Visualizzazione post con etichetta citazione. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta citazione. Mostra tutti i post

27/10/22

La cosiddetta cosiddetta


Ci sarebbe questo scrittore per il quale ogni parola è una citazione, la cosiddetta società, la cosiddetta arte, ecc., (a cui io aggiungo la cosiddetta cosiddetta), che dichiara impossibile giungere a una qualche verità per quanto vi si tenda (si debba tendervi) e dai cui testi è quindi impossibile estrarre anche una sola frase, per quanto attraente (e ve ne sono a bizzeffe) perché non corrisponderebbe a nessuna certezza indiscutibile, e i commentatori, certo, dicono, è proprio così, ma poi citano lo stesso, come farò io, e quando vogliono avere le spalle coperte si appoggiano al muro delle dichiarazioni del suddetto autore in interviste o discorsi o interventi vari in prima persona, a proposito dei quali però io, sì: io, non vedo perché dovrebbero essere meno menzognere, labili, inconsistenti di ciò che viene estratto da romanzi e drammi, a meno che, certo, non sia un qualche valore di verità che si intende sbandierare, bensì un uso personale, ai propri fini, dichiarati o meno, che si ammantano dell'autorità di un nome o della forza o grazia della citazione, che allora... Eh sì: allora.
***
(E' un vecchio appunto. Rileggendolo per caso oggi, mi chiedevo a chi si riferisse: potrebbe essere adatto a tanti. Anche al sottoscritto, per molti versi. E invece poi mi sono accorto che riguardava un autore, non dirò quale, di cui ho finito di leggere l'ultimo libro proprio ieri.)

01/07/20

Ricordi di copertura 12 (A Marco su suo articolo sui 25 aprile di Calvino, 21-04-2020)





Molto bello il tuo articolo, Marco, grazie di averlo scritto.
Sai una cosa? Leggendolo mi è tornato in mente che certe citazioni, anche molto importanti, come quelle di Levi sulla memoria, io non riuscirei mai a usarle, per quanto valore di verità e pensiero gli attribuisca. In te, e pochi altri, mi sembrano giuste, “naturali”, utili, mentre per me è come se una barriera, un interdetto, mi impedisse di usarle. E’ sempre stato così. Il mio primo libro, ovviamente inedito, scritto tra i 21 e i 22 anni, te l’ho già detto di sicuro, e di cui ora non so nemmeno se ho in giro una copia dattiloscritta, era tutto basato su citazioni, ma spiazzate, svuotate, sciocchissime, come se fossero inedite, con il riferimento ironico del grande nome o titolo, correttissimo, e insieme inventate da me in quel momento, tanto erano inverosimili. E qualcosa del genere mi succede anche ora, con tante espressioni che non userei mai, che magari ci sono in ciò che scrivo, ma come omesse, la cui eco risuona per chi la sa percepire, ma in assenza. Un bell’impedimento, ma tant’è. Basta che ogni tanto ci sia dell’altro, che fa spazio anche alla loro cancellazione.

Buona giornata
A questo pomeriggio

02/08/15

Citazioni, riferimenti, destinatari espliciti e impliciti (un appunto veloce)




Le citazioni e i riferimenti impliciti, le allusioni o i calchi, possono ormai riguardare una materia così sterminata di opere, generi, merci e media, che di fatto qualsiasi scelta diventa nella stesso tempo una scelta settoriale, di campo e di lettori quindi e, per ciò stesso, sempre elitaria. Anche quando oggetti opere e media da cui si attinge sono i più diffusi, come televisione o cinema, non è affatto detto che il lettore condivida la semiosfera di riferimento (micro o macro che essa sia) necessaria per intendere al meglio e sappia riconoscere e gustare non si dice le sfumature, ma spesso nemmeno i riferimenti più espliciti e, agli occhi dell’autore, più ovvi. A maggior ragione se c’è qualche distanza spaziale e, più ancora, temporale.  La maggiore evidenza e riconoscibilità di oggetti, personaggi e riferimenti dipendono allora dall’immaginario imperialista (dominante) del luogo e del periodo (Hollywood, Bollywood, Lagos o Beijing  ecc., a seconda dei continenti e dei flussi migratori), che tende a perdersi o a sfumare, se non sufficientemente esplicitato nel testo, con conseguente sovraccarico di spiegazioni o impoverimento linguistico e formale per chi già sa. E allora tanto vale evitarli o usarli in modo criptico (tanto non si può evitarlo, per una fetta di potenziali lettori almeno), cioè gestirli con disinvoltura e senza niente che chiarifichi, a meno che questo non faccia parte del gioco formale e tonale, e cioè non contribuisca, in altro modo, alla ricchezza e alla complicazione. O tanto vale non usarli affatto, se non per effetti specifici, come dare consistenza a un ambiente sociale o fisico o storico-geografico, o una sua parvenza, o come gesto d’intesa per qualche amico o lettore (un gesto a perdere, puramente gratuito, di affetto che si consuma nell’essere espresso) ecc.
Oppure usarli senza curarsi della comprensibilità e del pubblico, implicito o esplicitamente individuato e blandito. Certo, con gli strumenti ipertestuali e i nuovi media sempre a disposizione e di facilissima consultazione, il lettore potrà accedere a tutti i riferimenti e contenuti e informazioni che desidererà esplicitare, ma che palle! Praticamente tutto andrebbe linkato, almeno per risparmiare ricerche troppo dispendiose di tempo e soprattutto di attenzione; e si potrebbero anche prevedere modalità di presentazione e fruizione diverse , anche nei livelli, attivabili ad libitum.
Di fatto però il pubblico sarebbe sempre circoscritto e, al limite, elitario, affiliato a una consorteria esoterica momentanea.  Pertanto, una volta salvaguardato un minimo di autonomia della lettura (la coerenza interna del testo, qualsiasi essa sia), propongo di fregarsene.
 Foto:
1. Simone vuole vedere cosa c'è sotto.
2. Io voglio vedere cosa c'è sopra

03/09/14

Parola mia. (Citazioni, riusi, intertestualità, giochi, autori e diritti d'autore: tutti presi alla stessa rete)



Ma davvero! Il bello della rete è che le cose circolano anonime anche quando sono accompagnate da nomi e altre specifiche di realtà e proprietà. Che ogni frase, ritmo o idea può essere di ciascuno non essendo di nessuno. Basta prendere e copiare, con qualche leggera modifica semmai. Basta una traduzione, un adattamento e, appunto, per un attimo qualsiasi cosa può diventare di quell'uno specifico, prima di tornare a essere di tutti. O può essere di ciascuno, cioè individualmente di tutti quelli che ne fanno uso, proprio mentre e perché è di tutti. (Anche se spesso queste riprese non sono effettuate per qualche loro valore di verità, se non di facciata, per uno scintillio che può abbacinare, o ferire, per un istante, ma per farsene belli, incollandosene addosso il riverbero ma non la responsabilità, quando invece si può e si dovrebbe appunto lì mettere la firma, non per metterci sopra il cappello, e le mani, ma per indicarne l'assunzione in proprio, la volontà di risponderne.)
Come avviene per le parole. C'è qualcuno che può dire, per esempio, che la parola "terra", o la stessa parola "esempio", è mia e solo mia, e guai a chi la usa senza dichiararlo? Poi uno magari la usa in un modo tutto suo, per un attimo, e per quell'attimo è solo sua, quella lì, certo; ma quella lì non è mai solo quella lì, e quindi solo sua non è mai. A volte uno ci resta male, vorrebbe l'esclusiva, lo stigma dell'originalità assoluta, i diritti d'autore anche per l'aldilà, ma poi lo capisce anche lui che la pretesa è ridicola. Sono ambizioni dell'adolescenza, quelle aspirazioni assolute su fondamenti erronei, nebulosi, l'assoluto in via di principio, per pura ostinazione, per intransigenze non negoziabili, che poi lasciano solo strascichi di malinconie, sensi di sconfitta preventiva, totale e irrimediabile. Qualcuno fatica a uscirne, è noto; ma insomma... Pazienza. Peggio per lui.
 
(Se qualcuno pensa che parlo per esperienza è autorizzato a crederlo. Io da ragazzo, ma anche dopo, perché ho avuto una crescita lenta, se mai l'ho avuta, avvertivo risuonare e sovrapporsi in ogni parola che dicevo e soprattutto scrivevo tutte volte che l'avevo letta o sentita, inclusi contesti e sfumature e nome e cognome di coloro che l'avevano usata, e, stupido com'ero, ne ero frustrato a morte, invece di considerarlo un semplice dato di fatto, o addirittura una risorsa. Certo, le risorse puoi vanno usate, e bene, possibilmente...)
Ma era della rete che stavo parlando, maledizione ammìa... che cioè, dicevo, che anche se uno non vuole, finisce per far circolare non solo un sapere, in senso antropologico o quell'accidenti che è, o una somma caotica di informazioni, anche se non è sua intenzione farlo, e che a volte lo fa replicando alla lettera, con esattezza medianica, espressioni, frasi, interi paragrafi, capitoli o storie dall'a alla z, mentre in certi casi ha la bontà, o la correttezza, o l'ingenuità, di citare le fonti, o almeno quelle che a lui sembrano tali, quelle di sua conoscenza, le ultime o penultime, le uniche note, o più accreditate quanto meno. Altri invece non lo fanno pur conoscendole.
Facciamo l'ipotesi, ma sia chiaro: è solo un esempio non una denuncia, o una recriminazione in cattiva coscienza... facciamo l'ipotesi, dicevo, che alcuni prendano certi miei post o storielle, per esempio da Facebook o dal mio blog (dai libri è più difficile: bisogna procuraseli) e ne riportino pari pari frammenti che possono arrivare fino al 99%, perché un tocco personale ci vuole, dài, sulle loro bacheche o in qualche testo che finisce su chissà quale sito o rivista o altro, come se li avessero appena scodellati loro, freschi freschi, con addosso un po' di liquido amniotico ancora non deterso: che dovrei fare? Indignarmi? Protestare? Denunciare? No, meglio non fare niente. A parte il ridicolo, che è sempre un argomento di peso, anche se non decisivo (se no uno non rischia più niente), dovrei dimostrare che si tratta di roba mia. Che esista, qui e altrove (in materia linguistica: limitiamoci a quella per stavolta) qualcosa che possa chiamare mio senza tema di errore, o di usurpazione bell'e buona.


E poi, via, se in libri pubblicati da importanti case editrici per il vasto pubblico, importanti e famosi scrittori e scrittrici traslocano armi e bagagli pagine intere da libri e autori ancora più famosi e importanti di loro, confidando di non essere presi in castagna, come volgarmente si dice, salvo cascare dalle nuvole quella rara volta che uno o l'altra vengono esposti alla pubblica esecrazione, che di solito non viene mai, perché quella pagina lì ci stava proprio bene, e insomma mancava solo un nome o un titolo, o le virgolette, espunte da un correttore di bozze troppo zelante e ignorante, perché è ovvio che c'erano ma quello stupido mica l'ha capito e l'autore non è tenuto a controllare anche le ultimissime bozze, e anche perché il furbo da noi è sempre ammirato, persino quando scoperto, se ha un bel sorriso o una buona scusa o una battuta brillante, che fa ridere ma ridere!; e questo non è raro, chissà quanti altri prestiti a interessi zero, chiamiamoli così (siamo nella civiltà della finanza, no? ...ma civiltà è una parola grossa: diciamo allora società, o regno, o campo di battaglia, o catacomba, prigione... o palazzo, rete... sì, rete), da autori e titoli minori, di luoghi lontani e lingue peregrine, avranno goduto della gloria anonima di questi omaggi; e quindi, più ancora, frasi meno nobili, storie banali, parole comunissime accalappiate in qualcuno dei miliardi e miliardi di nodi dell'infinito flusso immateriale... e una cosa del genere capita anche a te, pertanto perché lamentarsi?
Anche questo è un modo per entrare nel canone, sia pure dalla porta di servizio, o di notte, scalando balconi e grondaie, approfittando delle finestre aperte, e per un brevissimo periodo, come quasi tutti. Meglio gioirne, esserne lusingati, sostare un attimo nella luce di questa gloria intima, e andare subito via. Via, da un'altra parte, a cercare altre parole o immagini o storie da inventare, e da tradurre e copiare, senza dirlo, anzi negando di averlo mai fatto, o concedendo semmai di aver giocato con i più colti (che a lusingare non si sbaglia mai, e nessuno ci tiene a passare per ignorante), se qualcuno scopre assonanze, citazioni, riprese o variazioni. Svaghi innocui. Copie di copie! Fantasime!
Alt, però: guardate bene, ce le ho messe apposta, io.
Cercate. Cercate, gente stolta e frettolosa. Un sospetto, un richiamo, un omaggio, una serie di cunicoli e fortificazioni e radici, una via di fuga, un inciampo, dietro ogni parola, in ogni virgola o punto!
(Ma lo fanno tutti, poi. Conta qualcosa che sia fatto apposta? O che uno si illuda di averci messo qualcosa che poi, gratta gratta, non si trova? Che non c'è? E che anche se c'è, non cambia niente, perché quel che conta è ciò che viene detto, e come, che solo allora a qualcuno, magari, gli viene voglia di fermarsi un po', e guardare. Ovvio!)