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09/01/24

Prima che il treno parta

 


Mentre aspetto che il treno parta, concentrato nella lettura delle bozze di un bell'articolo sull'ultimo film giapponese di Wenders, ogni tanto mi sembra di avvertire la piccola scossa che precede l'avvio, due tre quattro volte, come una prova, un saltello per prendere slancio, ma ogni volta, guardando fuori dal finestrino, vedo che siamo ancora fermi, il treno e io, e che non abbiamo nessuna fretta di anticipare la partenza; che stiamo bene così, in uno stato di immobile sospensione, in una pura attesa che invece di essere proiettata verso qualcosa che deve avvenire, se ne sta in se stessa come uno stato autonomo, pacifico, senza ansia che un futuro incombente, per quanto tenue come l'inizio di un breve viaggio, comporta.

Un’attesa senza futuro, senza complemento esterno, appagata di sé, di non essere attesa di niente, in fondo, una condizione fuori dal tempo che non richiede di uscire da sé, di sopprimersi in un’attuazione o in un cambiamento che sarebbe anche il suo coronamento, che a suo modo è già realizzato in lei stessa per come è, perennemente e perfettamente compiuto nella sua perenne incompiutezza.

19/05/23

Treni e altri proiettili che attraversano la testa



Dovrei davvero mettermi a scrivere tutto quello che mi passa per la testa come un treno e vedere dove va. Mettiamo che ci passi davvero un treno: se fosse uno di quelli ad alta velocità, sfreccerebbe silenzioso incendiando dendriti e sinapsi e non potrei fare altro che seguirlo con lo sguardo mentre se ne va, immaginando mete lontane, meraviglie alle quali non saprei dare un corpo se non etereo, vago; ma se fosse uno di quei locali che ancora sopravvivono nelle linee secondarie, o un merci di quelli scoperti o con la porta di qualche vagone spalancata, che viaggiano lenti, asmatici, seminando ruggine e scorie a ogni sussulto, come per consumarsi giorno dopo giorno per infine dissolversi, potrei saltarci sopra al volo, e via!, descriverlo minutamente, guardare il paesaggio che scorre lento fuori, fumarmi una sigaretta con le gambe penzoloni come i vagabondi dell’epoca eroica, o parlare con la gente stravaccata sui sedili di legno o assiepata nei corridoi. Avrei un po' freddo nella brutta stagione, perché ovviamente non sarebbero riscaldati, e allora il mio vicino mi passerebbe una fiaschetta, e io, nonostante lui abbia le labbra screpolata e un'aria non proprio sanissima, ne berrei un sorso e gli sorriderei. Gli direi grazie, sicuro che non mi capirebbe, in quelle lande lontane, e invece vedrei anche il suo volto farsi sorridente, e dalla sua bocca sentirei uscire un fiume di parole nella mia povera lingua, entrambi sorpresi di incontrare un compatriota proprio lì, in quel posto ai confini del mondo. E subito lui mi racconterebbe la sua storia, di come fosse andato, da giovane, a cercare lavoro all'estero, da dove poi lo avrebbero distaccato in un altro paese, nel quale avrebbe incontrato una donna di un altro paese ancora, e di come l'avrebbe seguita con l'intenzione di vivere per sempre con lei, se non che lei sarebbe stata già sposata, tacendoglielo però al tempo della loro relazione, ma lui, invece di andarsene, sarebbe rimasto nella sua città, e lì avrebbe tirato avanti con lavoretti d'occasione e allacciato nuove relazioni, tutte brevissime e insoddisfacenti, come in attesa che quella donna si liberasse, cedendo infine alla grandezza spropositata del suo amore, e lei incontrandolo per via lo avrebbe guardato con occhi pieni di nostalgia che lo avrebbero incatenato sempre più a quella città povera e sporca ma sarebbe comunque rimasta sempre accanto al marito e soprattutto ai figli, finché lui un giorno non se ne sarebbe andato di nuovo, sempre più lontano, dimenticando tutto, persino la lingua materna, fino ad ora che, sentendo il mio grazie, gli sarebbe di nuovo scoppiata come un fuoco d'artificio, luminosa e intatta, nella testa, chiedendo di essere usata ancora e ancora. E io lo ascolterei, prima partecipe e poi sempre più distratto, cullato da quei suoni familiari ma un po' incerti, e comincerei a girare lo sguardo nel vagone e vedrei una giovane donna che mi fisserebbe, forse attratta dai miei abiti esotici, dalla mia aria insieme familiare e straniera, e io le sorriderei, ma pian piano mi addormenterei per non ritrovarla più al risveglio, mentre l'uomo starebbe ancora parlando e parlando, più a se stesso che a me ormai. E allora io, appena intuito che la sua meta è ancora lontana, scenderei alla prima fermata, dicendo di essere arrivato, a fare cosa in questo posto isolato e deserto?, a cercare anch'io una donna, gli direi, incontrata in altro paese, esattamente come lui, e in realtà solo per sgranchirmi le gambe e vedere il nulla lì attorno, in attesa di un altro treno che mi attraversasse la testa, diretto a qualsiasi destinazione, che mancherei comunque.

E lì mi guarderei attorno, sconcertato e in attesa, senza sapere cosa pensare in quel paesaggio spopolato: lo stesso che mi ritroverei nella testa se non mi mettessi a scrivere tutto quello che ci passa per seguire dove va.

(Però incontrare quel tizio, e sentirmi addosso gli occhi della ragazza, anche così non è dispiaciuto.)


 

15/02/23

Due dal treno e due sul treno



Due

E quella gente che nella terra di nessuno tra i binari e la recinzione, proprio a ridosso della massicciata, ha ritagliato piccoli rettangoli per fare l'orto. Ne ho visti un po', alla periferia di Milano, isolati o che formano una lunga striscia continua, con pochissimi divisori, tutti abusivi presumo; in uno, due giovani con la maglietta bianca, che sembravano stranieri, balcanici, erano affaccendati attorno a un riquadro: tranquilli, scambiandosi una parola ogni tanto, zappavano e ripulivano il terreno da erbacce e sassi con gesti misurati, delicati (ho pensato), in questo pomeriggio di domenica di fine primavera.

 


... e una

La ragazza, molto più vicina ai trenta che ai venti, anche se sospetto che lei voglia far credere il contrario, è abbigliata da dark, con catenine e braccialetti con teschi, un fiore nero di stoffa sul gilet nero, al collo un foulard a motivi neri e grigi, grossi occhiali scuri, brillantino al naso, piccolo piccolo, ma senza altri piercing e con i capelli in disordine organizzato e pulitissimo, e legge si direbbe con passione un libro di cui, nello spiraglio tra gli schienali, vedo solo la quarta di copertina, dove a poco a poco, grazie ai caratteri piuttosto grandi, riesco a decifrare: "Che cos'è la felicità?". Risposta (a capo, a caratteri appena minori): "Una casa, con dentro le persone che ami". Il libro, scopro dopo lungo sbirciare, si intitola: Amore, zucchero e cannella. Tutta roba che fa male.

Dopo qualche stazione, però, interrompe la lettura per parlare con il dirimpettaio, salito già da un bel pezzo, e mostra un bel sorriso, con gli occhi che brillano dietro le lenti scure. Non so se li vedo davvero o li immagino. Ma non fatico a immaginarli.

(Quando ha tolto gli occhiali, però, non erano così. Assomigliavano al libro.)

 

...e due

L'uomo ha esplorato per tutti i quaranta minuti del viaggio il depliant di un supermercato, che in prossimità della destinazione ha ripiegato con cura e riposto nel borsello. Mi chiedo che storie leggesse in tutte le immagini dei prodotti (frutta e verdura in offerta, tagli di carne, surgelati, tovaglioli, lampadine, arredo da giardino in vari colori, lampadine, calzini corti e lunghi, bermuda, smartphone, televisori, piccoli e grandi elettrodomestici: tutto in 8 pagine) e nei loro prezzi. Che poemi, e di che tipo: epici, allegorici, avventurosi, o racconti, memorie, miti, rivendicazioni, nostalgie e utopie. In attesa della stazione, ha raddrizzato le spalle, si è appoggiato allo schienale e ha intrecciato le mani sulle cosce, come per pregare. Se ne sta rigido, a busto eretto, guardando fisso in avanti, almeno come direzione della testa, perché gli occhiali da sole nascondono lo sguardo, anche se non riescono a impedire che l'espressione complessiva del volto sembri stolida, ottusa. Forse è proprio l'assenza di sguardo a dargli quell'aria.

(O forse sta guardando me e pensa: per tutti i quaranta minuti del viaggio l'uomo ha letto un dattiloscritto, sottolineandolo e prendendo appunti, come ora, e solo ogni tanto guardando nella mia direzione, come a scrutare cosa facevo: ragion per cui ho continuato a sfogliare questo insulso volantino e poi l'ho ripiegato e messo nel borsello, per vedere come reagiva quel suo sguardo curioso ma non molto intelligente che continuo a scrutare ora, con espressione impassibile, da dietro questi occhiali da sole che altrimenti mi sarei già tolto da tempo, tanto più che siamo entrati nel sottosuolo.)

 

 

 

27/01/23

L’immagine ferma della cosa.



 Un treno ne incrocia in corsa un altro: dal finestrino vedo qualcosa, una cascina in mezzo alla campagna, che resta immutata nonostante il veloce movimento opposto. Convinto che sia un riflesso – poiché il treno che mi sfreccia accanto mi appare come una massa compatta e scura che trasforma il mio finestrino in uno specchio –, mi volto verso l’altro lato della carrozza per cercarne l’origine. Ma non la trovo.

Sorpreso, ritorno al mio finestrino, nel quale continuo a vedere, immobile nella campagna, la cascina. Solo allora, nella massa compatta dell’altro treno, vedo – a sua volta immobile e condensata in un’unica inesistente, ma reale, entità –, la fila dei suoi finestrini, al centro della quale, bloccata nell’istantanea di due velocità contrarie che si elidono, sta la casa: la cosa, l’immagine ferma della cosa, la cosa fatta ferma, resa casa, dall’immagine.

 

La foto è di Giuseppe Pavone

30/12/20

Fuori sfila il lago


Ha parlato tutto il tempo di mutui, di una donna con una pensione misera, di un imprenditore insolvente e del consiglio di chiudere la patita Iva, di un’avvocata di Brescia idiota. Ha ripetuto più volte “che gentaglia!”, scusandosi che la linea andava e veniva. Poi dev’essere caduta.

Ha richiamato per dire che forse era meglio sentirsi una volta arrivato a destinazione. Ora guarda fuori dal finestrino il mattino soleggiato, il lago che sfila prossimo alla fine, il paesaggio di filari di viti, morbido, i pioppi, i platani, qualche cipresso. Ha la barba di tre-quattro giorni, i capelli grigi in via di diradarsi un po’ unti e con la scriminatura a destra, una camicia chiara, una giacca di buona fattura ma di taglio non recentissimo, uno zainetto elegante, di marca, e, ora che non parla più, che è solo con il suo sguardo incollato all’esterno, un’aria completamente disarmata.

Si abbandona al ronzio senza sussulti del treno e presto sonnecchia. I lineamenti prendono allora un’espressione serena, le labbra piegate come in un accenno di sorriso. O forse è la campagna veneta, le colline all’orizzonte, la memoria dei quadri che sto andando a vedere (a rivedere) che me lo mostrano così. Oppure è il sonno a pacificare i lineamenti, a essere di per sé una difesa, una patria.

 

01/12/20

Ragazze e ragazzi entrano in carrozza.

 


Sono entrate in carrozza dodici ragazzine sui 14-15 anni (le ho contate). Mi sono sfilate accanto, una dopo l’altra, chiassose senza esagerare, vivaci, come giusto, qualcuna in silenzio, ma non triste. Tutte brutte.

È rilevante? No. Eppure sul momento mi è sembrato che lo fosse. Che significasse qualcosa di preciso, o fosse un indizio, nemmeno troppo difficile da interpretare: che fossero, tutte, l’esatto prodotto della campagna dove sono salite, della periferia. Come se da lì, dalla sua storia recente e remota, non potesse venire altro. Perché così era stata e era la vita, da generazioni.

I ragazzi che sono passato dopo non li ho contati. Non ho prestato loro attenzione e quindi non ho notato se erano brutti anche loro. Meno delle ragazze, in ogni caso. Più atletici, più vitali nei movimenti, se non nelle parole, più disinvolti, mi è parso. Un po’. Ma non mi importava.

A breve saranno le ragazze ad alzare la voce. A decidere. A dare l’indirizzo, dettare i modi. Il tono. Per comandare. Loro alzeranno le mani. Per afferrare, o offendere, alcuni. Il resto per arrendersi. Nessuna parità. Non se ne parla neanche.

A volte l’inferiore reagirà con violenza. Oppure si terrà dentro tutto. A breve, a lungo o per sempre. Sfogandosi in qualche modo, quasi sempre sbagliato.

Non so perché mi hanno suscitato questo piccolo delirio. E sì che stavo bene. E lo sto ancora. Cosa sarà successo? Niente. Reagisco anch’io in modo sbagliato. Magari a quello che stavo leggendo.

Ci penso un po’. Poi più a niente.

All’arrivo, nel sottopassaggio che portava all’altro binario, alla coincidenza, mi sono parse tutte, in qualche modo, belle.

I ragazzi, tutti insignificanti.

Come me. Mi sono detto allegro e baldanzoso.

14/10/19

La borsa sulla direttrice



Tiene la grande borsa dal fondo rigido a tracolla verso l’esterno, con nonchalance, o imprudenza, anziché verso l’interno, sul fianco e sul ventre, difensivamente, come l’amica con cui sta parlando, e quando sta relativamente ferma, a parte i sussulti della carrozza, non fa altro che coprire con l’angolo basso una parte della pagina di sinistra del libro che sto leggendo (Satin Island, di Tom McCarthy: interessantissimo e molto bello, pure), frapponendosi alla direttrice del mio sguardo verso le righe stampate in alto, spezzate in diagonale così che devo spostare il volume quando volto la pagina; quando invece il discorso o la scomodità della postura la portano a fare piccoli movimenti, lo spigolo della borsa, senza che lei se ne accorga o mostri di darvi peso tanto da spostarsi abbastanza da evitare il contatto (il piccolo urto: così da evitare di urtare), picchietta contro la mia spalla, come per richiamare la mia attenzione distogliendola da quello che sto facendo verso qualcosa di più importante, di delicatamente decisivo, o come fanno quelle persone fastidiose che mentre ti parlano ti colpiscono con un dito il petto o, appunto, la spalla per accertarsi che le stai seguendo perché la tua attenzione sembra che vaghi altrove o che tu non dia il dovuto peso ai loro argomenti, o per provocarti, ma qui in modo leggero, quasi impercettibile, data l’involontarietà, o viceversa ancora più offensivo per lo stesso motivo, in quanto inavvertito da chi lo produce, perché è come se ti dicesse quanto poco conti, come un certificato della tua insignificanza emesso da automaticamente un’entità burocratica superiore anonima, la prova, mentre ti ricordava della sua esistenza, dell’inconsistenza del tuo stesso corpo, che non fa più ostacolo a niente, il sigillo della tua assenza, non futura ma attuale, eterna, già da sempre e per sempre. Aveva ragione Marx: tutto ciò che è solido si dissolve nell’aria.

09/04/18

La biblioteca sul treno



Mi piacerebbe che ci fosse una biblioteca mobile.
L'ideale, per me, sarebbe su un treno, tipo Orient Express, con tavolini e lampade come alla vecchia Bibliothèque Nationale. Dovrebbe fare ogni giorno un percorso a caso, a volte uguale o simile, altre diverso, e girare 24 ore su 24 passando da casa o nelle vicinanze tre o quattro di volte per poter salire o scendere alla bisogna. Se fossero più d'uno, con territori diversi, ma imprevedibili, non programmabili, meglio ancora. Ci dovrebbero essere varie fermate, nel caso volessi scendere e fare due o quattro o diecimila passi, e per imbarcare altri viaggiatori, non necessariamente lettori accaniti o studiosi, per variare anche il paesaggio interno dei vagoni e stimolare lo sguardo e la fantasia quando gli occhi si alzano dalla pagina. Visioni istantanee, o contaminazioni con ciò che la lettura sta suscitando. Allora credo che la mia testa funzionerebbe meglio e io, cullato dal movimento e dal ronzio del treno, sarei più tranquillo. Non dico soddisfatto, ma di sicuro meno agitato e insoddisfatto.
Credo.
Nell'attesa prendo il treno ogni volta che posso. Alzo gli occhi, guardo fuori, l'umidità vela il finestrino, fuori piove e sto bene. Cioè, abbastanza. Riprendo il libro, mordicchio la matita, sottolineo una frase e prendo un appunto. 
Non questo.



Non questo.

30/10/17

Porta automatica (2000 circa)


Sto andando a Firenze per l’inaugurazione della mostra di due amici presso la galleria di due amiche. Non avevo molta voglia di andarci, ma poi l’amicizia ha prevalso. Comunque, per il momento, non sono del mio solito buon umore. Ho preso l’Eurostar per fare in fretta, per stare più comodo e per non condividere scompartimenti affollati dove qualcuno prima o poi mi avrebbe disturbato, fosse pure col rivolgermi semplicemente la parola, coinvolgendomi, se non in una delle discussioni metafisiche che i treni fanno germogliare in fioriture rigogliose da teste altrimenti spoglie, in qualche scambio di battute a cui non sarei stato capace di sottrarmi, perché sono educato, e vanitoso, e non so resistere alla tentazione di sfoggiare il mio talento umoristico, poiché mi piace essere gradevole, e gradito dagli altri, non importa se sconosciuti (meglio, anzi: così si portano via un bel ricordo di uno di cui ignoreranno per sempre i lati meno confortanti), e forse anche, per un istante irreversibile, ammirato. L’ho preso per poter leggere in santa pace, isolato anche fisicamente dagli altri; perché ho bisogno di stare in totale silenzio, ogni tanto; e infine perché, non saprei dire per quali arcane e grottesche ragioni, in treno, da solo e con un tragitto relativamente lungo davanti a me, mi capita spesso di trovare l’impulso, di trovarmi a non poter fare a meno di scrivere. E in particolare, sul tratto Milano-Firenze, mi capita sempre. Queste righe ne sono l’ulteriore conferma. Spendo di più, ma ci guadagno. Guadagno parole impreviste. Basta niente, e sono lì. Ogni volta sono lì, pazienti, che mi aspettano; e io, ogni volta di nuovo sorpreso, le accolgo con grata deferenza, anche se poi dovessero rivelarsi sciocche e banali (anche se poi le dovessi rendere sciocche e banali io). Ma se anche non venissero, stare tranquillo, da solo o con un libro, sarebbe già sufficiente per farmi, alla lunga, contento.

Non avendo prenotato, oggi mi sono dovuto accontentare di un posto in coda alla carrozza, vicino alla porta automatica. Sono porte silenziose, in genere, e poco usate, perché di solito la gente se ne sta seduta nella sua poltrona, legge, telefona, lavora o chiacchiera composta, in un’atmosfera di rassicurante civiltà, in una specie di utopia minore realizzata senza sforzo, e persino con la superiore eleganza dell’inconsapevolezza, ovvero si limita a guardare dal finestrino il paesaggio che scivola umido, come lubrificato, attorno al treno che lo penetra (la metafora è un po’ volgare, ma obbligata, dato l’aggettivo che mi ha appena sorpreso, e come reazione inconsciamente irritata all’atmosfera che mi circonda – irritata anche contro me stesso, che l’ho cercata e ne godo –: un’atmosfera così serena che alcuni finiscono per addormentarsi, come il signore di fronte a me, dopo aver letto una relazione, o per averla letta).

Mentre attendo la partenza, e già leggo, sento rumori striduli, ai quali presto poca attenzione in quanto li attribuisco a prove dei freni (!) o ad altre manovre di messa in moto; poi però, una volta cominciato il viaggio, sento che si ripetono con una certa frequenza alle mie spalle, e alla fine scopro che a produrli è proprio la porta automatica, che, al contrario, di essere lubrificata avrebbe un urgente bisogno. Ma non me ne preoccupo, fra un po’ il fastidio cesserà, o quanto meno si attenuerà, perché tutti finalmente si saranno accomodati e si predisporranno a un viaggio tranquillo, proficuo o riposante, come vuole la norma.

Invece stavolta comincia subito un fitto andirivieni di lenti e traballanti passeggeri e la porta è costretta a fare gli straordinari, lamentandosene di conseguenza. O sono capitato in una carrozza molto vicina al bar, ipotesi che forse fra un’oretta verificherò, o la gente oggi è particolarmente inquieta, per qualche velenoso influsso astrale o magnetico, o per una delle diavolerie che circolano per aria, oppure ancora per contagio reciproco, ipotesi che il mio antiquato razionalismo preferisce di gran lunga. A meno che non si tratti di un attacco generalizzato di incontinenza, alquanto improbabile. Perché dovrebbero servirsi tutti del bagno della mia carrozza? forse che gli altri sono tutti già occupati e l’urgenza costringe i contagiati al nomadismo? ma allora come si spiegherebbe l’andatura compassata? perché la dignità ha la meglio sul bisogno? Sarebbe la prima volta. Lo stridio dei battenti scorrevoli si ripete quindi a intervalli sempre più ravvicinati, tanto che sono indotto a sperare che il traffico si intensifichi ancora di più, fino a diventare un flusso continuo (un flusso!) che non lasci alla porta il tempo di richiudersi, così che il rumore sia vinto non dall’assenza ma dall’eccesso dei passanti. Ma questi, con calcolata perfidia, scandiscono i loro passaggi sul tempo di reazione della fotocellula, o forse è quest’ultima che, per puntiglio professionale, e per ritorsione, richiude i battenti sul muso di ogni nuovo sfruttatore, costringendolo all’attesa della riapertura, nonché all’aumento degli spasmi addominali nel caso l’ipotesi dell’incontinenza fosse corretta. Esprimo mentalmente la mia solidarietà al lavoratore meccanico. Mi sento subito meglio.

Non è nemmeno da escludere che la porta, col tempo, abbia finito per innamorarsi del rumore che produce (agli schiavi càpita, come ai perversi del resto, musicisti inclusi), che lo ritenga il proprio segno distintivo, il proprio marchio di identità, che non si nega a nessuno, la dimostrazione che esiste e che fa il suo lavoro secondo l’ordine prestabilito delle cose, il destino che le è stato assegnato: e allora sarebbe per questo minestrone di destino orgoglio paura e rappresaglia che non perde occasione per mettersi in funzione, per ripetersi, per affermarsi, per affermarsi nella ripetizione.

 


 

Io continuo, a dispetto di tutto e di tutti, a leggere e, strano, a leggere con profitto, arrivando addirittura a capire ciò che leggo nonostante il libro sia difficilino, io che fatico a capire anche quelli facili. E mi sembra che il miracolo sia dovuto proprio ai cigolii, come se questi tracciassero varchi al senso nella densità ottusa della prigione del mio cervello; come se aprissero sfiatatoi da cui possano finalmente evadere i fumi eterni che lo ottenebrano, creando quella vaga, ma piacevole, placentare nebbia, che in fondo mi permette di abitarvi senza troppa angoscia, di ignorare mura sbarre catene muffe e topi, senza cioè vederlo: senza vedermi.

Così, mentre all’inizio ogni stridio prometteva di diventare una lametta che avrebbe inciso i miei nervi fino a oltrepassare la mia soglia di tolleranza, che è piuttosto ampia, posso affermarlo con vanto, ribaltando il viaggio nella sua versione peggiore, cioè in astiosa attesa dell’arrivo e, di più, in attesa astiosa, al nanosecondo, della sua, dello stridio, iterazione, tanto che già prefiguravo la sua progressiva fusione coi motivetti, sempre cretini, dei cellulari che nel frattempo avevano cominciato un loro furioso risveglio, con le parole dei miei vicini amplificate in volume e insensatezza dalle circostanze, e col rumore del treno che a sua volta aveva preso a crescere, come se lui pure fosse preso dalla smania di affermare il proprio diritto all'esistenza, così da costringermi ad alzare il volume dei miei pensieri in modo da potermi illudere di seguire qualcosa di più pacato, ma che in tal modo si sarebbe fatto a sua volta sempre più furioso, devastante, autodistruttivo, quasi che lì dentro ci fosse qualcosa da distruggere, tanto che poi, non trovandolo (appunto), sarebbe stato costretto a rivolgere la sua aggressività verso l’esterno, cercando qualcosa da annientare a mo’ di compensazione per sfogarsi: e io già mi vedevo prendere per il collo lo spilungone che mi siede accanto, strappargli a morsi le orecchie, azzannargli le guance peraltro poco appetitose, coperte come sono da una precolombiana topografia di brufoli e eczemi, infilzargli con la biro gli occhi che non farebbero nemmeno in tempo a rivolgermi lo sguardo di doloroso stupore che in questi casi è di prammatica, mentre io, come un guaritore filippino, sono già passato a estrargli a mani nude le viscere, che tuttavia, rispetto al resto, farebbero la loro bella figura, primo assaggio di un’ecatombe che a questo punto il mio invasamento mi avrebbe obbligato a portare a termine senza risparmiare nessuno, dagli occupanti della mia carrozza che, per immobilità da panico o riflessi appannati, non fossero riusciti a mettersi velocemente in salvo, ai controllori che osassero affrontarmi, per concludersi coi conducenti (presumo siano due) del treno, che quindi avrebbe proseguito senza controllo la sua corsa fino a sfracellarsi in qualche stazione preferibilmente affollata provocando un’ulteriore, e finalmente soddisfacente carneficina di cui nessun giudice riuscirebbe mai a trovare il movente, e tanto meno il colpevole, che non sarebbe una novità, peraltro; invece di tutto ciò, ora accolgo quasi con gioia il ritorno del supplizio, come una benefica agopuntura spirituale, grato dei doni che mi porta, della rabbia che suscita e poi devia, del fastidio rancoroso che si transustanzia in calma e indulgenza, addirittura in benevolenza e tenerezza verso tutto e tutti, per il creato e persino per il creatore, per il vento e la sabbia, per il freddo e l’acqua salata, per gli insetti e per gli animali più complessi, ma meno duraturi, per gli uomini e le donne di tutte le razze e le età, e persino religioni, e in particolare per le due ragazze salite a Bologna che ora di fronte a me leggono e commentano, scambiando al contempo spiritosissimi messaggi con il cellulare, gli oroscopi di un giornaletto cronometricamente sincronizzato sulle loro età e facoltà mentali: ragazze che in altre circostanze avrei strangolato volentieri, tanto più che sono brutte.

Sono stupefatto: dalla benevolenza mi era capitato un paio di volte di essere affetto, ma la tenerezza fino ad ora mi aveva risparmiato, e ciononostante non mi rivolto contro questa nuova debolezza, sintomo indubitabile di invecchiamento. Mi sopporto, e anche questa è una discreta novità. Mi sopporto mentre scrivo, e questa è una novità ancora più sorprendente. Allora alzo la testa e tiro un lungo sospiro. Nel farlo, mi accorgo che mentre ero assorbito nella redazione di queste paginette, per un lunghissimo tratto la porta ha smesso di cigolare, segno che più nessuno è transitato: allora mi sono alzato io e sono andato alla toilette. Lavora, schiava!

                                              


                                   

25/11/16

Verso Arles



Sul treno che mi porta da Nizza a Arles, entra nel mio scompartimento una donna obesa con il figlio down adolescente. La donna ha i capelli rossi, la pelle lentigginosa. Indossa un lungo vestito di leggera stoffa indiana (di cotone, mi pare, o di seta di bassa qualità), chiuso sul davanti da una lunga fila di bottoni che scendono fino all’ombelico. Quando si siede la stoffa si tende e tra un bottone e l’altro si apre in grossi occhielli da cui deborda la carne nuda. La parte inferiore dell’abito, lunga fino ai piedi, sdrucita agli orli, le consente di allungare comodamente le gambe, più che divaricate, spalancate senza ritegno.
Legge una dopo l’altra tre riviste femminili. Il ragazzo ne sfoglia una di programmi televisivi e scherza allegramente. Fa lo stupidello, ma non in modo pesante. Lei gli dice ogni tanto di smetterla, sbirciandomi meno per assicurarsi che io non sia disturbato che per cercare un contatto, che il mio sguardo rifiuta. Fingo di non capire il francese: che sono straniero lo dimostra il libro che sto leggendo. La scuola è finita da poco e ho voglia di stare zitto. Vado a Arles per stare qualche giorno nel mondo da solo, con la ferma intenzione di non aprire bocca, se non lo stretto indispensabile: ricerca della camera, ordinazioni al ristorante, acquisto biglietti delle mostre, saluti di cortesia. Il ragazzo parla a voce alta con parole a volte pasticciate e frammentate, credo apposta, come per attirare l’attenzione della madre, per coinvolgerla nel gioco. In certi casi infatti lei lo corregge. Lo fa sempre con tenerezza, quella forte della calma amorosa, non quella esibita; mai una sbuffata o un’occhiata spazientita. Lui segue con il dito le righe stampate, si sofferma su certe foto, gioca con i listelli di plastica non perfettamente incollati alla base del finestrino, facendoli schioccare. All’improvviso si volta, abbraccia la donna e le dà un bacio. Infine si addormentano entrambi. Sonnecchio anch’io. Va tutto bene. Sì.

10/02/16

Treno in forte anticipo


Accortosi di essere in anticipo di mezz’ora, il treno, sconcertato dalla sua stessa frenesia, anziché sostare in qualche stazione secondaria o su un binario morto, ha rallentato fino quasi a fermarsi e senza soluzione di continuità con uno scossone è ripartito in retromarcia a tutta birra, percorrendo una ventina di chilometri e facendoci ripiombare dalla periferia urbana che già scorreva ai nostri fianchi nella campagna profonda, con gli agglomerati di palazzine e poi le cascine e i casolari che non solo si facevano sempre più radi ma, assieme ai silos, ai tralicci, agli alberi e in genere a tutte le cose, diventavano sempre più evanescenti e impalpabili, come se si sgretolassero dall’interno o tornassero essi pure indietro. Come se ogni cosa fosse impaziente di retrocedere, indietro, indietro, fino a prima dell’infanzia, fino all’origine o oltre. Man mano che il treno correva al contrario, ogni cosa rimpiccioliva e si sfaldava, gli elementi di cui era composta si liberavano l’uno dall’altro in una specie di ebbrezza di separazione che non sarebbe cessata nemmeno quando il treno avrebbe recuperato, se mai fosse accaduto, la direzione prevista, il giusto senso, giù a capofitto verso la dissoluzione nella pace che secondo alcuni precede l’origine, oppure sospesi nel magma di tutto e di nulla che ci sarebbe secondo altri, in un fermento che ancora non si conosce e che nondimeno è irresistibile, nell’apnea trepidante dell’imminenza, se non addirittura in uno spasimo lancinante senza fine. Ma non verso il niente, forse, quanto piuttosto verso lo spiraglio dello sbocciare di nuovo, l’esplosione del venire alla luce, il momento esatto in cui ogni essere viene ad essere, in cui dal niente si passa al qualcosa, anzi a questa cosa, esattamente a questa, a quella che ciascuna è, per non essere, dopo di allora, mai più, se non il rimpianto di se stessa, della se stessa andata, perduta, svanita una volta per tutte. Ma forse stavolta no. Stavolta forse no, mentre il treno rientrava nel tempo ordinario, verso la destinazione programmata, nel giusto orario. Allora si sarebbe visto. O non visto.

29/10/15

Amici inaffidabili (con viaggetto a Roma)



A volte sospetto che mia moglie non abbia poi tutti i torti quando sostiene che i miei amici sono tutti inaffidabili. Intellettuali, scrittori, artisti, gente così. Non sono tanti, ma rientrano quasi tutti in questa misteriosa e eterogenea categoria, il cui minimo comun denominatore è uno solo: appunto che di loro non ci si può mai fidare. Non rispettano gli orari, dimenticano le cose, sono trasandati, difettano di ogni intelligenza pratica e quando agiscono combinano solo disastri: insomma, non garantiscono il livello minimo di sicurezza richiesto dalle norme non dico della CEE (che quelli sono aguzzini nazisti), ma anche solo di uno stato approssimativo, dai contorni incerti e ancora in via di definizione, come l’Honduras, Zanzibar, il banato di Laputa.
Niente di grave, per carità, se non che ultimamente questo rischia di pregiudicare frequenza e libertà dei miei spostamenti. E’ che si preoccupa, ci tiene a me e alla mia incolumità. Non vuole perdermi. Mi ama.
Quando ero più giovane, e di conseguenza quando era più giovane anche lei, non sollevava obiezioni se, ogni tanto, prendevo e mi facevo un viaggetto da solo. Per esempio quando, dopo aver fatto il commissario interno agli esami di maturità, mi veniva in odio più del solito il mondo intero e avevo bisogno di stare da solo e in assoluto silenzio in mezzo a gente che mi ignorava e che io potevo guardare con lo sguardo tra il distaccato e lo schifato di un arconte, o di qualche altro essere appena al disopra, o al disotto, del genere umano. Di preferenza in un posto di cui ignoravo o potevo fingere di ignorare la lingua (con le lingue straniere si può: basta non prestare attenzione; mentre con la nostra devi proprio tapparti le orecchie, e, per sicurezza, non guardare neppure in faccia). E sì che allora non c’erano nemmeno i telefonini e talvolta era un problema persino chiamare casa, anche solo per dire sono arrivato, sto bene, ho trovato un buon albergo (non prenotavo mai, non sapendo in anticipo dove mi sarei fermato) e altre notizie essenziali, giusto per far sentire la voce, il tempo di identificarla, perché il semplice respiro, al telefono, non è riconoscibile (appunto per questo risulta inquietante). Oltre non si andava; come oggi del resto. Le bastava che mi facessi sentire ogni tanto: non per tranquillizzarsi, perché non era preoccupata, ma per coronare la sua tranquillità con il mio affetto. Con l’affetto elementare, ma fondamentale, che anche una pura chiamata, un saluto, sprigiona.
Ma con il passare degli anni, ogni volta che programmavo un viaggio la sua sicurezza è diminuita, e viceversa è cresciuta in proporzione inversa la tabella con direttive e corollari e opzioni varie, che ora contempla, tanto per fare un esempio, l’assenza di una notte, massimo due, e per non più di due volte al mese, per gli spostamenti e impegni veloci o di scarso peso (una mostra, una presentazione, un convegno: meglio se con un telefono o un indirizzo di riferimento o addirittura una persona di fiducia in loco), e alto gradimento della presenza di uno o più accompagnatori per gli sporadici viaggi più lunghetti, ma che non devono mai superare i 3-4 pernottamenti tuttavia (il che ne ha limitato drasticamente il chilometraggio potenziale). Di più senza di me non riesce a stare. E’ bello essere indispensabili in quest’epoca di assoluta impermanenza.
Fino a pochi anni fa anche l’identità dell’accompagnatore era secondaria. Praticamente andava bene chiunque fosse in qualche modo autonomo e non analfabeta: quindi anche il mio più caro amico e compagno abituale, che pure qualche dubbio sull’autonomia lo autorizzava (parecchi, anzi); le bastava ritenere ancora perfettamente sano e autonomo me (salvo in caso di incidenti, fratture e impedimenti motori e di qualsiasi altra natura, persino legale, tipo custodia cautelare o sequestro ecc., che allora avrebbero richiesto una persona di sicuro affidamento, esattamente come oggi: ma chissà perché questi pericoli allora le sembravano meno incombenti; forse è colpa della televisione). Stavo per scrivere sano e lucido, invece di autonomo, ma sotto questo aspetto, cioè sulla mia affidabilità, presenza di spirito, precisione, concretezza, accuratezza ecc. (su tutto cioè, a parte la puntualità e la disponibilità, quest’ultima peraltro anche eccessiva…), dubbi non poteva non nutrirne, date le mie sbadataggini, dimenticanze, goffaggini e omissioni occasionali sì, ma non rarissime, che però potevano essere ovviate quasi sempre dalla sua presenza e capacità manageriale, che mi assicurava un veloce rimedio, sia pure con il bonus di un inevitabile predicozzo che, data l’educazione sorbita da religiosi di varia caratura e rigore, ero però allenato a sorbire e subito dimenticare (inconscio a parte). Con il tempo però l’identità e il conseguente gradiente di affidabilità sono diventati fattori decisivi per la serena accettazione persino di un viaggio un po’ fuori dai parametri e addirittura senza l’inderogabile preavviso di mesi o almeno settimane.
Ora la mia cara consorte esige che vada in giro con gente giovane; sono ammesse anche le femmine, ma solo per spostamenti giornalieri senza pernottamento, se di specchiata moralità o con fidanzato a carico; o anche con pernottamento, uno solo – massimo un paio, se sono in due, con gli impliciti assunti a) che io sono innocuo; b) che sono troppo giovani per me o scarsamente attraenti; c) che dormono nella stessa stanza loro due (analisi che non fa una piega, peraltro); ma ancora meglio se il compagno è giovane, cioè dai 30 ai 50, e maschio, con implicita assenza di sospetti: a) su mie eventuali tendenze o occasionali tentazioni gay; b) che in due potremmo fare bisboccia ancor più allegramente. Il massimo apprezzamento si riscontra quando mi aggrego a una coppia (eventuali birichinate a tre rientrano nell’impensabile puro: anche per me). A escludere i gruppi, invece, ci penso io: la mia tolleranza arriva a due, anche perché poi fanno comunella e io posso starmene per conto mio ogniqualvolta ne sento il bisogno (cioè spesso: con tutto che sono un compagnone…).
Ma mica sempre è facile trovare accompagnatori con questi requisiti. Anzi, mica sempre è facile trovarne, per gli spostamenti e i viaggi che intendo fare io, con uno straccio di requisito qualsiasi. Tanto che, a petto di queste asperità, talvolta, kafkianamente, rinuncio. Sempre che non sia indispensabile.
Fortuna che spesso a chiedermi di fare un viaggetto con loro sono proprio gli amici, e non viceversa! Nel qual caso, se ci sono ostacoli, non è difficile aggirarli con raffinate mediazioni e strategie che sarei sciocco a divulgare. Magari qualcuna a pagamento.
Ho di questi amici che gli piace andare a spasso con me. Che trovano stimolante la mia conversazione quasi quanto io trovo stimolante la loro (intellettualmente, sia chiaro), o perché li faccio ridere; quanto volontariamente non saprei… Che mi attribuiscono competenze che non mi sono mai sognato di vantare, né di avere se è per questo; mentre loro ne hanno eccome, spesso in campi diversi dal mio, ammesso che io ne abbia uno, nel qual caso gradirei esserne informato. Brava gente che, mentre io li vedo con occhio spietato (e proprio per questo li ammiro pure), un po’ mi idealizza, con molta generosità. Sfido io! Se no che amici sarebbero? Il guaio è che, coltivando interessi analoghi ai miei, che erano già obsoleti quando ho cominciato a coltivarli (e io pensavo il contrario!), hanno un’età molto vicina alla mia, e anzi, più spesso maggiore (quando hanno cominciato a coltivarli loro non erano ancora obsoleti infatti, e forse è per questa ragione che loro sono bravi e noti e professionali, mentre io, disilluso quando già ero contaminato a morte, no), e perciò spesso con le mie stesse propensioni alle dimenticanze e inadeguatezze ecc., ma, essendo loro professionisti, con un grado ancora maggiore di inaffidabilità rispetto del mio. Non so se mi spiego.

Ieri mi telefona uno di costoro. Uno che, agli occhi della mio collegio arbitrale domestico, staziona in permanenza sul podio della suddetta categoria, e che perdipiù, tra tutti i miei amici, è il meno rispondente al requisito dell’età. Bene, proprio costui, uno scultore, mi chiama per dirmi che il giorno dopo va a Roma per preparare una mostra, che ha un piccolo appartamento in centro a sua completa disposizione (leggi: niente spese d’albergo) e che poi va a vedere una grande mostra di Tiziano alle Scuderie del Quirinale. Ora, a me piace andare alle mostre da solo, ma se proprio ne devo vedere una in compagnia, questo amico staziona sul podio anche della mia, di classifica. (Magari il motivo lo spiego un’altra volta, perché qui la tiritera sta già diventando troppo lunga di suo: infatti sto scrivendo solo ora, dopo quasi 4 cartelle, quella che doveva essere la seconda, massimo terza frase di quello che doveva essere un semplice appunto: la telefonata dell’amico con l’invito a vedere la mostra di Tiziano, intendo.)

Ne parlo con la mia amata consorte, perché in questo periodo avevamo in programma alcune cosucce da sbrigare insieme, e stranamente lei non avanza nessuna obiezione. Ma proprio nessuna. Nemmeno un timido se, un ma, tanto per non perdere l’allenamento. Anche la più banale, come la mancanza assoluta di preavviso e del tempo necessario ad abituarsi all’idea del distacco. Vai pure, che è da un po’ che non fai un giro, mi dice senza notare il mio sguardo allibito. Segue qualche piccola raccomandazione, ma ridotta all’osso, il minimo per mantenere viva la fiammella dell’apprensione di chi ama (si dice così, vero? Sì, si dice così: perché è vero) e delle relative rassicurazioni. Allora comunico al mio amico che lo accompagno, e già che ci siamo ci accordiamo anche sugli orari del ritorno e sui biglietti del treno, che ci pensa sua moglie a prenotare dato che io sono fuori casa e non ho accesso al pc. Bene, sarà fatto.
Ritorno ai miei impegni. Appena ripresi mi accorgo che già da subito un dubbio aveva preso a gironzolarmi per la testa, a giri bassissimi; ma, essendo concentrato su altre importanti faccende (una partita a scopa d’assi), avevo trascurato di metterlo a fuoco. Prima ancora che riesca a farlo, il mio amico, incurante che mi sto giocando la reputazione con i miei sodali dell’osteria, mi comunica che è tutto a posto: treni prenotati, posti vicini, costo inferiore al previsto. Benissimo, ma lasciami finire la partita, cazzo!
E’ solo dopo questa terza telefonata che il dubbio si precisa: com’è che io non ho mai sentito parlare di una mostra di Tiziano così importante? Possibile che nessun giornale o notiziario o pagina web ne abbia ancora parlato? E intanto confondo un sei con un sette, e gioco la carta sbagliata. Appena tocca il piano del tavolo mi accorgo dell'errore e ho un lievissimo moto involontario di contrazione facciale. Il mio socio, che non perde una sfumatura e soffre semmai di iperintepretazione, mi guarda basito. Dentro di sé, si chiede senza dubbio se tener conto della giocata o piuttosto della velocissima contrazione che non gli è sfuggita. E poiché è uno serio, ma non minchione, gioca come se mi fossi sbagliato cercando di rimediare al mio probabile errore. Ma il danno è fatto. Dovrò scusarmi. E senza fare riferimenti ai suoi molteplici errori del passato immediato e lontano. Tanto sarebbe inutile: lui errori non ne fa. Non sono eventi che passano sotto silenzio quelli! (La mostra, e anche gli errori.) Ma non mi preoccupo troppo, perché in questo periodo sono ben altri gli argomenti di cui tutti parlano in ogni luogo e modo, ed è appunto per questo che io ho seguito la cronaca ancor meno del solito: quindi la mostra potrebbe benissimo essermi sfuggita (come la carta).  

Una volta tornato a casa però, una ricerchina la faccio, e il mio timore trova conferma: non c’è nessuna mostra di Tiziano. Non ancora perlomeno. Apre tra dieci giorni, infatti. E’ la seconda volta oggi, dopo la conferma dei miei timori pre-elettorali sui quali però mi rifiuto di dire una parola in più, che sarei molto più contento di avere torto! Vuol dire che vedrò qualcos’altro.
Comunque a mia moglie non glielo dico. Va bene darle ragione tra me e me (cioè qui: per dire…), ma non  apertamente, non al punto, cioè, da sputtanare i miei amici. E’ una reticenza che evita discussioni inutili, anche se innocue, e non offre argomenti a recriminazioni future, altrettanto inutili e innocue. La vita di coppia è fatta anche di queste misericordie. Anche lei omette. Per amore ovviamente. E l’amore, si sa, è ingiusto: lei, piuttosto che spiattellarmi in faccia la mia sostanziale inaffidabilità, rovescia sugli altri anche la quota di mia pertinenza (ne tiene qualche spicciolo di riserva anche lei però, per la legge del non si sa mai), sui miei amici soprattutto, i quali, se hanno una colpa, è proprio quella di considerarmi amico loro. Loro sanno che su di me non possono contare a occhi chiusi (diversamente da mia moglie che sa di poterlo fare sempre), che sono più le volte che mi tiro indietro di quelle che rispondo presente; eppure continuano a chiamarmi, a chiedermi se li accompagno, se ci vediamo, se mi va di fare questo per loro o assieme a loro, o addirittura se possono fare qualcosa per me: continuano a tenermi le porte aperte, o socchiuse, e io, appena vedo uno spiraglio, mi ci intrufolo e: eccomi qui!, dico. Proprio non ce la fate senza di me, eh? Sfruttatori!

didascalie

1 – Amici inaffidabili (Museo degli scrittori a Dublino)

2 – Federica e Michele alla biblioteca nazionale di Dublino

3 – Specimen di amico inaffidabile (Federico D.L.)

4 – Cosa mi aspettava a Roma (avevamo dimenticato che era il giorno dell’ultimo saluto del Papa)

5 – Antonio e ‘l Brüsa al bar

6 – Barocci, Visitazione – nella magnifica Chiesa Nuova

7 – Meravigliosa pancetta egizia (musei vaticani)

8 – Autoritratto con Busto di Olimpia Maidalchini Pamphilj, di Alessandro Algardi (devo la precisazione del mio momentaneo vuoto di memoria, che avrei colmato di persona a tempo debito, a Federico De Leonardis, scultore e architetto, che a quei tempi sarebbe stato infilzato o avvelenato ancora giovane. Oggi trova persino chi gli vuole bene: io per esempio. No comment please). Galleria Doria Pamphilj