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01/01/19

Dei invidiosi, eroi che vengono smascherati, inganni e morti varie.
 (Achilleide - appunti 2)



Io sinceramente, ha detto quello che mi ha raccontato questa storia, davvero non capisco perché mai gli dei ce l’abbiano tanto con i figli degli uomini, e anche  i loro, gli eroi semidivini che nascono da quelle loro unioni meticce capricciose, che gli decretano sorti infauste a volte prima ancora che nascano, alle nozze dei genitori, senza che nemmeno questi gli abbiano potuto fare anche un solo torto… come se un mortale potesse davvero fargli qualcosa… a parte il fatto che essendo permalosi e piuttosto egocentrici, paranoici per dirla tutta, gli basta un pensiero fuggevole, laterale, un’intenzione abbozzata in un momento di sconforto o rabbia per urtarli… E neanch’io capisco, dico. Più mi sforzo, meno capisco. Per quel che serve, capire… Allora la smetto. Forse hanno invidia, continua lui. Ci dev’essere qualcosa, in questi esseri miserabili, che li disturba, che proprio non gli va giù. Forse quel che gli invidiano è proprio ciò che destinano loro nei modi più crudeli, la morte. Forse sono invidiosi del morire. Della possibilità, che loro non hanno, di chiudere una volta per tutte questa storia della vita che non finisce mai. Questa condanna al sempre. Perché niente è più pesante di sempre; perché sempre ti sta addosso ogni momento, ti toglie il gusto di qualsiasi cosa fai, che perde subito importanza, perché farlo, fare quella cosa lì, non esclude altro, ma semplicemente lo rinvia. Se non ora, domani, o dopo, o tra un milione di anni. C’è tutto il tempo. Miliardi e miliardi di anni. E poi altri miliardi. E altri ne sono già passati, infiniti. Sì, c’è tutto il fottuto tempo. Mentre agli uomini la fine fornisce un peso a tutto, anche a quello che non sembra averne, che non ne ha. Anzi, a quello più ancora. A quello più di tutto. E allora gliela fano pagare. Non glielo perdonano. Mettono dell’amaro ovunque. Ma poi finiscono per invidiare anche quello. Si inventano scaramucce, conflitti, corna, dispetti. Ma l’amaro, il negativo, non ce l’hanno. La paura non sanno cos’è.



A questo, aggiunse, mi sembra alluda anche la storia di quando Achille viene scoperto dopo che la madre lo aveva nascosto in un luogo segreto per tenerlo lontano dalla guerra, che l’avrebbe sì coperto di gloria imperitura, ma anche destinato a una morte precoce. Odisseo e il vecchio Nestore, come si sa, avevano escogitato un trucchetto per smascherare il giovane guerriero dopo che erano venuti a sapere che dimorava nel gineceo della reggia di Licomede, il quale si credeva furbissimo e li aveva sfidati a scovarlo, se ne erano capaci. Allora Odisseo aveva portato in dono alle ragazze del parthenon dei monili e delle belle vesti, ma in mezzo a queste aveva messo uno scudo e una lancia, di fronte alle quali il ragazzino non aveva resistito, appalesandosi in tal modo. Il momento è solenne, e anche il linguaggio si adegua, si scusa il narratore. Non si può escludere però che Achille si sia fatto scoprire per sua scelta, approfittando dell’occasione offertagli da Odisseo, nonostante certamente sapesse della profezia che gli gravava sul capo. Se anche mammina gliel’aveva taciuta, in Grecia ne erano a conoscenza tutti. Certe notizie fanno il giro del mondo in un amen. E lui magari aveva avuto tutto il tempo di pensarci e non gli era rimasto altro che aspettare l’occasione buona di uscire allo scoperto senza andarsela a cercare lui. A combattere a Troia lui non era tenuto, certo; non era stato tra i pretendenti di Elena, che al proposito avevano giurato, però dài, una guerra senza l’eroe più forte che guerra è? I Greci sapevano anche che senza di lui non ce l’avrebbero fatta. Et donc! E lui non vedeva l’ora. Perché va bene, stare in un gineceo per un giovane in piena tempesta ormonale ha i suoi vantaggi, di cui lui a quanto pare non ha mancato di approfittare, tanto che alcuni insinuano che proprio lì abbia messo incinta Deidamia, figlia del suo ospite (che ben gli sta… a meno che non l’avesse messo lì apposta per trovarsi un genero, e una consuocera, con agganci olimpici, che fanno sempre comodo...), che gli avrebbe dato il suo unico figlio, Neottolemo, che poi avrebbe ucciso, dopo la morte del padre, Priamo, padre di Ettore, e Astianatte, di Ettore figlio. (Quando parte per Troia, dopo la morte del padre, Neottolemo aveva, secondo alcuni, 12 anni (Graves, 641), il che non gli avrebbe impedito di ammazzare e stuprare a destra e a manca. Buon sangue non mente.) Ma questa è un’altra storia che qui ci interessa poco. Torniamo a Achille, dice il narratore. Va bene stare in un gineceo ecc., ma insomma il maschio, si sa, è un bastardo, e dopo consumato la donna preferisce lasciarla dov’è e andarsi a divertire con gli amici, sapendo che quella tanto aspetta a casa, o al limite un’altra in giro a trovarla fatica non si fa. Una o tante. Sono tutte uguali. Una volta accontentate, ciao. Che poi fanno la fila se non te le fili troppo. Ci pensano loro a rincorrerti, quelle scassamaroni. Pussa via! Un uomo è un uomo, e quello, quello del gineceo intendo, non è vivere, è una palla che non ti dico; va bene come svago, ma 9 anni sono 9 anni, un inferno! Non si può vivere 9 anni di moine e discorsi di moda e cucina in mezzo a uno stuolo di cretinette, vestito con veli frufrù e truccato di bistro, i capelli che puzzano di olî preziosi… Giorni dopo giorni dopo giorni tutti uguali, sempre la stessa solfa, con niente da fare, se non cose stupide, insignificanti. Ci vuole ben altro per un eroe! E questo ben altro è solo l’incombenza della morte che lo dà. La droga dell’adrenalina. La sfida. L’incertezza. Il rischio fatale. La possibilità che tutto, ma proprio tutto, finisca tra un istante. Se pensi a questo, mi fa il narratore, altro che inganno!, ti vien da pensare. Per cui, quando ha visto le armi, il giovanotto, che scemo non era, si è precipitato ad accaparrarsele scientemente, lasciando credere al furbissimo tracagnotto di Itaca di averlo fatto abboccare come il pesce Makò, per citare un mio amico pace all’anima sua, mentre in realtà è stato lui, facendo l’ingenuo, a farlo fesso, assicurandosi così la sua fedeltà, e quella dei suoi mandanti, una volta per tutte in un colpo solo. Ricordandogli ogni giorno, con la sua sola presenza, quanto erano stati intelligenti tutti, e lui Odisseo più di ogni altro, lo avrebbero onorato e gli sarebbero stati devoti senza sforzo, e senza quegli strascichi di invidia e rancori che i forti si portano sempre appresso. È la dialettica dell’ingannato e dell’ingannatore. La stessa di quella servo-signore. La sua nobile antenata. Lo sfruttamento ha sempre bisogno di nobilitarsi. L’inganno pure. Forse sono la stessa cosa.




Poi, come va a finire davvero, non si sa. Anche i più grandi devono morire. I divini genitori, che vorrebbero salvarli, non ce la fanno; in cielo non riescono a portare nessuno, se non tramutato in qualche stella, o costellazione. Poca roba.  L’immortalità se la sognano, quelli che ci pensano. Gli altri affrontano la morte come capita, alcuni spavaldi, altri terrorizzati, altri rassegnati. Sereno nessuno. Alcuni muoiono per cause stupide, per una fesseria, per una distrazione degli dei che a volte sono proprio approssimativi. Fanno le cose male. All’ingrosso. Tanto a loro che importa? Basta un niente, un tallone, e zac, sei fottuto. Potevano stare radiosi e felici nei Campi elisi, e invece sono tristi, incazzati, inconsolabili nell’Ade. Con solo qualche ricordo della vita, in genere vago, ma quanto basta a un rimpianto senza fine. L’oblio non funziona, la cancellazione non è mai totale. Qualcosa resta. Il peggio. 

12/07/18

C'era questo grande guerriero (Achilleide - appunti, 1)



C’era questo grande guerriero, Achille, che se ne stava in disparte nelle sue tende, molto adirato perché dei suoi cosiddetti amici gli avevano sottratto la sua schiava preferita e l’avevano assegnata a quel vecchio vanesio del capo, che ne aveva già a bizzeffe e non era neanche in grado di farle contente, o almeno così si sussurrava. Ma erano malignità, perché se uno si incapriccia così della preferita del suo guerriero più forte, uno da cui possono dipendere le sorti della guerra in corso, qualche capacità residua bisogna attribuirgliela per forza, al di là di una sana libidine senile. Senza contare che lui, Agamennone, per quella guerra, aveva fatto una rinuncia di quelle grosse grosse, il sacrificio cruento della figlia più cara, cosa che di sicuro avrebbe pagato un giorno o l’altro. Non che Achille fosse poi così innamorato, a quel tempo gli eroi erano intelligenti, mica si innamoravano, e poi di amiche e amici ne aveva anche lui quanti ne voleva; quello che gli bruciava era lo sgarbo. Lui era indiscutibilmente il più forte, se le cose erano andate bene fino a quel punto gran parte del merito era suo, e quel trombone di capo degli eserciti, con la sua barbetta ben curata e il pizzetto brizzolati, aveva anche lui il suo giro per tutte le orge che gli andava di organizzare: se si era impuntato per quella Briseide, con la scusa che aveva dovuto cedere la sua amante pure in –eide (Criseide) per calmare un Apollo arrabbiatissimo (a quei tempi l’ira scorreva a fiumi, non avevano ancora imparato a controllarla in vista del peggio), che aveva scatenato la solita pestilenza per l’assassinio dei suoi sacerdoti ex-mariti sia della sottratta che della contesa, era solo per far vedere chi comandava lì, mica per altro, e lui, lui Achille dico, questo proprio non glielo perdonava, gliel'avrebbe fatta pagare lì sul posto se non gliel'avesse impedito una dea… a lui e a tutto il corteo di falsi amici che gli dicevano di essere ragionevole, che insomma di bottino di guerra ne aveva accumulato a iosa, in schiavi ori e armi, e che se voleva gli cedevano qualcosa del proprio, ma che per favore la smettesse di fare il bambino viziato. Per una donna poi! Traditori bastardi tutti!
Non gli interessava niente a quelli, né di lui né del capo, volevano solo che la guerra finisse in fretta che almeno così tornavano a casa. Intanto invece le cose andavano che un giorno le prendeva uno, un giorno l’altro, e i morti non si contavano. Roba non molto importante, è vero: solo soldati semplici, fantaccini, servitori, carne beccata dai corvi, sangue che irrorava quella pianura secca, già rossa di polvere di suo e ora della poltiglia delle viscere e del sangue, che comunque non ci cresceva niente di niente lo stesso. Solo che ogni tanto ci lasciava le penne anche qualche guerriero con le sue armi e il suo cavallo, e la sua armatura!, fratello di un comandante, figlio di un re, e le famiglie a casa si lamentavano, che ci tenevano alla discendenza, loro, non si erano fatto il mazzo per prendere il potere per poi lasciarlo a qualche cugino sfaccendato o fratello degenere che nel frattempo, nel frattempo della guerra che andava avanti e non finiva mai, tenevano caldo il letto della regina e davano fondo alla dispensa e ai forzieri. E poi l’onore, l’onore! Una parola che, sembra, contava eccome, allora. Mentre oggi non serve nemmeno più per sciacquarsi la bocca. Magari è meglio così. Anche la vergogna, se è per questo… mentre allora persino i re, e anzi i re più di tutti in certi casi, erano i primi a provarla. Non si vergognavano di vergognarsi. Per dire che un po’ di grandezza ce l’avevano… Achille invece no, stavolta. E avrebbe dovuto, come quella volta che l’avevano vestito da femmina per evitargli la guerra e il destino che lo aspettava, non dico altro perché se no rovino il finale… e al tintinnio delle armi, si è tolto tutta quella mascherata e così al suo destino è andato incontro di corsa, con gran dispiacere della mamma, che sarà anche stata una divinità (minore però), ma era pur sempre una mamma. Anche i greci! Va be’…

Erano epoche, quelle, in cui il tempo era piuttosto ondivago, ancora incerto su se stesso, cosa era o non era, che direzione darsi, che senso aveva o doveva prendere, così andava da una parte e poi dall’altra, si fermava, tornava indietro, rallentava, accelerava, si stiracchiava, si avvitava su se stesso e a volte persino si dimenticava di se stesso e prendeva delle lunghe pause, si assentava, e sebbene la cronologia avesse raggiunto una sua pace aritmetica sommando un anno all’altro, stagione dopo stagione, come da programma, senza indagare oltre, questo non sembrava avere un influsso determinante sulla vita degli uomini,  e i loro anni si allungavano e contraevano senza avere una lunghezza e un ritmo regolari, tutto era imprevedibile, a volte certi anni, singolarmente o a mucchietti, venivano magari ufficialmente contabilizzati, ma poi, a guardare a ritroso, erano stati saltati del tutto, non solo non erano ricordati o non era successo niente di niente (questo accade anche oggi, e sono anni benedetti), ma proprio non c’erano stati, c’era un buco di tutto tranne che nei calendari, la gente manco se ne rendeva conto, per cui magari uno partiva per un viaggio e aveva un sacco di avventure e quando tornava erano passati pochi giorni o viceversa intere generazioni, e tutto era diverso e insieme uguale, o uguale ma pure diversissimo, e un altro andava in guerra giovanetto imberbe, ci stava 10 anni, veniva ucciso poco prima che terminasse, e poi si scopre che viene vendicato da un figlio di 20 o più anni che chissà da dove era sbucato, e ciascuno aveva un tempo suo che raramente coincideva con quello degli altri, e allora solo per poco, ma quel poco era tremendo, di gioia selvaggia o di lutto indicibile che non si vedeva l’ora finisse e invece non finiva mai, mai.