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08/06/15

Con Proust, Borges e Beckett nei titoli: storie vere e inventate di scrittori diventati personaggi.




Nel suo splendido libretto Con Borges in cui racconta di quando da ragazzo si recava quasi ogni giorno a casa del grande scrittore ormai cieco per leggergli ogni cosa desiderasse, Alberto Manguel ricorda il noto episodio del licenziamento di Borges, nel 1946, dopo che si era rifiutato di iscriversi al partito peronista: "dovette abbandonare l'incarico di aiuto-bibliotecario in una piccola sede municipale [a 47 anni, con grandi libri già alle spalle, tra cui Finzioni fresco di stampa!] per diventare ispettore del pollame in un mercato"; aggiungendo però un'altra versione: "Secondo altri, il trasferimento fu meno oltraggioso ma altrettanto assurdo: venne destinato alla Scuola di apicoltura municipale". (Dal che si desume che le api sono più nobili dei polli.) Chissà se Martin Page conosceva questo episodio quando, nel suo molto acuto e divertente L'apicoltura secondo Samuel Beckett, ha fatto di questi un apicoltore sul tetto del palazzo dove abitava a Parigi. È dubbio tuttavia che il grande argentino, che si dimise immediatamente, ne abbia tratto le lezioni di vita che Page attribuisce al grande irlandese. Ci vorrebbe un autorevole depositario della verità sulla vita vera e immaginata del bibliotecario di Babele per scoprirlo, un grosso calibro del corrispettivo borgesiano del centro studi proustiani di cui è orgoglioso membro, per un certo periodo, il protagonista di Io e Proust, opera prima di Michaël Uras, giovane scrittore francese di padre sardo, che dopo il successo in Francia è stato ora ben tradotto e curato per le edizioni Voland rispettivamente da Giacomo Melloni e Giuseppe Girimonti Greco.
 Jacques, il protagonista di questo romanzo, si innamora di Proust nella prima adolescenza, durante una malattia, e comincia a pensare e sentire, e insomma a vivere in tutto e per tutto secondo quanto trova nella Recherche, mentre i suoi amici si gettano anima e corpo in ben altri interessi. L'amore viscerale si trasforma in un'ossessione che porterà il ragazzo a diventare uno studioso dell'opera e del suo autore fino a approdare ai campi elisi dell'istituto di ricerca che gli è intitolato. Non senza avere prima suscitato molte resistenze in famiglia (mica sarà gay?), nonché difficoltà di ogni genere nelle relazioni sociali e persino in quelle sentimentali. Càpita, quando tutto passa al secondo o al terzo posto. A narrare è lo stesso protagonista che ricapitola la sua esistenza sotto il segno di Proust, fino alla svolta, che coincide, peraltro proustianamente, con l'inizio del libro, o quantomeno con il rinvenimento di quello che sarebbe poi stato il suo titolo. Che nell'originale suona Cercher Proust, con riferimento sia all'opera che al suo autore. La presenza del nome di Proust nel titolo è già un fattore sufficiente per invogliarne la lettura, come la presenza dei nomi di Borges e Beckett negli altri due libri succitati.
Ma qui, lasciando perdere che il romanzo resta molto gradevole nonostante un certo allentamento nella seconda parte dopo l'inizio invece molto brillante, Proust a volte è solo un pretesto, e riveste il ruolo di una fissazione che avrebbe potuto benissimo vertere su altro o altri: un musicista, o un pittore o un divo di qualche disciplina, una qualsiasi. Proust presenta però il vantaggio di avere tutta una sua coorte di lettori variamente spalmata sui gradini, ad Parnassum, che vanno dalla passione generica al fanatismo assoluto, e soprattutto di essere un'indiscussa gloria francese, di un'assolutezza difficilmente reperibile in altri campi (a parte Napoleone e Platini). Inoltre offre il destro per tirare frecciate a destra e a manca sul disinteresse progressivo che la letteratura sta patendo persino in Francia e sul mondo sempre più sterile e stupido degli studi ultraspecialistici che le glorie indiscusse si ritrovano come indesiderata eredità: cosa che induce al vituperio, a volte, anche chi come me è mosso da sincera ammirazione. Senza contare che irridere gli specialisti ha il vantaggio accessorio di sedare la coscienza di chi ha rinunciato ancor prima di tentare di farvi parte, adducendo che ha ben altro di cui occuparsi. Presto la storia del protagonista con Proust scivola verso lo sfondo, dopo un presunto scoop (la scoperta dell’identità di un giovane sconosciuto che compare in una delle foto di quello che all'epoca si presentava come un fatuo e ridicolo gagà baffuto e con l’occhio di pesce: un ultracentenario  che però muore anche prima che Jacques possa trarne benefici), con la sola funzione di guastare una storia d'amore, i rapporti con amici e colleghi, fino alla decisione da parte del narratore di tagliare il cordone ombelicale che lo lega a lui, con un rogo, manco a dirlo, andato a male, come se questo bastasse a dare una sterzata a una vita.
Il libro attrae la curiosità dei viziosi che persistono nel feticismo della letteratura, che cercano aneddoti ma anche teorie (o, in loro assenza, battute colte e sarcasmi sulle mode letterarie: qui l'autofiction, peraltro già talmente crivellata che non si capisce dove possa essere ancora colpita; forse è una pratica zen: colpire il centro vuoto del centro vuoto del bersaglio vuoto...), ma alla fine si ritrovano con l'ennesima storia di tardiva e inconclusa maturazione di una mezza cartuccia. In Francia usare gli scrittori come personaggi, e persino nei titoli, va di moda, come dimostra anche il caso citato di Martin Page, già noto per Come sono diventato stupido di qualche anno fa, il cui volumetto a mio parere è superiore a questo Io e Proust, con il plusvalore accessorio di essere ancora più breve; in Italia siamo certi che a breve ci si arriverà, se già qualcuno non l'ha fatto senza che noi, disgraziatamente, ce ne siamo accorti; mentre nella penisola Iberica, dove Borges e Pessoa hanno agito più a fondo, c'erano già da tempo Vila-Matas e Tavares con la loro diversificata panoplia di autori, e pure Cercas con Bolaño, e Bolaño stesso con se stesso e con un po' tutti, veri e falsi. Non c'è gara.
Nel romanzo di Uras a stimolare la lettura, c'è però anche qualcos'altro. In primo luogo l'autore approfitta del parodico bildungsroman anche per fare una satira dei miti nazionali, attraverso l'esempio in questo caso non di Proust, ma del suo culto, di cui molti si riempiono la bocca ma che non interessa un fico secco a nessuno, se non come un brand, uno specchietto che attira abbastanza allocchi a cui vendere questo o quel gadget (dall’oggettistica più fantasiosa alla località marina che cambia nome e si proustifica da capo a piedi per attrarre frotte di turisti culturali, come nei benemeriti parchi culturali nostrani) con la patina nobilitante di qualcosa di importante e di noto; di importante perché noto e perché fa vendere, e acquistare, con la doverosa spruzzata di orgoglio sciovinistico (in pubblico; poi, in privato, si può tranquillamente disprezzare).
Ma quello però su cui si può riflettere un po’ di più è proprio il rapporto con lo scrittore, meglio se grande, e il modo in cui la sua trasformazione in personaggio impronta la storia narrata e gli altri suoi protagonisti.
In fin dei conti fare di scrittori, famosi o meno, gli oggetti o i protagonisti delle storie, non è che un modo per rendere esplicito, in aggiunta ai prevedibili risvolti metanarrativi, anche il ventaglio dei rapporti con il singolo autore preso per se stesso o come simbolo (dalla devozione al conflitto e dall’adorazione succube all’odio generazionale), che è insito in ogni atto di scrittura, specie se narrativa e con qualche ambizione (quelle che ne sono sprovviste non hanno bisogno di tematizzare e confrontarsi con niente, dato che dipendono da tutto). Si raccontano o inventano aneddoti o episodi sconosciuti, (la creazione di falsi dossier o la rappresentazione di Aspettando Godot in un carcere svedese; l’ultimo vivente che ha conosciuto Proust), si svelano presunti segreti della loro vita, pubblica ma meglio ancora intima, si fanno commenti, si attribuiscono discorsi e opinioni, ma è da essi che le storie nascono, sono le loro opere che vengono commentate e con cui si dialoga. Ricondurre alla finzione, elaborare falsificazioni complesse o anche elementari, costruire su ipotesi non verificabili, ma anche servirsi della loro presunta autorevolezza per fare i discorsi che più fanno comodo o più premono allo scrivente, ovvero ribaltare immagini pubbliche consolidate (come il vecchio Beckett, un po’ fricchettone, disincantato quanto feroce anticapitalista, che alleva api sul terrazzo della sua abitazione, ama travestirsi e offrire al giovane che lo aiuta a sistemare archivi veri e a crearne di falsi una tazza di cioccolato in una cucina invasa dal fumo di sigarette accese in rapida successione e lasciate consumare senza essere fumate) è un gioco, ma anche un modo per rivelare ciò che si sta veramente facendo mentre si racconta altro, con ironia, umorismo o grazia (ma anche con infinita tenerezza, come fa Alberto Manguel nel suo Con Borges), indirizzando strumentalmente l’attenzione del lettore sul personaggio noto.
La diversità delle strategie permette di individuare le traiettorie personali, ma non manca di nascondere significative affinità, come un’aria di famiglia che permea luoghi e generazioni non così distanti come sembrerebbe (tutte accomunate dall’amore per la letteratura anche laddove fatta oggetto di sarcasmo) e di elaborare un piccolo sistema di varianti a partire da strategie e fattori simili. La foto di Proust con lo sconosciuto permette l'apparizione del (falso?) ultimo testimone vivente che dovrebbe costituire lo scoop del fanatico protagonista del libro di Uras, come la foto di Picasso con uno sconosciuto aveva favorito l'invenzione della vita e dell'opera del pittore Jusep Torres Campalans da parte di Max Aub nell’omonimo capolavoro, mentre la fabbricazione dei finti dossier da parte del finto Beckett di Page ha come vero/falso bersaglio il vorace feticismo degli specialisti, magari perché poi, a giro compiuto, essi, e i comuni lettori, tornino non all'oggetto della loro devozione studiosa ma a se stessi, che poi sarebbe il modo migliore per capire anche l’opera di quelli ("Quello che conta è la biografia di chi legge i miei libri, più che la mia”, fa dire infatti Page a Beckett. “Gli accademici farebbero meglio a indagare sulle proprie vite se vogliono capire qualcosa della mia opera.”). Uras e Page immettono elementi di finzione in figure la cui vita è stata scandagliata fin nel minimo dettaglio, al contrario di Aub, che aveva inventato una vita e costruito anche materialmente un'opera a partire da una immagine reale. Proust ha costruito un'enorme cattedrale, o sarcofago, di finzione che inglobasse la propria vita dotandola però in questo modo di verità, che gli studiosi di Uras (e gran parte dei suoi devoti) dimenticano per rincorrere frammenti di realtà che non hanno nemmeno più un valore immaginario, ma semmai solo economico e turistico; tutto il contrario di Beckett che ha voluto tenersene rigorosamente fuori, cercando di cancellare anche ogni traccia indiretta che vi potesse ricondurre i suoi lettori (inutilmente però, a giudicare dalla voluminosità di certe biografie); Manguel infine parla della vita reale di un uomo che, ancora vivente, era diventato un personaggio di finzione creato dall'omonimo personaggio che attraversa la sua opera, il sogno di carta, ma quanto reale per i suoi lettori, di un essere di carta a sua volta sognato, come il sacerdote delle "Rovine circolari", un nome unico e molteplice che ha fatto della scomparsa una delle cifre principali della propria opera, e in un certo senso della propria stessa vita, la cui banalità e insignificanza acquista significato e valore proprio in questa eclisse (e lo fa, Manguel, parlando della propria, di giovinezza, a sua volta tutta immersa nella letteratura: appunto come suggerisce il Beckett immaginario di Page).

È la solita combinatoria di verità e finzione, di una finzione più vera della realtà e al contempo di una verità che si maschera e rivela solo nella falsità, che, variamente dosate e cucinate, costituiscono la letteratura. Cambiano però i modi, le intonazioni e i sentimenti, la luce che dai personaggi promana: dalla tenerezza che suscita il vecchio uomo cieco a cui la madre ultranovantenne raccomanda di mettere il pullover prima di uscire e che ogni sera si infila con gesti faticosi in una lunga camicia bianca e recita a voce alta il Padre nostro in inglese, con una debolezza che lungi dallo sminuire la sua grandezza me la rende ancora più salda; al Proust ridotto a quattro stereotipi il cui fondamento reale conviene irridere ancora di più proprio per evidenziare la potenza di un’opera che può travolgere e minare le fragili esistenze di chi troppo fiduciosamente vi si affida; al Beckett paradossale, saggio anticonformista sorridente, ma non pacificato, che offre una cioccolata calda al suo assistente: al suo lettore, che grato la accetta.


















15/06/14

Ritratto dell’artista come giovane calciatore (appunti - due storielle con appendice mitopoietica)



23 aprile 2008

Per la legge “uno non conta, ma due a distanza ravvicinata sì”, trascrivo un paio di episodi della mia adolescenza calcistica per come mi sono stati raccontati da testimoni che allora manco conoscevo.

Prima storiella.
Qualche settimana fa sono andato a trovare Federica A., che si era presa una brutta polmonite. Mentre chiacchieravo con i suoi genitori, siamo capitati a parlare, non so come (ma sì che lo so: come fanno gli adulti... i vecchi...), di quando eravamo giovani, e a un certo punto Raffaele, il padre, è uscito con l’affermazione che io per lui, per un certo periodo, sono stato una specie di eroe. Ha usato proprio questa parola. Pensa un po’: un eroe! Senza che lo sapessi... ma pur sempre un eroe sono stato. Esagerato! (D’altra parte gli eroi mica lo sanno, di esserlo... di solito non ne hanno nemmeno l’ambizione... non vanno in giro con il cartellino sulla giacca e la professione indicata sulla carta d’identità...) E lui viene a dirmelo solo adesso! Non poteva mandarmi qualche segnale prima, che magari mi tornava buono in qualcuno dei frequenti momentacci in cui la mia autostima si eclissava? ...adesso che è andata in esilio senza speranza di ritorno?
Di fronte al mio stupore (genuino, ma che non credo sia riuscito a nascondere un certo compiacimento, peraltro motivato una volta tanto), lui mi ha ricordato il famoso torneo Clusone di quando ero in quinta ginnasio, uno dei miei pochissimi cavalli di battaglia, quello che ricordo sempre, tra l’altro, perché è stato l’anno in cui passavo molte domeniche a studiare i Promessi sposi in quanto la buonanima del mio professore, don Martino, aveva una tale predilezione per il sottoscritto che mi interrogava tutti i sacrosanti lunedì mattina chiedendomi la parafrasi “riga per riga con vostre parole” dei capitoli assegnati (almeno tre per volta), e allora io studiavo e studiavo quel fottutissimo romanzo... a casa prima di partire, e poi in macchina e mentre aspettavamo il nostro turno di entrare negli spogliatoi, e infine negli spogliatoi, mentre mi vestivo... persino quando mi allacciavo la scarpe, con il libro aperto sulla panca di legno e i miei compagni che mi prendevano in giro... l’ultimo anno che ho studiato sul serio – sul serio come lo intendevano i miei insegnanti –, quello che ha segnato il mio odio decennale per i suddetti Promessi, finché non li ho riletti a casa di Angela, che li aveva nella sua piccola libreria, quando eravamo fidanzati, mentre aspettavo che si struccasse e si preparasse ad andare a letto – intere mezz’ore... a volte più: un capitolo a sera press’a poco – per poi tornare al mio di letto, o in giardino, d’estate, a leggere altro in veranda fino alle due o alle tre, contento anche per la riscoperta..., un odio che poi si è tramutato in un amore tale che i pochi anni che ho insegnato al biennio delle superiori ho sempre sostituito quel libraccio con altri per risparmiargli quello dei miei studenti, di odio, che poi non avrebbero più avuto occasione di riprenderli in mano e se li sarebbero sempre ricordati come una tortura, dato che odiavano a priori (giustamente) qualsiasi cosa puzzasse di scolastico, identificandolo con il peggio del peggio della scuola, anche se qualcuno magari lo avrebbe apprezzato, anche grazie a me magari, alla mia passione... ma la maggior parte spesso già rovinati da precoci assaggi alle medie trangugiati a forza sotto lo sguardo sadico di professori che a loro volta odiavano e non capivano un’acca della letteratura che secondo loro insegnavano... Va be’, ma questo cosa c’entra? C’entra, c’entra... la letteratura c’entra sempre.
Insomma, a Clusone c’era ‘sto collegio dove ogni anno organizzavano un torneo a sette (o a nove) giocatori, al quale partecipavano tutte le squadre giovanili più forti della Valseriana e buchi limitrofi. Siccome tra gli ospiti (tra i reclusi, gli ostaggi, i soprannumerari, gli accantonati, gli indesiderati, i respinti, gli abbandonati...) del collegio c’era anche un ragazzo di Fara della mia età, suo padre quell’anno aveva messo insieme una squadra del nostro paese e ogni domenica mattina di quella primavera il nostro gruppetto veniva portato a Clusone stipato in due o tre utilitarie. Eh sì, era la primavera del ’67, l’ultima dell’innocenza. (Della presunta innocenza...) Ricordo che leggevo schiacciato sul sedile posteriore tra due amici che facevano a gara a disturbarmi, cantandomi nelle orecchie, sbraitando, facendo gli asini per ogni nonnulla (come fanno gli innocenti... come fanno gli innocenti al quadrato che si credono smagati...), tra gomitate e pizzicotti, chiudendomi il libro a tradimento ogni due minuti... e che non smettevo fino a quando, per le curve e le frenate e le file e i tornanti, non mi veniva la nausea, l’impulso di vomitare. Mi fermavo prima di farlo però, anche se la tentazione di imbrattare quei cretini era irresistibile... Ma io studiavo dai salesiani, e resistere alle tentazioni era la prima cosa che avevo imparato (imparo subito io... senza stare a distinguere se è il caso o meno: ho questo difetto). Chiudevo il libro, gli occhi, e inspiravo forte, a fondo, trattenendo il respiro finché potevo... chiedevo di abbassare i finestrini e subito mi avvolgeva l’aria della pineta...
Quello che non ricordavo era che tra i compaesani del collegio c’era anche Raffaele, forse perché più giovane di tre anni. Altra generazione! Era ancora alle medie il tapino, tra i piccoli, da solo, lontano da casa, dove tornava solo per le vacanze, con poche visite e, come capita, in quanto isolato e straniero (in Valseriana sull’argomento non ci vanno leggeri, come è noto), i suoi compagni non si facevano scrupolo di prenderlo in giro (ci godevano di brutto, a dirla tutta), tanto più che l’unica cosa che si poteva sapere lassù del nostro paese di origine erano i risultati della Farese, allora in terza (e ultima) categoria, che la pagina sportiva dell’Eco di Bergamo riportava impietoso ogni lunedì. Una sconfitta dietro l’altra, e pesanti anche... disfatte che si protraevano per interi campionati, senza neanche la catartica umiliazione della retrocessione a una categoria inferiore, dove magari qualcuno più debole, da mazzolare a nostra volta (nostra della Farese), si sarebbe anche trovato. Ultimi dell’ultima categoria... Quelli della pianura, già che non sono veri bergamaschi (e quindi umani a malapena, a voler essere larghi di manica come insegna il cristianesimo), non sanno giocare... sono scarsi, gracili, impediti... gente che parla senza aspirare, con quell’intonazione melliflua semimilanese da donnette... donnette in tutto e per tutto anzi... mezze seghe, al massimo. Raffaele ci soffriva.
E così, quando mi ha notato nella squadra appena scesa in campo (d’estate mi vedeva giocare all’oratorio o nel torneo notturno), nella speranza di una rivalsa trasversale mi ha indicato ai suoi aguzzini pronosticando che li avrei lasciati tutti a bocca aperta e che avrei segnato entro il primo quarto d’ora, pregando tra sé che non lo deludessi. Quelli si sono messi a ridere. Chi, quel piccoletto cicciottello? Caso volle che alla prima azione che mi è capitato il pallone tra i piedi (così ricorda ancora Raffaele... io no... forse inventa... forse era la seconda azione o la terza... è la trasfigurazione eroica, il nimbo del semidio...), ho dribblato mezza difesa e ho segnato. Poi ne ho segnati altri, non ricorda quanti... almeno tre o quattro. Fatto sta che, da quel momento, come mio “amico” è stato più rispettato e per lui si è consolidato il mio ruolo di eroe, di idolo. E ancora se ne ricorda, dopo quarant’anni, come fosse ora... Ma pensa te! Tanto più che poi siamo arrivati secondi, cosa che non era mai capitata a una squadra “esterna”, e io ho vinto il trofeo di capocannoniere. Diciassette gol in cinque partite! Dicasi diciassette (17)! Ho ancora la foto della premiazione, in bianco e nero, piccola, con i margini dentellati, che tengo il trofeo in mano, i capelli corti, la maglia a righe che addosso si stortavano ad ogni movimento perché mi andava stretta (come ho detto ero robusto, quasi cicciottello), il sorriso un po’ storto di quando sorrido a comando, ma gli occhi, quelli sì, contenti davvero. Lo sguardo pulito e sereno. (Allora l’avevo sempre così... Ma anche oggi, suvvia... anche se non proprio sempre.) Il trofeo invece se l’è preso mio fratello Mario che per anni si è vantato con i suoi amici di averlo vinto lui. Prima ha staccato la targhetta con la data però. All’epoca aveva un anno e mezzo, anche se già mi somigliava. (Adesso è meglio, mi pare... meglio di me, intendo.)
Poi Raffaele mi ha raccontato (avevo ancora la bocca spalancata per la sorpresa) che si ricorda anche di avere giocato qualche volta con me all’oratorio, e che aveva imparato molto, perché io indicavo sempre ai miei compagni come giocare, dove spostarsi, come marcare questo o quell’avversario... cose così. Magari le dicevo incazzato perché non le eseguivano, perché stavo perdendo... ma per lui erano segnali di attenzione, parole di cui fare tesoro, autorevoli... Gli eroi non parlano a vanvera!


Seconda storiella.
Oggi stavo fumando una sigaretta sulla panchina fuori dal bar dove ogni tanto vado a giocare a scopa. Seduto accanto c’era Vito, un signore con cui, grazie alle carte, ho ripreso contatto da poche settimane dopo decenni che non ci vedevamo. Non che fossimo mai stati amici, ha 5 o 6 anni più di me (altra generazione!), ma c’è stato un periodo negli anni ’70 in cui ogni tanto ci incontravamo, credo nel momento glorioso del circolo artistico farese, e allora qualche parola ci sarà pur capitato di scambiarcela. Parole così, dette e dimenticate all’istante... Può darsi che solo io non gli abbia dato peso, però... ero un po’ supponente all’epoca... intransigente. Sempre cortese comunque... noblesse oblige. (O ero uno stronzo e basta?) Adesso invece, sulla panchina, sotto un bel sole che un po’ mi stordisce, parliamo del più e del meno come due che si conoscono da sempre. Pacati. Sereni. Stiamo bene e ci piace essere lì. In quel mentre esce dal bar un signore che mi saluta. E’ il padre di un mio ex-allievo, un po’ strano all’epoca, a cui ho voluto bene (forse glien’ho voluto proprio per questo... mi capita spesso) e mi  saluta sempre con qualche deferenza: “prufesùr...”, e un accenno di inchino. Gli rispondo con l’identica cortesia (non più supponente) e poi dico al mio vicino: “Ti ricordi quando faceva l’arbitro di calcio?”. Invece di rispondermi, lui mi fa: “Mi ricordo la prima volta che ti ho visto giocare...”. Lo guardo allibito.
“Non mi risulta che ti sia mai interessato di calcio... non credo di averti mai visto giocare, nemmeno all’oratorio...”, gli faccio. Ma lui non mi risponde, come se non mi avesse sentito. “Era una partita organizzata dall’Atalanta...”, continua invece, concentrato sul suo ricordo. Chissà da dove viene... Ci avrà mai pensato altre volte? ...o è solo adesso che per la prima volta gli torna alla mente? Magari invece quel che ha visto di me quel pomeriggio è sempre stato parte integrante della mia persona ogni volta che mi ha incontrato successivamente... parte del mio nome ogni volta che lo ha sentito nominare in questi quarant’anni. Magari tutto ciò che ha sperimentato, conosciuto, sentito di me, non è stato che un corollario di quello, un aspetto secondario, poco significativo. Non che cambi qualcosa... Sono cose risapute, peraltro. Tanto più che nella sua vita io non ci sono mai entrato, come lui nella mia... siamo stati, l’uno per l’altro, esseri marginali, nomi o poco più. Adesso che sto scrivendo, mi viene in mente di aver pensato ogni tanto a lui passando davanti alla casetta dove abitava con sua madre (il padre non lo ricordo, forse è morto presto), vicina a quella dove ho abitato tra i sette e i quattordici anni, e di essermi chiesto in quelle occasioni, ma solo per un attimo, che fine avesse fatto... dove vive ora. (Ha sempre abitato in paese, ma pensa un po’! ...e per più di trent’anni non ci siamo mai incrociati! Curioso...) “...una di quelle partite che gli osservatori organizzavano con i migliori ragazzi delle varie zone per selezionare pochi eletti per le squadre giovanili dell’Atalanta... ti ricordi?” “Eccome no?” E’ stato uno dei miei giorni di gloria, un altro dei cavalli di battaglia che a volte sforno, senza esagerare, ai miei studenti (i maschi, più ottusi...) per accrescere la mia autorevolezza ai loro occhi... anche se non ce ne sarebbe bisogno: quella intellettuale, per chi la capisce, o quanto meno dialettica, basta e avanza... non per vantarmi... (Taccio del resto.) In certi momenti però, quando me ne servo (quando mi faccio bello), mi viene come il dubbio di esagerare, chissà perché... che il ricordo, nitidissimo, sia in qualche modo falso, un ricordo schermo... uno dei tanti. Ma a Vito non dico niente, lascio che sia lui a raccontare... così potrò finalmente fare un confronto, una verifica... a meno che anche il suo ricordo non sia in qualche modo sfalsato, distorto, a sua volta schermo... (Ma lui cosa ci guadagnerebbe?)
Così lui continua: “Sono rimasto letteralmente a bocca aperta...” (come sono io, di nuovo, adesso). “Non ti avevo mai visto giocare prima, e hai fatto una partita straordinaria... a parte un bel po’ di gol... (continua! continua! ...5 gol e un palo per la precisione... ma non glielo dico... continua!) ...avevi un grande controllo di palla... uno scatto fulminante, sul breve... insospettabile data la tua struttura un po’ cicciottella (esagerato: era robusta... solo robusta... e poi si sa che i tarchiati, quelli con il baricentro basso, più vicino alla terra, hanno un controllo migliore... maggiore equilibrio... superiori capacità di muoversi nello stretto) ...dribbling... passaggi precisi... lunghi lanci millimetrici...” (miele! ...ambrosia!). “Mi pare che poi ti hanno selezionato, ma tu non sei andato... o sbaglio? Perché non sei andato?” (Dunque i miei ricordi erano corretti! Non mi sono inventato niente... non ho mai abbellito o ingigantito con il passare degli anni... per il bisogno di chissà che compensazione... E’ tutto vero! Non ho falsato niente... l’origine è reale, non mitica!)
Gli spiego succintamente perché (anche se del vero perché non sono sicuro... quello sì che forse l’ho distorto... forse inventato: avevo appena iniziato il liceo, covavo altri progetti... forse non credevo abbastanza nelle mie capacità... nel mio fisico), lui ascolta, dà una boccata alla pipa e annuisce (ma cosa annuisci? ...cosa vuoi capire che non ci capisco niente io?) e quando rientriamo nel bar gli offro da bere.
Poi lo straccio a scopa. 


Appendice mitopoietica
Domenica 10 marzo 2019, dopo aver postato su Facebook il giorno
prima una foto ritrovata di una squadra di calcio del ginnasio che aveva suscitato varie reazioni positive, con la mia faccia da bambino che fa tenerezza, quantomeno a me, mi è venuta l’idea di rilanciare per la seconda o terza anche queste due storielle dal mio blog. 


Tra le varie reazioni, scrive la Federica A. del testo (che sarebbe poi la mia carissima F. Arnoldi):

Me l’ha raccontato di nuovo venerdì, giuro. Stavolta ha detto “Un grande, un graaaaaaande”. Non ricordavo il passaggio in cui lo descrivi straniero in Valseriana, noi faresi “gente che parla senza aspirare, con quell’intonazione melliflua semimilanese da donnette”. Ho riso tantissimo.

E poi ancora:

Ah! Venerdì ha aggiunto nuovi dettagli, ha detto: “quando i miei compagni hanno visto arrivare i faresi hanno iniziato a prenderci in giro, ma io quando ho visto Luigi gli ho detto: sì, sì, ridete, ridete. Oggi non riderete più”.

Così nascono le leggende.


Guerriero!

04/05/14

Su io e derivati. Prima approssimazione a partire da un post di Giulio Mozzi


Aprendo Facebook, sulla homepage oggi (l'altro giorno ormai) è comparsa la bella faccia di Giulio Mozzi, con accanto il suo nome e la scritta "invita a leggere un pezzetto de "La stanza degli animali", libro da lui scritto". Lo farò. Fatelo anche voi, specialmente chi ama gli animali (gli uomini è facoltativo), sulla sua pagina o direttamente su vibrisse.wordpress.com. Ma prima di passare alla lettura mi soffermo sulla scritta: niente di che, a parte l'understatement di "pezzetto" invece di "frammento" o "capitolo", eppure mi colpisce. E' semplice, cortese e efficace. Mi sembra di ritrovarci qualcosa del suo autore, più ancora che nella foto. Una fotografia indiretta e involontaria, che emerge dalle parole come da un negativo. Che differenza con le scritte che metto io per segnalare qualche iniziativa o la pubblicazione di un post sul mio blog! Che differenza con questa stessa frase che ho appena scritto! Quale? L'assenza della prima persona, mentre ogni mia ne brulica. Mi piace Giulio Mozzi, sia come scrittore, sia come persona pubblica e privata, per ciò che posso conoscerne dalle poche volte che l'ho incontrato. Mi sembra onesto e generoso. Uno che ama sul serio ciò che fa, e di conseguenza il mondo e la gente. E' da pochi, purtroppo. Io entro e esco da questo novero. Sono più spesso fuori. Mi chiedo cosa ci faccio lì fuori. Il bello è che non lo so.
Torniamo alla frase senza io. Naturalmente, qui Giulio approfitta della circostanza che il suo nome compare di default accanto alla foto e può quindi usarlo come soggetto, come una terza persona. Se uno usa il proprio nome e cognome come soggetto, diventa una terza persona. E' la grammatica. Ci può stare anche in una frase in prima, ma diventa un predicato, deve seguire il pronome, che in questo caso va espresso. Se non viene espresso, automaticamente nome e cognome diventano soggetto e la frase passa alla terza persona: Giulio Mozzi invita; io, Luigi Grazioli, invito. Non c'è scampo. Non posso lasciare il pronome sottinteso, come in questa, di frase. Altre lingue non lo permettono nemmeno in frasi come queste. L'italiano sì: credo sia un'eredità del latino, che dei pronomi faceva in genere a meno, come soggetti grammaticali almeno. Quella sì che era gente seria!
In questo noi italiani siamo stati più fedeli alle radici dei francesi e degli spagnoli, tanto per restare in famiglia. I francesi, guai a tralasciare il pronome. La grandeur! Il narcisismo! Ma non credo sia solo questo. Io sono narcisista la mia parte, lo ammetto; però, essendo di educazione cattolica, spesso me ne vergogno. Vergognarsi di qualcosa di cui non si può fare a meno è il colmo! Eppure il cattolicesimo, per limitarsi ad esso, ci è riuscito. Anche con il sesso, per dire. Vorrei lasciar perdere l'argomento (l'argomento narcisismo intendo: il sesso era solo un esempio; metto le virgolette o l'ironia si capisce lo stesso?), ma allora sarebbe inutile scrivere queste paginette. Giulio, usando quella formula, è riuscito ad evitarlo. Non ci fossero la fotografia e il nome!
Sì, va be', ma almeno lui ha smorzato l'effetto: è ovvio che chi ha chiesto e ottenuto la sua amicizia su Facebook era interessato a sapere qualcosa di lui almeno quanto ci tiene a farla sapere lui. Si comunica per questo, no? Però lui non ha usato il pronome io. L'ha elegantemente svicolato. Si è posto in maniera indiretta e garbata. E questo mi piace. Davvero, senza virgolette. L'esecrato, odioso pronome! (Questa è una citazione. M'è rimasta la didattica nel sangue, peggio di un virus. – A proposito: ora segue un fulmineo riassunto del pensiero occidentale che può essere saltato da chi l'ha già familiare: come riassunto intendo.) Perché le cose stanno proprio così: prima guai a parlare in prima persona: era appannaggio dell'autorità, di Dio soprattutto (ovviamente Dio sta sopra tutto: per definizione; ma anche lui ci giocava: "io sono quel che sono" o "sono colui che è"?; è un burlone, gli piacciono i calembours), l'individuo non contava, al massimo era un esempio; le opere non erano firmate; i nomi svanivano appena pronunciati, e allora tanto valeva pronunciarli, o scriverli. Poi timidamente qualcuno ha osato. Ubris! Ha messo il suo nome da qualche parte, su un architrave o un basamento; si è ritratto nella maiuscola di una miniatura o come uno dei tanti volti tra la folla di un affresco, guardando verso di te per farsi riconoscere, a scanso di equivoci; oppure, appoggiandosi a qualche bastone classico, ha rischiato (ha provato; ha fatto la prova: l'essai) a dire cosa pensava in proprio. Da lì si è cominciato a credere (anzi, ci si è fatti sempre più convinti) che solo a partire da sé si poteva provare a dire qualcosa di sensato, purché poi da questo sé si togliessero tutti i cascami, finché non restava che il nocciolo, puro: astratto ma puro; puro in quanto astratto. Successivamente, un po' alla volta, hanno rimesso la carne attorno a questo scheletro spirituale; e già che c'erano, pian piano, anche ciò che alla carne era pertinente, magari con nomi che nobilitavano un po' gli annessi e connessi. L'amore, per esempio. Tutti quei sentimenti. (Per gli istinti c'è voluto di più: è roba da trattare con le molle, quella.) Infine qualcuno si è detto: ma che storie sono queste? io sono tutto questo, tutto!, prendere o lasciare. E da allora io si è insinuato in ogni pertugio, ha invaso lo spazio, saturato l'aria, su su fino alle stelle (fin sopra gli astri il proprio grado estolle!: citazione accomodata). (Faccio notare che nella frase precedente il pronome di prima persona, astutamente sostantivato, diventa soggetto di una frase in terza: lo segnalo agli sbadati.) Ci credo che qualcuno ha cominciato ad averne piene le scatole! Da qui un susseguirsi ininterrotto di pro e contro, in altalena. Soprattutto contro. Se non altro per buona educazione. Meglio non parlare troppo di sé a chi è già tanto preso dal suo e aspetta solo di prendere la parola per illustrarlo in lungo e in largo. Fatto sta che quanto più il narcisismo è diventato abito universale, tanto più l'io è venuto in sospetto. In odio addirittura. Poi risbuca da tutte le parti, camuffato, con vesti di scena, ma questo è un altro discorso. Anzi no: questo è il discorso. Perché appunto di parole stiamo parlando. Della parola io e derivati.
E' un discorso complicato, filosofi e linguisti si stanno accapigliando tuttora, perché da lì alle massime questioni non c'è che un passo. Me ne sono occupato anch'io per un certo periodo, ma alla fine ho lasciato perdere: non c'avevo la testa sufficiente, e quel poco, ho deciso di riservarlo a me stesso. Questione di risorse, di gestione delle riserve. Non mi azzarderò a recuperare ora. Quello che mi interessa qui è che i pronomi sono dei commutatori (shifter, deittici, nel linguaggio tecnico), che hanno cioè a che fare con la situazione enunciativa e non indicano delle sostanze. Sono solo dei fottuti pronomi accidenti! Ci sono e si usano. Fine.
Con tutto ciò quando si sente o legge la parola "io" (persino quando è sottintesa), un certo fastidio, facile che insorge lo stesso. Quando si sente da altri, chiaro. Ma anche quando la si sente da noi, il fatto stesso di percepirla ci pone a distanza, come se a parlare fosse un altro. Un altro che sono e non sono io. Brutta sensazione.
Quando si legge, invece, lo si sopporta più facilmente, specie in un contesto narrativo; poi il personaggio che dice io o la voce narrante possono essere simpatici o meno, intelligenti o cretini, ma questo è secondario qui (anche "qui" è un deittico: qui, "qui" indica il contesto discorsivo, non il luogo dove è colui che scrive o legge: non il mio studio, per esempio, con i miei 70 chili di carne e ossa seduti davanti al pc, al calduccio, mentre fuori cade la prima neve dell'anno, bella fitta ora; "ora": altro deittico). Resta un margine di ambiguità, comunque. Infatti il lettore ingenuo ci mette niente a identificare questa voce con l'autore. Le domande che non mi hanno fatto in proposito! Io confermo tutto. Sempre. Anche che c'è stato un periodo che volavo.
Di questa ambiguità ora se ne approfittano in molti, sembra. Hanno addirittura coniato, in proposito, il termine "autofiction". Cioè, l'autore costruisce una finzione (una storia) narrata da (o incentrata su) un personaggio che porta il suo nome e cognome, parlando di fatti più o meno importanti della propria vita e farcendo il tutto delle proprie opinioni. E tutto vero! Ma non vero fino in fondo! Con qualche margine di invenzione. Da qui "fiction" (che però è un termine di prevalente uso cinematografico-televisivo, ora: credo sia stato recuperato da lì). Come se uno, raccontando la propria storia anche con la massima sincerità (santa ingenuità!), non fosse costretto, sempre!, a inventare. Cosa scelgo? Cosa tralascio? Cosa accentuo? Cosa attenuo? Come separo e lego? Senza contare la modificazione che i ricordi subiscono nel tempo. Per tacere dei falsi ricordi. Dei ricordi di copertura. Del grande fratello inconscio. Cioè dell'inconscio come grande fratello, bastardo e bugiardo. (E tiranno.)
L'incapacità di raccontare storie con l'autorevolezza del narratore del passato, il relativismo che rischia di rendere ridicola ogni affermazione, la povertà di esperienza, l'immaginazione che è emigrata in altri lidi e forme, in questa faccenda c'hanno messo lo zampino. Però a raccontare si deve continuare, e le proprie idee (per dire) non si rinuncia a sibilarle. (Pardon, a sillabarle, a esibirle: quasi un anagramma.) Ma sì, se non altro, quando non è una forma di ingenuità (narrativa) di secondo grado, è un modo di prendere coscienza della situazione e di affrontarla. Ci sta. C'è di meglio, ma anche di peggio. Dipende dal come, come sempre.
Per conto mio (arieccoci!) è stato in parte così. Quando una trentina di anni fa ho capito che non ero capace di raccontare storie come se niente fosse e che non ero in grado di inventare nuove forme mirabolanti, dopo un lungo periodo in cui non mi uscivano che frasi spezzate, moncherini di emozioni, limatura di pensiero, ho ricominciato a scrivere avvicinandomi a me. Avvicinandomi da fuori e al contempo prendendomi cura di me. Poca roba, di scarso peso; l'esatto corrispondente di una vita banale, risicata a stento. E però erano le uniche cose che ero in grado di dire, che potevo dire senza vergognarmi. Senza vergognarmi di dire io! Era, ed è, tutto quello che avevo, e allora lo dovevo, lo devo, spremere ben bene. Sono o non sono importante per me? La scusa è buona: solo se mi prendo cura di me, posso prendermene anche degli altri, per quanto sono in grado. Ho una piccola vocazione al martirio, ma la tengo a freno. Se il mio problema è, almeno in parte, risolto, o quantomeno conosciuto e affrontato (cerco di autoconvincermi), posso prendere altre strade senza scaricare lungo il percorso i miei rifiuti, o quel che sia. Dico io, come se ci fossi io in ciò che dico; scrivo attribuendomi delle esperienze che magari sto facendo solo mentre ne sto scrivendo. Mi ficco in ogni salsa, ballo ogni danza (le poche che so). Tanto poi, scritto, io appartiene a ciò che è scritto, e a chi legge (se gli va). Se va bene quello, va a posto anche il resto. Lo lascio lì volentieri. E che cavolo, è solo un pronome!

(Poi, ogni tanto, mi viene anche altro. Come caput mortuum. Come dono della saturazione.)

 (scritto nel 2010 o 11)