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15/02/19

Achille, Pentesilea, Tersite. Rancore, lucidità e altre sconfitte (Achilleide - Parerga 5)



Trasformano ogni nefandezza in gesto clamoroso, immortale; lo innalzano al cielo ed è solo lì che noi lo possiamo vedere, timorosi e incantati. Ma il modo giusto di guardarli si avvicina più a quello di Tersite, il calunniatore, il fifone, l’ultimo a partire e il primo a fuggire, la voce dal basso, che proprio per questo viene percosso e cacciato dall’assemblea, e infine ucciso. Il lettore sagace può già indovinare da chi.
Facile: proprio dall’eroe per eccellenza, Achille, che era stato da lui deriso per essere stato colto, si narra (a meno che fosse una menzogna di Tersite: ma chi l’ha raccontata se lui è stato soppresso immediatamente?), in un momento di bestialità e di debolezza. (Ma anche in un momento in cui la bestialità, il tornare prima dell’umano, contiene anche il germe dell’andare oltre, un che di metafisico che travolge l’eroe mentre indugia, disorientato, sconvolto, sul suo limite inferiore, scoprendo che forse è lo stesso di quello superiore.)


Tersite sorprende Achille mentre si accoppia con il cadavere di Pentesilea che ha appena ucciso e, come di consuetudine, spogliato delle sue armi, che andranno a rimpinguare il bottino. Allora vede quanto è bella la terribile guerriera e viene preso dal desiderio di possederla. E lo fa. Non avendo potuto averla da viva, violentarla come si fa con le donne dei guerrieri; avendo dovuto ucciderla per soggiogarla, in quanto grande guerriera essa stessa, ora che ne scopre la divina bellezza viene invaso da un desiderio irresistibile, assoluto, a cui non sa opporsi, e si accoppia con la morta. È solo desiderio bestiale? O non è anche la resa alla quale chi non si arrende davanti a niente e a nessuno, chi travolge ogni ostacolo, è costretto da ciò che ostacolo non è più e lo travolge con l’assoluta bellezza dell’inermità che solo nella morte appare? Non è con la morte che si sta allora accoppiando? E quindi non è questo che suscita la derisione di

Tersite, che ride proprio per difendersi, come spesso avviene davanti a ciò che supera e non si capisce, a ciò davanti a cui altra difesa non c’è, per non esserne sopraffatto? In questo riso Tersite però vede, e mostra ad Achille, la morte che lo attende, l’attrazione che lo soggioga nel mentre stesso che gli fa orrore e vorrebbe evitarla. Achille non tollererebbe, allora, che la sua debolezza venga smascherata dal più debole. Per evitare che proprio da lui venga resa pubblica, sopraffatto dalla rabbia, e dalla inconfessabile vergogna, lo uccide.

La derisione non è la lucidità. Tersite vede qualcosa che è solo alla lettera. Nella lettera c’è tanta verità, ma non tutta.
C’è, in questa storia, una serie di cedimenti e di sconfitte, che ruotano tutte attorno alla morte, e non lasciano scampo a nessuno, in primo luogo a chi la infligge.
Ero partito dall’idea della lucidità che qualcuno lega al rancore, pensando che avesse una parte di ragione. E invece mi sono accorto che non è così. Lo sguardo che nasce dal rancore mostra alcune cose che forse erano poco evidenti, ma non per questo è lucido, perché il suo occhio è al contempo acuto e torbido. Non è dal rancore che la lucidità e il disincanto nascono. È sì dal rifiuto dell’incanto, dalla sua oppressione, perché anch’esso viene da una violenza, che talvolta nasce il rancore; ma il rifiuto dell’incanto non è automaticamente il disincanto, e tantomeno la lucidità.


22/01/19

La morte eroica (Achilleide - parerga 1)



e pensavo, leggendo sulla "bella morte", la "morte eroica", tanto esaltata, certo a ragione, fin dai tempi antichi, e riproposta di recente in salse meno nobili, più ridicole, ma tragiche e ridicole insieme, se si assommano vari punti di vista, non tutti disprezzabili (ma alcuni sì), che sì, è vero, la morte dell'eroe disegna a ritroso come un destino rispetto alla sua vita, quale essa sia stata, non sempre ammirevole, come ogni morte in fin dei conti il sigillo di un destino, sempre a posteriori, lo mette alla vita di chiunque, anche di quegli anti eroi ignoti che muoiono per gli altri, con i resti dispersi, mai sepolti, senza celebrazioni né private né pubbliche, senza onori, senza niente se non il buio per sempre dell'oblio senza nome, del vuoto... e mi è venuto in mente che per me, già eroica è ogni nascita, tutte le sacrosante nascite che arrivano sulla terra, a volte senza seguito, e più spesso con un seguito che non tocca nessuno, che è lo stesso che ci sia o no, e ciononostante, per ciascuno che continua a vivere, prima di cadere nel senza onore della banalità e delle meschinità e delle piccolezze e delle codardie e dei rancori, e forse persino in esse, quella scintilla si conserva ancora e la luce della gloria, visibile o invisibile che sia, magari affievolita, trattenuta sul limite dello spegnimento senza oltrepassarlo, attorno gli brilla sempre, senza spegnersi mai.

e pensavo anche che se dal punto di vista civico una bella morte, cioè una morte “utile” alla comunità, cambia il senso della vita che l’ha preceduta, non è vero che questa lo cambi rispetto, per esempio, a chi ha subito ingiustizie o violenza o oppressione o abusi di qualsiasi natura: il male resta il male, niente lo redime, nessun finale roseo lo cancella o lo cambia di segno; oppure, se si cambia prospettiva, la morte è quello che è, la vita è quella che è, ogni cosa è quella che è, il male non esiste, se qualcuno soffre per qualsiasi motivo, è solo una sensazione personale, un evento o una serie di eventi, grandi e piccoli che toccano solo lui e quelli come lui, come altri eventi toccano un altro o altri come lui, quando cominciano cominciano, quando finiscono finiscono, poi ne arrivano altri, che sono loro pure come sono, e loro pure prima o poi se ne vanno, spariscono, lasciano qualche traccia in qualcuno o in molti, poi, più presto che tardi, più niente e così via.


19/01/19

Achille muore (Achilleide - appunti 3).


Togli la poesia e il sapere antico e questo è quello che rimane. Storie nude, semplificate, viste da lontano. Da un fuori che ignora, e che si ignora. Che ignora di essere un fuori e ignora che cosa mai esso stesso sia, da dove parla e in base a cosa. Ironico e saccente, eppure forse con una capacità di poesia esso pure. Dall’incanto che nasce proprio dall’ignoranza di se stesso. Dal proprio punto cieco. Dove uno pensa di essere nella luce della piena comprensione sfrondata di tutti gli orpelli e non vede il buio su cui poggia, lì comincia a parlare. In quel luogo ignorato, senza corpo e definizione, lì comincia a aver luogo la sua parola. Il che significa che chi in-canta è sempre cieco. E’ sempre Omero. Tutta roba risaputa. Scontata, e quindi a sua volta poco vista, presto dimenticata.

Non si hanno molte notizie delle ultime parole di Achille. Se mai quell’uomo di grandi emozioni e poche parole, belluino, di grida pianti e urla, qualcosa ha detto. La sua morte fu narrata a posteriori, per sentito dire. Inventata, e solo da lì descritta. Il tallone trapassato dalla freccia è lo stesso a cui si narra che sia stato appeso, infilzato, dal pastore che avrebbe dovuto ucciderlo il piccolo Edipo, che da lì ne avrebbe derivato la zoppia? Esiste una storia comparata del tallone? O era il tendine? 

E’ probabile che quando fu colpito, Achille ammutolì dallo stupore di veder realizzata una profezia a cui non aveva mai creduto. E che anzi aveva apertamente sfidato lasciando proprio quell'unica parte del corpo scoperta, non protetta dall’armatura.
Altri dicono che non morì in quel modo stupido, ma in un altro più stupido ancora, perché simile a quello di tutti. Allora, di fronte a questa a suo modo sconvolgente banalità, qualcuno inventò la storia dell’immersione nello Stige e dell’invulnerabilità, e poi della profezia e del suo compimento. E poiché a noi piacciono le storie, e gli eroi non possono essere banali, ricordiamo solo quella.


C’è anche chi dice, però, che Achille, come Elena che avrebbe passato il tempo della guerra di Troia nascosta in Egitto, non si sia mai allontanato dal gineceo dove era piacevolmente nascosto. Dicono infatti che all’arrivo di Ulisse preceduto dalla sua fama di imbroglione matricolato, Teti abbia consigliato il figlio di prendersi una vacanza e abbia messo al suo posto nel gineceo un giovane cortigiano felicissimo dell’occasione propostagli. Sarebbe stato costui, opportunamente istruito e convinto da molte belle promesse e da una sola, ma decisiva, minaccia, a farsi “scoprire” come Achille, partendo poi verso Troia con il furbo gabbato, come è normale che prima o poi siano tutti i furbi, dove per tenere alto il nome usurpato e meritarsi tutti i conseguenti onori, si sarebbe comportato come tutti si aspettavano dall’Achille vero, uccidendo e morendo al suo posto, mentre questi avrebbe passato tutta la sua vita negli agi di corte fino a tardissima età, mai sazio delle gioie della vita, eroe della felicità.
Non manca nemmeno chi sussurra che, grazie alla madre e alla speciale benevolenza che con le sue attrattive si sarebbe guadagnata dal padre degli dei, egli vive ancora, spostandosi di qua e di là tra i suoi possedimenti, mondani eterei e marini, annoiando immancabilmente i suoi ospiti, a ciascuno degli innumerevoli banchetti a cui sono cooptati perché odia cenare da solo, raccontando con sempre nuovi dettagli le imprese che quell’altro ha compiuto per conto suo in gioventù e che le leggende che ne sono nate non hanno fatto che moltiplicare e amplificare, germogliando in innumerevoli meravigliosi canti che alla fine hanno giustificato la morte di quell’altro anonimo poveraccio e la sua vita di infinito scioperato.
Nonché la nostra di avidi mangiatori di storie.

Dicono anche che il nostro eroe viva per sempre su un’isola alle foci di un grande fiume (l’Isola Bianca alle foci del Danubio, ma non stiamo a sottilizzare), in compagnia della sposa che non aveva fatto in tempo ad avere subito, essendo giunto in ritardo al convegno dei pretendenti: la più bella delle donne come lui era il più gagliardo e appetibile degli uomini, Elena, che alla fine lo raggiunge per non separarsi più da lui, finché la morte non li separerà (almeno stavolta, si spera…): morte da cui gli dei li avranno peraltro dispensati, non si sa se per infinita benevolenza o per infinità, duplice, perfidia.




01/01/19

Dei invidiosi, eroi che vengono smascherati, inganni e morti varie.
 (Achilleide - appunti 2)



Io sinceramente, ha detto quello che mi ha raccontato questa storia, davvero non capisco perché mai gli dei ce l’abbiano tanto con i figli degli uomini, e anche  i loro, gli eroi semidivini che nascono da quelle loro unioni meticce capricciose, che gli decretano sorti infauste a volte prima ancora che nascano, alle nozze dei genitori, senza che nemmeno questi gli abbiano potuto fare anche un solo torto… come se un mortale potesse davvero fargli qualcosa… a parte il fatto che essendo permalosi e piuttosto egocentrici, paranoici per dirla tutta, gli basta un pensiero fuggevole, laterale, un’intenzione abbozzata in un momento di sconforto o rabbia per urtarli… E neanch’io capisco, dico. Più mi sforzo, meno capisco. Per quel che serve, capire… Allora la smetto. Forse hanno invidia, continua lui. Ci dev’essere qualcosa, in questi esseri miserabili, che li disturba, che proprio non gli va giù. Forse quel che gli invidiano è proprio ciò che destinano loro nei modi più crudeli, la morte. Forse sono invidiosi del morire. Della possibilità, che loro non hanno, di chiudere una volta per tutte questa storia della vita che non finisce mai. Questa condanna al sempre. Perché niente è più pesante di sempre; perché sempre ti sta addosso ogni momento, ti toglie il gusto di qualsiasi cosa fai, che perde subito importanza, perché farlo, fare quella cosa lì, non esclude altro, ma semplicemente lo rinvia. Se non ora, domani, o dopo, o tra un milione di anni. C’è tutto il tempo. Miliardi e miliardi di anni. E poi altri miliardi. E altri ne sono già passati, infiniti. Sì, c’è tutto il fottuto tempo. Mentre agli uomini la fine fornisce un peso a tutto, anche a quello che non sembra averne, che non ne ha. Anzi, a quello più ancora. A quello più di tutto. E allora gliela fano pagare. Non glielo perdonano. Mettono dell’amaro ovunque. Ma poi finiscono per invidiare anche quello. Si inventano scaramucce, conflitti, corna, dispetti. Ma l’amaro, il negativo, non ce l’hanno. La paura non sanno cos’è.



A questo, aggiunse, mi sembra alluda anche la storia di quando Achille viene scoperto dopo che la madre lo aveva nascosto in un luogo segreto per tenerlo lontano dalla guerra, che l’avrebbe sì coperto di gloria imperitura, ma anche destinato a una morte precoce. Odisseo e il vecchio Nestore, come si sa, avevano escogitato un trucchetto per smascherare il giovane guerriero dopo che erano venuti a sapere che dimorava nel gineceo della reggia di Licomede, il quale si credeva furbissimo e li aveva sfidati a scovarlo, se ne erano capaci. Allora Odisseo aveva portato in dono alle ragazze del parthenon dei monili e delle belle vesti, ma in mezzo a queste aveva messo uno scudo e una lancia, di fronte alle quali il ragazzino non aveva resistito, appalesandosi in tal modo. Il momento è solenne, e anche il linguaggio si adegua, si scusa il narratore. Non si può escludere però che Achille si sia fatto scoprire per sua scelta, approfittando dell’occasione offertagli da Odisseo, nonostante certamente sapesse della profezia che gli gravava sul capo. Se anche mammina gliel’aveva taciuta, in Grecia ne erano a conoscenza tutti. Certe notizie fanno il giro del mondo in un amen. E lui magari aveva avuto tutto il tempo di pensarci e non gli era rimasto altro che aspettare l’occasione buona di uscire allo scoperto senza andarsela a cercare lui. A combattere a Troia lui non era tenuto, certo; non era stato tra i pretendenti di Elena, che al proposito avevano giurato, però dài, una guerra senza l’eroe più forte che guerra è? I Greci sapevano anche che senza di lui non ce l’avrebbero fatta. Et donc! E lui non vedeva l’ora. Perché va bene, stare in un gineceo per un giovane in piena tempesta ormonale ha i suoi vantaggi, di cui lui a quanto pare non ha mancato di approfittare, tanto che alcuni insinuano che proprio lì abbia messo incinta Deidamia, figlia del suo ospite (che ben gli sta… a meno che non l’avesse messo lì apposta per trovarsi un genero, e una consuocera, con agganci olimpici, che fanno sempre comodo...), che gli avrebbe dato il suo unico figlio, Neottolemo, che poi avrebbe ucciso, dopo la morte del padre, Priamo, padre di Ettore, e Astianatte, di Ettore figlio. (Quando parte per Troia, dopo la morte del padre, Neottolemo aveva, secondo alcuni, 12 anni (Graves, 641), il che non gli avrebbe impedito di ammazzare e stuprare a destra e a manca. Buon sangue non mente.) Ma questa è un’altra storia che qui ci interessa poco. Torniamo a Achille, dice il narratore. Va bene stare in un gineceo ecc., ma insomma il maschio, si sa, è un bastardo, e dopo consumato la donna preferisce lasciarla dov’è e andarsi a divertire con gli amici, sapendo che quella tanto aspetta a casa, o al limite un’altra in giro a trovarla fatica non si fa. Una o tante. Sono tutte uguali. Una volta accontentate, ciao. Che poi fanno la fila se non te le fili troppo. Ci pensano loro a rincorrerti, quelle scassamaroni. Pussa via! Un uomo è un uomo, e quello, quello del gineceo intendo, non è vivere, è una palla che non ti dico; va bene come svago, ma 9 anni sono 9 anni, un inferno! Non si può vivere 9 anni di moine e discorsi di moda e cucina in mezzo a uno stuolo di cretinette, vestito con veli frufrù e truccato di bistro, i capelli che puzzano di olî preziosi… Giorni dopo giorni dopo giorni tutti uguali, sempre la stessa solfa, con niente da fare, se non cose stupide, insignificanti. Ci vuole ben altro per un eroe! E questo ben altro è solo l’incombenza della morte che lo dà. La droga dell’adrenalina. La sfida. L’incertezza. Il rischio fatale. La possibilità che tutto, ma proprio tutto, finisca tra un istante. Se pensi a questo, mi fa il narratore, altro che inganno!, ti vien da pensare. Per cui, quando ha visto le armi, il giovanotto, che scemo non era, si è precipitato ad accaparrarsele scientemente, lasciando credere al furbissimo tracagnotto di Itaca di averlo fatto abboccare come il pesce Makò, per citare un mio amico pace all’anima sua, mentre in realtà è stato lui, facendo l’ingenuo, a farlo fesso, assicurandosi così la sua fedeltà, e quella dei suoi mandanti, una volta per tutte in un colpo solo. Ricordandogli ogni giorno, con la sua sola presenza, quanto erano stati intelligenti tutti, e lui Odisseo più di ogni altro, lo avrebbero onorato e gli sarebbero stati devoti senza sforzo, e senza quegli strascichi di invidia e rancori che i forti si portano sempre appresso. È la dialettica dell’ingannato e dell’ingannatore. La stessa di quella servo-signore. La sua nobile antenata. Lo sfruttamento ha sempre bisogno di nobilitarsi. L’inganno pure. Forse sono la stessa cosa.




Poi, come va a finire davvero, non si sa. Anche i più grandi devono morire. I divini genitori, che vorrebbero salvarli, non ce la fanno; in cielo non riescono a portare nessuno, se non tramutato in qualche stella, o costellazione. Poca roba.  L’immortalità se la sognano, quelli che ci pensano. Gli altri affrontano la morte come capita, alcuni spavaldi, altri terrorizzati, altri rassegnati. Sereno nessuno. Alcuni muoiono per cause stupide, per una fesseria, per una distrazione degli dei che a volte sono proprio approssimativi. Fanno le cose male. All’ingrosso. Tanto a loro che importa? Basta un niente, un tallone, e zac, sei fottuto. Potevano stare radiosi e felici nei Campi elisi, e invece sono tristi, incazzati, inconsolabili nell’Ade. Con solo qualche ricordo della vita, in genere vago, ma quanto basta a un rimpianto senza fine. L’oblio non funziona, la cancellazione non è mai totale. Qualcosa resta. Il peggio. 

12/07/18

C'era questo grande guerriero (Achilleide - appunti, 1)



C’era questo grande guerriero, Achille, che se ne stava in disparte nelle sue tende, molto adirato perché dei suoi cosiddetti amici gli avevano sottratto la sua schiava preferita e l’avevano assegnata a quel vecchio vanesio del capo, che ne aveva già a bizzeffe e non era neanche in grado di farle contente, o almeno così si sussurrava. Ma erano malignità, perché se uno si incapriccia così della preferita del suo guerriero più forte, uno da cui possono dipendere le sorti della guerra in corso, qualche capacità residua bisogna attribuirgliela per forza, al di là di una sana libidine senile. Senza contare che lui, Agamennone, per quella guerra, aveva fatto una rinuncia di quelle grosse grosse, il sacrificio cruento della figlia più cara, cosa che di sicuro avrebbe pagato un giorno o l’altro. Non che Achille fosse poi così innamorato, a quel tempo gli eroi erano intelligenti, mica si innamoravano, e poi di amiche e amici ne aveva anche lui quanti ne voleva; quello che gli bruciava era lo sgarbo. Lui era indiscutibilmente il più forte, se le cose erano andate bene fino a quel punto gran parte del merito era suo, e quel trombone di capo degli eserciti, con la sua barbetta ben curata e il pizzetto brizzolati, aveva anche lui il suo giro per tutte le orge che gli andava di organizzare: se si era impuntato per quella Briseide, con la scusa che aveva dovuto cedere la sua amante pure in –eide (Criseide) per calmare un Apollo arrabbiatissimo (a quei tempi l’ira scorreva a fiumi, non avevano ancora imparato a controllarla in vista del peggio), che aveva scatenato la solita pestilenza per l’assassinio dei suoi sacerdoti ex-mariti sia della sottratta che della contesa, era solo per far vedere chi comandava lì, mica per altro, e lui, lui Achille dico, questo proprio non glielo perdonava, gliel'avrebbe fatta pagare lì sul posto se non gliel'avesse impedito una dea… a lui e a tutto il corteo di falsi amici che gli dicevano di essere ragionevole, che insomma di bottino di guerra ne aveva accumulato a iosa, in schiavi ori e armi, e che se voleva gli cedevano qualcosa del proprio, ma che per favore la smettesse di fare il bambino viziato. Per una donna poi! Traditori bastardi tutti!
Non gli interessava niente a quelli, né di lui né del capo, volevano solo che la guerra finisse in fretta che almeno così tornavano a casa. Intanto invece le cose andavano che un giorno le prendeva uno, un giorno l’altro, e i morti non si contavano. Roba non molto importante, è vero: solo soldati semplici, fantaccini, servitori, carne beccata dai corvi, sangue che irrorava quella pianura secca, già rossa di polvere di suo e ora della poltiglia delle viscere e del sangue, che comunque non ci cresceva niente di niente lo stesso. Solo che ogni tanto ci lasciava le penne anche qualche guerriero con le sue armi e il suo cavallo, e la sua armatura!, fratello di un comandante, figlio di un re, e le famiglie a casa si lamentavano, che ci tenevano alla discendenza, loro, non si erano fatto il mazzo per prendere il potere per poi lasciarlo a qualche cugino sfaccendato o fratello degenere che nel frattempo, nel frattempo della guerra che andava avanti e non finiva mai, tenevano caldo il letto della regina e davano fondo alla dispensa e ai forzieri. E poi l’onore, l’onore! Una parola che, sembra, contava eccome, allora. Mentre oggi non serve nemmeno più per sciacquarsi la bocca. Magari è meglio così. Anche la vergogna, se è per questo… mentre allora persino i re, e anzi i re più di tutti in certi casi, erano i primi a provarla. Non si vergognavano di vergognarsi. Per dire che un po’ di grandezza ce l’avevano… Achille invece no, stavolta. E avrebbe dovuto, come quella volta che l’avevano vestito da femmina per evitargli la guerra e il destino che lo aspettava, non dico altro perché se no rovino il finale… e al tintinnio delle armi, si è tolto tutta quella mascherata e così al suo destino è andato incontro di corsa, con gran dispiacere della mamma, che sarà anche stata una divinità (minore però), ma era pur sempre una mamma. Anche i greci! Va be’…

Erano epoche, quelle, in cui il tempo era piuttosto ondivago, ancora incerto su se stesso, cosa era o non era, che direzione darsi, che senso aveva o doveva prendere, così andava da una parte e poi dall’altra, si fermava, tornava indietro, rallentava, accelerava, si stiracchiava, si avvitava su se stesso e a volte persino si dimenticava di se stesso e prendeva delle lunghe pause, si assentava, e sebbene la cronologia avesse raggiunto una sua pace aritmetica sommando un anno all’altro, stagione dopo stagione, come da programma, senza indagare oltre, questo non sembrava avere un influsso determinante sulla vita degli uomini,  e i loro anni si allungavano e contraevano senza avere una lunghezza e un ritmo regolari, tutto era imprevedibile, a volte certi anni, singolarmente o a mucchietti, venivano magari ufficialmente contabilizzati, ma poi, a guardare a ritroso, erano stati saltati del tutto, non solo non erano ricordati o non era successo niente di niente (questo accade anche oggi, e sono anni benedetti), ma proprio non c’erano stati, c’era un buco di tutto tranne che nei calendari, la gente manco se ne rendeva conto, per cui magari uno partiva per un viaggio e aveva un sacco di avventure e quando tornava erano passati pochi giorni o viceversa intere generazioni, e tutto era diverso e insieme uguale, o uguale ma pure diversissimo, e un altro andava in guerra giovanetto imberbe, ci stava 10 anni, veniva ucciso poco prima che terminasse, e poi si scopre che viene vendicato da un figlio di 20 o più anni che chissà da dove era sbucato, e ciascuno aveva un tempo suo che raramente coincideva con quello degli altri, e allora solo per poco, ma quel poco era tremendo, di gioia selvaggia o di lutto indicibile che non si vedeva l’ora finisse e invece non finiva mai, mai.

10/02/17

L’epopea di Gilgameš


C’è questo Gilgameš che, come tutti noi, così dicono, è figlio di un dio, ma che diversamente da noi che ce ne siamo dimenticati e quindi pensiamo di essere solo umani e quindi che prima o poi, beh, insomma... si sa, ci tocca morire, lui invece se lo ricorda benissimo, perché è un grande re, è bello, e forte, e ha tutti questi poteri che gli altri esseri viventi, e gli uomini comuni in particolare, non hanno, ed è per questo che quando scopre che di un dio sarà pure figlio, ma lui un dio in tutto e per tutto non è, e che quindi prima o poi anche lui... insomma: quello... ci siamo capiti... ci resta proprio male e non riesce a farsene una ragione. Per gli altri sarà anche ingiusto, ma non così tanto, che gli altri mica sono come lui... ma lui, dài... non è possibile! e proprio non si rassegna. Non gli possono fare un’ingiustizia del genere! È un’infamia! Ci sarà pure un modo per evitarlo... che poi magari vien buono per tutti. Il risvolto umanitario si trova sempre. Di figli di dio come lui, con queste belle pensate, lui non lo sa, ma il mondo è pieno... però va bene, è da apprezzare lo stesso. Anche perché fanno tutti una brutta fine, per questo, che a un pessimista verrebbe da pensare che è così che va a finire, sempre, la generosità. Insomma, Gilgameš si chiede cosa può fare, ma all’inizio non è che ci pensa tanto: è un re di un grande regno, che lui rende sempre più potente, uno che viaggia, compie imprese, perché ci tiene al suo buon nome, tanto più che la gloria è anche un modo per non morire del tutto, come diceva il poeta, ma è anche un giovanotto piuttosto arrogante e prepotente e libidinoso, come si addice a uno che per nascita, biologia e censo è superiore a tutti, e i suoi sudditi lo ammirano, ma alla lunga si stancano anche (specie i mariti, che non gradiscono il fatto che le fresche mogliettine, tutte vergini ovviamente, vengano prima deflorate da lui, con il rischio alquanto plausibile di non reggere poi, loro, il confronto) e insomma tutti quanti pregano gli dei che mandino qualcuno che gli faccia abbassare le arie.
Così gli dei creano un uomo selvatico, ispido, sporco, fortissimo, ma piuttosto sempliciotto, chiamato Enkidu, che vive nella steppa e nei boschi con le fiere, in totale simbiosi, tanto che alcuni malignano di rapporti anche più intimi..., e grugnisce e muggisce e ruggisce e si intende benissimo con tutte, si nutre di erbe come loro e scorrazza giulivo in lungo e in largo senza pensieri, spaventando però i contadini e i cacciatori, liberando le fiere catturate e imperversando al loro fianco. Un bestione anche simpatico, che appena entra in scena si capisce subito che diventerà amico inseparabile del protagonista e che se qualcuno dovrà morire, come in tutti i film hollywoodiani che si rispettano, quello sarà lui, e molto probabilmente al posto di quell’altro, in sua vece, come la capra al posto di Isacco, come tutti gli animali al posto degli uomini. Intanto però gli dei lo hanno creato per contrastarlo, questo amico predestinato, Gilgameš, ma lui, essendo sempliciotto, viene buggerato. Da una donna, manco a dirlo. Sono le donne che fanno uscire dall’eden e entrare nella cultura, o nella civiltà, se si preferisce, nelle dolcezze dell’infelicità. Questo è quanto dicono gli uomini, perlomeno. Gli mandano una prostituta sacra che gli insegna tutti i segreti della carne per sei giorni e sette notti (è una formula che ritorna spesso), facendogli recuperare in una volta sola tutta l’astinenza pregressa, dopo di che lui è come se si svegliasse al mondo, mentre io, e chiunque come me, sarebbe crollato molto, ma molto prima, anche se poi mi sarei vantato della performance come tutti... La prostituta lo porta in città, lavato, pettinato, profumato e ben vestito, e lì, anche se così conciato sembra un po’ un fighetto di taglia xxxxl, sfida Gilgameš, e cosa strana, lo vince, ma in realtà poi non lo vince davvero, e lo sconfitto, magnanimo, prende a volergli bene e lo coccola e lo impone anche al popolo come il miglior amico che gli dei potessero inviargli. Che vi avevo detto?

Ne fanno insieme di cotte e di crude, finché non gli viene in mente di tentare l’impresa delle imprese, quella di andare in una montagna sacra coperta di grandissimi cedri, che poi sarebbero venuti utilissimi per i palazzi e l’edilizia di lusso della capitale, la grande metropoli di Uruk, già dotata da Gilgameš di possenti mura di mattone cotto, e di ammazzare il custode Hubaba, un mostro protetto da una cooperativa di dei che lo hanno dotato di forze e strumenti di guerra insuperabili. Eppure i due, dopo una lotta memorabile, ce la fanno, con l’aiuto non secondario, bisogna dirlo, dei doni del dio supremo che li ha presi sotto la sua ala. Immobilizzano e poi, nonostante le suppliche, macellano il mostro, o demone, o incarnazione di tutti i mali, che almeno sparissero per sempre con lui!, e se ne vanno carichi di bottino e di fama. Le montagne e le foreste tremano, scosse da brividi, e anche gli dei non sono contentissimi quando i due depongono la testa tagliata davanti a loro (un’usanza che da quelle parti non è mai venuta meno, perché loro, diversamente da noi rinnegati, alle tradizioni ci tengono); specie Enlil, potentissimo dio della terra e parecchio altro ancora, che al defunto era particolarmente affezionato.

I due non si preoccupano e quando tornano sono feste e canti e danze per tutti! La gloria rifulge attorno a loro. Attorno a Gilgameš, in particolare, tanto che vedendolo, Ištar, la dea dell’amore, per non smentire il suo titolo, è presa dalla foia per lui e gli si offre senza mezzi termini. Di corsa uno ci andrebbe! Vogliamo scherzare? La dea dell’amore! Altro che tutte le sciacquette e gli sciacquetti che girano per la corte e in città! Godurie mirabolanti, come minimo... impensabili! Invece Gilgameš le dice di no! No??? ...eh no! Mica è scemo! Lo sa che fine hanno fatto tutti i suoi amanti una volta che se ne è saziata... non solo, glielo rinfaccia anche! Le dà, senza mezzi termini, della troia! strega e vampira e assassina... Un tatto squisito. Una volta a palazzo usava così (le moine arrivano dopo, con i francesi e quei loro baffettini a filo di labbro). Che già rifiutare una donna, anche racchia (mi scuso per la mia, di indelicatezza), uno si attira odio eterno e vendetta garantita, figurarsi una che, oltre che dea dell’amore, lo è anche della guerra! Perché a quei tempi avevano le idee chiare e non avevano ancora diviso l’endiadi come faranno, per esempio, greci e romani, salvo poi cercare di rimediare, parzialmente quanto meno, facendo dei rispettivi titolari due amanti. Va be’, Gilgameš, l’impavido, non cede, lascia il talamo della dea vuoto e desolato. Uno si aspetterebbe che la dea oltraggiata si faccia vendetta da sé, che ci vuole?, e invece no, come una bambina viziata lei va a chiedere aiuto al babbo e ai famigliari. C’ha la bua, poverina! Fa i capricci. Lo voglio morto, lui e quel bifolco calzato e vestito del suo amichetto! Pretende un Toro Celeste che li stermini, compresi un bel po’ di concittadini, già che c’è. Gli dei glielo confezionano seduta stante e lo spediscono a Uruk, dove appunto imperversa spargendo stragi su stragi. Poi però arrivano i due amigos, che all’inizio tremano di paura (sono forti e coraggiosi, ma non cretini: il pericolo lo vedono, e ne sono atterriti) ma poi si riprendono e decidono di affrontare lo stesso il Toro e le proprie paure (il coraggio sarebbe questo, dicono i filosofi, che raramente ce l’hanno però; non che io sia meglio, sia chiaro...). Dopo una lotta furiosa, Gilgameš trattiene per la coda il bestione inferocito e gli conficca lo spadone nel coppino. Poi, invece di tagliargli la testa, che è un onore che si fa solo agli uomini, gli strappano il cuore e lo offrono al loro protettore, il dio del sole e della saggezza. Ištar naturalmente ci resta malissimo, torna a lamentarsi e in più lancia maledizioni belle a sentirsi. Enkidu, che sarà anche forte ma non brilla per intelligenza, strappa una coscia al toro e gliela scaglia contro. Non bisogna esagerare con le umiliazioni! Anzi, a rigore non si dovrebbe nemmeno umiliare. Ma questa è storia recente, quindi lasciamo perdere. La dea corre di nuovo dagli dei e stavolta, appoggiata anche da Enlil, già furioso per  la brutta storia del suo protetto Hubaba, ottiene dal consiglio il decreto che uno dei due deve morire. E a chi toccherà mai, secondo voi? Dovrebbe essere Gilgameš, a essere onesti, ma dopo i soliti negoziati, immagino, si accontentano di far morire Enkidu. Q.E.D.
C’è sempre qualche dio tra i piedi. Un pover’uomo non può starsene un momento in santa pace che qualcuno degli dei superni, o sottani, arriva a tampinarlo, gli manda un sogno, una punizione, a volte anche un aiuto. Non resistono a starsene per conto loro, hanno sempre bisogno di essere temuti, pregati, adulati, invocati, al limite anche maledetti, ma guai a fargli uno sgarbo! Sono una brutta razza, è risaputo... a quei tempi ancora di più, antichi e bambini al contempo, volubili, irritabili, che basta un niente che decidono di sterminare gli uomini, mandare cataclismi, carestie, pestilenze... Diluvi! Troppo facile, così! E se anche per una volta sembra che ci passino sopra, stiamo certi che la punizione arriva, se non al primo colpo, al secondo; e se non direttamente, di lato. Ma allora è ancora più tremenda. Non colpisce te, o Gilgameš, ma individua ciò che ti è più caro, come Enkidu, ed è su questo che si accanisce. Non di te stesso ti priva, che allora amen, uno non ci pensa più, ma ti fa vivere senza ciò che era la tua vita. Nel dolore che non muore. È la loro misericordia.
Altro che fama imperitura! In quei momenti il desiderio di lasciare ai posteri un nome duraturo, compiendo imprese, sfidando mostri, abbattendo nemici potenti e altre iniziative testosteroniche, si rivela per quel che era: puro fumo, niente, fame di vento..., perché chi se ne frega dei posteri, in fondo, il postero voglio essere io, solo questo conta! Io con i miei cari! Non senza... Ma la morte, per il povero Enkidu, non tarda ad arrivare. Il regno buio, la casa di polvere, prima si affaccia nei suoi sogni, poi comincia a corroderlo dal didentro per giorni e giorni, senza pietà né remissione. Che sia maledetta in eterno! Non valgono lacrime né preghiere. Le offerte, abbondantissime, lusingano gli dei, che appena sentono un profumo di sacrifici accorrono come mosche (viene usata proprio questa formula), ma stavolta non si lasciano impietosire. I loro capricci di gentaglia viziata diventano legge. Figurarsi che, quando ancora si degnavano di abitare sulla terra, avevano decretato il diluvio perché infastiditi dal numero degli uomini e dal chiasso che facevano, che allora non c’erano nemmeno le fabbriche, gli aerei e le discoteche... Che poi si sono pentiti, a vedere tutto quello sterminio, ma tant’è: ormai il disastro era fatto E per fortuna che ci aveva pensato Ea (dio, tra l’altro, delle acque dolci e della sapienza) a salvarne uno, cioè il saggio re Utnapištim e tutta la sua famiglia servi compresi... anche se poi c’è stato pure chi, pentito o meno, si è risentito che il segreto era stato spifferato... il solito Enlil, che però alla fine, come se niente fosse, non solo lascia sopravvivere il buon Utnapištin, ma gli concede per soprammercato la vita eterna, alla faccia delle coerenza. 

Gli eroi invece hanno una parola sola: gente seria, forte, capace di grandi gesta e sacrifici, ma anche squassata da sentimenti smisurati, inclusa la paura, immensa, indomabile, sfrenata! ...gente che non si vergogna di piangere, e anzi vi si abbandona anche in pubblico con tutto il repertorio di vesti e capelli strappati e altre pagliacciate di contorno... mica sono stati sedati dalla società delle buone maniere, repressi e incitrulliti! ...si concedono tutto alla grande, persino le debolezze, e proprio questo ce li fa amare ancora di più: non perché tramite queste debolezze li assimiliamo a noi, ma perché proprio esse ci mostrano la loro incommensurabilità. E noi ci stupiamo e li ammiriamo. Cioè li amiamo. Li amiamo senza chiedere niente, per pura gratitudine. Attraverso la quale, solo, ci accostiamo a loro e siamo davvero prossimi... Tale è la grandezza, la scintilla divina, che in sé ogni gratitudine contiene.
I sogni portano agli amici meraviglia e terrore, e la consapevolezza definitiva che “la fine della vita è dolore”. Se è per questo basta essere un po’ svegli per accorgersene. Ma pazienza, a quei tempi l’ultima parola spettava sempre ai sogni. La realtà viene dopo. A mettere il sigillo. Ma quello definitivo, allora: come il verme che esce dalla narice di Enkidu, che solo quando appare si decidono a seppellirlo.
I sogni sono l’annuncio o la ratifica: vengono dagli dei, come è noto, quei creatori instancabili, di fuffa piuttosto che di niente, e allora la loro sentenza è definitiva, non rivedibile. E questa storia, di sogni è piena; forse essa stessa è sognata.
Solo quando l’amico del cuore muore, Gilgameš è sopraffatto dalla vera e profonda consapevolezza di essere lui pure mortale. Prima era un pensiero vago, qualcosa di lontano, forse nemmeno così grave come si dice... qualcosa che si può aggiustare... Ora invece, “contaminato dall’inquietudine”, si dispera, sprofonda nell’angoscia più nera, ma poi, da quello spirito indomito che è, decide di mettersi in cammino a cercare l’unico uomo che abbia ottenuto l’immortalità (in realtà anche la moglie... ma quella non conta, è inclusa nel pacchetto regalo degli dei), il citato Utnapištin, la cui storia viene poi raccontata diffusamente per quanto a ben vedere c’entri poco. Per raggiungerlo Gilgameš attraversa le viscere della terra in dodici ore doppie (è scritto proprio così: ed è come se queste ore fossero infinite) di tenebre, “con la carne degli dei nel suo corpo ma la disperazione nel cuore”, fino al giardino degli dei, dove gli viene consigliato di lasciar perdere e di godersela, intanto che può, che è in forze e ne ha tutti i mezzi. È un re mica per niente! Suggerimento sagace!, ma per chi ha la morte dentro, tutte quelle parole, al pari della saggezza racimolata durante le imprese e i viaggi, sono vuote. Aria pura. Cosa vuoi che gliene freghi di feste e banchetti o di qualche scopata?
Lascia stare, insiste però l’ostessa del giardino degli dei... torna a casa, è impossibile, non ce la puoi fare! Succeda quel che deve succedere, Gilgameš invece non desiste. Morire per morire, meglio rischiare di diventare immortale! Trova il traghettatore, lo tratta anche male già che c’è, distrugge le steli protettive come uno stupido arrogante, ma riesce a convincerlo a portarlo da Utnapištin, di là dal mare di morte. Però poi, quando arriva a destinazione, non riesce a superare la prova che gli farebbe ottenere l’immortalità, e invece di restare sveglio per i fatidici 6 giorni e 7 notti, come era stato capace di fare Enkidu con la prostituta sacra, si addormenta subito come un sasso. Neanche mezz’oretta resiste il poveretto, stracciato dalla fatica... crolla e tanti saluti! Non se ne accorge nemmeno. E non servono le scuse, al risveglio, una seconda possibilità non c’è. Inutile piangere e farsi compatire. Un po’ di dignità, che diamine! È finita! Capitolo chiuso!
Anche se... Anche se cosa? Ci sarebbe, suggerisce Utnapištin, o piuttosto sua moglie, impietosita, questa pianta in fondo al mare, che assicura l’eterna giovinezza... Una pianta irraggiungibile, spinosissima, ma il cui effetto è garantito. Nessun problema, fa Gilgameš, sarà irraggiungibile per gli altri, non per lui! ...e sulla via del ritorno, giunto al posto indicato in mezzo al mare, si lega delle pietre ai piedi, come i campioni di apnea che tentano i record, e si lascia andare giù, verso il fondo! ...sì, per non morire si attraversano i mari, si va agli inferi, si raggiungono i giardini degli dei, e si va in fondo, in fondo, giù, dove ci sono mostri e piante strane... una vita orrida sconosciuta, mai raggiunta dalla luce del sole... fiori di tenebra... il fondo del fondo!, da dove chissà se si potrà mai tornare... giù, dove si andrà comunque se si fallisce, se si muore... e intanto, in questo, la vita va... e se non tutta la vita, la vitalità, la gioia di vivere, la forza di affrontare le cose, di rivoltare il mondo... Però Gilgameš è Gilgameš, un eroe mica per caso, un testone che non molla mai, e arrivato sul fondo la pianta la trova e poi, liberatosi dalla zavorra, la porta su, per sé e per tutti. Non moriremo mai! Saremo sempre, tutti, giovani e belli! E non da qualche parte nei cieli, o in altre dimensioni, improbabili, temute e insieme ambite, ma qui, sulla terra, a casa nostra, tra i nostri amici. Sia gloria eterna a Gilgameš! 


Solo che poi, appena risalito sulla barca, lo stanco eroe si distrae e un serpente sbucato dagli abissi (un altro serpente? allora è un vizio!) gliela ruba e, spine o non spine, se la pappa tutta quanta. E subito cambia pelle. Quindi funzionava davvero! Intanto però il ladro si è di nuovo inabissato e chi lo ritrova più! Va a godersi l’eterna giovinezza, a sprecare questo dono inestimabile, come forse è destino che vadano sprecati tutti i doni del genere, da solo, in quei postacci bui e disabitati, che io in un buco del genere quello che vorrei sarebbe solo crepare in fretta... altro che giovinezza! E intanto la barca va, inarrestabile, solca le acque dolci e quelle salate, ripete la traversata a ritroso, e a nessuno sarà  più concesso di tentarla. Mai più. Mai più...
A Gilgameš allora non resta che tornarsene a casa, dove sarà accolto con giubilo e feste, dove potrà compiere magari altre imprese, governare con maggiore saggezza, quella che le esperienze, e anche la disillusione, lasciano in eredità, e fare incidere la sua storia su una stele, essere cantato ancora in vita, celebrato e ammirato e invidiato, e infine, come tutti, morire.
Perché alla fine, al contrario di tutti i film hollywoodiani che si rispettano, anche il protagonista morirà, per sempre, senza remissione, gloria o non gloria, regno o non regno, madre divina o non madre divina.
Poi sì, è vero, qualcuno racconta anche altre cose di lui, ma io solo questo ho sentito, e solo questo ho letto e racconto. E sebbene pure qui dentro ci sono altre storie, per stavolta non le riferirò. Solo questo dirò: in tutte la morte regna sovrana, ma sempre l’incanto le viene appresso.
Perché così è: la storia più antica nasce dalla più antica domanda, quella che l’uomo ha cominciato a farsi non appena è diventato uomo, cioè ha cominciato a pensare, cioè a pensare a se stesso: perché devo morire? E noi oggi questa storia non ci stanchiamo di leggerla perché anche noi continuiamo ancora a farcela, questa domanda, sempre senza risposta, sempre con lo stesso terrore e lo stesso meravigliato infinito sgomento.



L’epopea di Gilgameš, a cura di N. K. Sandars, trad. di Alessandro Passi, Adelphi, 1986
(Ma vedi anche, per chi preferisce le edizioni filologicamente più accurate e commentate, che ricostruisce tutte le vicende della saga e della sua tradizione con tante varianti e versioni alternative spesso bellissime di interi episodi, La Saga di Gilgameš, a cura di Giovanni Pettinato, postfazione di Silvia Maria Chiodi, ultima edizione Oscar grandi classici, Mondadori, 2004, ora purtroppo introvabile anche sulle piattaforme online.)