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02/05/25

L'acqua alla lettera

Federico De Leonardis

a) Il mio amico Federico mi chiede di scrivere un racconto sull’acqua

Non mi piacciono le cose che, anche prese alla lettera, sono già metafore. Tanto più che, in genere, sono quelle di cui è impossibile fare a meno. E io non sono mai riuscito ad accettare fino in fondo che di qualcosa sia impossibile fare a meno. Ma ovviamente, poiché di farne a meno è impossibile anche a me, ne sono attratto nella stessa misura in cui ne diffido. Ne diffido non solo perché dipendo da esse, ma anche perché mi sfidano su un terreno troppo vasto, che non posso controllare, dove rischio di perdermi ancora prima di riuscire a incontrarle. E mi attraggono per lo stesso motivo. La loro forza sta nel fatto che, quando credi di averle trovate, ti sfuggono da tutte le parti, come acqua dalle mani, ogni volta che cerchi di afferrarle. E del resto anche afferrarne un lembo, accontentarsi di coglierne un aspetto, oltre che insoddisfacente, è ancora cedere al loro potere, restarne prigioniero, esserne ostaggio, nonostante che spesso quanto ci è concesso non si riduca che a questo. Ma è appunto questo che mi fa imbestialire. L’onnipotenza o niente (mi dico consumando l’obolo che mi viene distrattamente gettato tra i piedi). E intanto il nodo di diffidenza e attrazione si stringe sempre di più e loro si stagliano sempre più gigantesche davanti a me. Beffarde. Ben mi sta.

Ne diffido e mi attraggono perché mi fanno paura. Ho paura della paura, ma a volte mi piace. Così a volte distolgo lo sguardo, fuggo; altre invece resto medusato, incapace di fare alcunché ma con tutti i sensi acuiti, con la testa percorsa da innumerevoli piccole scariche che schizzano incontrollabili in ogni direzione. In questi casi prima cerco di prestare attenzione a tutte, poi, chissà perché, qualcuna mi resta incollata addosso o mi cattura nel suo gorgo, e così, senza accorgermene, comincio a muovermi e quando me ne accorgo sono già abbastanza avanti da non sapere più come, e a volte da non volere, tornare indietro. Allora non mi resta che lasciarmi trascinare da esse, attraversarle e esserne attraversato, in una specie di panico attivo. Sono tutto meno che intrepido: lo faccio perché devo farlo, perché senza di esse non si vive (non si pensa, non si parla). Queste sono le cosiddette cose elementari.

Più una cosa è elementare, meno è possibile prenderla alla lettera. Meno puoi prendere alla lettera una cosa, più difficile diventa parlarne. Si potrebbe pensare il contrario: più immagini e connessioni una cosa suscita, più spazio hai per muoverti e più materiale a disposizione. Ma sarebbe un errore, almeno per me. Più una cosa è elementare e meno è a tua disposizione: semmai, sei tu a disposizione sua. Una cosa elementare non è un materiale. Né uno spazio libero in cui muoverti: meno sono visibili i vincoli, più forti sono e più facilmente ci si ritrova ingorgati. Lo stesso avviene con le parole.

Non considero il passato (le immagini) come un magazzino teatrale al quale attingere allegramente ciò che mi serve né le parole come altrettanti costumi da indossare, come faceva Rembrandt, per rappresentare ciò che voglio, ammesso che a Rembrandt i costumi interessassero veramente. Anche se poi si finisce per farlo comunque; ma non è una scusa. E poi io non sono Rembrandt (lo si era già capito). Piuttosto preferisco immergermi e percorrere tutte le strade, senza darlo a vedere (senza citare: allora le uso anch’io come costumi per nascondermi, o meglio come falso bersaglio per scremare i distratti, quelli il cui sguardo scorre sulle parole come l’acqua verso valle, dei quali non mi curo di catturare l’attenzione. Se capita lo stesso, tanto meglio. Da ragazzo ho catturato, a bastonate, una grossa trota rimasta imprigionata in una gora dal ritrarsi di un torrente. Forse si era addormentata), per cercare di tracciarne un’altra, se possibile. E quest’altra deve partire da me, dall’esperienza, poca o tanta che sia, che io ne ho, della quale ovviamente le immagini e le parole fanno parte.


 Serse Roma

b) Dichiaro che è impossibile. Poi lo scrivo.

A partire dalle immagini, invece, non si finisce più. Un’immagine non è niente da sola: anche una bella immagine, per quanto ci sia chi afferma di essere disposto a sacrificare parecchio per essa, se non tutto. Ma allora, non è più l’immagine che conta, è l’ossessione. Ammesso che dica il vero, e che non si inganni sulla verità di ciò che dice. Comunque, con l’acqua è impossibile persino cominciare. O si è sempre già cominciato.

L’acqua è ovunque, dal poema di Gilgamesh e dal Genesi a tutte le cosmogonie, dall’Iliade alla mia lista della spesa (acqua minerale non gasata, acqua demineralizzata per il ferro da stiro), dalle acque che si sono rotte perché io potessi nascere a quelle che rilascerò alla mia morte. Non ci sono vie preferenziali per attraversare l’acqua. A parte le correnti, i venti e il calore, cioè qualcosa che è in relazione con l’esterno, su cui però anch’essa influisce. L’acqua è ciò che attraverso senza tracciare strade e che mi attraversa lungo strade che ignoro. Mi avvolge e la avvolgo. Mi contiene e la contengo.

Io sono fatto d’acqua, ma lo so davvero solo quando ho sete e sudo. Quando ho sete bevo. E io devo bere molto, poiché soffro di coliche renali. Comunque bevo, e mi piace che l’acqua sia buona.

L’acqua che bevo deve essere pura. Cioè quasi pura. E questo “quasi” dell’acqua mi piace molto: quasi  pura perché possa berla, quasi trasparente per vederle attraverso vedendo anche lei. L’aria non la vedo, se non raramente: la sento, la respiro; l’acqua la vedo sempre. (Il mio amico A. mi dice che la trasparenza di una cosa le deriva dall’essere composta di atomi che sono al nostro occhio invisibili e perciò non si manifestano come colore ma acquistano solo un valore di brillanza.) L’acqua pura non esiste, deve essere distillata apposta. L’acqua non esiste pura: anche la più buona deve contenere dell’altro. Pura, l’acqua è dannosa, per il mio organismo quantomeno. E, se non dannosa, poco buona. Perché mi purifichi, deve essere quasi pura.

L’acqua piovana invece non è buona da bere; neanche quella del fiume lo è, se non vicino alle sorgenti. Non è buona l’acqua che scende, lo è quella che sale. Ma prima di salire deve essere scesa, deve essersi resa invisibile passando attraverso la terra, che non è buona. L’acqua filtra attraverso la terra, scende piano, paziente, finché non trova un fondo, il suo. Lì si deposita e si accumula; quando il livello è troppo cresciuto, lentamente sale verso la superficie o lentamente scivola verso un altro fondo collegato al primo: arrivata lì, è buona. Ma ci vuole tempo. È da lì che bisogna farla salire per poterla bere. Se invece sale troppo, allaga il terreno e bisogna prosciugarla.

Quando ho bevuto, l’acqua si distribuisce nel mio corpo e poi ne fuoriesce. Tutta, o quasi tutta. Perdo acqua in continuazione, di solito senza accorgermene. Evapora. Mi piacerebbe vedere il mio corpo evaporare. Qualche strumento in grado di riprendere il processo ci sarà senz’altro, ma io, faute de mieux, mi limito a immaginarlo, e poiché è estate e fa caldo, lo immagino come il calore che esce dall’asfalto, che infatti allora sembra bagnato, in lontananza, e vivo. Vedo la mia pelle ingigantita, come un’enorme distesa offuscata da queste esalazioni che fanno impercettibilmente vibrare la peluria che la ricopre, a tratti densa e in altri rada, mentre in certe pieghe scorrono rivoli d’acqua. Fiumi, boschi, campi, pianura. Quella dove abito io.

Mi accorgo di perdere acqua solo quando sudo: allora non sono invisibili esalazioni ma gocce. Anche il sudore in genere è buono. Lo dico perché sono sano, non devo faticare quindici ore al giorno in miniera e non sono disperso nel Sahara. Il sudore è buono non solo quando è prodotto dallo sforzo di un corpo che ha il vigore per compierlo, ma anche quando cerca di ripristinare la temperatura corporea d’estate o durante le febbri («Prendi un’aspirina, mettiti a letto e fai una bella sudata», mi diceva mia mamma quando ero influenzato) e perché trasmette l’odore del nostro corpo a chiunque in un modo o nell’altro vi sia interessato. Non si sa mai.

Quando sudo, o comunque mi sento sporco, mi lavo. Ma l’acqua da sola non lava. È un discreto ma blando solvente e uno sgrassante deficitario. Lavarsi può essere fastidioso (quando fa freddo, per esempio), ma in genere è piacevole, specie al mattino, appena svegli. Di solito io mi alzo allegro, e l’acqua mi fa buona compagnia. Mi piace anche farmi la barba, pelo e contropelo, con devozione, e quando le guance sono perfettamente lisce e morbide è bello sciacquarle con l’acqua fredda. Ho ricevuto il buonumore in dote alla nascita. Sono felice. Non scrivo perché la vita mi fa male (anche se una quota la versa anche a me); scrivo per aumentare la felicità, la mia in primis e eventualmente quella di qualcun altro. Non ce n’è mai abbastanza. (Il mio amico M., leggendo ieri questo passaggio, mi ha detto che devo smetterla di scrivere queste cose. Se uno dice di essere felice, insistendo come faccio io, non verrà mai creduto: cent’anni di psicanalisi saranno pur serviti a qualcosa! Si chiama denegazione, lo so. Ma io non pretendo di essere creduto quando scrivo. Se c’è una verità in ciò che uno scrive, non si esaurisce certo nella lettera. Comunque va bene: sono infelice. Molto infelice. Disperato. Così mi crederanno. Non il più disperato degli uomini. Meglio non esagerare. Se si dice a qualcuno di essere più disperato di lui, garantito che quello si offende. Allora diciamo che sono piuttosto disperato, ma un filino meno di ciascuno dei miei lettori. Così sono contenti tutti. Si scrive per questo, no?)

Mi lavo e canto, sottovoce. È la bellezza della doccia del mattino: le acque mi scorrono lungo il corpo, mi massaggiano e mi consegnano fresco a una nuova giornata nella quale, olimpicamente, non mi importa se combinerò qualcosa o il solito fico secco. E tu, Cielo, dall’alto dei mondi. Do re mi. Il bagno invece è meglio la sera, quando sono stanco, cioè quasi mai. È però la prima cosa che faccio quando prendo possesso della mia camera d’albergo dopo un viaggio. Faccio scendere l’acqua calda mentre disfo i bagagli e, quando è pronta, ci resto immerso fino a quando non mi sono abituato al nuovo luogo. E poi via! Quanto al resto, non sono un patito del bagno, neanche al mare, dove infatti di solito non vado.

Facevo invece molti bagni da ragazzo, al fiume, vicino al punto dove si incontra con uno dei due canali che lo costeggiano al mio paese. È un punto pericoloso, dove annega sempre qualcuno, come è accaduto proprio una decina di giorni fa, in modo banalissimo, a due ragazzi, due fratelli. A guardarlo così, senza pensare a niente, è un incanto. Ci vado ancora, da solo o con gli amici che vengono da fuori, a fare delle passeggiate, e tutti ne sono conquistati. C’è una pace! E invece ogni anno ci muore qualcuno, qualcuno ci annega o va ad annegare.

Una volta sono partito proprio da lì per attraversare il fiume controcorrente, nonostante fosse più rapido del solito. Nuotavo in diagonale, verso monte, per non rischiare di ritrovarmi dalle parti della diga che c’è più a valle. Poco oltre la metà del fiume, le forze hanno cominciato a mancarmi e così ho cercato di resistere meno alla corrente, pur senza assecondarla del tutto. Alla fine, stremato e vicino alla disperazione, sono riuscito ad aggrapparmi a un arbusto che sporgeva sull’acqua, ancora lontano dalla diga. Mi sono trascinato sulla sponda e sono rimasto lì, sdraiato in pendenza tra i cespugli, confuso e col batticuore, per non so quanto tempo. Con l’acqua è così.

Per tornare a riprendere le mie cose mi son dovuto fare un giro lunghissimo. Mancava ancora parecchio al tramonto, ma le nubi si stavano già preparando per il solito temporale serale. Avevo freddo. Dei miei amici, molti se n’erano già andati a casa. Mi sono rivestito in silenzio e mi sono seduto contro un albero a guardare il ponte alla mia sinistra, tranquillo adesso. Allora gli amici rimasti mi hanno chiesto cosa mi era successo. L’ho riassunto velocemente. Bel pirla, mi hanno detto, e si sono tuffati per un’ultima nuotata.

Eppure io ero convinto di aver capito qualcosa.


 

 

13/04/23

Uno spazio mi attraversa


Invece di attraversare uno spazio, uno spazio mi attraversa. Attraverso uno spazio che mi attraversa. Non lo spazio: uno spazio. Questo.

Invece di sentirmi dentro uno spazio, uno spazio si fa sentire dentro di me. Non è la percezione di uno spazio, né il suo concetto. Non è a priori, né ciò che resta se tolgo tutte le immagini e le cose, né ciò che queste le contiene rendendole, per me, immagini. È uno spazio che le cose e le immagini formano e fanno apparire nella sua evidenza di spazio o che, viceversa (ma non è lo stesso: è un’altra occasione), l’assenza di immagini e di cose, invece di renderlo astratto, rende più materiale. Corposo. Voluminoso. Sporgente e tagliente.

Quando attraverso questo spazio che mi attraversa, questo spazio si fa spazio dentro di me tagliandomi. Mentre mi taglia, nel separarmi, mi unisce. Divento unito per effetto del suo recidermi. Prima non lo ero.

Prima ero un abbozzo confuso di occhio incorporeo, che aveva la tendenza a separarsi dal suo corpo, a dimenticarsi di esso proiettandosi fuori, raccogliendo ciò che vedeva e recidendolo dal resto e da sé nel vederlo. Ora questo spazio invisibile riporta l’occhio al suo corpo recidendolo da sé e riportando ciò che vede a ciò che è: non matrice ma effetto dell’invisibile. Di un invisibile che manda in frantumi il visibile riportandolo a se stesso e che si impone come corporeo attraverso la violenza incruenta con cui attraversa il mio stesso corpo riportandolo, reciso, a se stesso.

È l’invisibile che emoziona, riportandolo al corpo, il mio occhio, mostrandosi come la condizione sensibile del mostrarsi delle cose e delle immagini e dello stesso vedere, non come il suo, e il loro, aldilà o come la fantasia di nascondimento che verrebbe oltrepassato (attraversato, reciso e ricongiunto come fantasia).

 

Questo spazio, l’invisibile di questo spazio, è un concetto non nel suo separarsi, abbandonandolo, dal sensibile, ma solo in quanto è sensibile, non avendo nessun bisogno, e nessuna possibilità, di recidersi da esso, abbandonandolo a se stesso. È l’invisibile che invade la retina emozionandola, come una membrana tesa fino al limite del suo strappo, sulla quale allora il visibile diventa tale nell’unico linguaggio, l’immagine, che gli pertiene ma non gli appartiene.

Si tende, ma invece di diventare più leggero in ogni suo punto, si addensa e appesantisce, tanto che niente riesce più a tenerlo assieme. Proprio per la sua densità e pesantezza, allora, si piega, si torce, si spezza e va in frantumi, fino a dissolversi.

La sua dissoluzione tuttavia non è né una sparizione totale né un allontanarsi che lascia dietro sé tracce e resti come semplice memoria del suo esserci stato: è invece il suo continuare a esserci, totale, in questi resti, che talvolta aggettano isolati, talaltra si dispongono a mucchi o sparpagliati come un tappeto irto e segmentato. Un tappeto di preghiera intrasportabile, che invece di essere avvolto, avvolge; che invece di cancellarsi per servire, si impone per farsi servire, ma così che, nel servirlo, uno serve se stesso; invece di farsi dimenticare per altro, si presenta come altro impedendo di dimenticarlo, così che uno, in questo altro, si ricorda di sé, stupito della dimenticanza.

 

Fara, sabato 13-11-99 dalle 16,20 alle 16,40.

Scritto per un mostra di Federico De Leonardis alla Galleria Belvedere di Milano


 

10/04/23

Una biografia apocrifa (per Federico De Leonardis)


I

Sua madre amava la musica. Lui amava sua madre. Dunque amava la musica. Ma sua madre non lo amava. E dunque nemmeno la musica lo amava. O forse era lui a non sentirsi amato dalla madre, e dunque a non sentirsi amato dalla musica. O almeno non quanto le amava lui. La madre lo fuggiva, gli sfuggiva, e lui, non sentendosi amato, quanto più tentava di dimostrare il suo amore tanto meno ci riusciva. Allora, non riuscendo a dimostrarlo, se lo teneva dentro.

Se almeno la musica lo avesse amato, forse con essa sarebbe riuscito almeno a dire alla madre il suo amore, ma nemmeno essa si lasciava afferrare. Per afferrarla avrebbe dovuto metterle addosso le mani con forza, ma non osando farlo, e non essendo quindi in grado di far sì che la musica scaturisse da lui, si è ridotto a mangiarla. Pensava così di diventare musica lui stesso; invece quello che gli usciva erano solo brandelli, brandelli del corpo della musica (frammenti del corpo della madre). Ormai fuori di lui, i brandelli li poteva afferrare, ma come resti che ingombravano le mani. Allora è diventato scultore.

Anche della madre gli restavano solo frammenti, immagini che ingombravano gli occhi, fotografie che alludevano a storie che a lui non dicevano niente. Allora ha preso le foto e le ha fatte a pezzi. Ha ridotto in brandelli l’immagine che non corrispondeva al corpo, il corpo che non si adattava all’immagine che lui ne aveva e alle storie che su di esso aveva costruito. Poi ha ricomposto i brandelli in un nuovo corpo che scaturisse dalle storie.

Così ha creato il corpo della madre, è stato più del padre che ne ha solo goduto: è stato il padre della madre. E allora dagli spazi  tra i brandelli, dalle parti mancanti, è scaturito un ritmo: nel vuoto ha trovato spazio la musica.

Ma è una musica che appena sorta svanisce, che si sottrae e che sottraendosi richiede altri vuoti per lasciarsi percepire. Alcuni si muovono ai margine e guardano dentro, vedendo ben poco; molti distolgono gli occhi e con orecchie appuntite cercano altre musiche che possano medicarli turandole fino all’orlo. E se qualcuno si decide a buttarsi, insegue lo svanire traendo quel che manca da sé, una musica sua, o almeno l’eco di un’eco, come un ricordo di cui si sente solo che è svanito: il compagno acustico dell’invisibile. Che  però non è mai quello che aveva fatto scaturire lui. Ma chi può dirlo? E anche se talvolta sembra che gli assomigli, nessuno, ancora, può dirlo.

Per questo lui è spesso arrabbiato, scontento di tutto e di tutti. Pretende che anche gli altri odano l’inudibile che ha sentito lui, e insiste. E, da sé, pretende di riuscire a farlo sentire. Pretesa insensata, che tuttavia è la sua forza, la più grande risorsa. A volte ci mettiamo in ascolto e dagli intervalli scaturisce uno sguardo e nessuna parola.

 


II

Naturalmente invece non amava suo padre, il quale del resto non ci faceva caso: aveva ben altro a cui pensare. Suo padre era distratto (distratto anche dalla madre). Questa distrazione tuttavia, lungi dal fargli piacere, lo disturbava. E questo è naturale: i padri disturbano comunque. Col tempo si ridusse a odiarlo. A volte aveva vergogna di questo odio, a causa della sua banalità. Allora faceva finta di niente. Così finì per assomigliargli.

Qualche incauto glielo faceva notare, a volte. Allora lui lo cancellava dalla sua vita. Alcuni ne furono contenti. Raramente lui se ne dispiaceva e cercava di recuperarli, più tardi, ma con pochi ci riusciva veramente. Quando non ci riusciva era contento lui. Qualsiasi compromesso era di troppo. Era orgoglioso di questa intransigenza, e indubbiamente questa è una dote.  Questa dote lui la chiamava: rigore. Faceva bene ad esserne orgoglioso: non molti ne sono capaci (io per esempio ne sono del tutto sprovvisto).

Non così avvenne con suo padre. Continuarono a lungo a vedersi, anche dopo che il lavoro lo ebbe portato lontano. Visite periodiche, disinteressate ma cordiali, qualche lettera (in realtà diretta alla madre) e poche brevi telefonate. In fondo era suo padre. Quando morì, lui era all’estero. Un vero peccato. Fu tuttavia raggiunto da un inspiegabile dolore, senza dubbio effetto della lontananza. Questo ricordo lo accompagnò a lungo, e ogni tanto ritorna ancora, con rinnovato sgomento. Non è tanto il dolore ad essere inspiegabile, quanto l’inspiegabilità che è dolorosa. Circola invisibile nella sua minuta esistenza e si insedia gigantesca in quello che fa. A volte se ne accorge anche lui e si ribella. Ma questa ribellione lo disturba. Solo i deboli si ribellano. Allora, per cancellarla, dà una forma alla sua ribellione. È comunque un materiale che c’è, dice, e sarebbe da stupidi fingere che non ci sia. Tanto vale servirsene per fare altro, allora. I resti non si eliminano.


Il mondo è pieno di resti; a volte pensa  addirittura che il mondo non sia fatto che di resti, ma poi respinge il pensiero: è troppo facile, e quello che vale per tutto non dice niente su alcunché. Il mondo è pieno di resti, ma si tratta di vedere di chi e di cosa lo sono. Alcuni sono ciarlieri, si nominano e esibiscono in modo sfacciato una storia che pretendono propria; a lui invece interessano quelli meno individuati, resti generici che si depongono in silenzio un po’ ovunque e che vorrebbero sparire ogni volta che qualcuno li nota. Resti che disturbano senza dire una parola e che per questo a volte qualcuno raccoglie, sottraendoli alla vista con altri compagni nei depositi del falso invisibile. Lui allora li raduna sperando di mostrare l’invisibile che essi nascondono come facendogli scudo e di far udire il  sommesso brusio cui fa scudo il loro numeroso silenzio, non come l’eco di una parola che si è persa, ma come una soglia davanti alla quale indugia quella che ancora non ha trovato una voce. Come la voce di un padre che deve ancora venire.

 


 

 

25/01/23

Fuori tempo massimo

 

 

È fatto male e non gli sta bene, dice.

Forse non è colpa sua, ma certo non lo è nemmeno degli altri. E infatti lui non li incolpa. Non si accetta, tutto qui.

E perché mai dovrebbe farlo? Forse che accettandosi sarebbe fatto meglio? No, darebbe solo il suo assenso a qualcosa che è fatto male, e questo sarebbe un male ulteriore.

Forse che gli altri sono fatti meglio, gli chiedo?

È poco probabile, risponde, e comunque non sono fatti suoi e non cambia la sua situazione.

Solo gli stupidi se la prendono con gli altri, e lui non lo è fino a questo punto. Se lo fosse, forse le cose non si dice che andrebbero meglio, ma certo lui si accorgerebbe di meno che vanno male. E invece no, non ha nemmeno questa magra consolazione. Un vero peccato.

Ragion per cui non gli resta che prendersela solo con se stesso. Cosa che però contribuisce a renderlo ancora peggiore di quanto già non sia.

Che fare dunque? In apparenza ha due possibilità: o negare del tutto se stesso, decisione di cui è incapace per una debolezza che è parte del suo essere fatto male; o negare gli altri, azione ben più fattibile, la cui stessa facilità non è però che l’altra faccia dell’incapacità precedente, quindi l’ennesima conferma del suo essere fatto male.

Per trattare male gli altri basta poco: sapere che sono fatti male anche loro è più che sufficiente. Verificare che lo sono è ancora più facile: nessuna evidenza supera quella della loro imbecillità. Anche senza scomodare le loro presunte idee o il complesso delle loro azioni, una parola orecchiata, un semplice gesto, l’espressione che assumono quando credono che nessuno li noti, il poco che vogliono e il meno che li colma, bastano e avanzano. L’idiozia ingravida l’aria più di qualsiasi batterio; non appena una bocca si socchiude, a cavallo del più flebile respiro ne fuoriesce una ventata capace di saturare gli spazi interstellari. Ammesso che già non lo siano.

Se fosse fatto meglio, questo dovrebbe indurlo al sorriso, come faccio io, dice fissandomi negli occhi, o lasciarlo indifferente (meglio): invece è fatto talmente male che prova insieme pena e insofferenza, entrambe in misura limitata però.

Non è possibile, si dice allora: alla lunga anche il troppo poco finisce per diventare troppo, e quando è troppo è troppo. Finalmente si incazza. (Passa subito, comunque.)

 

Davanti a me c’è solo la merdosa morte, conclude fuori tempo massimo.

 


 opere di Federico De Leonardis

09/11/22

Appunti per niente 37. Che il discorso si sfilacci

 


Mi piace, diceva (ma non ricordo chi, né a proposito di cosa), che il discorso si sfilacci, vada a spasso da una frase all’altra, o all’interno della stessa frase, senza perdersi. E se anche si perde, non importa. Tanto una linea retta non c’è. La linea retta non esiste. Sempre ha uno spessore, con sbavature che aggettano in ogni direzione; sempre è interrotta, e ogni interruzione precipita nel vuoto, per riprendere dopo con una deviazione imprevista e imprevedibile. Alcuni mimano la continuità, si sforzano di ripristinarla confidando che, come loro la istituiscono con la loro azione, altri condividano il presupposto che essa ci sia; altri tracciano un solco, una via, a caso o no, ma di fatto sempre a caso, la prima che gli capita o un’altra. Sempre un’altra, comunque. Che alla fine, nei casi migliori, o nei più fortunati, darà l’impressione della necessità, e quindi della continuità.

 


 

09/06/17

La perfezione, la cattiveria, Rembrandt, Federico De Leonardis, il sottoscritto e i lumaconi (senza tralasciare Duchamp)


Dopo la pubblicazione dell'ultimo post, La perfezione come scusa:
http://grazioliluigimario.blogspot.it/2017/06/la-perfezione-come-scusa.html

Il buon amico Federico De Leonardis mi posta questo commento su Facebook (con preghiera di pubblicarlo a commento sul blog. Copio anche qui per comodità:)

Tutto Grazioli in 25 righe: la modestia fatta scrittura, un lumacone senza guscio che ritira gli occhi quando arriva una macchina a schiacciarlo sull'asfalto. Potrebbe avere culo e arrivare all'umida erbetta dall'altra parte della strada: un terno al lotto. Potrebbe, sarebbe, vorrebbe, avrebbe... tutta una serie di condizionali che ci fanno precipitare nella profonda tristezza che emana dalla stanza di un povero pittore del seicento olandese che per un attimo ha un'intuizione: niente ha valore se non quest'istante qui, questo specchiarsi nella mediocrità, nella sporcizia, nelle scrostature dei muri, nell'ombra del mio strumento, il cavalletto.
Pardon, la penna ( meglio oggi la tastiera del digitale).
Perfetto.
Vorrei ricordarLe però, caro Luigi Figueroa, che Rembrandt era ricco, potente e prepotente e che aveva quella cattiveria che Lei ha dimenticato di possedere e che io, Federico De Leonardis, apprezzo più di ogni altra sua qualità artistica.

RISPONDO Io
In quel periodo Rembrandt non era ancora ricco e poi finirà povero. La cattiveria c'è cher monsieur Federico De Leonardis anche in questo stesso pezzo. Non importa chi ne è l'oggetto, che lei, peraltro con una certa pertinenza (ma sostanzialmente anche no) legge in modo personale, quasi che si parli del sottoscritto sdoppiato in un Quiroga che scrive e in un Figueroroa che ne sarebbe l'oggetto. Tutto vero, e limitatissimo, cioè falso

FDL commenta il commento:
Tanto per stopparla lì, Le risparmio la mia risposta (pertinente, pertinente...), se pubblicherà il suo post sul lumacone (a meno che non l'abbia già fatto)

LG (io) gli obbedisce mettendo tutti i link (sono 4 in tutto:
http://grazioliluigimario.blogspot.it/2014/01/luce-di-ferragosto.html
http://grazioliluigimario.blogspot.it/2014/08/lepopea-dei-lumaconi-continua.html
http://grazioliluigimario.blogspot.it/2014/09/bruco-oblomoviano.html
http://grazioliluigimario.blogspot.it/2014/10/quattro-minuti.html
(ps. le immagini che vedete qui sono tratte da quest'ultimo)

dopo alcuni giorni FDL mi scrive di nuovo (vole metterlo a commento, ma è troppo lungo e non viene preso: per questo viene messa qui tutta la spataffiata al completo...)


Uno sguardo dal ponte: riflessioni su Rembrandt digitale, lumaconi e Duchamp

Per la lettura di questo post rimando a quello di Luigi Grazioli, pubblicato qualche giorno fa (La Perfezione come scusa, su grazioliluigimario.blogspot.com ), al mio commento e alla sua risposta,  sullo stesso.

Caro Luigi, mi scuso del peso aggiuntivo di cui ti carico costringendoti a questo dibattito (con tutto quello che hai da leggere!), ma precisione vuole che io non mantenga la promessa di non replicare alla tua risposta se tu avessi pubblicato la storia del Lumacone; cosa che puntualmente tu hai annunciato di aver già fatto (naturalmente hai mangiato la foglia della mia sollecitazione, che serviva ai tuoi lettori per capire il mio ragionamento sui  pericoli dell'attraversamento stradale da parte di esseri lenti, ai quali penso apparteniamo entrambi).

Figueroa giustamente replica che chi scrive è anche Quiroga e Monsieur De Leonardis ora qui (ma anche quando ha scritto il suo commento) teme addirittura che potrebbero saltar fuori anche  Ricardo Reis,  Alberto Caeiro, Bernardo Soares ecc. Quindi è perfettamente cosciente della cattiveria che ha esercitato insinuando che Grazioli avesse fatto un autoritratto. Ma era a fin di bene, per  invitarlo a esercitare con più decisione la sua non solo letterariamente (come aveva fatto prendendo per il culo i perfezionisti). E c'è riuscito, vista la reazione un po’ scomposta:

Infatti sei scivolato su una buccia di banana: intanto Rembrandt a 23 anni non era povero: il papà mugnaio apparteneva alla classe media benestante e colta (come insegna anche Il formaggio e i vermi) e poi lui, dopo dieci anni di lavoro (si cominciava prestissimo allora a non fare i bamboccioni) era già ufficialmente un maestro, con tanto di bottega, molte commesse da parte di potenti ammiratori e alla vigilia di partire per Anversa (citazione da Benn), pardon Amsterdam, per avere già da subito là uno studio affollato di allievi, tutti paganti fior di fiorini e ansiosi di apprendere la sua maniera. Non era affatto povero e, se non posso mettere la mano sul fuoco circa la sua cattiveria, posso affermare che era un artista perfettamente cosciente del proprio valore e molto deciso a valersene con una certa prepotenza. Virtù dubbia la prepotenza, è vero: i lumaconi non si spintonano, al minimo urto ritirano le antenne e si arrotolano su se stessi, aspettando il momento giusto per ridistendersi e, avanzando, lasciare dietro a sé la famosa bava, preziosissima non solo in letteratura, ma letteralmente (scusami il jeu de mot, ma recentemente a causa della persistenza di una tosse secca mi son sorbito uno schifosissimo sciroppo cavato da quella: informatevi coi vostri whatsapp se dico balle!). Adottarla o meno è una scelta legittima, un po' autolesionista nel secondo caso, ma legittima e affonda le radici nella propria storia infantile.
Non è questo che volevo ribattere parlando di banane, ma il fatto che, diffondendo cultura (i social lo sono per antonomasia), condisci i tuoi interventi con foto e immagini varie ai tuoi post e lo fai con competenza e pertinenza: non sono il solo a dimostrarla nel campo avverso - sottolineo l'aggettivo, ma la tua riproduzione dell'autoritratto è decisamente troppo scura). Che male c'è? Dirai. Già. Evviva facebook, evviva il digitale, evviva l'immagine piatta, elettronica e con la luce da dietro: è tanto democratica! Ma noi siamo snob, subiamo molto la attuale democrazia e amiamo quella diretta (democrazia e luce), riflessa, opaca e tangibile (ti ricordi la mostra di Chardin a Ferrara?).
No, siamo seri, non ho nulla contro le tue immagini, fai bene a condire i tuoi scritti, del resto perfettamente autonomi e indipendenti dalle stampelle visive, ma l'altro giorno, aprendo la tua rivista (00 Doppiozero) mi capita di  scorrere (confesso di non aver avuto la pazienza di leggerla attentamente) l'esegesi di un'esegesi: indovina su chi? Ma sì, naturalmente il solito Duchamp. L'esegeta, l'ultimo della serie infinita, era tuo fratello e dell'esegeta dell'esegeta non ho avuto cuore di ricordare il nome: a' nen pei pu (al mio paese: non ne posso più!).
Tornando a noi allora: Rembrandt  non era povero (anche se in vecchiaia, per speculazioni finanziarie andate a buca lo era diventato), ma la stanza in cui si ritrae (pare proprio che quel 25x32 sia veramente suo e non di Jan Lievens), sì. Perché è sempre una constatazione della propria miseria il momento in cui da giovani ci si rende conto della caducità della vita e del dominio del tempo. Ma è povera nella forma, attraverso la forma: non mi ricordo più chi ha affermato che per un pittore una qualsiasi tragedia è sempre in definitiva un colore. Non per Duchamp, sia chiaro (e tu, fedele fratello, lasciami spezzare una lancia contro Elio e il suo persistere a  commentare l'amato maestro: di scacchi).
Purtroppo noi qui (plurale solo maiestatis) ci attardiamo a chiacchierare, mentre quello dipingeva (e come!): opaco, addirittura denso, corposo. Ma il digitale non lo riporta.


22/03/17

L’acqua vuole ponti



a) Il mio amico Federico mi chiede di scrivere un racconto sull’acqua.

Non mi piacciono le cose che, anche prese alla lettera, sono già metafore. Tanto più che, in genere, sono quelle di cui è impossibile fare a meno. E io non sono mai riuscito ad accettare fino in fondo che di qualcosa sia impossibile fare a meno. Ma ovviamente, poiché di farne a meno è impossibile anche a me, ne sono attratto nella stessa misura in cui ne diffido. Ne diffido non solo perché dipendo da esse, ma anche perché mi sfidano su un terreno troppo vasto, che non posso controllare, dove rischio di perdermi ancora prima di riuscire a incontrarle. E mi attraggono per lo stesso motivo. La loro forza sta nel fatto che, quando credi di averle trovate, ti sfuggono da tutte le parti, come acqua dalle mani, ogni volta che cerchi di afferrarle. E del resto anche afferrarne un lembo, accontentarsi di coglierne un aspetto, oltre che insoddisfacente, è ancora cedere al loro potere, restarne prigioniero, nonostante che spesso quanto ci è concesso non si riduca che a questo. Ma è appunto questo che mi fa imbestialire. L’onnipotenza o niente: mi dico consumando l’obolo che mi viene distrattamente gettato tra i piedi. E intanto il nodo di diffidenza e attrazione si stringe sempre di più e loro si stagliano sempre più gigantesche davanti a me. Beffarde. Ben mi sta.
Ne diffido e mi attraggono perché mi fanno paura. Ho paura della paura, ma a volte mi piace. Così a volte distolgo lo sguardo, fuggo; altre invece resto medusato, incapace di fare alcunché ma con tutti i sensi acuiti, con la testa percorsa da innumerevoli piccole scariche che schizzano incontrollabili in ogni direzione. In questi casi prima cerco di prestare attenzione a tutte, poi, chissà perché, resto come attaccato a qualcuna, preso nella sua corrente, e così, senza accorgermene, comincio a muovermi, e quando me ne accorgo sono già abbastanza avanti da non sapere più come, e a volte da non volere, tornare indietro. Allora non mi resta che lasciarmi trascinare da esse, attraversarle e esserne attraversato, in una specie di panico attivo. Sono tutto meno che un eroe: lo faccio perché devo farlo, perché senza di esse non si vive (non si pensa, non si parla). Infatti queste sono le cosiddette cose elementari.
Più una cosa è elementare, meno è possibile prenderla alla lettera. Meno puoi prendere alla lettera una cosa, più difficile diventa parlarne. Si potrebbe pensare il contrario: più immagini e connessioni una cosa suscita, più spazio hai per muoverti e più materiale a disposizione. Ma sarebbe un errore, almeno per me. Più una cosa è elementare e meno è a tua disposizione: semmai sei tu a disposizione sua. Una cosa elementare non è un materiale. Né uno spazio libero in cui muoverti: meno sono visibili i vincoli, più forti sono e più facilmente ci si ritrova ingorgati. Lo stesso avviene con le parole.
Non considero il passato (le immagini) come un magazzino teatrale al quale attingere allegramente ciò che mi serve né le parole come altrettanti costumi da indossare, come faceva Rembrandt, per rappresentare ciò che voglio, ammesso che i costumi a Rembrandt interessassero veramente. Anche se poi si finisce per farlo comunque; ma non è una scusa. E poi io non sono Rembrandt. Piuttosto preferisco immergermi e percorrere tutte le strade, senza darlo a vedere (senza citare: allora le uso anch’io come costumi per nascondermi, o meglio come falso bersaglio per scremare i distratti, quelli il cui sguardo scorre sulle parole come l’acqua verso valle), per cercare di tracciarne un’altra, se possibile. E quest’altra deve partire da me, dall’esperienza, poca o tanta che sia, che io ne ho, della quale ovviamente le immagini e le parole fanno parte.



b) Dichiaro che è impossibile. Poi lo scrivo.

A cominciare dalle immagini invece non si finisce più. Un’immagine non è niente da sola: anche una bella immagine, per quanto ci sia chi per essa afferma di essere disposto a sacrificare parecchio, se non tutto. Ma allora, non è più l’immagine che conta, è l’ossessione. Ammesso che dica il vero, e che non si inganni sulla verità di ciò che dice. Comunque con l’acqua è impossibile persino cominciare. O si è sempre già cominciato.
L’acqua è ovunque, dal poema di Gilgamesh e dalla Genesi a tutte le cosmogonie, dall’Iliade alla mia lista della spesa (acqua minerale non gasata, acqua demineralizzata per il ferro da stiro), dalle acque che si sono rotte perché io potessi nascere a quelle che rilascerò alla mia morte. Non ci sono vie preferenziali per attraversare l’acqua. A parte le correnti, i venti e il calore, cioè qualcosa che è in relazione con l’esterno, su cui però anch’essa influisce. L’acqua è ciò che attraverso senza tracciare strade e che mi attraversa lungo strade che ignoro. Mi avvolge e la avvolgo. Mi contiene e la contengo.
Io sono fatto d’acqua, ma lo so davvero solo quando ho sete e sudo. Quando ho sete bevo. E io devo bere molto, poiché soffro di coliche renali. Comunque bevo, e mi piace che l’acqua sia buona.
L’acqua che bevo deve essere pura. Cioè quasi pura. E questo “quasi” dell’acqua mi piace molto: quasi pura perché possa berla, quasi trasparente per vederle attraverso vedendo anche lei. L’aria non la vedo, se non raramente: la sento, la respiro; l’acqua la vedo sempre. (Il mio amico Aurelio mi dice che la trasparenza di una cosa le deriva dall’essere composta di atomi che sono al nostro occhio invisibili e perciò non si manifestano come colore ma acquistano solo un valore di brillanza.) L’acqua pura non esiste, deve essere distillata apposta. L’acqua non esiste pura: anche la più buona deve contenere dell’altro. Pura, l’acqua è dannosa, per il mio organismo quanto meno. E se non dannosa, poco buona. Perché mi purifichi, deve essere quasi pura.
L’acqua piovana invece non è buona da bere; neanche quella del fiume lo è, se non vicino alle sorgenti. Non è buona l’acqua che scende, lo è quella che sale. Ma prima di salire deve essere scesa, deve essersi resa invisibile passando attraverso la terra, che non è buona. L’acqua filtra attraverso la terra, scende piano, paziente, finché non trova un fondo, il suo. Lì si deposita e si accumula; quando il livello è troppo cresciuto, lentamente sale verso la superficie o lentamente scivola verso un altro fondo collegato al primo: arrivata lì, è buona. Ma ci vuole tempo. È da lì che bisogna farla salire per poterla bere. Se invece sale troppo allagando il terreno, bisogna prosciugarla.
Quando ho bevuto, l’acqua si distribuisce nel mio corpo e poi ne fuoriesce. Tutta, o quasi tutta. Perdo acqua in continuazione, di solito senza accorgermene. Evapora. Mi piacerebbe vedere il mio corpo evaporare. Qualche strumento in grado di riprendere il processo ci sarà senz’altro, ma io, faute de mieux, mi limito ad immaginarlo, e poiché è estate e fa caldo, lo immagino come il calore che esce dall’asfalto, che infatti allora sembra bagnato, in lontananza, e vivo. Vedo la mia pelle ingigantita, come un’enorme distesa offuscata da queste esalazioni che fanno impercettibilmente vibrare la peluria che la ricopre a tratti densa e in altri rada, mentre in certe pieghe scorrono rivoli d’acqua. Fiumi, boschi, campi, pianura. Quella dove abito io.
Mi accorgo di perdere acqua solo quando sudo: allora non sono invisibili esalazioni ma gocce. Anche il sudore in genere è buono. Lo dico perché sono sano, non devo faticare quindici ore al giorno in miniera e non sono disperso nel Sahara. Il sudore è buono non solo quando è prodotto dallo sforzo di un corpo che ha il vigore per compierlo, ma anche quando cerca di ripristinare la temperatura corporea d’estate o durante le febbri (“prendi un’aspirina, mettiti a letto e fai una bella sudata”, mi diceva mia mamma quando ero influenzato) e perché trasmette l’odore del nostro corpo a chiunque in un modo o nell’altro vi sia interessato. Non si sa mai.
Quando sudo, o comunque mi sento sporco, mi lavo. Ma l’acqua da sola non lava. È un discreto ma blando solvente e uno sgrassante deficitario. Lavarsi può essere fastidioso (quando fa freddo per esempio), ma in genere è piacevole, specie al mattino, appena sveglio. Di solito io mi alzo allegro, e l’acqua mi fa buona compagnia. Mi piace anche farmi la barba, pelo e contropelo, con devozione, e quando le guance sono perfettamente lisce e morbide è bello sciacquarle con l’acqua fredda. Ho ricevuto il buonumore in dote alla nascita. Sono felice. Non scrivo perché la vita mi fa male (anche se una quota la versa anche a me); scrivo per aumentare la felicità, la mia in primis e eventualmente quella di qualcun altro. Non ce n’è mai abbastanza. (Il mio amico Marco, leggendo ieri questo passaggio, mi ha detto che devo smetterla di scrivere queste cose. Se uno dice di essere felice insistendo come faccio io, non verrà mai creduto: cent’anni di psicanalisi saranno pur serviti a qualcosa! Si chiama denegazione, lo so. Ma io non pretendo di essere creduto quando scrivo. Se c’è una verità in ciò che uno scrive, non si esaurisce certo nella lettera. Comunque va bene: sono infelice. Molto infelice. Disperato. Così mi crederanno. Non il più disperato degli uomini. Meglio non esagerare. Se si dice a qualcuno di essere più disperato di lui, garantito che quello si offende. Allora diciamo che sono piuttosto disperato, ma un filino meno di ciascuno dei miei lettori. Così sono contenti tutti. Si scrive per questo, no?)
Mi lavo e canto, sottovoce. È la bellezza della doccia del mattino: le acque mi scorrono lungo il corpo, mi massaggiano e mi consegnano fresco a una nuova giornata nella quale, olimpicamente, non mi importa se combinerò qualcosa o il solito fico secco. E tu che dall’alto dei mondi. Do re mi. Il bagno invece è meglio la sera, quando sono stanco, cioè quasi mai. È però la prima cosa che faccio quando prendo possesso della mia camera d’albergo dopo un viaggio. Faccio scendere l’acqua calda mentre disfo i bagagli e quando è pronta ci resto immerso fino a quando non mi sono abituato al nuovo luogo. E poi via! Quanto al resto non sono un patito del bagno, neanche al mare, dove infatti di solito non vado.

Facevo invece molti bagni da ragazzo, al fiume, vicino al punto dove si incontra con uno dei due canali che lo costeggiano al mio paese. È un punto pericoloso, dove annega sempre qualcuno, come è accaduto proprio una decina di giorni fa, in modo banalissimo, a due ragazzi, due fratelli. A guardarlo così, senza pensare a niente, è un incanto. Ci vado ancora, da solo o con gli amici che vengono da fuori, a fare delle passeggiate, e tutti ne sono conquistati. C’è una pace! E invece ogni anno ci muore qualcuno, qualcuno ci annega o va ad annegare.
Una volta sono partito proprio da lì per attraversare il fiume controcorrente nonostante fosse più veloce del solito. Nuotavo in diagonale, verso monte, per non rischiare di ritrovarmi dalle parti della diga che c’è più a valle. Poco oltre la metà del fiume le forze hanno cominciato a mancarmi e così ho cercato di resistere meno alla corrente, pur senza assecondarla. Alla fine, stremato e vicino alla disperazione, sono riuscito ad aggrapparmi ad un arbusto che sporgeva sull’acqua, ancora lontano dalla diga. Mi sono trascinato sulla sponda e sono rimasto lì, sdraiato in pendenza tra i cespugli, confuso e col batticuore, per non so quanto tempo. Con l’acqua è così.
Per tornare a riprendere le mie cose mi son dovuto fare un giro lunghissimo. Mancava ancora parecchio al tramonto, ma le nubi si stavano già preparando per il solito temporale serale. Avevo freddo. Dei miei amici molti se ne erano già andati a casa. Ho messo i vestiti in silenzio e mi sono seduto contro un albero a guardare il ponte alla mia sinistra, tranquillo adesso. Allora gli amici rimasti mi hanno chiesto cosa mi era successo. L’ho riassunto velocemente. Bel pirla, mi hanno detto, e si sono tuffati per un’ultima nuotata.
Eppure io ero convinto di aver capito qualcosa.

Sono approdato proprio qui. Il ponte si vede sullo sfondo
L'immagine prededente è un tratto del fiume in questione
Le prime due sono opere di Federico De Leonardis
La prima si intitola - Essere Mare 1 - esposta alla casa di Pessoa a Lisbona
Scritto per una mostra a Verona di non ricordo più quando

05/08/16

Federico De Leonardis - Racconti immobili




Mi scrive Federico De Leonardis:
Caro Luigi, non ti sembri piaggeria, sono fermamente convito di quanto scrivo. So che, com'è tua natura, ritirerai le tue corna dentro la chiocciola, ma fai lo sforzo di accettare il fatto che qualcuno abbia capito che la tua Cosa ti è vitale. F

Non gli credo. Cioè, sono sicuro che è convinto di quanto scrive, mentre lo sono meno di ciò che scrive, anche se mi piacerebbe. Pubblico sotto la sua responsabilità.
GRAZIE FEDERICO!



Racconti immobili 1

Sto fermo, immobile (almeno cerco di riuscirci), mentre leggo questa trentina di racconti.
Racconti? Improprio. Non sono racconti nel senso usuale della parola. Il titolo, forse per ragioni editoriali, fuorvia. Questo libro non è una raccolta di storie, in un certo senso è un romanzo, ma non nel significato usuale del termine, non c'è nessuna fiction, nessun personaggio a cui succeda questo o quello in una trama, e se qualcosa procede in avanti, alla fine ritorna indietro come attirata da una calamita e riacquista la sua immobilità. Il caput mortuum depositato sul fondo di questo libro raro e mosso appena dal magnetismo della nostra lettura, sale in superficie. Ma lentamente e opacamente, e presto torna a ridepositarsi sul fondo per riapparire in superficie in modo diverso in una lettura successiva: un libro che vale va sempre letto più volte ed ogni volta ne scopriamo qualcosa che non avevamo notato e ci dà la certezza che protegga ben nascosto il suo mistero.
Non sono giochi di parole questi, è proprio quanto succede alla lettura di questo densissimo romanzo. Chiamiamolo col suo vero nome infatti. Già, perché oggi, dopo Beckett, Musil, Kafka, Proust e pochi altri (non sto a far l'elenco, non mi piacciono le classificazioni, ma vogliamo citare David Foster Wallace almeno?), secondo me questo, se non l'unico, è un modo nuovo per non scrivere un romanzo. Scrivendolo. Se mettiamo in fila questi capitoli a volte brevissimi, ci accorgiamo che esiste un filo molto sottile che li lega tutti, come in una collana di perle, alle quali non puoi cambiare posto senza rovinarne la bellezza, un filo che si chiama Luigi Grazioli.
Un'autobiografia allora? Nient'affatto: l'io parlante a volte è al centro della perla, ma non ne è mai il protagonista e quando l'autore usa la terza persona non ci si nasconde dietro. I gioielli di questa strana collana sono di grossezza diversa: apologhi, flash, schizzi letterari, semplici comunicazioni da cartolina (una volta esisteva una letteratura da cartolina e non è un caso che lui vi si cimenti: saluti dalla Cina, da Parigi, da Praga) si alternano a sproloqui lunghissimi dove il punto è una rarità e noi ansiosi lo cerchiamo fra le righe senza successo. Tutto, assolutamente tutto, trova il suo posto preciso nella sequenza. Si pensa a una composizione musicale dove non puoi spostare nemmeno una nota: qui neanche una virgola. E non è un romanzo allora? Bisognerebbe rifondare il termine. Grazioli ci dice che è ora.
Una scrittura faticosa e densissima, orale, ma di un'oralità veramente contorta, piena di riflessioni e autoriflessioni, un avanti e indietro intellettualmente impeccabile che richiede molta attenzione, ma non ti lascia mai a boccasciutta. E non ti lascia a boccasciutta proprio perché ti costringe a un'attenzione assoluta per non perdere la parte di fondo che viene a galla in quel punto. Nel tipo si indovina un certo cinismo: volete leggermi? Bene, son qui per questo, ma alla larga i pigri, la letteratura seria non è per quelli che cercano storie in cui alla fine esci come ci sei entrato: qui si costruisce una specie di pugno nello stomaco che non lascia indifferenti e agisce sulla tua memoria. Lentamente il libro si avvicina allo chevet e ci resta, immobile.
Ma il panegirico non finisce qui, perché se questo scritto avrà avuto (il Futuro anteriore tanto amato dall'autore) un'effettualità, sarà perché sarà riuscito a dare al lettore qualche dritta perché parta nella direzione giusta e non pensi di trovarsi davanti a frammenti di un discorso che non abbia un ordine preciso: ripeto non sono racconti che si possano leggere separatamente dal tutto. La sequenza è importante quanto lo è ciascuno di essi separatamente.
Quindi, per essere precisi, Grazioli ha già fatto un errore, nel titolo: il libro dovrebbe chiamarsi Racconto immobile. E ne sta facendo un secondo: pubblicare sul suo blog  i “racconti” separatamente. Popolo del web, non fatevi fregare, dovete comprare il libro e se proprio siete così sicuri che i tempi debbano far tramontare i libri, almeno un suo e-book (affari vostri se poi lo schermo rimarrà immobile su una pagina e non potrete piegargli un angolo o aggiungere una glossa). Ma noi, l'autore ed io, siamo degli inguaribili passatisti, si sa.
Devo entrare nel merito? Quel minimo per mettere in guardia su come è articolata la sequenza. Attenti: dopo quell'originale introduzione al tutto e a se stesso che è l' apologo dell'Autoentomologo (10 righe! sfido a trovarne nella letteratura una più breve), segue una prima sezione, che va dalla nascita, Genesi, alla morte, Chiamate, con al centro naturalmente la vita, Il raccordo anulare, tre pezzi che come nelle opere antiche (Grazioli ha un'ottima memoria letteraria) riassumono, non tanto brevemente, il contenuto del tutto (viene in mente il Tristram Shandy di Sterne). Le quattro sezioni successive (adesso non starò a tediare il mio lettore entrando nel merito) sono articolate allo stesso modo, dalla nascita alla morte, simmetricamente, come è dell'equilibrio dell'immobilità, per quanto dinamica sia: in qual modo il barocco, del quale la cultura italiana è orgogliosamente pregna (Borromini non sferra spadate solo contro se stesso!), ha tenuto ferma la simmetria rinascimentale? Per quanto balli, lo spazio del grande architetto non ti cade in testa: è immobile (anche lui, anzi prima il suo di quello di Grazioli).
Potrei entrare nel merito di ciascun pezzo,  e sono tentato dalla sua densità, dal fatto di poter estrarre aforismi, epigrafi a molte situazioni, lampi (Orizzontali) di intuizione straordinaria, ma dopo aver suonato questo campanello d'allarme, mi fermo: sarebbe invadere l'autonomia del lettore. Un ultimo consiglio: vada piano, pianissimo: anche leggendo un libro di prosa, e non solo nella poesia, occorre trovare il suo ritmo e adeguarcisi. Non è facile. L'ultimo degli errori che deve fare costui è di darsi alla velocità: il libro ha un suo ritmo, una sua lentezza. Anzi é immobile.


Racconti immobili 2

Racconti immobili è rimasto un'intera giornata sulla mia scrivania (per quelli che amano ancora la nostra lingua, si dovrebbe parlare di compiuteria, se il termine non comportasse una qualche allusione alla compiutezza, che l'aggeggio che ha sostituito la penna o la matita, per sua natura solo loico, non ha: certo Dante non sarebbe contento e la poesia, ancora oggi, gira solo sul legno o in barchetta sull'inchiostro): si muoveva tutto, si apriva a caso qui e là, sembrava volermi dire qualcosa: hai parlato di simmetria, di errori, come se il Grazioli non avesse pensato e ripensato mille volte il titolo da dare a questo suo capolavoro e alla distribuzione a-simmetrica dei pezzi.
Non sono così ingenuo da non averci pensato e ripensato anch'io, di non aver pensato a quella che ritengo una virtù di qualsiasi opera d'arte, il depistaggio del fruitore. Che costui non creda che le cose siano così semplici: ti dico “racconti” per farti credere che il libro ne sia veramente una raccolta, come infatti è, ma è un'altra cosa, una cosa compatta e lo devi scoprire da solo (ma non lo hanno scoperto nemmeno i vari critici e editori [censuro io i nomi L.G.] rifiutandolo perché non era un romanzo, e oggi si sa, vanno solo i romanzi!).
Ma ecco che arriva il De Leonardis a darti una mano lettore e io non sono affatto contento. Non hai letto Una cosa? E ti sembra che oltretutto sia al centro della triade nascita, vita, morte che quello forzatamente inserisce nelle ultime tre sezioni (nella prima, lo ammetto, è evidente)?
Sì caro Grazioli, lo è proprio simmetrica. Te ne darò una prova senza entrare nel merito, come ho già promesso. E' forse possibile invertire la posizione di Telemilù e Quelli che restano, oppure quella de La misura dei passi e di Azione! ? Dimenticare Nagasaki (adesso hai cambiato nome, Luigi?) non è sostituibile con Una cosa e, insieme con Azione, si trova proprio al centro della seconda sezione. Solo che Una Cosa, il vero centro della tua poetica, sempre per la questione del depistaggio, al centro sarebbe stata troppo evidente, troppo banalmente albertiana. Il libro, malgrado il titolo, si muove tutto, borrominianamente appunto. Ecc ecc.
Non  voglio star qui a spaccare ancora il capello in quattro, perché in effetti il libro è molto altro rispetto a una sia pur complessa costruzione architettonica, come deve ogni opera che si rispetti, e se vogliamo dirla tutta, è anche un coacervo di lenti puntate, autopuntate, sullo stesso Grazioli e le mille sfaccettature della sua … ritirata. Dice Moresco, nella quarta di copertina, “tenace, invisibile, irriducibile e mite”, ma fa due errori. Il primo, quello di essersi dimenticato il più importante aggettivo che si attaglia al tipo: cinico, anzi autocinico (ma uno scrittore come lui non si poteva permettere un neologismo così contraddittorio e dopo “mite” oltretutto! Poco prima non parla anche lui di “delicato rancore”?); il secondo è più grave, non accenna alla ritirata. Grazioli è un riccio, più che una chiocciola, si ritira in se stesso tirando fuori gli aculei (non ho parlato di cinismo a caso) e ce li punta addosso se vogliamo toccarlo. E la sua ritirata è secondo me la vera genialata di questo scrittore. Sembra dire, andate avanti voi, ma non nel senso del và su tu che se' valente, come Belacqua. Non si tratta della sottile pigrizia beckettiana o della modestia carteriana o più semplicemente di stanchezza e rinuncia: la sua ritirata è cosciente, l'esatto opposto di quanto oggi succede dentro lo strumento sul quale si scalda Milù, del tuttinprimopiano, è una ritirata faticosa, un lavoro che tiene accese le luci de Le banche del centro fino a tardi, di Attenzioni eccessive verso spazi che non esistono, ma si possono attraversare (e non si trovano dietro l'angolo!). Non è facile sostenere questa ritirata; c'è qualcuno oggi che possa apprezzare il valore di questa forza, di questo coraggio? Dico oggi, proprio oggi?
Grazioli se ne frega e ci volta la schiena. E' proprio, vuole esserlo, una sua Figura.
Purtroppo volta la schiena anche a me che gli ho fatto un cattivo servizio perché l'ho messo un po' in piazza. Ma dimmi, Luigi, come avrei potuto altrimenti se volevo aiutare il lettore? Non mi portar rancore, sia pur delicato, sopporta un attimo e sii ben certo che chi sa leggere, ha ben altro di cui pascersi nel tuo libro: l'ho solo avvertito.