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03/05/17

Casabase (2001)



Senza il baseball sarebbe perfetto, confidava con malcelato orgoglio alle amiche, come a scusarsi della propria felicità. Meno male che un difetto ce l’ha, pensavano loro celando la propria invidia. Il baseball è la perfezione, sosteneva invece lui, da perfetto esteta.
Non per niente aveva studiato nella capitale quelle materie astruse, come le giudicava lei, del tutto estranee alle attività di famiglia nelle quali era scontato che si sarebbe inserito di lì a poco accanto al fratello maggiore, ma di fatto, perlomeno i primi tempi, sotto la sua guida (cioè il suo controllo). Gli studi nella capitale erano stati la concessione della famiglia alle stravaganze della giovinezza, non era nemmeno pensabile ma che li mettesse a frutto in una attività autonoma. D’altra parte, secondo il giudizio unanime, lui non aveva sufficiente carattere per farlo, a prescindere dalla follia di rinunciare alla ricchezza assicurata dalla famiglia e dal disonore di cui si sarebbe macchiato (e che soprattutto le avrebbe inferto). Prima però avrebbe dovuto completare nuovi studi, più utili. E sposarsi (cioè mettere la testa a posto). La data del matrimonio era stata già fissata per la primavera dell’anno successivo.
Lei avrebbe aspettato con pazienza (che altro avrebbe potuto fare?), ma anche con gioia, l’evento che i suoi genitori nella loro saggezza avevano predisposto per il suo futuro, una volta tanto venendo esattamente incontro ai suoi desideri (altrimenti cosa sarebbero stati saggi a fare?). Si preparava alla cerimonia ripetendo ogni gesto e espressione e parola dei riti tradizionali fino a raggiungere la perfezione della naturalezza, e pensava al proprio futuro nella forma della casa che lei avrebbe arredato (contribuito ad arredare, ma imprimendole sempre più il proprio tocco personale).
La prima volta che i fidanzati si recarono insieme, con i crismi dell’ufficialità, nel capoluogo della regione (in treno, perché lui odiava guidare e per nulla al mondo avrebbe chiesto al padre di usufruire dei servigi del suo autista), lui insistette per visitare innanzitutto il vecchio stadio della sua squadra del cuore, che lì aveva vissuto le stagioni migliori. Da quando si era trasferita nel modernissimo nuovo impianto, era entrata nella mediocrità e non ne era più uscita (il tifoso se ne frega della nobiltà della sconfitta). Per lui, più che una visita, quello era un pellegrinaggio; e lei, sia pure con qualche adattamento, si era sforzata di capirlo (era molto religiosa). Poi avrebbero dedicato il pomeriggio a un giro esplorativo per negozi e empori, soprattutto di arredamento, per vedere da vicino alcuni oggetti e mobili che già avevano individuato nelle riviste specializzate e nei progetti fantasiosi dei cosiddetti architetti d’interni.
Avevano deciso che la loro casa, che nei primi tempi sarebbe stato un grande appartamento con attico in uno dei palazzi di proprietà della famiglia di lui, se la sarebbero sistemata per proprio conto, senza troppe ingerenze. Avrebbero consultato i famigliari più avanti, per rispetto, sicuri della loro approvazione e disposti a concedere qualcosa, purché non stravolgesse l’armonia complessiva. Lui aveva gusti precisi (roba postmoderna e ultratecnologica), anche se un po’ troppo radicali per lei, che comunque, avendo ricevuto un’educazione tradizionale, non si sarebbe mai permessa di muovere obiezioni, esplicite quantomeno. Col tempo li avrebbe addirittura condivisi: sono i portati dell’amore.
Lo stadio, cinto da un obi di strade sopraelevate, sorgeva in un sobborgo periferico di esemplare squallore moderno, composto quasi esclusivamente da palazzine per uffici, magazzini, parcheggi, pochi bar e ristoranti, parcheggi e, nelle viuzze più nascoste, da qualche locale equivoco (quanto mai esplicito, cioè). La sera il quartiere si sarebbe svuotato come una vescica, per riempirsi probabilmente, come una vescica, di altre scorie, umane e non; ma di giorno li accolse quasi festoso, tra strade e marciapiedi intasati da gente indaffarata, con insegne colorate, tabelloni elettronici e scritte luminose, tra le quali spiccavano, proprio sopra l’ingresso principale dello stadio che ne era interamente tappezzato, le sagome al neon di una giovane coppietta sormontate da una scritta lampeggiante che propagandava casette prefabbricate.
I fidanzati (lui nascondendo a fatica l’emozione) si fermarono nel piazzale antistante ad ammirare lo spettacolo imprevisto e a decifrare immagini, scritte e, lui, l’ossatura nascosta dello stadio, poi, sorridendosi con complicità, imboccarono la porta monumentale. All’uscita del tunnel c’era un parcheggio che si diramava a raggiera a partire dall’area vuota di casabase, con le due fasce centrali che terminavano esattamente dove una volta c’erano la prima e la terza base. Dietro il parcheggio, protetto dalle gradinate solo in parte smantellate, c’era un piccolo quartiere di casette prefabbricate addossate l’una all’altra, di varia forma e grandezza, ma tutte di tipo occidentale (svizzero, bavarese, mediterraneo, inglese, scandinavo, americano: non c’era che da scegliere).
Lui rimase come folgorato; lei solo sorpresa, piacevolmente però. Prendendola per mano, lui raggiunse di corsa il luogo corrispondente al piatto di battuta e vi sostò immobile e silenzioso per un tempo che a lei sembrò infinito; poi ruotò un paio di volte su se stesso, lentamente, senza allentare la presa come se stringesse una mazza, per avere una panoramica completa dell’interno dello stadio (costringendola in tal modo a ruotare attorno a lui con passettini goffi che la fecero arrossire) e infine, come uno che abbia preso una decisione repentina ma definitiva, puntò con passo risoluto verso le villette e, scortato da un venditore che si era immediatamente quanto cerimoniosamente avvicinato, la costrinse a visitare tutto il quartiere nel dettaglio.
La visita durò tre ore: lei ne fu prima divertita, poi incantata e infine sfiancata, ma sempre confusa. Mentre passavano da una casetta all’altra, ciascuna arredata con mobili in stile ma con qualche concessione alle consuetudini nazionali, lui si informò sui prezzi, le condizioni di vendita, la tipologia degli acquirenti, le differenti possibilità di combinazione delle componenti prefabbricate e i problemi relativi al loro trasporto, con un tale enigmatico puntiglio che a un certo punto il venditore, disorientato, fu costretto a chiamare il suo superiore, sia perché non era in grado di rispondere a molte domande, sia perché anche lui aveva cominciato a porsene su quello strano cliente, se mai lo era, e a chiedersi perciò se era il caso di fornirgli anche le risposte che conosceva. Dopo aver parlottato brevemente con il visitatore, il capo disse al venditore di offrire un tè (o una coca) alla signorina e si chiuse con lui nel piccolo cubo dell’ufficio, dove rimasero un’oretta a discutere. Uscirono entrambi sorridenti, lui con una cartelletta ricolma di fogli e depliant.
Dopo un breve spuntino, non rimase molto tempo per i negozi, ma non importava: lui era allegro, la faceva ridere e la sommergeva di regalini; lei pensava a quale delle casette avrebbe preferito abitare e quale era piaciuta di più a lui, che si era soffermato a lungo in una piuttosto grande, di modello americano, in fondo al quartierino, appena sotto le gradinate. Ma poi non le aveva detto niente: forse aveva già una idea sua e voleva farle una sorpresa.
Alla stazione, lui fu tentato di fermarsi a dormire in città per assistere alla partita della sua squadra, che in quel turno avrebbe giocato di sera, e farla partire da sola (che si fermasse a dormire anche lei era fuori discussione), ma bastò una breve riflessione a convincerlo che non era il caso di metterla in imbarazzo, e tantomeno di rovinare una giornata perfetta con l’amarezza finale di una sconfitta certa. Così salì sul treno assieme a lei, che, esausta, dormì per tutto il viaggio.

Nelle settimane successive lo vide poco: era sempre negli uffici direttivi del gruppo di famiglia a rovistare negli archivi informatici, a studiare mappe, capitolati, liste clienti e bilanci, e a seguire nelle loro differenti mansioni il padre e il fratello, che non sapevano come spiegarsi tanta improvvisa dedizione. Alla fine chiese loro un colloquio formale e, col sussidio di tabelle, grafici e animazioni digitali, illustrò agli stupefatti famigliari come fosse arrivato alla conclusione che le loro attività, soprattutto quelle immobiliari, potevano espandersi notevolmente grazie alla saturazione del mercato metropolitano e al prezzo ormai folle raggiunto dalle abitazioni, per tacere del degrado della qualità della vita. A suo parere il numero dei cittadini che nell’immediato si sarebbe trasferito in provincia, per scelta o per necessità, sarebbe aumentato in misura esponenziale e il loro dipartimento sarebbe stato una delle mete privilegiate, in virtù dello sfruttamento ancora limitato del territorio e dell’abbondanza dei servizi e delle comunicazioni. Per non parlare delle bellezze del paesaggio, a cui i connazionali erano così sensibili. Pertanto si rendeva indispensabile creare una succursale in città che si dedicasse alla ricerca di alleanze imprenditoriali e commerciali, alla promozione e alle relazioni sociali, e lui propose che gliene fosse affidata la direzione. In merito aveva già delle idee che tratteggiò in modo sintetico, fermo restando che ogni decisione sarebbe stata rimessa al consiglio direttivo (in pratica all’arbitrio paterno).
Padre e fratello, colpiti dalla sua intraprendenza e dalle ragioni che aveva addotto mettendo finalmente a frutto la sua immaginazione su problemi concreti, avevano accondisceso con sollievo, quasi con commozione. Al padre, che proprio perché agnostico si dilettava a leggere classici delle religioni, tornò alla memoria la parabola del figliol prodigo; in ogni caso, per alleviarlo dalle incombenze pratiche e fornirgli il supporto tecnico indispensabile (per controllare che la sua testa balzana non si risvegliasse di punto in bianco con sorprese sgradevoli), gli avrebbe affiancato come vicedirettore un uomo di fiducia.
La sorpresa venne più avanti, quando, organizzate infrastrutture e maestranze e avviata in modo alquanto promettente l’attività, ed essendo il matrimonio imminente, si pose il problema dell’abitazione cittadina per la nuova famigliola. Lui era stanco della spola settimanale, voleva ragionevolmente avere la moglie accanto e, altrettanto ragionevolmente, non si sarebbe più adattato a vivere in un albergo, per quanto lussuoso: dichiarò che voleva affittare una delle casette dello stadio e che non si sarebbe accontentato di nient’altro. Le casette, per la verità, servivano solo da dimostrazione e quindi non erano in vendita né tantomeno potevano essere affittate, ma l’ostacolo, disse, si poteva aggirare approfittando delle conoscenze che aveva stretto nel settore e proponendo un affitto alto (per il momento, preferì tacere di avere acquistato in borsa con buona parte del patrimonio personale una quota, non grande ma significativa, dell’immobiliare che costruiva le villette). Se qualcuno avesse veramente vissuto in una di esse, spiegò ai responsabili (che invece aveva messo a conoscenza della sua partecipazione), i visitatori avrebbero potuto verificarne la comodità e la funzionalità; la moglie non avrebbe rifiutato di far entrare nella loro abitazione chi lo avesse richiesto e inoltre, di notte, loro avrebbero fatto in un certo modo da sorveglianti permanenti, in aggiunta a quelli dell’istituto privato, che però si preoccupavano soprattutto di fare la ronda attorno allo stadio.
Insomma, la cosa andò in porto e, celebrate le nozze, i due si trasferirono proprio nella villetta a ridosso delle gradinate in cui si erano soffermati in occasione della prima visita, rinunciando a ogni progetto di nuovo arredamento e accontentandosi di migliorare quello già esistente. Le giornate passavano tranquille: lui nei suoi uffici, dove dimostrava in modo sempre più convincente la bontà delle sue intuizioni; lei nella casetta, dapprima un po’ sola e intimidita, poi felice delle amicizie con venditori e impiegati e squisita nel ricevere i pochi visitatori che avevano l’ardire di chiedere di entrare. Tra l’altro, anche l’idea di mostrare concretamente l’abitabilità del prodotto si rivelò eccellente: le vendite aumentarono e con esse i guadagni suoi e della famiglia perché, una volta verificata la bontà della sua intuizione, non solo aveva informato la famiglia della sua partecipazione nell’immobiliare, ma l’aveva anche indotta a stringere degli accordi per la compravendita dei terreni e la commercializzazione nella provincia.
La sera gli sposini restavano soli, a parte la comparsa sporadica delle guardie che ogni tanto davano un’occhiata anche all’interno, ma si guardavano bene dal disturbarli se non espressamente invitati. La primavera era al colmo della sua perfezione, la temperatura era mite e lui, quando non uscivano, la portava nei vari settori delle gradinate e le raccontava delle partite a cui aveva assistito in compagnia del padre o del fratello, ne ricordava con precisione fiamminga ogni dettaglio e momento, le illustrava i momenti decisivi delle serie di playoff e finali, che conosceva a memoria per averne visto e rivisto le registrazioni, le specificava la disposizione dei giocatori, i nomi, i ruoli, le qualità, i numeri e le statistiche, mimando i gesti più spettacolari, le salvezze più acrobatiche e le battute di sacrificio, indicando la traiettoria e la velocità degli strike, la direzione e la lunghezza delle valide e soffermandosi a illustrare in tutta la loro gloria i fuoricampo più spettacolari (tutti).
Talvolta scendevano nel quartiere e lui si fermava tra i vialetti o entrava nelle case per segnalare i punti esatti delle eliminazioni al volo o dove era caduta la pallina che aveva permesso ai corridori di portare a casa i punti decisivi. Nel farlo, come preso da sacro furore o perso in contemplazioni estatiche, aggiungeva considerazioni che sembravano non aver nulla a che fare col gioco (e che lei comunque non capiva: né in un senso, quello letterale, né nell’altro, qualunque esso fosse) e ogni tanto la abbracciava; e non era raro che la tenerezza si tramutasse in ardore, che spesso veniva spento sul posto, giardinetto, stanza o marciapiede che fosse.
Lei ne era estasiata. Era come se la passione che animava il marito e che aveva impregnato lo stadio lungo tutta la sua storia fosse tornata a sprigionarsi e a circolare in lui, con un flusso ininterrotto, da un aspetto della sua personalità e dei suoi pensieri a ogni altro, e quindi da lui a lei e da entrambi ai luoghi in cui vivevano e si amavano per tornare ampliati allo stadio stesso, che all’inizio le aveva trasmesso un senso di solitudine e di smarrimento, mentre ora le appariva come un meraviglioso hortus conclusus, un’isola incantata da cui il mondo si allontanava con uno schiocco di dita, un cosmico ventre materno a cielo aperto.
Per lui lo stadio non aveva misteri. Fin dai primi giorni, quando aveva qualche momento libero, aveva cominciato a perlustrarlo in ogni angolo: conosceva gli scantinati, le rampe che portavano ai diversi ordini di sedili, i sottoscala e i corridoi sotto le gradinate, i magazzini e gli spogliatoi, i locali che erano serviti da bar e da rivendite di ricordi e gadget, quelli del piccolo museo con i trofei, le foto e il composito reliquiario che testimoniava della storia della squadra, ogni bugigattolo, per quanto minuscolo e mimetizzato, dove venivano ammassate scope, stracci e detersivi, tubi di gomma, materiale di riparazione e attrezzi per accudire il terreno da gioco. Ogni volta tornava con qualche piccolo trofeo: una pallina, biglietti e depliant delle stagioni più disparate, cappellini, parastinchi, frammenti di mazze, che poi ripuliva, stirava, classificava in raccoglitori o incorniciava per esporli sulle pareti del salotto o della stanza, o, i più preziosi, in un tokonoma che aveva personalmente costruito contro l’unica parete cieca del salotto, curando con devozione ogni dettaglio e ricercando le stoffe più raffinate, che cambiava a seconda dell’oggetto esposto, accompagnato da calligrafie eseguite di suo pugno, alle quali dedicava intere serate di esercizio (perché non potevano essere meno che perfette).
Ogni tanto, nei weekend, lui invitava vecchi compagni di studi o di passione con i quali imbastiva delle partite nello spazio deserto del parcheggio. Equipaggiati di tutto punto, segnavano con il gesso le basi, creavano un provvisorio monte di lancio spostando con una carriola detriti e sabbia e giocavano per tutto il pomeriggio, fino allo sfinimento, tra discussioni di ogni genere e un ragguardevole consumo di birra. Il fatto che talvolta una palla finisse tra le case, di cui si erano premurati di chiudere le imposte, non faceva che rendere il gioco più complesso e divertente, dando il via a nuovi ricordi e a scherzi che i giovanotti trovavano divertentissimi. Intanto dalle gradinate lei, in compagnia di mogli e fidanzate, faceva il tifo da vera esperta e poi preparava la cena, che si sarebbe protratta fino a notte inoltrata. Capitava anche che qualche coppia si fermasse a dormire in qualche casetta, con la clausola di rassettarla alla perfezione prima di lasciarla.

Passarono così due anni e i due già cominciavano a pensare a un figlio che suggellasse con un supplemento glorioso la perfezione della loro unione (perché non è vero, diceva lui, che la perfezione, bastando a se stessa, si chiude soddisfatta a quanto la circonda: al contrario, trabocca senza venir meno), quando giunse l’ordinanza comunale di sgombero perché lo stadio doveva essere smantellato. Era noto anche a loro che il contratto di affitto dello stadio era a termine, ma, nonostante l’immobiliare avesse già predisposto lo sgombero e trovato nuovi spazi di esposizione, gli sposini ne avevano rimosso persino l’idea.
Cercarono in tutti i modi di allontanare la minaccia, ma alla fine dovettero cedere e tornarono in provincia, dove intanto, a loro insaputa, i famigliari avevano fatto costruire una copia perfetta della loro casa nel terreno più suggestivo delle loro proprietà, sul prestigioso “declivio degli aceri”. Lui però rifiutò di metterci piede: non voleva che la nuova vita fosse una replica tristemente imperfetta della vecchia; per la casa trovò senza difficoltà un acquirente e ne scelse una del tutto diversa e molto più ampia.
La vita sembrò riprendere il suo tran-tran, per quanto più attutito (ma sempre felice): lei si dedicava alla cura della nuova abitazione che si riempiva spesso di parenti e vecchie amiche in precedenza un po’ trascurate (colpa della distanza), lui si recava in città al mattino e tornava a tarda sera. A volte doveva trattenersi più a lungo per i molti impegni, e allora si fermava a dormire in un hotel nei pressi dell’ufficio. Ogni tanto sentiva il desiderio di andare a vedere come procedeva lo sgombero dello stadio, ma si faceva forza e se ne teneva lontano.
Una settimana rimase in città tutte le notti e non tornò a casa nemmeno per il weekend. In ufficio non rispondeva, all’hotel dissero che, pur non avendo disdetto la camera, non lo vedevano da mercoledì mattina e che il suo cellulare risultava sempre spento. La moglie, preoccupata, chiamò il cognato, con il quale era entrata in affettuosa confidenza, ma sia lui sia suo padre non avevano notizie da qualche giorno e persino i collaboratori più stretti e la segretaria non sapevano che cosa dire. Comunque non era il caso di preoccuparsi, si affrettò ad aggiungere il fratello: forse lui le aveva accennato qualcosa di sfuggita e aveva dimenticato di darne conferma (ma il primo pensiero di tutti fu un’amante); forse gli si era presentata l’opportunità, allettante quanto improrogabile, di un affare in cui si era gettato a corpo morto; ormai doveva essere abituata alle sue intuizioni improvvise che talvolta lo assorbivano tanto da fargli dimenticare tutto e tutti: probabilmente sarebbe spuntato da un momento all’altro, come se niente fosse. La convinsero ad aspettare il lunedì senza lasciarsi prendere dal panico (e intanto già pensavano a mettere in moto con discrezione una ricerca capillare, a 360 gradi, come si espresse il padre).
Il lunedì lui non aveva ancora dato sue notizie e non si presentò al lavoro. Lei si ricordò dello stadio e suggerì di cercarlo lì. Allo stadio, però, il caposquadra della demolizione affermò con sicurezza di non avere mai visto estranei all’interno del cantiere; del resto, l’ingresso era proibito e la sorveglianza continua, specie nei giorni che avevano preceduto lo smantellamento delle tribune con cariche esplosive. Un’ultima ispezione minuziosa era stata effettuata prima di far brillare le cariche. L’implosione aveva avuto luogo senza incidenti il giovedì prima: uno spettacolo grandioso che era stato trasmesso anche nei notiziari televisivi.

Dello scomparso non si ebbero più notizie, ma pare che nello sgombero, tra le macerie destinate alla costruzione di un nuovo molo nel porto cittadino, un ruspista abbia intravisto, nella benna gigantesca che stava scaricando su un camion pronto a partire, un guantone impolverato che teneva una pallina e, dentro il guantone, una mano e un avambraccio, bianchi, forse di gesso; ma era uno che beveva e l’aveva raccontato, come se fosse stata una fulminea allucinazione, solo ai compagni più fidati nella festicciola di chiusura dei lavori. Nessuno gli aveva creduto.
La giovane abbandonata, o vedova che dir si voglia, dopo un paio di settimane scoprì di essere incinta. Nei primi tempi, quando ancora tutti speravano che il marito tornasse da un momento all’altro, i suoceri e il cognato (celibe) le furono molto vicini, e ancora di più quando diede alla luce un bel maschietto. Trascorso il tempo legale perché la scomparsa fosse riconosciuta come definitiva, ma previo prudenziale divorzio (non si sa mai), il cognato le chiese se voleva sposarlo. Lei rispose di sì: per il bambino era come se già fosse il padre. E poi era una persona molto tenera, praticamente perfetta, se si escludeva una certa passione per il poker.



05/11/15

Yasunari Kawabata, Il lago, 1984



Dopo un periodo di ristagno (con la sola, seppur notevole eccezione di Le canzoni di Narayama, di Shichiro Fuzukawa, ed. Einaudi), sembra essersi aperto un momento favorevole per gli amanti della letteratura giapponese: molti nuovi autori sono stati tradotti (spesso per opera meritevole di editoriale Nuova) e altri già tradotti sono stati ristampati, talvolta con l’aggiunta di nuovi titoli. Tra le tante proposte vale la pena di soffermarsi su Il lago di Yasunari Kawabata, non tanto perché sia il migliore, quanto perché Kawabata, con Mishima e Tanizaki e grazie al premio Nobel ricevuto nel 1968, è stato uno dei promotori della letteratura giapponese in occidente. Il lago non è tra le sue opere più riuscite ma offre comunque, oltre all’occasione di riparlare sul suo autore, molti spunti di interesse.
Il racconto, ambientato nel Giappone del dopoguerra, rievocato di frequente come un basso continuo, è incentrato sulla figura di Ginpei Momoi, un ex insegnante di lettere ossessionato dai propri piedi sgraziati e soggetto alla coazione di inseguire le ragazze che incrocia per strada, come per un’ansia di purezza e di bellezza che proprio la deformità dei suoi piedi innesca. Egli intuisce che non potrà mai appagare quest’ansia, anche perché essa sottende una privazione ben più essenziale, e che i barlumi che ne coglie non appartengono a questo mondo, dal quale pure provengono, ma restano circoscritti alla sfera dell’ideale e del sogno, e sperimenta che, ogniqualvolta tenta di trovare uno sbocco reale, finisce con lo sprofondare sempre più nella sordidezza, propria e del mondo.
Come i colori che intravede dai finestrini del taxi, il mondo si divide in due ed egli è condannato alla parte più fredda e negativa: può bensì sporgersi per cogliere momentaneamente l’altra, ma essa gli è preclusa. Può solo venirgli incontro dal di fuori, ma quando entra in contatto con lui viene a sua volta degradata. Gli inseguimenti producono effetti benefici solo finché l’inseguita non se ne accorge (ma all’ambiguo piacere di inseguire fa riscontro quasi sempre quello di essere inseguita) e Ginpei rinuncia a colmare la distanza, come quando appende di soppiatto la gabbietta di lucciole, nella bellissima scena della festa sul lago, alla cintura di una ragazza. Altrimenti, in fondo all’inseguimento non può che profilarsi la figura della morte, la stessa figura (la morte del padre affogato nel lago e quella presunta di una figlia pure presunta di Ginpei abbandonata ancora in fasce) che ne sta forse alla sorgente. Più che i piedi allora, che ne sono come uno spostamento, sono i fantasmi della morte a perseguitare Ginpei corrodendo progressivamente la sua percezione della realtà, che finisce per mischiarsi inestricabilmente con l’immaginazione, i ricordi, i desideri, le allucinazioni e le fobie.
Sulla sovrapposizione di questi piani Kawabata basa il fluire della narrazione, passando dall’uno all’altro senza soluzione di continuità, secondo linee temporali diverse e in modo che nel loro rincorrersi, richiamarsi e ripetersi, da uno possa nascerne un altro, parallelo, concomitante anche per aspetti in apparenza secondari, e più profondo, come una specie di origine del primo. Si ha però talvolta l’impressione che lo scrittore trovi i vari elementi di volta in volta, quasi per vie casuali. Poi ci si accorge che in qualche modo “fanno sistema”, ma un sistema non perspicuo, enigmatico come il personaggio di cui ripetono insieme le modalità di pensiero e l’incapacità di analisi. Solo che questa incapacità Kawabata pensa bene di colmarla con interventi di narratore onnisciente, con commenti e specificazioni extadiegetiche, senza dubbio chiarificatori per il lettore ma non sempre necessari e talvolta in contraddizione con lo stile dominante del libro e con la sua costruzione: non va a fondo né dell’uno né dell’altro aspetto, cioè.
Il fatto è che, come a tratti sa di psicologia occidentale applicata il personaggio di Ginpei, e anche prescindendo da considerazioni effettistiche (dire una cosa o tacere l’altra ad hoc), è come se Kawabata abbia costruito il suo libro di mano in mano, in modo piuttosto frettoloso e con preoccupazioni strutturali che agendo solo a posteriori risultano forzate e artificiose: troppe sono, ad esempio, le coincidenze e i contatti tra personaggi agenti in sfere e momenti diversi del romanzo.
Ma sono appunto queste preoccupazioni magari eccessive di inquadramento ad indicare, tra le altre cose, quanto sbaglino coloro che parlano di un Kawabata incurante della trama e della caratterizzazione dei personaggi. Non è che manchino gli elementi strutturanti nei suoi romanzi, semplicemente sono spesso situati in luoghi, oggetti, forme e emozioni diverse rispetto alle attese del lettore occidentale. (Basti  pensare allo stupendo esempio di Mille gru, al suo perfetto spostamento di ruoli e personaggi in relazione alla cerimonia del tè e, più specificatamente, ai suoi strumenti, che diventano quasi i veri protagonisti del libro.) Luoghi che nella sensibilità e nell’arte di Kawabata, più che essere legati agli avvenimenti, si traducono immediatamente nel suo stile che ricerca e riprende tradizionali forme poetiche giapponesi e accosta immagini laddove noi siamo portati a instaurare nessi, ma che noi in traduzione (nonostante questa di Lydia Origlia sia al solito ottima) non sempre possiamo cogliere, anche se ce ne rimane, laddove non sono caricati da preoccupazioni estranee, una sensazione diffusa di bellezza, come un’eco.

29-07-1984


Yasunari Kawabata, Il lago, Guanda, Milano, 1984, p. 126, £ 10.000

27/10/15

Junichiro Tanizaki, La croce buddista



Una delle costanti della tradizione narrativa giapponese, dicono gli studiosi, è la debolezza nella costruzione: abbondano le digressioni scoordinate, seppure dotate di un’autonoma bellezza, e anche l’attenzione ai più minuscoli particolari, che conferisce alla narrazione un tono di realismo e di concretezza, non riesce a inquadrarsi in una struttura coerente, finendo anzi per contrastare con il quadro generale che resta vacillante e nebuloso. E’ una debolezza solo secondo la nostra prospettiva, tuttavia, se per molti secoli nessun giapponese se ne è fatto un problema, e quindi doveva emergere solo dopo l’impatto con la cultura occidentale.
Eppure quando verso la metà dell’Ottocento si è verificata l’invasione di questa cultura, caotica e spesso di terz’ordine, sono state soprattutto le suggestioni di natura etica, sociale e contenutistica a imporsi, cosa insieme strana e comprensibilissima in un Paese tanto tradizionalmente attento alla forma da esserne a volte soffocato. 
E’ solo mezzo secolo dopo che i problemi di struttura e di intreccio vengono in primo piano, Con Junichiro Tanizaki (1886-1965), considerato il maggior prosatore giapponese moderno, che non a caso sulla cultura occidentale si formò, per non rinunciarvi neppure quando nella maturità operò un suo personale recupero della tradizione.
Della sua vasta produzione buona parte è già nota anche in Italia (per esempio Due amori crudeli, La gatta, La chiave, Il diario di un vecchio pazzo), ma forse nessun libro illustra con maggiore precisione, nel bene e nel male, le difficoltà connesse a questo aspetto del suo lavoro come La croce buddista, che ora Lydia Origlia ha egregiamente tradotto per Guanda.


Sebbene anche questo romanzo, pubblicato a puntate su una rivista tra il 1928 e il 1930, presenti infatti in diversa angolazione e con ulteriori apporti molti dei motivi che pervadono tutta l’opera di Tanizaki, sono proprio le preoccupazioni di intreccio e simmetria a spiccare con maggior risalto, come già suggerisce il titolo stesso.
La croce gammata infatti ha meno a che fare con il contenuto che con le reciproche posizioni e relazioni dei quattro protagonisti, uniti a due a due in legami “normali” (matrimonio e fidanzamento) ma intrecciati e tendenti l’uno verso l’altro come i bracci della croce, in un moto rotatorio che porta ciascuno a ricoprire successivamente le posizioni di tutti gli altri fino all’esaurimento delle varie combinazioni.
Sonoko – la giovane donna che narra in prima persona e con la finta andatura del parlato, con i suoi inceppi e recuperi e delucidazioni a posteriori, i dettagli della sua storia ormai resa pubblica dai giornali a un maestro identificabile con il romanziere –, è sposata con Kotaro e ha una relazione lesbica con la bellissima Mitsuko, a sua volta fidanzata con Watanuki, che però è impotente; tutti vogliono, prima o poi, Mitsuko, che tuttavia è sempre la prima a muovere verso di loro e non ne può fare a meno mentre sembra dominarli; ognuno inganna e è ingannato dall’altro, se ne serve e cade nella trappola che l’altro gli tende; chi cerca poi abbandona e chi respinge implora; l’uomo concreto scopre l’ideale, quello che sventola sublimità cela nefandezze; il destino appare come facile scusa e tutti vengono trascinati da un destino diventato puro meccanismo senza causalità; ogni motivazione ricopre una verità che diventa a sua volta infingimento quando si manifesta, in un susseguirsi vertiginoso di colpi di scena, marce indietro e rivelazioni fasulle, tanto che non si può nemmeno stabilire se il suicidio finale di Sonoko, di suo marito e di Mitsuko è un nuovo fallimento o se la sopravvivenza di Sonoko è frutto di una definitiva macchinazione, ancor meno decifrabile di tutte le altre che costellano il libro. Come spesso avviene in Tanizaki, nel quale raramente il gioco delle finzioni e delle maschere non finisce per distruggere la possibilità spessa di una verità originaria o verificabile.
Ma ognuno di questi movimenti è insieme necessario (simmetria oblige) e immotivato, più o meno profondamente a seconda dei casi, e così il racconto, al di là del susseguirsi ossessivo di interpretazioni che cambiano faccia ad ogni evento, rigurgita di ex machina (dei o avvenimenti)
fintamente presentati come dati di fatto.
Si assiste insomma a una specie di gioco al massacro da cui tutti i protagonisti escono variamente distrutti, mentre chi nel gioco serviva  soltanto la cameriera che narra lo scandalo ai giornali) diventa uno dei motori esterni della distruzione, e chi è semplice spettatore (il maestro) è in realtà colui che tiene tutti i fili (narrativi) proprio mentre sembra limitarsi a trascrivere e basta, con la sola aggiunta di qualche delucidazioni puramente “oggettiva”. Come detto, gli eventi scorrono spesso senza nessun principio di causalità; nessun destino, prendesse pure la forma del caso, riesce a reggerli né li domina, se non sotto la forma di esigenze a volte automatiche di struttura e di simmetria che nelle mani del maestro sono, e in certi casi restano.
Eppure, nonostante questo, il libro conserva spesso una sua notevole forza. Non solo per la bellezza delle figure femminili assolutamente concentrate nella loro passione, o per l’estrema sottigliezza delle analisi che finisce per proiettare sulla narrazione realistica le cadenze del labirintico rigore della follia, o per la descrizione stratificata e approfondita, insieme lucidissima e casta, delle perversioni e delle morbosità: sono tutte caratteristiche costanti dello stile di Tanizaki, tanto più preciso quanto più complesso e indecidibile il suo mondo.
Forse avviene che l’indecidibilità del suo mondo diventa quella dei suoi libri. Perché alla fine si profila sempre un nuovo dubbio: e se anche la meccanicità fosse voluta? se La croce buddista non fosse anche una rivisitazione sistematica di quella letteratura popolare della quale a volte, con certi capovolgimenti spettacolari e con certe movenze effettistiche, affetta l’andatura? se non fosse anche una risposta sistematica e geometrica di quella cronaca scandalistica di cui i protagonisti sono, fino a un certo punto, le vittime? Fino a un certo punto, naturalmente. Perché di nuovo non è sicuro che sia proprio lo scandalo a determinare la decisione del suicidio; semmai l’accompagna per un’altra maschera.
12-04-1983




Junichiro Tanizaki, La croce buddista, Guanda, Milano, 1983, p. 149, £ 9.000

16/10/15

Mishima - Sole e acciaio; Neve di primavera




Gli artisti nascono sotto il segno di Saturno, ma agli scrittori può capitare che questo segno si raddoppi in quello di una figura retorica: per Yukio Mishima prese la forma dell’antitesi. Né lo ignorava lui stesso, che non a caso sottolineò che quanto il suo ne fosse ricco. Solo che per uno scrittore una figura retorica non è mai un semplice ornamento, è qualcosa che lo penetra e ne informa ogni nervatura, artistica e esistenziale, e Mishima sapeva che l’antitesi , che comporta contraddizione e conflitto, era l’oscillazione che scandiva di sussulti e di fratture la sua vita. Gli sembrava quasi di essere una pellicola sottile in cui coabitavano, o forse il limite su cui venivano a scontrarsi, separati da una profonda scissione ma pronti a scambiarsi l’uno le caratteristiche e le qualità dell’altro, i due poli di una contraddizione che si metamorfosava in una fitta serie di coppie antagoniste: la carne e la mente, la bellezza e la laidezza, l’esistere e il vedere, la forza e la forma, l’omosessualità e l’eterosessualità, l’Oriente e l’Occidente.
Mishima si illuse che quella pellicola potesse rafforzarsi sino a conciliare ogni contraddizione, acquisendo la perfezione dei muscoli, che per lui “oltre a essere una forma, erano anche una forza”, e situandosi al livello della morte, sola garante capace di colmare “la breccia assurda che esisteva tra il vedere e l’esistere”, lungo un tragitto che è ammirevolmente ripercorso in Sole e acciaio e che sfociò poi nello spettacolare suicidio rituale del 25 novembre 1970.
Ciò che Mishima ignorava però, o che forse troppo bene conosceva (come si evince dalle sue opere che difatti ne sono il chiaro e tragico dispiegamento), ma senza potervisi rassegnare, era l’impossibilità di una sintesi per e soprattutto in lui: uno dei due poli finiva sempre per prendere il sopravvento sull’altro, magari con parziali e provvisorie anfibologie mimetiche ma senza giungere mai ad annientarlo o ad assimilarlo completamente, o superarsi in qualcosa di più alto. Per questo Mishima di disprezzarlo, fino quasi a convincersene: riconosceva che il lato dominante era quello a suo parere negativo, e lo denegava perché vi si riconosceva.

Così ha seguitato a riprodurre la scissione anche nel momento in cui essa avrebbe dovuto trovare la sua suprema sintesi: non a caso la mattina stessa del seppuku scrisse su un biglietto: “La vita umana è breve, ma io vorrei vivere per sempre” (anche l’ultima frase è un’antitesi dunque. Marguerite Yourcenar però, nel suo Mishima o La visione del vuoto, che è qualcosa di più di una affascinante riflessione sulla vita e l’opera dello scrittore giapponese, non vede in queste parole nessuna contraddizione con il “fatto che l’uomo che le ha scritte sarà morto prima che la mattina finisca”, perché le interpreta, giustamente ma limitatamente, solo come caratteristiche di “tutti gli esseri tanto ardenti da essere insaziabili”); e soprattutto consegnò all’editore l’ultimo volume della quadrilogia Il mare della fertilità, vasto affresco del Giappone del ventesimo secolo da molti reputato il suo capolavoro, che conferma nelle sue linee generali il discorso si qui svolto.
Il suo protagonista infatti, più che i quattro giovani la cui storia viene seguita di volta in volta fino alla morte che per essi corona un’esistenza gloriosa sebbene (o proprio perché) fondata su una colpa, è colui che vede la serie di queste vite e di queste morti, le collega e vi trova una continuità nel senso di una teoria della reincarnazione che molto probabilmente è solo la proiezione dei suoi fantasmi e desideri, e crede di non vivere se non nella loro contemplazione, quando invece è forse l’amore sotteso a questa contemplazione a costituire la più alta energia vitale e a rendere memorabili le vite contemplate, l’energia che lo sorregge nella sua lunga esistenza, salvo indurlo a porvi termine nell’istante in cui viene riconosciuta.
E’ Honda cioè, che in Neve di primavera, il primo e finora unico volume tradotto della quadrilogia, ci viene presentato come un giovane studente destinato, nel Giappone di inizio secolo, a seguire la carriera paterna nelle più alte cariche della magistratura.
Honda è di aspetto ordinario, studioso, incapace di fantasia e come precluso alle passioni, di spirito pratico e razionale anche quando le sue letture sul diritto e la sua storia lo portano ad occuparsi di filosofia e religione. Solo l’esclusiva amicizia con Kiyoaki, la cui tragica storia costituisce l’argomento principale del romanzo, risveglia in lui un sentimento di delicatezza e generosità non disgiunto da ammirazione.
Kiyoaki è infatti l’incarnazione di tutto ciò che manca a Honda 8e l’altro dei due io in cui Mishima si sentiva scisso): nobile e bellissimo, vive in un mondo separato di immaginazione e di sogni, ed è preda di una forte e lacerata sensibilità che lo porta a creare ostacoli laddove non ce ne sono, ma gli dà anche l’impulso a superarli quando realmente appaiono insormontabili. Anzi, è proprio ciò che per il senso comune è impossibile che lo induce a riconoscere la propria passione e a rinfuocarla nel compimento reale, anche se questo lo condurrà, quando l’oggetto della sua passione si sarà definitivamente sottratto al suo cerchio rinunziando con una decisone irrevocabile (la monacazione) a lui e al mondo, a una morte prematura, che del resto è l’unica bella per Mishima.
E’ la storia, centrale nel romanzo, dell’amore per Satoko, la stupenda ragazza (e figura narrativa) nella cui famiglia, ora in decadenza ma di antichissima nobiltà, Kiyoaki era stato fatto allevare dal padre, marchese di seconda generazione tutto impregnato di spirito occidentale sebbene formalmente ancora ossequente a quelle tradizioni la cui scomparsa Mishima ha deplorato fine nella sua stessa morte.
L’insorgere di questa lacerazione nel tessuto culturale e sociale del Giappone fa da basso continuo alla narrazione e le impedisce, unitamente alla grande abilità di Mishima nel descrivere i rapporti umani e alle sue doti introspettive e liriche, di assumere in nessun caso quelle cadenze di melodramma alla quali la nuda trama e molti dei personaggi nella loro ordinarietà potrebbero far pensare.
D’altronde Mishima sapeva benissimo che alla tragedia non sono indispensabili esseri o eventi straordinari. “il pathos, l’ebbrezza e la lucidità, elementi costitutivi della tragedia, nascono dall’incontro di una sensibilità normale, dotata di una sua intima forza, con quel momento privilegiato, che sembra specificamente destinato a lei. Alla tragedia necessitano una vitalità e un’ignoranza antitragiche e, soprattutto, una certa ‘inadeguatezza’.” Quanto a sé invece, Mishima non accettava questa incompletezza e ordinarietà, sebbene sostenesse che “chi commercia con le parole può creare una tragedia, ma non parteciparvi”. Per questo la cercò in una decisione e in un gesto, rinunciando alle parole.
Se Mishima tuttavia ha raggiunto la tragedia, non è stata certo quella da lui inseguita: anche in lui dobbiamo supporre infatti una certa ignoranza e inadeguatezza. Allora la sua tragedia è forse consistita nel credere nella possibilità di raggiungerla cercandola e nel cadere, allora sì, in un destino luttuoso ma ordinario come quello di tutti, dal quale solo ciò a cui aveva rinunciato, appunto le parole, continuano a salvarlo al di là di ogni agognata conciliazione di quei conflitti che per lui, come per ogni scrittore, solo nella scrittura potevano trovare una forma e realizzarsi.

30-10-1982


Yukio Mishima, Sole e acciaio, Guanda, Milano, 1982, p. 95 £ 7000
                  Neve di primavera, Bompiani, Milano, 1982, p. 402, £ 15000
Marguerite Yourcenar, Mishima o La visione del vuoto, id, 1982