipa, come appare in tante fotografie molto più tarde: sono quasi certo. L’accendino è rimasto a mezz’aria, con la fiammella che, come d’uso (e come me), tremolava, e lui ha detto: “Di già?”. Ha smesso di premere la linguetta e la fiamma si è spenta. A una sua domanda gli ho detto qualcosa sulla mia provenienza e sulla tesi, sfoggiando il mio peggior francese e ho tolto il disturbo. Non volevo approfittare della sua gentilezza. Ero già contento così. Di così poco, come sempre. Mi ha salutato e solo allora ha sfregato di nuovo la rotella del Bic e acceso la sigaretta.

Alla lezione successiva non sono andato. Alla cineteca, allora situata a Trocadéro, quel giorno c’era una rassegna di film di Buster Keaton, e non volevo perdermeli, quelli. Neanche uno.

Poi la tesi l’ho scritta, tranquilli. I libri mica scappano.


 

12/07/22

Angelo Guglielmi. 11 luglio 2022. (Ricordi di copertura 22)

 

Ho letto Avanguardia e sperimentalismo (del 1964) credo a 17 anni, nel 68 massimo. Ce l'ho ancora, con altri di quella collana Feltrinelli che probabilmente, assieme ai libri di poesia del gruppo '63 e qualche raro romanzo (Arbasino sì, Manganelli pure, Sanguineti no), Quindici, Tel quel e altre cose, è stata tra le responsabili della strada sbagliata che ho imboccato alla fine degli anni 60 e nei primi 70, giovane provinciale onnivoro e candido, che mi ha segnato per molti anni a venire.

(Per fortuna ci sono stati anche Borges, Joyce, i sudamericani per due o tre anni, Faulkner, Céline e soprattutto Kafka e Gombrowicz...)

Scusate il passaggio personale. Mi sento vecchio.

Poi però Guglielmi, senza conoscere niente di me, ha scritto di "Lampi orizzontali" sull'Unità una delle più articolate e lusinghiere recensioni che abbia mai ricevuto. (Per forza! Ne ho ricevute così poche...)

Mi ha dato gioia. Anche per questo riposi in pace.

 

16/06/22

Tutte le volte di ogni parola (Ricordi di copertura 21)


Sentiva allora in ogni parola (da giovane, negli anni in cui aveva cominciato a scrivere), afferma scuotendo inavvertitamente la testa da sinistra a destra, tutte le volte e le circostanze in cui l’aveva letta, o sentita, o usata lui stesso; tutti i contesti, le variazioni, le sfumature e soprattutto le meccaniche ripetizioni; e questo lo stordiva, e nauseava e, quasi sempre, lo bloccava. Come avveniva con la lettura al Solomon Šereševskij studiato da Lurija, ha scoperto poi, che ricordando tutte le occorrenze di tutte le parole lette non riusciva a concentrarsi sul testo che aveva sotto gli occhi e in genere a fare astrazione da tutte le occorrenze uguali o simili che ogni cosa o evento gli suscitavano. O al Funes di Borges per tutti gli istanti vissuti. Anche ora gli capita spesso, confessa; e sempre con ogni parola o espressione che pretende di alzare la testa (la cresta) sopra le altre, di richiamare l’attenzione, vanitosa (squallida e ridicola); solo che ora, se non a non farsi bloccare (non sempre, cioè), ha imparato anche, aggiunge, a lasciarsi sorprendere da queste costellazioni innumerevoli, a farsi incantare e, qualche volta, persino a gioirne.

 

(Anche l’ascoltatore, poco professionalmente, non visto però, scuote inavvertitamente la testa, ma dall’alto in basso, senza riuscire a trattenere del tutto un accenno di contrazione automatica delle labbra, di smorfia o sorriso, o entrambi.)

23/05/22

 
 
Commentando questa foto che non avevo mai visto, da poco mandatami da mio cugino (in seconda) Giuseppe,  avevo scritto, avendo sovrapposto il ricordo di chierichetto in chiesa a uno sguardo più preciso della foto:

Il primo a destra, con il turibolo che mi piaceva moltissimo roteare per aria.
Sono ancora lì.
***
(Grazie a Giuseppe Fumagalli, che me l'ha mandata. Non sapevo dell'esistenza della foto. Lui è quello tutto compunto sulla sinistra. Il portacroce è Virginio Mambretti. Il periodo immagino fine anni '50-primissimi '60)
 
Poi nei commenti Pietro Locatelli, un lontanissimo ex-allievo ormai attempato, uno dei primissimi (1977, Geometri Bergamo) ha scritto :
"Veramente sembra l'acquasantiera. Eri predestinato più a benedire che ad incensare, si vede..."
 
Che dire? Sarei molto contento se fosse così. Ma non ho nessuna autorità per benedire, se non l'affezione e l'etimologia: dire bene. Apprezzare. Ammirare. Amare, perché no?


 

09/07/21

Ricordi di copertura 12 - Il piccolo gagà e passo successivo


Attorno ai 14-17 anni ho avuto la mia fase gagà. I miei mi avevano fatto fare un abito a 3 pezzi su misura da Elia, il papà di Giuseppe, mi ero comprato un borsalino per l'inverno (vestito così sono andato per la prima volta a teatro da solo, al Piccolo, a Milano, a vedere il Marat-Sade di Peter Weiss), un calzolaio amico di mio papà mi ha fatto delle scarpe nere lisce, con fibbia, morbidissime, che anni dopo ho passato a mio nonno Mario perché, io che sfascio le scarpe dopo pochi mesi, ero stufo di metterle, così come un altro paio di tipo inglese, color rosso cuoio antico, comprate a un prezzo esagerato da Pompeo a Bergamo (taccio la reazione dei miei), finite pure loro ai piedi del mio nonno adorato, e questo mentre sentivo solo Rolling Stones, Animals, Bob Dylan e tutta la roba buona e cattiva di metà anni 60. Poi ho cominciato a vestirmi solo di blu, tanto che sembrava che portassi sempre gli stessi abiti e pullover e maglioni. Poi sono arrivati gli ultimi anni 60. Ero cambiato già prima, di fatto, e poco mi hanno cambiato quelli. Un po' sì, ma mica tanto. Certi miei amici molto, invece. Io leggevo, andavo al cinema, dirigevo cineforum, andavo a mostre, facevo piccoli viaggi, leggevo e leggevo, e un po' scrivevo. Come adesso.

Ma perché racconto queste cose? Perché ieri ho letto una cosa in cui si parlava di un calzolaio che disegnava, faceva e riparava le scarpe cantando canzoni anarchiche.

E ora per la sorpresa di vedere quanto poco sono cambiato.

Amen.

10/02/21

E mi ricordo di mio zio Vico (Ricordi di copertura 17)

 

e mi ricordo di mio zio Vico, che io avrò avuto, che so?, 2, 3, 4 anni, e lui 15, 16, 17, e per quanto minuto, era pieno di forza e vita e allegria, come è sempre stato, fino all’ultimo, e come sempre è per me ogni volta che lo ricordo, che mi faceva piroettare e mi lanciava per aria poi mi prendeva al volo, e non era tanto per me l’ebbrezza delle giravolte e di stare sospeso, o la paura di cadere, quanto quella di essere afferrato al volo, e tenuto saldamente e abbracciato, e poi ancora su, più in alto, e ancora e ancora...

Rammendi e rattoppi (Ricordi di copertura 18)

  

Alcuni anni fa Marco mi parlò di una piccola mostra sul rammendo, un’arte povera e indispensabile per i poveri di tutti i secoli e luoghi, che si teneva in un paesino del cremonese. Il rammendo! Solo lui poteva consigliarmi una visita del genere. Poi sono sempre scoperte. Così un giorno che non avevo voglia di fare niente, solo di andarmene a spasso, tanto per darmi una meta ci sono andato. Era estate, faceva molto caldo, le strade specie dopo Crema, erano quasi vuote e io potevo guidare rilassato ad andatura lenta, con i finestrini abbassati, chiacchierando tranquillamente con mia moglie. Ricordo che nelle due o tre salette sufficienti per la modesta esposizione non c’era nessuno. Anzi, erano chiuse, e ho dovuto chiedere in giro, nel cortile del grande casale dove era ubicata, per trovare qualcuno che mi aprisse. Dentro c’erano alcuni piccoli capolavori del riuso: non solo abiti, calzini, biancheria intima, ma anche, ricordo, elmi bucati della grande guerra, richiami per anatre di legno e tutta una serie di oggetti minimi recuperati con interventi mediante spaghi, fil di ferro, listelli di legno o di latta, alcuni accompagnati da ricami o decorazioni per abbellirli. Una meraviglia dell’ingegnosità elementare, una tenerezza sorridente e commovente. La persona che ci aveva aperto, guardando con sorpresa la targa della macchina (da così lontano! ...che poi in fondo saranno stati un’ottantina di chilometri o poco più), ci ha segnalato che in un'altra ala del grande edificio c’era anche un piccolo museo del baco da seta e del lino se ci interessava. Certo! Era un lungo salone, uno spazio che una volta doveva essere stato un magazzino o una stalla, o forse proprio dedicato all’allevamento dei bachi, con lunghi bancali dalle sponde rialzate un tempo stipati di bachi e delle foglie di gelso di cui si nutrivano, altri oggetti e fotografie di fine ottocento-inizio novecento alle pareti che illustravano i vari momenti della coltivazione e della produzione, reperti della vita rurale che vi ruotava attorno e relativi ad altre coltivazioni coeve di quelle campagne, soprattutto del lino. I linifici erano molto diffusi in quell’epoca: uno molto grande c’era anche al mio paese, il primo in Italia sembra, con duemila operaie e operai, la cui struttura, con grandi spazi vuoti, bellissimi, resistono a fatica, in avanzato deterioramento, ancora oggi, dopo che i macchinari meno vecchi sono stati trasferiti mi pare in Lituania tre decenni fa. Amen.

Per dire...

 



 

 

12/11/20

Grazioli di schiena (Ricordi di copertura 14)

 

Mi sono fatto fare una foto di schiena. Non mi piaccio neanche così. Sono ritratto in piedi sulla prua di un battello; l’angolo di ripresa è leggermente dal basso, ma nonostante questo, invece di slanciarmi, come certamente avrei gradito, l’imperizia del fotografo improvvisato mi fa apparire ingobbito; la giacca aperta che mi rende più robusto e tarchiato di quanto non sia (o di quanto non mi piaccia immaginarmi), le pieghe della sua stoffa molto gualcita e quelle dei pantaloni troppo lunghi che si afflosciano sulle scarpe, i capelli scomposti prima dal viaggio in pullman e ora dal vento: tutto mi dà un’aria sciatta che di solito non ho (o non credo di avere). Eppure a questo orangotango non riesco a voler male, né mi viene da sbeffeggiarlo. Mi sembra tranquillo. Le mani che non si vedono, a giudicare dall’angolo dei gomiti, potrebbero suggerire che si tiene alla sbarra che sbuca ai suoli lati o, peggio, che sta orinando nell’acqua, ma per come lo conosco, quantunque si lasci talvolta allettare dal disprezzo, non mi risulta che ne abbia mai assunto uno così sovrano. Direi piuttosto che ha le mani nelle tasche, che in quel paio di pantaloni sono di taglio orizzontale. Sulla barca un po’ in pendenza i suoi piedi sono abbastanza saldi e lui guarda verso la terraferma senza ansia, forse con curiosità ma non con bramosia: vede che c’è, ne prende atto, guarda com’è ma lascia che la barca lo porti altrove. Anche lui è quello che è, uno che sta in piedi sulla prua di un battello e guarda fuori. Su di lui non ho molto da dire, e questo è quanto di meglio di lui si possa dire. No, in fondo non mi dispiace. Non ha nemmeno le orecchie a sventola.

 

29/07/20

Luoghi del sacro (Ricordi di copertura 13)


Un’amica mi manda una foto da Micene e subito mi vengono in mente alcuni dei luoghi in cui ho maggiormente avvertito, o mi è sembrato di capire, il sacro. Come all’arrivo a Micene, appunto, camminando lungo un viale di alberi del pepe, o di eucalipti, verso le tombe, accompagnato da canto fortissimo delle cicale.
E poi a Atene, salendo lentamente, ma non a fatica, lungo la scalinata che porta all’Acropoli, con gli occhi socchiusi, ridotti a una fessura, fermandomi ogni tanto a guardare in giù, verso il mare.
E scorgendo da lontano, dal deserto, con 41 gradi all’ombra, la città santa di Kairouan, in Tunisia, e poi entrando nel grande cortile, in quel momento quasi deserto, della grande moschea.
E ancora, dopo aver visto le grandi rocce con i graffiti camuni a Capo di Ponte, quando, proseguendo sul sentiero, e ancora avanti, fuori dagli alberi, mi sono ritrovato in una piccola valle verdissima, con una fonte, o un ruscello in un angolo della spianata, nel silenzio più totale, senza nessuno in giro, come se ogni essere vivente, cioè mortale, si fosse ritirato da lì, o avesse preso una lunga pausa, per riflettere, o dormire.
Ogni volta d’estate, con il sole a picco, una luce sfolgorante, implacabile, che non feriva però, e anzi avvolgeva, senza cancellare né trasfigurare. Che era semplicemente lì perché così doveva essere.


01/07/20

Ricordi di copertura 12 (A Marco su suo articolo sui 25 aprile di Calvino, 21-04-2020)





Molto bello il tuo articolo, Marco, grazie di averlo scritto.
Sai una cosa? Leggendolo mi è tornato in mente che certe citazioni, anche molto importanti, come quelle di Levi sulla memoria, io non riuscirei mai a usarle, per quanto valore di verità e pensiero gli attribuisca. In te, e pochi altri, mi sembrano giuste, “naturali”, utili, mentre per me è come se una barriera, un interdetto, mi impedisse di usarle. E’ sempre stato così. Il mio primo libro, ovviamente inedito, scritto tra i 21 e i 22 anni, te l’ho già detto di sicuro, e di cui ora non so nemmeno se ho in giro una copia dattiloscritta, era tutto basato su citazioni, ma spiazzate, svuotate, sciocchissime, come se fossero inedite, con il riferimento ironico del grande nome o titolo, correttissimo, e insieme inventate da me in quel momento, tanto erano inverosimili. E qualcosa del genere mi succede anche ora, con tante espressioni che non userei mai, che magari ci sono in ciò che scrivo, ma come omesse, la cui eco risuona per chi la sa percepire, ma in assenza. Un bell’impedimento, ma tant’è. Basta che ogni tanto ci sia dell’altro, che fa spazio anche alla loro cancellazione.

Buona giornata
A questo pomeriggio