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09/03/21

Intervista a Giuseppe Pontiggia su "Il raggio d'ombra" (1983)


Giuseppe Pontiggia è un comasco quarantanovenne che vive a Milano, dove lavora in campo editoriale. Si occupa di letteratura classica e ne scrive per il Corriere della Sera. Ha appena pubblicato quello che a molti è parso il più bel romanzo italiano uscito quest’anno. Il Raggio d’ombra (Mondadori, p.176), che rinnova la favorevole impressione suscitata cinque anni fa con Il giocatore invisibile, la sua terza prova narrativa, che lo aveva imposto a pubblico e critica, dopo che La morte bianca (1959) e L’arte della fuga (1968) erano stati notati quasi solo dagli addetti ai lavori.

Il raggio d’ombra narra una storia protofascista di delazione e tradimento che risucchia, direttamente e non, un gruppo ristretto ma composito di personaggi (un medico apolitico, dei rivoluzionari, un professore che vive solo per i libri) che ne subiscono le conseguenze senza riuscire a venirne a capo nemmeno dopo la morte della spia, a distanza di trent’anni dall’episodio. È un libro sobrio, essenziale e insieme perturbante, campato su una struttura solidissima che ruota attorno a una verità vacante e intessuto di un’arte straordinaria del dialogo, lucidissimo quanto allusivo.

 

Un romanzo: a ulteriore smentita, caso mai ce ne fosse bisogno, che il romanzo non è un genere morto o agonizzante?

Quando si parla di morte del romanzo, in realtà si parla di una morte di un’ipotesi fuorviante di romanzo, anche se questo fraintendimento ha avuto una certa vita. Per esempio, un modello equivoco e parziale di romanzo può essere sostituito dalla sociologia o dalla psicanalisi, ma il romanzo nella sua natura specifica non è assolutamente minacciato da questi linguaggi che appartengono ad altre attività, semmai si libera di attributi che non gli competono. Muore di volta in volta solo l’equivoco del romanzo.

 

In che modo credi che Il raggio d’ombra sfugga a questo equivoco che viene di solito denominato con la sigla, molto probabilmente vuota, di “romanzo tradizionale?”

Il romanziere tradizionale è colui che ad un certo impianto ottocentesco fa concessioni sul piano del linguaggio e del trattamento dei personaggi, concessioni che io non credo di aver fatto. Tutte le parti che ho messo mi interessano profondamente, ma senza nessuna sudditanza a questa struttura ideale alla quale io non credo. Se per esempio esploro i precedenti del medico o faccio una digressione sul professor Perego (nel quale A. Giuliani ha giustamente riconosciuto un mio parziale autoritratto), non lo faccio per informare sul personaggio o per darne l’anagrafe, ma perché questo rientra nel clima di rapporti immaginari che mi premono e perché ha una sua necessità nella trama linguistica e fantastica del romanzo.

 

I tuoi testi sono molto costruiti, seguono un meccanismo narrativo precisissimo, ma di fatto in che modo procedi?

È vero che mentre lavoro tendo a verificare al massimo quel che di volta in volta esce, tuttavia il mio atteggiamento nei confronti dell’opera fondamentalmente è di attesa. Credo infatti, come fa tutta l’avanguardia del ‘900, all’opera come progettazione e scoperta di quello che tu non sai, senza alcuna programmazione, ma solo con un forte senso di attesa, con un senso di sorpresa e di scoperta.

 

Ma concretamente quale è il tuo punto di partenza?

Mi capita regolarmente di partire da un’idea molto semplice che poi mi si complica subito costringendomi ad uno sforzo enorme per portare il tutto alla massima trasparenza. Nel caso di Il giocatore invisibile l’idea di base era che in fondo siamo già tutti morti; per Il raggio d’ombra si può dire che sono partito da questa semplice frase: non si cava un ragno dal buco. Ed effettivamente nessun personaggio ha cavato veramente niente da quel che voleva: la risposta è NO, nessuno è riuscito: hanno cercato in tutti i modi di prendere Losi, fisicamente, psicologicamente e moralmente, ma non ci sono riusciti. Ciò che riflette le mie idee profonde e la mia disperazione in generale, che a ben guardare non riusciamo ad arrivare né a quello che vogliamo né a quello che cerchiamo, anche idealmente.

 

Cosa ne pensi, a proposito, di quella dimensione metafisica (se l’espressione ha un senso) che alcuni attribuiscono ed altri invece negano al tuo romanzo?

Io penso che ci sia, anche se non è in primo piano. In primo piano c’è un’umanità che vive la disperazione, ma l’elemento metafisico-religioso è implicito. Ho sempre avuto interesse per la religione, così come ho molti interessi scientifici, ma ribadisco che delle cose che veramente interessa sapere in fondo non riusciamo, né mai riusciremo, a capire niente. Anche nella cosa più semplice, nel quotidiano, se vuoi veramente andare in profondità, ti trovi sempre di fronte al mistero. Io credo nel percorso di avvicinamento che si compie, ma credo anche nell’impossibilità di arrivare, e mentre alcuni sono giulivi del percorso che fanno, io invece sono terrificato di quello che non posso fare.

 

È un mondo questo tuo, o meglio quello dei tuoi personaggi, in cui il sospetto e la paura vengono a ricoprire un ruolo importante.

Il sospetto è una buona scelta dal punto di vista narrativo perché mette in moto la paura, che ti fa vedere la realtà in maniera apprensiva e drammatica.

Costruisco spesso sulla sorpresa, sulla contraddizione: parto da una cosa che poi si manifesta in una luce diversa, tra continui trasalimenti e angosce: cattive sorprese. Continui disorientamenti, cambiamenti di rotta, precipizi… e il sospetto è uno dei modi per far irrompere questa angoscia in una vita apparentemente tranquilla: in ogni mio romanzo tutti i sospetti si rivelano sempre fondati e ciò che si teme sempre si avvera.

 

Credo però che il personaggio centrale, e non solo tipograficamente, di Perego, sia portatore di una diversa sfumatura in questo tuo discorso.

Il personaggio di Perego illustra bene la mia convinzione che l’istinto narrativo e ciò che nasce durante il lavoro ne sa di più di ogni intenzione o consapevolezza orientante. Mi è uscita, inaspettata, questa digressione e mi è sembrato che avesse un senso, o lo potesse avere.

Parlando a posteriori potrei dirti: da una parte i protagonisti sono dei rivoluzionari che sono sempre alle prese con l’inesplicabile, con l’ineffabile e l’enigma, ma hanno la convinzione di essere dalla parte del reale e la presunzione, o la speranza, di dominare i rapporti concreti, mentre Perego, nella sua biblioteca e col suo culto dei libri, ha la consapevolezza malinconica di vivere una vita immaginaria, un po’ fantastica; ma d’altra parte la sua vita ha anche una sua ricchezza e pienezza, mentre la vita del rivoluzionario, che sembrerebbe calata nella realtà, è un avita allucinatoria. Sia Antonio che Travi infatti hanno l’impressione di essere sdoppiati, di vivere una vita che non è la loro, tanto da vedere a volte nel loro stesso progetto qualcosa di estraneo e di assurdo, anche se ormai non hanno più tempo e possibilità di cambiare.

 

Per finire potresti dire qualcosa sulla scelta del periodo fascista e sull’affermazione del risvolto di copertina, che il romanzo cioè è un’amara allegoria del nostro tempo?

La scelta del periodo dipende dal fatto che la storia vera alla quale mi sono ispirato è uno dei primi episodi di delazione e di fuga di un prigioniero politico durante il fascismo, ma ciò che mi ha colpito in essa sono soprattutto i tre finali, nessuno dei quali chiarificatore. Non ho cercato la ricostruzione d’ambiente o una verosimiglianza in senso stretto, anche se un po’ c’è (come mi hanno confermato dei lettori che quel periodo l’hanno vissuto), perché non mi interessa particolarmente la ricostruzione del passato, che del resto secondo me si può avvicinare meglio attraverso l’immaginario; mentre è vero che il discorso è molto legato all’oggi, non solo per l’odierna frequenza dei coinvolgimenti involontari, ma soprattutto perché credo che in più di un aspetto (la spia che chiede la pensione, ecc.) rifletta bene il totale cinismo dei nostri giorni e l’assurdità quotidiana.

 


Giuseppe Pontiggia, "Nati due volte" (Una lettera privata, ora non più tale, che avevo completamente dimenticato)

                                                        Fara, 31-8-2000

Caro Peppo

Ho letto Nati due volte e ti scrivo subito le mie impressioni, per quel che valgono.

Intanto ti ringrazio di avermelo inviato, e più ancora di averlo scritto. Mi è arrivato l’altro ieri; il pomeriggio ho aperto il pacco con l’idea di dargli una prima scorsa e dopo un po’, quando mia moglie mi ha chiamato per la cena, mi sono accorto di averne letto due terzi; poi, ieri, l’ho finito. Credo basti a dirti quanto mi sia piaciuto (sono uno che, quando legge, non salta una parola).

Nati due volte, più che un romanzo mi è parso una specie di libro sapienziale, dissimulato e indiretto, come deve essere. Non lo dico per svalutarlo come romanzo, ma anzi perché sono convinto che solo diventando anche altro (dalla pura narrazione) il romanzo ha senso, oggi, proprio in quanto romanzo. E viceversa a nessuno che non sia stolto verrebbe oggi in mente di scrivere un libro sapienziale (o morale, se preferisci: nel senso dei moralisti classici che tu conosci così bene) in forma diretta e con tono oggettivo. Per questo hai fatto bene ad adottare la prima persona: non tanto quindi sotto il profilo narrativo (quello avrebbe potuto reggere altrettanto bene con la terza persona) e nemmeno per il doppio gioco finzione-autobiografia (sul quale credo che ritornerò), quanto, appunto, per smorzare (per giocare a smorzare), attraverso la soggettività, limitata di per sé e ancor più soggetta a cauzione da ciò che la narrazione ce ne mostra, l’assertività delle riflessioni (non meno assertiva per essere ironica e per il fatto di prendere nella propria rete anche chi le riflessioni le sviluppa: credo di poterlo dire, dato che anch’io, si parva licet…, soffro talora di una propensione analoga, senza averne l’autorità).

Del resto il libro, più che narrare la storia del figlio, narra quella del padre, ne segue l’evoluzione, l’educazione, di cui il figlio è il vettore non certo unico, ma decisivo. L’handicap, o la disabilità se preferisci, è ciò che permette al padre di comprendere se stesso e il mondo (quel che può), e solo così di ritornare alla persona disabile in un rapporto di sia pur precaria simmetria. Dico simmetria, e non uguaglianza, che non c’è se non attraverso la perfezione dell’amore, che però è discontinuo (per questo da solo non basta).

Il figlio è insieme saggio e imperscrutabile, come gli antichi enigmi: gli si gira attorno, si cerca di interpretarlo, ma comprenderlo trascende le nostre possibilità; deriva forse da questo che di lui si possa dire più ciò che risulta dai rapporti che gli altri hanno con lui che viceversa (sintomatico il caso di Alfredo, che, lo dico con rammarico, dopo le prime reazioni non compare quasi più). Anche degli altri, a parte la splendida figura di Franca, dici poco, o, quanto meno, meno di quello che io avrei voluto: di ciò che il libro stesso lascia intravedere e fa sperare.

Per questo quando dici nell’intervista che hai rilasciato a Repubblica (che ho letto dopo il libro, assieme alla recensione di Giuliani, che non mi è piaciuta granché) che su questo libro non tornerai, io non ti credo: mi auguro che tu ti ricreda cioè, e non tanto perché trovo il libro insoddisfacente com’è, quanto perché, proprio per averne ricevuto molto, ne voglio ancora di più. E questo di più lo vorrei proprio nelle sequenze narrative, in quanto, se è la narrazione che può dire ciò che altrimenti non potrebbe essere comunicato (in più forme trasmesso: penso per esempio allo splendido inizio), è a quelle che dovrai tornare (non potrai fare a meno di tornare, se ho visto bene), per spingerti ancora più avanti, insistendo con ancora maggior decisione sul pedale dell’autobiografia mascherata e deviata, che tanto in questo libro ti ha giovato (che tanto a questo libro, e dunque al lettore, ha giovato): cioè mettendo in campo (rischiando) te stesso ancor più di quanto tu abbia già fatto. Lo so che è facile dirlo dal di fuori; immagino quanto ti sia già costato quello che hai fatto, ma se c’è uno che può fare ancora di più, quello sei tu; e lo sei proprio perché l’hai già fatto, cominciando: che, quanto pare, è il passo più difficile.

A giudicare da quelle che già ci sono (di grande emozione, più forte laddove rattenuta; e direi: perché rattenuta), credo che nuove sezioni narrative, possano giovare alleggerendo anche il rischio che le altre situazioni narrate, e le digressioni, appaiano come “esemplificatrici”, “tipiche”; l’individualizzazione maggiore da esse implicata spazierebbe, senza annacquarle, le digressioni sociologiche o psicologiche, peraltro sempre acutissime: ne guadagnerebbe il lato “mitico” (penso alle vacanze a Creta o alla recita, e non certo per i luoghi e i temi), in virtù della tua capacità di schivare sempre l’aneddoto, proiettandolo in una dimensione allegorica nella sua concretezza, e parabolica, anche in senso geometrico (per quanto concerne i possibili significati).

Spero di non essere stato troppo ingenuo (stupido) e pedante (vacuo). Lo sarei se avessi anche solo pensato di “insegnarti” qualcosa, di suggerirti come io avrei saputo far meglio di te ecc., ma l’evidenza di una tale ridicolaggine mi esonera da qualsiasi scusa preventiva, per quanto questa possa suonarlo a posteriori. Credo che ognuno amerebbe sentire altre storie da Ulisse, e se il Qohélet va bene così com’è, dubito che qualcuno penserebbe allo scompenso strutturale che porterebbe la scoperta di capitoli inediti, che so?, del Chisciotte.

Grazie di nuovo Peppo, e di nuovo tutte le me felicitazioni (l’uso del termine non è casuale).

 Ciao

Luigi

                    

 

05/03/21

Giuseppe Pontiggia, Vite di uomini non illustri (1993)

  


  Vite di uomini non illustri, l'ultimo libro di Giuseppe Pontiggia, è sul mercato solo da un paio di settimane e già ha raccolto una cospicua messe di consensi critici. E' facile prevedere che i dati dalle vendite non saranno da meno: l'autore è noto anche come personaggio pubblico, il titolo accattivante, i temi sembrano fatti apposta per soddisfare la sete endemica di "normalità" che la declinante religione della fama e il ribrezzo per i nostri uomini illustri non possono che suscitare. Non manca nulla insomma perché si riproduca il miracolo del bestseller di qualità, per dirla con Giancarlo Ferretti, così come non manca nulla per destare più di un sospetto nei soliti maligni. E' quindi meglio sgombrare subito il campo da possibili equivoci: quanto ha ricevuto e riceverà, il libro se lo merita tutto.
  Pontiggia infatti si guarda bene dal cantare l'epopea della normalità, quasi a nobilitarne lo squallore; fa anzi piazza pulita di ogni intento polemico, etico o didascalico, affrontando il problema a partire dal campo che più specificatamente compete allo scrittore, quello letterario. Ed è appunto in questo che consiste la difficoltà maggiore, perché raccontare la vita di uomini non illustri significa fare i conti con gran parte della tradizione romanzesca, che da Don Chisciotte in qua in fondo non ha fatto altro. Solo che poi quasi tutti i personaggi incappavano in fatti mirabolanti, ingerenze storiche, disgrazie su disgrazie, metamorfosi e impedimenti insormontabili: più raramente se ne parlava se la loro vita trascorreva nell'inesorabile quotidianità, a meno che non fosse riscattata dall'amplificazione dell'analisi sociale o psicologica o da esemplarità e risonanze mitiche che solo il romanzo poteva dispiegare. Pontiggia invece lo ha fatto rinunciando a queste risorse, e di conseguenza nelle diciotto vite del suo libro, né microromanzi né semplici racconti, si è trovato nella necessità, fingendo di semplicemente capovolgere un genere ben codificato dalle radici classiche, di cercare di inventarne un altro, o quanto meno di dissodare un nuovo lembo di raccontabile; che ci sia riuscito è il suo maggior pregio.
   La vita, inventata, dei protagonisti viene condensata in un breve spazio che va dalle dieci alle venti pagine: si comincia con la data e spesso le circostanze della nascita, eccetto che nell'ultimo, e si finisce con quelle della morte (così è la vita, pare). Le date di nascita sono raccolte in due periodi, dal 1890 agli inizi del secolo e negli anni trenta, con la sola eccezione di Bertelli Claudia, del 1949; quelle di morte oltrepassano la soglia del duemila: scelta non solo autobiografica, dal momento che le due generazioni corrispondono a quella di Pontiggia, che è del '34, e dei suoi genitori, ma sono anche quelle che hanno conosciuto la maturità durante il fascismo e dagli anni del boom in poi.
   Pontiggia fa un uso mirato dei riferimenti storici, quasi sempre risolti nel privato del personaggio (la menomazione subita in guerra, la moglie che tradisce il marito disperso, i danni dell'inflazione che inaspriscono l'odio per il fratello) e talvolta come contrappunto da questi trascurato perché tutto preso dai suoi problemi, per esempio di gelosia; ma non è il caso che li trascuri anche il lettore. Da qui a dire che si tratti di vite in qualche modo esemplari dell'uomo comune del '900 tuttavia il passo non è affatto scontato, soprattutto perché l'autore si guarda bene dal dotarle dei tradizionali stigmi dell'esemplarità: i personaggi infatti non sono dei "caratteri", non rappresentano categorie o ceti (anche se è evidente la prevalenza della borghesia), e se hanno dei tratti generalizzabili sono quelli a cui nessun oggetto di narrazione può sfuggire. E' probabilmente anche per ridurre questo rischio che le loro storie sono narrate con la stessa oggettività e si direbbe volutamente ingabbiate in un'identica struttura che, dopo un inizio  dal tono documentario, si sviluppa per brevi episodi che scandiscono le tappe di un percorso che generalmente si definisce attraverso una scena più ampia, e che infine la morte conclude.
   Ogni volta differente è invece lo snodarsi delle singole vite, l'articolazione dei frammenti e dei dialoghi mediante un montaggio di magistrale varietà inventiva, che opera salti, inserisce vuoti e sutura distanze così da rendere più compatta la narrazione e insieme da trarre vantaggio  anche dalle pause e dai silenzi per accentuare il risalto di ciascuno di essi, di modo che l'inespresso si coniughi con la chiarezza e la potenzi. E sempre differente, pur nella coerenza di un inalterabile distacco cronachistico, è lo stile che Pontiggia adotta per ogni vita, con una molteplicità di registri che deriva non solo dalle aree culturali, storiche e geografiche dei personaggi, ma anche dai generi narrativi, psicanalisi compresa, ai quali di volta in volta la memoria letteraria associa il singolo personaggio o evento o contesto. L'abilità maggiore di Pontiggia, la novità che contraddistingue questo libro in rapporto per esempio alla narrativa postmoderna, è consistita nel non utilizzarli come nota di colore, allusione intellettualistica o in funzione parodica, combinatoria o metanarrativa (dimensione che non è tuttavia assente, seppur ben mimetizzata), e di amalgamarli invece all'oggettività complessiva della narrazione e della descrizione mediante una sorta di discorso indiretto libero dal tono indecidibile, con risultati di grande umorismo. Questo gli ha permesso di non reprimere quelle sfumature di tenerezza, di indulgenza e di lirismo che nei libri precedenti si era sempre rigorosamente vietato quando si profilava il rischio della banalità, come se parlare senza veleno di personaggi banali o riferire i loro discorsi  avesse potuto macchiarne automaticamente anche l'autore.
   Al risultato ha giovato la rinuncia in primo luogo alla cadenza aforistica, che in passato talvolta interferiva con la narrazione dei fatti con un eccesso di moralismo e di razionalizzazione, e in secondo alla dominanza di personaggi a diverso titolo qualificabili come intellettuali. Gli è stato in tal modo possibile affrontare ogni individuo adeguandosi alle sue caratteristiche, idiosincrasie, ambizioni e debolezze con l'umanità e verrebbe da dire la saggezza di chi, pur senza farsi nessuna illusione né rinunciare al dovere della lucidità, appunto per questo è giunto ad accettarle per quelle che sono, né più né meno. Così anche il lettore trova modo di accostarsi al di fuori di qualsiasi ingerenza a tutti i personaggi, di ritrovare parentele o differenze con quelli che popolano senza che in genere vi presti molta attenzione la sua vita quotidiana e le zone in ombra della sua memoria, se non addirittura con i propri famigliari o con se stesso. Magari gli capiterà di riconoscere, e persino di accettare, di attingere lui stesso all'infinito mare della stupidità; forse imparerà addirittura a guardare con benevolenza anche agli infaticabili cartografi che lo misurano con la sicurezza di chi abita un altro elemento, o a trovare simpatici anche i cattivi, come Marinoni Roberta, la protagonista del bellissimo I piaceri furtivi. Il che non gli impedirà, quando essa in seguito a una diagnosi sbagliata muore affermando: "Gli idioti sono troppi", di pensare che avrà anche ragione, ma che comunque ben le sta.
 
 Giuseppe Pontiggia, Vite di uomini non illustri, Mondadori, 1993, pp. 308, £.27.000
 

25/04/17

Giuseppe Pontiggia - Il Giardino delle Esperidi, 1984



Anche Giuseppe Pontiggia, al pari di Borges e di altri scrittori e lettori di diverso grado di nobiltà, confessa di sentire “l’aspirazione a inghiottire l’universo attraverso i libri”. Lo capisco. Che però egli non si accontenti come molti dell’astratta aspirazione, né di quella complementare di essere inghiottito dai libri, sotto la specie di una bellissima e amplissima biblioteca privata, lo prova il recente volume Il giardino delle Esperidi, tanto ampio è lo spazio indagato nei saggi che lo compongono e tanto sicuro il passo che lo percorre più mimetizzando che evidenziando l’erudizione che lo sorregge. Se la asseconda spesso, di questa voracità tuttavia Pontiggia conosce anche i pericoli: emanata dalla “percezione sia del valore della cultura sia della sua impotenza a modificare chi la possiede e di dare un significato alla sua vita” tipica della “crisi della civiltà contemporanea”, essa implica infatti “una visione suicida del sapere, inteso come una quantità che si estende all’infinito e non come una qualità che si riduce alla persona”, mentre è proprio questa riduzione alla persona che a lui preme.
Non per nulla il verbo che sempre torna nei momenti topici delle sue letture, coniugato in molti modi e varianti, è riguardare; infatti “quando il testo ci prende e in qualche modo ci riguarda, è perché l’autore sta parlando a noi e non alle nostre controfigure culturali”. Anche la lettura quindi deve essere misurata “ogni volta con la propria necessità interiore” e affrontare, contrariamente a quanto fanno di solito i critici, “la riflessione sul senso più importante del testo: ossia il suo valore in rapporto al tempo della vita”, a quello della “Storia” e insieme a quello della “esistenza”. Così, per esempio, la letteratura fantastica può dirci più cose sulla realtà di quanto non possa fare la speculazione con le sue definizioni, “rende manifesta la scomparsa del senso nella infinità dei significati” e dilata i nostri sensi con la sua “capacità di vedere l’invisibile”; e, ancora, a chi non voglia fuggire nell’attualità “recidendo i legami con il passato e il futuro” in ossequio all’ormai obsoleto imperativo del moderno ad ogni costo, i classici possono restituire il senso del tempo, poiché solo nella consapevolezza della loro distanza essi tornano a parlarci con “familiarità”.
Se Pontiggia opera dunque una costante riduzione del sapere alla persona è perché pensa che “l’essenziale non è quello che si sa, ma quello che si è”, riprendendo una verità tanto antica, e da tutti a parole condivisa, da apparire banale. Ma, in primo luogo, una verità non cessa di essere tale solo perché antica e banalizzata se dimostra, dalla sua distanza e nella sua prossimità, di essere ancora produttiva nelle nostre mutate condizioni di vita; e, in secondo luogo, rifiutare automaticamente ogni vera o presunta banalità può rivelarsi uno dei tanti tributi all’“unico fattore invariabile della storia”, la stupidità (oggetto di uno dei saggi più belli del libro) alla quale certo “abbiamo tutti sacrificato qualcosa di essenziale”, ma non per questo siamo tenuti a farlo sempre: proprio la ripetizione costante e superficiale che crea la banalità potrebbe infatti nascondere qualche prezioso insegnamento dimenticato.
Non è comunque a un deprezzamento consolatorio del sapere che Pontiggia tende con quella frase, quanto alla necessità della “convergenza tra vivere e conoscere” che era tipica, per esempio, di Solmi e prima ancora di Montaigne e dei moralisti classici, in una tensione etica che permea tutto Il giardino delle Esperidi e costituisce il vero collante che organizza in un insieme compiuto l’apparente disparità dei saggi, che pure sono collegati tra loro da una notevole varietà di ricorrenti ramificazioni tematiche.
Anche l’altro fattore principale di coesione, lo stile, di questa tensione etica non è che il complemento necessario: come “impronta di ciò che si è in ciò che si fa”, secondo una definizione di Solmi, solo in esso può attuarsi, per uno scrittore, la convergenza tra essere e conoscere che Pontiggia persegue. Come deve essere trasparente a se stesso per meglio comunicare con gli altri, così la chiarezza deve essere la nota dominante dello stile, sia pure “una chiarezza metaforica, allusiva, autoironica, discreta”. Per Pontiggia come per Daumal “la chiarezza non è il valore, ma il valore non si esprime che attraverso di essa”. Scrivere, specialmente romanzi come fa Pontiggia, significa inoltrarsi nell’ignoto (il giardino delle Esperidi, appunto) e agire in modo tale che il testo ne sappia più dell’autore, ma questo non comporta che l’ignoto permanga buio senza forma né che l’autore debba rinunciare alla “costruzione” del racconto, la quale anzi, non rientrando “nell’area del calcolo, quanto in quella del rischio”, proprio al conseguimento del sapere maggiore del testo finisce per collaborare.
“Eterno è il mondo della cose che non si possono esprimere, a meno che non si esprimano bene”, scriveva Thomas Mann, ma questo non implica, chiosa Pontiggia, il totale appiattimento di ciò che viene detto in una luminosità senza ombre né che la chiarezza si riduca a facilità, essendo la conquista della naturalezza “il supremo degli artifici”. “Solo il discorso chiaro può essere di una complessità inesauribile” ed è appunto questa complessità che l’artista ricerca, per potenziare attraverso la sua inesauribilità anche la vita. Ambizione “temeraria” forse, ma in fondo l’unica veramente coltivata dall’artista, il quale infatti, “anziché ‘realizzarsi’, come vorrebbero i più, tende a una meta infinitamente più importante: aggiungere vita alla vita, scoprire mondi che sfuggano alle possibilità di previsione e di controllo, labirinti in cui Dedalo si ritrova e si perde”. Senza doverne costruire di sotterranei aggiungendo oscurità all’oscurità, già la chiarezza e la trasparenza sono un labirinto: anche quello di dedalo era a cielo scoperto, e già Pessoa diceva: “quando parlo con sincerità non so con quale sincerità parlo”.


Questi due articoli sono usciti rispettivamente su Bergamo e Brescia Oggi, nel 1984, e su La talpa (o era già Alias?) del Manifesto, nel 1993

29/10/14

Su Giuseppe Pontiggia



Dieci anni fa moriva Giuseppe Pontiggia, nel momento in cui, dopo il successo di Vite di uomini non illustri (1994) e soprattutto di Nati due volte (2000), la sua opera e la sua autorevolezza culturale e morale avevano ottenuto un vasto e meritato riconoscimento anche in campo internazionale. Oggi parlando con giovani scrittori e critici capita di scoprire che la maggior parte non ha letto una sua pagina, e che alcuni nemmeno l’hanno sentito nominare. E anche chi lo ha letto e conosciuto e stimato ne parla sempre meno, a parte le celebrazioni ufficiali, e talvolta ridimensionandone eccessivamente l’importanza senza che si capisca bene perché. Io gli ero amico e lo ammiravo. Non è solo per un atto di doverosa memoria che penso sia opportuno tornare a parlarne. 
Pontiggia, nato a Erba nel 1934, ha rivelato una precoce vocazione letteraria che si è poi affinata alla scuola di Giovanni Anceschi e del “Verri”, da cui è nata la neoavanguardia negli anni ’50-’60. Pur condividendo con essa gli assunti di fondo di una critica ideologica del linguaggio, da lui intesa soprattutto come incessante smascheramento di ogni suo uso retorico e mistificante, e di una spiccata attenzione all’aspetto costruttivo della cosa letteraria (e quindi ai meccanismi formali e ai risvolti metaletterari che lui però ha sempre trattato, nell’opera narrativa, in modo indiretto), e conservando negli anni l’amicizia con alcuni suoi rappresentanti (Antonio Porta, Alfredo Giuliani, Giorgio Manganelli), se ne è però allontanato abbastanza presto. Non lo convincevano gli estremismi formali, che sconfinavano spesso nell’illeggibilità, e la forte politicizzazione; ed è stato proprio nel momento della cosiddetta crisi delle ideologie e del conseguente rapporto tra politica e letteratura, cioè a partire dagli anni ’80, che la sua opera e la sua figura pubblica, di alto profilo morale, fortemente impegnato in alcuni settori civili ma non schierato e attestato anzi in un territorio che poteva apparire di neutra distanza, hanno acquisito un notevole rilievo. Per inciso, sono forse le stesse ragioni per cui è meno letto oggi: ragioni che però trascurano, colpevolmente, il rigore e la qualità della sua narrativa e di gran parte sua critica (in particolare Il giardino delle Esperidi, 1984).
Uno degli elementi caratterizzanti tutta la sua scrittura è stata, al contrario dei neoavanguardisti, la ricerca di una leggibilità di prima istanza che però contenesse, stratificata, la maggiore complessità possibile di riferimenti e implicazioni, anche teoriche, e quindi di letture.
Attenzione verso il lettore e esigenza non solo di riconoscibilità, ma anche di riconoscimento, che, dopo l’esordio già compiuto di La morte in banca (1958 ma scritto a 18 anni, nel 1952), segnano il lungo travaglio che ha portato dal notevole quanto complesso e difficile L’arte della fuga (Adelphi, 1968) alla scrittura più abbordabile e diretta, anche se per niente semplice quanto a precisione e densità stilistica, e alla forma più accattivante, anche se costruita a partire dal sistematico spiazzamento delle strutture del giallo tradizionale, di Il giocatore invisibile (1979), con il quale ha ottenuto, oltre a una favorevolissima ricezione critica, il favore di un pubblico sempre più ampio. Nel frattempo si era affermato come un consulente editoriale sempre più ascoltato, come critico, e come curatore e traduttore di classici, sui quali rifletterà per tutta la vita, traendone molti spunti per la comprensione e l’analisi della società contemporanea, e per delineare, dal punto di vista esistenziale, il perimetro di una moralità disincantata, pessimista nel fondo ma partecipe e attiva (anche se la tentazione della fuga resta sempre in agguato: cosa che però lui trasfonderà solo nei romanzi: per esempio nella spia del Raggio d’ombra e nel protagonista assente della Grande sera).

Il legame con le urgenze della vita, a cui non sono estranee anche alcune vicende biografiche, è uno degli elementi fondanti di tutta la sua opera e ne detta il ritorno delle tematiche (la ricerca quasi sempre delusa della verità, la paura, il tradimento in tutte le sue inflessioni, le ipocrisie e gli alibi…) ma anche i modi di affrontarle, che quasi mai procedono per via diretta. Ogni opera si basa su una ricerca, ma il suo centro è vuoto, e se i personaggi vi ruotano attorno per esserne quasi tutti risucchiati o annientati, il critico e il narratore invece ne disegnano i contorni e lo definiscono edificando ai suoi margini il mondo che esso ha disertato e insieme contribuito a far sorgere e procedendo per focalizzazioni oblique, topografie indirette e deviazioni attraverso le quali giungere a quell’essenziale che si sottrae a ogni indagine e riconoscimento diretto.
Diventa quindi necessario servirsi, per raggiungerlo, di tutto l’armamentario che, senza recedere un millimetro dalla lucidità, sfrutta ogni risorsa dell’allusione, della reticenza, del passo a latere e della divagazione. Nell’opera narrativa tutto questo si traduce nel blocco dell’azione, nella descrizione e analisi spesso a valenza autonoma di personaggi e contesti, in dialoghi feroci in cui l’oggetto di partenza si rivela solo uno spunto per una nuova tappa dell’eterno conflitto tra i dialoganti, o nell’elisione di tutti i momenti nei quali la narrativa tradizionale concentra la maggiore densità di azione e agnizione.
Nel suo lavoro critico invece la divagazione non prende la forma di lunghe riflessioni ma di brevi o brevissimi paragrafi che spesso partono o finiscono con una asserzione, morale o estetica, preferibilmente di segno aforistico. Pontiggia amava la scrittura che resta incisa, come sul marmo dei classici: e allora la frase si prosciuga, la sintassi si semplifica e le parole si fanno più nette, militare la topologia della punteggiatura. La quantità e la qualità delle pointes a cui dà luogo questa scrittura è ciò che più colpisce a prima vista di Pontiggia, come la varietà dei percorsi attraverso cui vi giunge, anche se alcuni sono privilegiati: l’inversione, il ribaltamento e il paradosso, e viceversa la letteralizzazione e l’etimologia.
È  la parte di coazione a ripetere che è toccata anche a lui, che tanto era sorvegliato: lo si vede quando, raramente, esagera nelle spiegazioni e nei commenti, quando non resiste all’impulso dello svelamento, da voyeur affascinato dalla stupidità e dalla facilità del pregiudizio; quando il meccanismo del paradosso sulla banalità prende il sopravvento e guida la narrazione e lo sguardo critico anziché esserne prodotto. (Se l’ossessione di indagare la banalità non garantisce di andarne esenti, il contrario resta la strada più sicura per cadervi, però.) Ma è anche l’effetto di una generosità nei confronti del lettore e un credito a fondo perso verso la sua intelligenza. E infine è ciò che lo differenzia dal narratore tradizionale nel quale ogni frase è necessaria e insieme deve essere dimenticata nella successiva verso cui è proiettata (e quando funziona lo è), e ciò che invece lo ricollega alla narrativa in cui le digressioni “non rallentano l’azione, semplicemente la sostituiscono”, come dice di Fielding, ma come è caratteristico anche di altri autori da lui amati, in particolare Manzoni.

Nella narrativa, dunque, la divagazione disegna il centro vuoto della trama, il motore immobile e assente su cui si affacciano senza scorgerne il nucleo di verità le azioni (o piuttosto le reazioni) affannate dei personaggi, che l’autore segue non tanto con lo sguardo che la vulgata presume gelido dell’entomologo, quanto con una procedura di chirurgo dei sentimenti, che sa di dover passare per il dolore per essere efficace e talvolta con il fastidio dell’insegnante di fronte alla pervicacia dell’errore nei suoi studenti che pure ama.
Nei testi saggistici questo vuoto radiante è quello che avvolge la struttura a brevi paragrafi, autonomi e compiuti: è ciò che del percorso logico è caduto, i passaggi impliciti, deducibili e quindi, per la scrittura, non essenziali, trascurabili. E, come insegnano i classici, ciò che è trascurabile va trascurato. L’argomentazione dimostrativa viene ridotta, quando non del tutto espunta, a favore dello sguardo concentrato sull’oggetto centrale, che si staglia isolato. La struttura del testo preso in esame e le sue peculiarità sono indicate per brevi cenni e non sembrano avere grande importanza di per sé, a meno che non siano funzionali al discorso, il cui argomento è introdotto da considerazioni che ne indicano chiaramente la fonte in qualche passaggio o elemento strutturale o tematico del testo, ma che resta personale e emozionale. Più che oggetto di esame, in questo caso, sarebbe meglio dire che il testo è l’occasione del saggio, lo stimolo all’approfondimento di una riflessione che non lo dimentica ma nemmeno lo feticizza: il passaggio frequente all’aneddoto biografico o storico lo dimostra.

Se questo conferisce ai saggi di Pontiggia il loro tono inconfondibile, preclude però le sorprese di una lettura dettagliata e interna (con alcune splendide eccezioni, a dimostrazione di quanto fosse attrezzato e sottile Pontiggia quando vi si dedicava). Quando si avvicina al dettaglio del testo, questo è in genere di tipo linguistico, con preferenza per l’etimologia per mettere in campo la pluralità dei significati o giocare la radice contro l’abuso, ovvero perché suscettibile di generalizzazione o in quanto tic stigmatizzabile. L’etimologia è anche un’importante molla di sviluppo narrativo, e non solo nel caso macroscopico della lettera anonima che dà il via a Il giocatore invisibile che prende spunto proprio da un’errata etimologia, quanto soprattutto nell’attenzione alle parole, alle loro sfumature e ai molteplici usi e strategie nel gioco di inganni quotidiano che costituisce il fondale di quasi tutti i libri di Pontiggia, che molti personaggi e più ancora le diverse ma analoghe figure di narratori condividono, facendone oggetto di analisi, puntualizzazioni che a volte sembrano pedanti e invece si rivelano sempre decisive per capire una figura o un evento, e soprattutto dei dialoghi, sottili proprio perché quasi sempre maligni.
Per quanto decanti talvolta l’avventura della lettura, questa resta circoscritta all’atto privato, mentre è raro che la traduca in motore della sua scrittura saggistica, che resta invece prevalentemente esterna e focalizzata sulle priorità di chi scrive. È  lo scatto della fantasia o della riflessione che conta, l’accostamento fulmineo, l’istituzione di analogie, il potere esemplificatore e l’applicabilità al contesto socioculturale o alla convenzione morale. Questo finirebbe per dire molto su di lui e meno sul testo esaminato, se Pontiggia non ci sorprendesse con osservazioni in apparenza minori, ben mimetizzate nel discorso o ad esso funzionali che, pur non essendo sviluppate, suggeriscono invece quanto attento e rispettoso sia stato il suo approccio. Inutile dilungarsi; e se proprio, ci pensi l’interessato: gli elementi sono lì 
D’altra parte per Pontiggia la letteratura, anziché trovare in se stessa la propria legittimazione, è importante perché, nell’osservanza delle leggi che essa si dà e nell’attenzione rigorosa al linguaggio su cui si fonda, tende fuori di sé e serve a vivere, con tutto ciò che di vago ma anche di intenso e pervasivo questo verbo implica. In modo analogo il verbo servire, lungi dall’essere una diminuzione del valore della letteratura, ne è un’esaltazione: come lo è essere al servizio di qualcosa che, essendoti superiore, non solo dà un senso al tuo operato ma ti fa essere al meglio delle tue possibilità, quali che siano. Grazie al cielo Pontiggia non era di quelli che sminuiscono difensivamente ciò a cui dedicano l’esistenza. La letteratura sarà anche un gioco, ma che dà poco solo a chi poco si aspetta da essa, per fare una variazione su una delle sue espressioni preferite (per esempio sul matrimonio) che peraltro tradiscono a sufficienza quanto poco, talvolta, egli si aspettasse dagli altri. Per chiunque lo giochi è più opportuno che sia esigente, sia pure con leggerezza.
Di qui l’essenzialità della componente saggistica e, sornionamente, sapienziale anche del suo lavoro narrativo: efficace però solo in rapporto all’economia linguistica, alla tensione espressiva che lo percorre sempre, anche quando la catena delle definizioni e degli aforismi si prolunga di un anello non proprio necessario per amore di completezza, o di un’ulteriore specificazione, per quanto acuta.
Di questo dobbiamo essergli grati; di certo gli sono molto grato io, per ciò che da lui ho imparato e continuo a imparare, senza mai annoiarmi, ogni volta che lo rileggo.
Narrare però, in qualsiasi accezione si voglia intendere il verbo, è un’altra cosa. Pontiggia ha ribadito in più occasioni che scrivere opere narrative per lui aveva valore solo nella misura in cui non sapeva dove stava andando e in cui scopriva ciò che sarebbe accaduto in corso d’opera, venendone sorpreso; eppure raramente in lui c’è abbandono. Il suo controllo anche su ciò che andava scoprendo era sempre lucido, senza cedimenti, direi quasi tirannico. È  il suo stigma, lo sappiamo; è la sua forza, ma anche il punto in cui si irrigidisce: non cede mai. Tanto che vien da pensare a quanto circoscritto fosse l’orizzonte entro il quale la sorpresa potesse delinearsi. Quando non si cede mai, inoltre, il rischio è di schiantare tutto in una volta. Viceversa, chi cede è già schiantato una volta per tutte, avrebbe certamente ribattuto. È  probabile, ma forse tra le due alternative (le stesse entro cui si muovono alcune delle pagine più acute di Pontiggia, che non a caso faceva del ribaltamento uno dei suoi strumenti retorici privilegiati) esistono altre possibilità. Può darsi che la mia lettura sia parziale, reattiva come lo erano alcune delle sue pagine critiche: appunto, ma a me sembra che queste possibilità Pontiggia le abbia più trascurate che coltivate. Può darsi che stia facendo l’errore di attribuire a Pontiggia un desiderio che è solo mio, che cioè lo stia accusando di essere quello che è e non quello che vorrei io (è una mossa che ovviamente Pontiggia non ha mancato di denunciare, come fanno gli scacchisti che pensano in anticipo le contromosse possibili degli avversari prima di muovere, col rischio però di suggerirle mentre si fa mostra di averle pensate); tuttavia a volte mi viene il dubbio che, prigioniero della logica dello svelamento e della difesa sistematica preventiva, non avesse l’immaginazione teorica e narrativa necessaria per pensarle, quelle alternative. Il suo è un mondo perfetto, catafratto, e insieme asfissiante per eccesso di difese. Mentre invece è appunto questo il difetto di immaginazione di Pontiggia: che in lui ben poco non sia voluto, anche la sorpresa, che a posteriori viene ricondotta nello stesso alveo. Parla della paura in molti testi perché è il primo a sentirla, ma mentre la affronta non resiste all’impulso di circoscriverla, anche nel senso di scriverle attorno. È  così presente nelle situazioni e nei personaggi, ma meno nella scrittura. C’è un eccesso di intelligenza (che certo è sempre meglio del contrario), ma deriva come da un eccesso di timore della stupidità: nel senso, qui, di ciò che sfugge al controllo e aggira anche l’attenzione più minuziosa, la strategia più paranoica.
Già, la stupidità, quella che per esempio nei cattivi romanzi si traduce nell’adozione di formule narrative e stilistiche già usate, come se fosse possibile evitarle del tutto (lo si vede già da L’arte della fuga: un titolo che suona come un programma per tutta la vita, la definizione precisa di una strategia che solo tardi e a fatica Pontiggia cercherà di abbandonare; per ogni evenienza spesso dirà che il nuovo a tutti i costi è il falso miraggio delle avanguardie: salvo sentirne sempre l’esigenza come retropensiero respinto, come scatto ironico ogni volta che il déjà vu rischia di spuntare nei paraggi, –  e per uno che ha letto moltissimo spunta nei paraggi quasi sempre). Credo che per Pontiggia fosse una vera e propria ossessione (comprensibile e sempre attuale d’altronde: basta guardarsi attorno; e anche dentro): non a caso ci ritorna in tutte le sue opere e ne illustra magistralmente tutte le sfumature che la comunicazione odierna, totalizzante, non si stanca di moltiplicare, anche se questo non sempre ha giovato alla sua narrativa, perché questa attenzione rischia di frenare, di rendere reattivi alle banalità sempre in agguato piuttosto che attivi, cioè attraversandole anche a rischio di restarvi impantanati.
La tipologia dei suoi personaggi è ciò che gli permette di muoversi in questa dimensione e di scandagliarla con la massima efficacia (e crudeltà), ma al contempo gli impedisce di uscirne. L’eccezione, oltre all’estrema conquista di Nati due volte (una conquista in primo luogo per lui stesso), è Vite di uomini non illustri, la cui nascita non a caso è stata una felice sorpresa anche per Pontiggia, un’urgenza improvvisa che ha dato libertà alla sua scrittura.
I personaggi appartengono infatti al ceto colto, spesso sono intellettuali o che hanno la presunzione di esserlo: l’estensione della loro stupidità è pari almeno a quella delle loro competenze, quella delle loro debolezze all’acume del loro sguardo su quelle degli altri: lo spazio in cui muoversi è pertanto molto ampio, come alto può essere il tenore di ciò che viene detto e taciuto, rivelato e misconosciuto.
La valorizzazione della propria intelligenza e delle proprie competenze è pari, in essi, alla misura delle lacune e delle debolezze dei loro antagonisti (perché tutti lo sono rispetto agli altri; raramente c’è complicità e armonia, e quando sembrano esserci, ci pensa il narratore a mostrarne l’illusorietà, quando non la deliberata menzogna), il che non impedisce a tutti di compiere sistematicamente delle scelte sbagliate, di stupidità sesquipedale, che qualsiasi persona di banale buon senso eviterebbe senza nemmeno pensarci.
Bisogna dire che in gran parte se lo meritano, ma non meritano anche altro? Certo dal punto di vista narrativo qui comincerebbero i problemi, però viene il dubbio che è proprio dove ci sono i problemi che un narratore dovrebbe talvolta inoltrarsi. D’altra parte non è difficile per un narratore illustrare infantilismi e stupidità se si fanno compiere sistematicamente ai protagonisti atti stupidi o infantili, come nel caso del professore del Giocatore invisibile e del medico del Raggio d’ombra per esempio.
A volte mi viene da accostarlo al peggior Nabokov, che si diverte un mondo a demolire gli idioti a cui lui stesso dà forma e vita. Una debolezza ipercompensata da ben altre grandezze, sia chiaro. E però indicativa delle debolezze, anche umane (nel senso di disposizione interna alla scrittura, non come riferimento personale, che verterebbe solo sulle miserie del pettegolezzo, nemmeno sui fasti talvolta rintracciabili nell’aneddoto, mentre nell’analisi dell’opera sarebbe solo fuorviante), che pure in quelle sbucano qua e là.
Alla dinamica dello svelamento, della denuncia e del ribaltamento non c’è limite. Senza che questo lo renda inutile, ogni smascheramento della menzogna, della banalità e della stupidità, è suscettibile di diventare oggetto della medesima procedura. Il sollievo che ne deriva è l’inizio di un nuovo perturbamento, l’indizio di una fragilità strutturale che non si rassegna a se stessa e si intestardisce fino ad autodemolirsi perché non ha la forza di accettarsi. È  un bene e un male. Con la chiusura della sentenza, il moralista decide quando è il momento di arrestarsi, ma non è detto che la sua decisione venga sempre condivisa. “Te lo dico io come stanno le cose”, sottintende, anche quando sospetta, o sa, che le cose stanno così solo nella misura in cui una decisione taciuta così le fa stare, cioè consistere. Ma le cose non stanno né così né cosà: è quella parte di me che, in quel momento e per qualche ragione, decide che le cose così devono, o dovrebbero stare, che le fissa per quel momento come se fosse per molti altri momenti, e magari per sempre. È  la necessità dell’etica a esigerlo, sono la sua urgenza e il suo limite a imporlo. La falsità denunciata, o smascherata, della non decisione (che è l’attività prevalente dei personaggi di Pontiggia), si contrappone all’enigmaticità delle scelte, per quanto queste siano spesso sordide, come l’invidia, la gelosia o debiti di gioco accennati di passaggio, o reattive al gesto di altri o alla sua assenza, nate da una menzogna analoga e da una analoga non decisione antecedente; ma nessuna di queste scelte è vissuta fino in fondo, perché nessuna deriva da una vera necessità, tranne forse quella di Paolo in Nati due volte. C’è sempre sospetto, e poca compassione, cioè comprensione o simpatia per la debolezza (ancora con l’eccezione di Vite di uomini non illustri, che non a caso è un’eccezione nell’opera di Pontiggia).
È  vero che compassione e simpatia, essendo passati da pietre angolari del romanzo originario settecentesco alla più abusata cassetta degli attrezzi del romanzo di consumo otto-novecentesco, sono in testa all’elenco dei sospetti in quello contemporaneo, specie dopo le avanguardie (e la fobia del sentimentalismo, doverosamente distinta dal sentimento, con relativa elevazione a potenza del sistema pudore-reticenza-ironia-sarcasmo, è un tratto che Pontiggia condivide con il novecento postavanguardistico, dal quale si è in parte separato dopo l’adesione giovanile), ma a volte viene da chiedersi se questo non sia un difetto dalla prospettiva di chi narra (al di là delle confessioni di prammatica circa la meraviglia di ogni vita ecc.), nel momento stesso in cui rifiuta o aggira, invece di affrontarla, una possibile pietra d’inciampo. Il fatto è che, ridotte all’indicibile, invadono poi il privato in una misura vergognosa: e infatti se ne vergognano tutti quanto più vi indulgono, e viceversa si disprezzano quando se ne scoprono del tutto incapaci, attestando, se non la miseria della loro vita privata, di certo quella del modo in cui la percepiscono.
 
Comunque sia ognuno cerca di scrivere di ciò che più gli importa, e finisce per scrivere solo ciò che può su ciò che sa, per lunga consuetudine esistenziale e intellettuale: per Pontiggia sono le finzioni sociali e famigliari, l’ipocrisia, il tradimento, il sospetto, le ambizioni e le velleità, l’infingardaggine, l’inazione. Ognuno ne tragga le deduzioni che vuole: il problema è che il sistema di opposizioni e divaricazioni su cui si basano resta impensato, mentre è chiaro l’orizzonte entro il quale agiscono nelle opere di Pontiggia, che è quello della scomparsa del “reciproco rispecchiamento tra nome e mondo”, e in fondo del rimpianto della loro coincidenza, se non addirittura del sentimento che la pensava possibile (che è un’altra forma dell’aborrito sentimentalismo). La possibilità di vivere la sua impossibilità non si dice euforicamente, ma nemmeno solo nella disperazione o nel rimpianto, non è prevista da Pontiggia.
Ancora una volta questa è la sua forza e la sua debolezza, cioè l’incapacità di pensare altrimenti. Il rifiuto di ogni placebo, cioè dei placebo noti, non sarebbe a sua volta che un’altra forma di placebo. E d’altra parte chi non ne ha bisogno? (Ma allora perché disprezzare chi si accontenta dei più diffusi e a portata di mano? Perché quando si insiste solo sulla loro menzogna e ipocrisia, il disprezzo non è distante.) 
Finché si resta nel limes da lui tracciato, il suo rigore, la sua intelligenza e sottigliezza abbagliano; se appena si spinge lo sguardo al di là, o sulla linea di confine, spunta l’insoddisfazione. A me è capitato talvolta a libro chiuso. Più raramente a libro aperto però: e questo è moltissimo.
Non facendosi troppe illusioni sull’avvenire e sul divenire, ma essendo troppo accorto per farsene sul passato, Pontiggia indicava come alternativa la via che non è stata percorsa, forse perché non percorribile, almeno da noi: quella dell’essere.
Allo stesso modo, pur diffidando degli ottimisti, che sono cretini o ipocriti interessati (o entrambe le cose), era di converso troppo intelligente per scegliere apertamente il pessimismo, che ha quasi sempre ragione, ma solo a posteriori. Il pessimismo avrà anche la sua bella aura di saggezza, infatti, ma è una saggezza miserabile, troppo facile, in quanto trascura ciò che nel tempo viene raggiunto diventando subito acquisito, cioè irrilevante, mentre gli immancabili effetti negativi a lungo termine, più gravi quanto meno immaginati, vanno ad aggiungersi agli altrettanto immancabili errori immediati, e insieme bellamente imperversano. Così Pontiggia aveva optato per un bonario scetticismo, che non risparmiava uno sguardo caustico sulle debolezze di ciascuno ma conservava un fondo di benevolenza per lo stupore che ciascuno suscita, guardandosi bene però dall’esprimerlo se non come principio generale, perché sarebbe stata una debolezza eccessiva. E quando si espone il lato debole, all’interno di questa logica, immediatamente qualcuno si precipita a colpire. Quindi è meglio evitare di esporlo. Il rischio però è che, preoccupati di proteggere tutti i possibili lati deboli da ogni possibile attacco, come insegna la paranoia, non solo si perda a moltiplicare le difese il tempo che forse darebbe frutti migliori se impiegato altrimenti, ma soprattutto che diventi fragile l’insieme e cada tutto in un colpo solo, magari da sé per il suo stesso peso. Come rischia di succedere alla libreria di Perego, insieme alla torre che la ospita, nel Raggio d’ombra. L’invulnerabilità delle parti è la vulnerabilità dell’insieme. Totale e definitiva. Il pessimista mascherato risponderebbe: ma tanto quello è inevitabile, è il destino di ogni cosa!
Sì, ma intanto…
E poi: se si mette in conto, o addirittura si accetta già in partenza la sconfitta definitiva, perché non essere talvolta magnanimi, o generosi, con quelle minori? Pontiggia lo era certo di persona, ma nei suoi romanzi talvolta si fermava prima. Il passo decisivo in questo senso lo aveva compiuto con Vite di uomini non illustri e con Nati due volte. A proposito del primo aveva spesso parlato di una nuova serie. Purtroppo non ha potuto scriverla.