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22/10/23

Achilleide x, Ettore, morti anonimi, donne (appunti)

 


E c’è nel campo avversario un altro eroe, altrettanto feroce, quando gli capita, come per esempio quando uccide il più caro amico del suo nemico, ma un po’ meno forte, che però attira più simpatie, perché mostra paura, perché tiene famiglia e sa che destino atroce aspetti la moglie e il figlioletto, e il padre e la madre e la città tutta, se lui sarà ucciso, come è evidente che accadrà. Eppure accetta di affrontare il nemico lo stesso, e questo gli fa onore; e gli fa ancora più onore che a un certo punto la paura lo invada e lo spinga a fuggire, perché avere paura è legittimo, è un tratto che nobilita anche gli eroi posti di fronte alla propria mortalità, al nulla che li attende appena oltre il limite del respiro, e proprio per questo tanto più onore gli fa che a un certo punto riesca a vincerla (non per nulla è un eroe) e ad accettare il destino, sia quel che sia. Tutto è scritto. Ma noi è sicuro che sappiamo leggere? E comunque a ciò che è scritto non importa che noi lo si sappia leggere o meno: accade lo stesso. E lui muore e tutti vedono dagli spalti la propria rovina, e noi siamo sugli spalti e dimentichiamo le sue efferatezze e vediamo solo la sua agonia, e la sua morte, e il dolore dei suoi cari e dei concittadini. E lo strazio atroce che subirà il suo corpo, la ferocia inaudita del suo vincitore, che non per questo sarà appagato, o solo pacificato. E poi il padre si umilierà per recuperare il cadavere, e al selvaggio uccisore si addolcirà un poco il cuore. Ma a nessuno si addolcisce il cuore per tutti i morti lasciati tra la città e il mare, e lungo il viaggio, e nelle regioni di passaggio e limitrofe saccheggiate e bruciate, tutta quella gente portata lì dai suoi signori e mandata al macello, soldati senza nome, solo singole unità di grandi numeri elencati nei cataloghi assieme alle navi, e per le donne schiave, che in quei numeri non rientrano neppure, se non le poche oggetto di predilezione e di controversie e di baratto, perché le donne, se non sono madri e spose, contano zero, e quelle oggetto di predilezione e baratto ancora meno di zero, a dispetto delle apparenze. Perché l’umiliazione per ciascuna ha il suo nome, senza quel minimo di pietà che il silenzio e l’anomia comunque assicurano: la loro vergogna, invece, l’ignominia che avranno subito, sarà per loro sigillata in eterno dal nome proprio e dal corredo di quelli dei famigliari, che le inchioderanno a una singolarità senza equivoco, incancellabile. Nemmeno sparire senza lasciare traccia sarà loro concesso.

09/12/19

La coerenza viene dopo


Continuazione di Tempo variabile


La coerenza viene dopo, quando, a bocce ferme, si postula la possibilità, e anzi il dovere, di infilare in una sequenza lineare, univoca e possibilmente ben connessa e conseguente, gli eventi, di arrivare a stabilire una storia che vada dalla A alla Z, un inizio e una fine, entrambi certi, definiti, che si possano impacchettare e chiudere da qualche parte, per estrarli all’occorrenza o da sfogliare come un album di famiglia: la propria. Quando cioè il tempo stesso è già diventato lineare, o quando si vuole che diventi lineare e allora una storia che lo puntelli e lo mostri è indispensabile, se non è già essa stessa a contribuire a farlo diventare tale; lineare e quindi orientato verso un(a) fine, che proietta all’indietro, cioè presuppone, un inizio, una storia anche di ciò che storia non ha, perché sta(rebbe) al suo inizio. Una storia dell’origine. Del prima. Del fuori. Che diventa origine uscendo da se stessa con un balzo. A posteriori, quando il balzo è già stato fatto. Quando un B fa di essa un A. E possibilmente non solo un B, ma già un B e C e D… La storia impossibile di ciò che non ha nulla prima di sé, e quindi neanche un dopo. E che quindi non c’è.
Si parte dalla genealogia, per risalire a un punto zero, in cui esso diventa uno, e da lì ripartire a contare. Ma la genealogia può cominciare solo se c’è almeno una seconda generazione, o, meglio, una terza una quarta. Quando si comincia a guardare indietro perché già laggiù in fondo non si vede più, è tutto nebuloso, sparito dimenticato. Perché allora (quando?), non c’era nessun bisogno di ricordare. Era tutto già lì. Lì dove? Lì cosa? Chissà. Tracciamo un percorso, raccontiamo una storia, scartiamo le scorie, diamo un nome e cominciamo da capo. Da qui. Ricominciamo.

04/12/19

Tempo variabile



La mitologia ha in spregio il decorso temporale, sia lineare che ciclico. Non si riesce a mettere in fila e a far collimare niente di niente. Non c’è coerenza se non all’interno della versione della storia che viene di volta in volta narrata. E anche lì, non sempre.
Se si prendono tre storie, per esempio, con protagonisti A, B e C:
A può essere giovane, o non ancora nato, quando B è adulto e C vecchio;
B però può essere più giovane di A quando questi sposa la figlia di C e poi lo uccide (a meno che non siano coetanei e lo uccida perché è il fratello o un aspirante alla donna che sarà, o è già, sua sposa);
C è più giovane di A quando questi sposa la figlia di B e poi lo uccide.

Paride è giovane alle nozze di Peleo e Teti, quando incontra Elena, cha ha già avuto una figlia, Ermione, ora di 9 anni, da Menelao, che poco dopo muoverà guerra a Troia avendo come guerriero più forte del suo esercito Achille, che secondo il mio calendario non dovrebbe essere ancora nato ecc.
Ma quella della guerra di Troia è un’altra storia, che deriva da questa, ma ha una sua autonomia, e quindi una diversa temporalità.
Poi tutto finisce nel mito, e il tempo perde pertinenza, svanisce.
A farci caso sono solo i pignoli e i filologi, tutti miscredenti.

08/11/19

Teti - Achilleide (appunti 4)



Achille era il settimo figlio di Peleo. Gli altri 6 erano stati tutti uccisi da Teti, che a quanto pare gli avrebbe riservato la stessa sorte se il padre (Graves, 594-5) non lo avesse salvato togliendo dalle fiamme illeso, a parte una caviglia già bruciata e che verrà poi sostituita con una presa dallo scheletro del Gigante Damiso dal centauro Chirone, quando si accorse della mancanza. Damiso era stato il più veloce di quei bestioni terrificanti, e proprio per questo, una volta inserita la modifica, Achille è diventato velocissimo a sua volta. La federazione di formula 1 non aveva ancora elaborato i suoi cervellotici regolamenti. E in ogni caso il trucco era invisibile. Alcuni dicono che Teti non voleva ammazzare il settimo figlioletto (forse è una regola che il settimo giorno, o la settima volta, ci si riposi) bensì renderlo invulnerabile; ma sembra che si tratti di giustificazioni a posteriori. Una volta salvo, la mamma si è poi adattata ad amarlo.
Un’altra versione, la più nota, racconta che Teti lo abbia immerso nello Stige tenendolo per il tallone incriminato, non riuscendo appunto per questo ad assicurargli l’invulnerabilità e l’immortalità. In un modo o nell’altro, immortale non lo sarebbe diventato lo stesso. Gli dei non lo permettono ai mezzosangue. Ne sfornano a iosa, con le mortali, così come le dee con gli uomini, ma sono gelosi. Gli vogliono bene fino a un certo punto, sono anche capaci di piangerli per tot minuti o secoli (per loro è lo stesso: l’eternità rende tutti gli intervalli di tempo uguali: uguali a zero).
La seconda versione è quella che ha avuto più risonanza comunque. La madre amorevole faceva più botteghino di quella crudele e infanticida. Ora le cose sono un po' cambiate. Al botteghino, almeno. A casa la mamma è sempre la mamma.

15/02/19

Achille, Pentesilea, Tersite. Rancore, lucidità e altre sconfitte (Achilleide - Parerga 5)



Trasformano ogni nefandezza in gesto clamoroso, immortale; lo innalzano al cielo ed è solo lì che noi lo possiamo vedere, timorosi e incantati. Ma il modo giusto di guardarli si avvicina più a quello di Tersite, il calunniatore, il fifone, l’ultimo a partire e il primo a fuggire, la voce dal basso, che proprio per questo viene percosso e cacciato dall’assemblea, e infine ucciso. Il lettore sagace può già indovinare da chi.
Facile: proprio dall’eroe per eccellenza, Achille, che era stato da lui deriso per essere stato colto, si narra (a meno che fosse una menzogna di Tersite: ma chi l’ha raccontata se lui è stato soppresso immediatamente?), in un momento di bestialità e di debolezza. (Ma anche in un momento in cui la bestialità, il tornare prima dell’umano, contiene anche il germe dell’andare oltre, un che di metafisico che travolge l’eroe mentre indugia, disorientato, sconvolto, sul suo limite inferiore, scoprendo che forse è lo stesso di quello superiore.)


Tersite sorprende Achille mentre si accoppia con il cadavere di Pentesilea che ha appena ucciso e, come di consuetudine, spogliato delle sue armi, che andranno a rimpinguare il bottino. Allora vede quanto è bella la terribile guerriera e viene preso dal desiderio di possederla. E lo fa. Non avendo potuto averla da viva, violentarla come si fa con le donne dei guerrieri; avendo dovuto ucciderla per soggiogarla, in quanto grande guerriera essa stessa, ora che ne scopre la divina bellezza viene invaso da un desiderio irresistibile, assoluto, a cui non sa opporsi, e si accoppia con la morta. È solo desiderio bestiale? O non è anche la resa alla quale chi non si arrende davanti a niente e a nessuno, chi travolge ogni ostacolo, è costretto da ciò che ostacolo non è più e lo travolge con l’assoluta bellezza dell’inermità che solo nella morte appare? Non è con la morte che si sta allora accoppiando? E quindi non è questo che suscita la derisione di

Tersite, che ride proprio per difendersi, come spesso avviene davanti a ciò che supera e non si capisce, a ciò davanti a cui altra difesa non c’è, per non esserne sopraffatto? In questo riso Tersite però vede, e mostra ad Achille, la morte che lo attende, l’attrazione che lo soggioga nel mentre stesso che gli fa orrore e vorrebbe evitarla. Achille non tollererebbe, allora, che la sua debolezza venga smascherata dal più debole. Per evitare che proprio da lui venga resa pubblica, sopraffatto dalla rabbia, e dalla inconfessabile vergogna, lo uccide.

La derisione non è la lucidità. Tersite vede qualcosa che è solo alla lettera. Nella lettera c’è tanta verità, ma non tutta.
C’è, in questa storia, una serie di cedimenti e di sconfitte, che ruotano tutte attorno alla morte, e non lasciano scampo a nessuno, in primo luogo a chi la infligge.
Ero partito dall’idea della lucidità che qualcuno lega al rancore, pensando che avesse una parte di ragione. E invece mi sono accorto che non è così. Lo sguardo che nasce dal rancore mostra alcune cose che forse erano poco evidenti, ma non per questo è lucido, perché il suo occhio è al contempo acuto e torbido. Non è dal rancore che la lucidità e il disincanto nascono. È sì dal rifiuto dell’incanto, dalla sua oppressione, perché anch’esso viene da una violenza, che talvolta nasce il rancore; ma il rifiuto dell’incanto non è automaticamente il disincanto, e tantomeno la lucidità.


22/01/19

La morte eroica (Achilleide - parerga 1)



e pensavo, leggendo sulla "bella morte", la "morte eroica", tanto esaltata, certo a ragione, fin dai tempi antichi, e riproposta di recente in salse meno nobili, più ridicole, ma tragiche e ridicole insieme, se si assommano vari punti di vista, non tutti disprezzabili (ma alcuni sì), che sì, è vero, la morte dell'eroe disegna a ritroso come un destino rispetto alla sua vita, quale essa sia stata, non sempre ammirevole, come ogni morte in fin dei conti il sigillo di un destino, sempre a posteriori, lo mette alla vita di chiunque, anche di quegli anti eroi ignoti che muoiono per gli altri, con i resti dispersi, mai sepolti, senza celebrazioni né private né pubbliche, senza onori, senza niente se non il buio per sempre dell'oblio senza nome, del vuoto... e mi è venuto in mente che per me, già eroica è ogni nascita, tutte le sacrosante nascite che arrivano sulla terra, a volte senza seguito, e più spesso con un seguito che non tocca nessuno, che è lo stesso che ci sia o no, e ciononostante, per ciascuno che continua a vivere, prima di cadere nel senza onore della banalità e delle meschinità e delle piccolezze e delle codardie e dei rancori, e forse persino in esse, quella scintilla si conserva ancora e la luce della gloria, visibile o invisibile che sia, magari affievolita, trattenuta sul limite dello spegnimento senza oltrepassarlo, attorno gli brilla sempre, senza spegnersi mai.

e pensavo anche che se dal punto di vista civico una bella morte, cioè una morte “utile” alla comunità, cambia il senso della vita che l’ha preceduta, non è vero che questa lo cambi rispetto, per esempio, a chi ha subito ingiustizie o violenza o oppressione o abusi di qualsiasi natura: il male resta il male, niente lo redime, nessun finale roseo lo cancella o lo cambia di segno; oppure, se si cambia prospettiva, la morte è quello che è, la vita è quella che è, ogni cosa è quella che è, il male non esiste, se qualcuno soffre per qualsiasi motivo, è solo una sensazione personale, un evento o una serie di eventi, grandi e piccoli che toccano solo lui e quelli come lui, come altri eventi toccano un altro o altri come lui, quando cominciano cominciano, quando finiscono finiscono, poi ne arrivano altri, che sono loro pure come sono, e loro pure prima o poi se ne vanno, spariscono, lasciano qualche traccia in qualcuno o in molti, poi, più presto che tardi, più niente e così via.


19/01/19

Achille muore (Achilleide - appunti 3).


Togli la poesia e il sapere antico e questo è quello che rimane. Storie nude, semplificate, viste da lontano. Da un fuori che ignora, e che si ignora. Che ignora di essere un fuori e ignora che cosa mai esso stesso sia, da dove parla e in base a cosa. Ironico e saccente, eppure forse con una capacità di poesia esso pure. Dall’incanto che nasce proprio dall’ignoranza di se stesso. Dal proprio punto cieco. Dove uno pensa di essere nella luce della piena comprensione sfrondata di tutti gli orpelli e non vede il buio su cui poggia, lì comincia a parlare. In quel luogo ignorato, senza corpo e definizione, lì comincia a aver luogo la sua parola. Il che significa che chi in-canta è sempre cieco. E’ sempre Omero. Tutta roba risaputa. Scontata, e quindi a sua volta poco vista, presto dimenticata.

Non si hanno molte notizie delle ultime parole di Achille. Se mai quell’uomo di grandi emozioni e poche parole, belluino, di grida pianti e urla, qualcosa ha detto. La sua morte fu narrata a posteriori, per sentito dire. Inventata, e solo da lì descritta. Il tallone trapassato dalla freccia è lo stesso a cui si narra che sia stato appeso, infilzato, dal pastore che avrebbe dovuto ucciderlo il piccolo Edipo, che da lì ne avrebbe derivato la zoppia? Esiste una storia comparata del tallone? O era il tendine? 

E’ probabile che quando fu colpito, Achille ammutolì dallo stupore di veder realizzata una profezia a cui non aveva mai creduto. E che anzi aveva apertamente sfidato lasciando proprio quell'unica parte del corpo scoperta, non protetta dall’armatura.
Altri dicono che non morì in quel modo stupido, ma in un altro più stupido ancora, perché simile a quello di tutti. Allora, di fronte a questa a suo modo sconvolgente banalità, qualcuno inventò la storia dell’immersione nello Stige e dell’invulnerabilità, e poi della profezia e del suo compimento. E poiché a noi piacciono le storie, e gli eroi non possono essere banali, ricordiamo solo quella.


C’è anche chi dice, però, che Achille, come Elena che avrebbe passato il tempo della guerra di Troia nascosta in Egitto, non si sia mai allontanato dal gineceo dove era piacevolmente nascosto. Dicono infatti che all’arrivo di Ulisse preceduto dalla sua fama di imbroglione matricolato, Teti abbia consigliato il figlio di prendersi una vacanza e abbia messo al suo posto nel gineceo un giovane cortigiano felicissimo dell’occasione propostagli. Sarebbe stato costui, opportunamente istruito e convinto da molte belle promesse e da una sola, ma decisiva, minaccia, a farsi “scoprire” come Achille, partendo poi verso Troia con il furbo gabbato, come è normale che prima o poi siano tutti i furbi, dove per tenere alto il nome usurpato e meritarsi tutti i conseguenti onori, si sarebbe comportato come tutti si aspettavano dall’Achille vero, uccidendo e morendo al suo posto, mentre questi avrebbe passato tutta la sua vita negli agi di corte fino a tardissima età, mai sazio delle gioie della vita, eroe della felicità.
Non manca nemmeno chi sussurra che, grazie alla madre e alla speciale benevolenza che con le sue attrattive si sarebbe guadagnata dal padre degli dei, egli vive ancora, spostandosi di qua e di là tra i suoi possedimenti, mondani eterei e marini, annoiando immancabilmente i suoi ospiti, a ciascuno degli innumerevoli banchetti a cui sono cooptati perché odia cenare da solo, raccontando con sempre nuovi dettagli le imprese che quell’altro ha compiuto per conto suo in gioventù e che le leggende che ne sono nate non hanno fatto che moltiplicare e amplificare, germogliando in innumerevoli meravigliosi canti che alla fine hanno giustificato la morte di quell’altro anonimo poveraccio e la sua vita di infinito scioperato.
Nonché la nostra di avidi mangiatori di storie.

Dicono anche che il nostro eroe viva per sempre su un’isola alle foci di un grande fiume (l’Isola Bianca alle foci del Danubio, ma non stiamo a sottilizzare), in compagnia della sposa che non aveva fatto in tempo ad avere subito, essendo giunto in ritardo al convegno dei pretendenti: la più bella delle donne come lui era il più gagliardo e appetibile degli uomini, Elena, che alla fine lo raggiunge per non separarsi più da lui, finché la morte non li separerà (almeno stavolta, si spera…): morte da cui gli dei li avranno peraltro dispensati, non si sa se per infinita benevolenza o per infinità, duplice, perfidia.




01/01/19

Dei invidiosi, eroi che vengono smascherati, inganni e morti varie.
 (Achilleide - appunti 2)



Io sinceramente, ha detto quello che mi ha raccontato questa storia, davvero non capisco perché mai gli dei ce l’abbiano tanto con i figli degli uomini, e anche  i loro, gli eroi semidivini che nascono da quelle loro unioni meticce capricciose, che gli decretano sorti infauste a volte prima ancora che nascano, alle nozze dei genitori, senza che nemmeno questi gli abbiano potuto fare anche un solo torto… come se un mortale potesse davvero fargli qualcosa… a parte il fatto che essendo permalosi e piuttosto egocentrici, paranoici per dirla tutta, gli basta un pensiero fuggevole, laterale, un’intenzione abbozzata in un momento di sconforto o rabbia per urtarli… E neanch’io capisco, dico. Più mi sforzo, meno capisco. Per quel che serve, capire… Allora la smetto. Forse hanno invidia, continua lui. Ci dev’essere qualcosa, in questi esseri miserabili, che li disturba, che proprio non gli va giù. Forse quel che gli invidiano è proprio ciò che destinano loro nei modi più crudeli, la morte. Forse sono invidiosi del morire. Della possibilità, che loro non hanno, di chiudere una volta per tutte questa storia della vita che non finisce mai. Questa condanna al sempre. Perché niente è più pesante di sempre; perché sempre ti sta addosso ogni momento, ti toglie il gusto di qualsiasi cosa fai, che perde subito importanza, perché farlo, fare quella cosa lì, non esclude altro, ma semplicemente lo rinvia. Se non ora, domani, o dopo, o tra un milione di anni. C’è tutto il tempo. Miliardi e miliardi di anni. E poi altri miliardi. E altri ne sono già passati, infiniti. Sì, c’è tutto il fottuto tempo. Mentre agli uomini la fine fornisce un peso a tutto, anche a quello che non sembra averne, che non ne ha. Anzi, a quello più ancora. A quello più di tutto. E allora gliela fano pagare. Non glielo perdonano. Mettono dell’amaro ovunque. Ma poi finiscono per invidiare anche quello. Si inventano scaramucce, conflitti, corna, dispetti. Ma l’amaro, il negativo, non ce l’hanno. La paura non sanno cos’è.



A questo, aggiunse, mi sembra alluda anche la storia di quando Achille viene scoperto dopo che la madre lo aveva nascosto in un luogo segreto per tenerlo lontano dalla guerra, che l’avrebbe sì coperto di gloria imperitura, ma anche destinato a una morte precoce. Odisseo e il vecchio Nestore, come si sa, avevano escogitato un trucchetto per smascherare il giovane guerriero dopo che erano venuti a sapere che dimorava nel gineceo della reggia di Licomede, il quale si credeva furbissimo e li aveva sfidati a scovarlo, se ne erano capaci. Allora Odisseo aveva portato in dono alle ragazze del parthenon dei monili e delle belle vesti, ma in mezzo a queste aveva messo uno scudo e una lancia, di fronte alle quali il ragazzino non aveva resistito, appalesandosi in tal modo. Il momento è solenne, e anche il linguaggio si adegua, si scusa il narratore. Non si può escludere però che Achille si sia fatto scoprire per sua scelta, approfittando dell’occasione offertagli da Odisseo, nonostante certamente sapesse della profezia che gli gravava sul capo. Se anche mammina gliel’aveva taciuta, in Grecia ne erano a conoscenza tutti. Certe notizie fanno il giro del mondo in un amen. E lui magari aveva avuto tutto il tempo di pensarci e non gli era rimasto altro che aspettare l’occasione buona di uscire allo scoperto senza andarsela a cercare lui. A combattere a Troia lui non era tenuto, certo; non era stato tra i pretendenti di Elena, che al proposito avevano giurato, però dài, una guerra senza l’eroe più forte che guerra è? I Greci sapevano anche che senza di lui non ce l’avrebbero fatta. Et donc! E lui non vedeva l’ora. Perché va bene, stare in un gineceo per un giovane in piena tempesta ormonale ha i suoi vantaggi, di cui lui a quanto pare non ha mancato di approfittare, tanto che alcuni insinuano che proprio lì abbia messo incinta Deidamia, figlia del suo ospite (che ben gli sta… a meno che non l’avesse messo lì apposta per trovarsi un genero, e una consuocera, con agganci olimpici, che fanno sempre comodo...), che gli avrebbe dato il suo unico figlio, Neottolemo, che poi avrebbe ucciso, dopo la morte del padre, Priamo, padre di Ettore, e Astianatte, di Ettore figlio. (Quando parte per Troia, dopo la morte del padre, Neottolemo aveva, secondo alcuni, 12 anni (Graves, 641), il che non gli avrebbe impedito di ammazzare e stuprare a destra e a manca. Buon sangue non mente.) Ma questa è un’altra storia che qui ci interessa poco. Torniamo a Achille, dice il narratore. Va bene stare in un gineceo ecc., ma insomma il maschio, si sa, è un bastardo, e dopo consumato la donna preferisce lasciarla dov’è e andarsi a divertire con gli amici, sapendo che quella tanto aspetta a casa, o al limite un’altra in giro a trovarla fatica non si fa. Una o tante. Sono tutte uguali. Una volta accontentate, ciao. Che poi fanno la fila se non te le fili troppo. Ci pensano loro a rincorrerti, quelle scassamaroni. Pussa via! Un uomo è un uomo, e quello, quello del gineceo intendo, non è vivere, è una palla che non ti dico; va bene come svago, ma 9 anni sono 9 anni, un inferno! Non si può vivere 9 anni di moine e discorsi di moda e cucina in mezzo a uno stuolo di cretinette, vestito con veli frufrù e truccato di bistro, i capelli che puzzano di olî preziosi… Giorni dopo giorni dopo giorni tutti uguali, sempre la stessa solfa, con niente da fare, se non cose stupide, insignificanti. Ci vuole ben altro per un eroe! E questo ben altro è solo l’incombenza della morte che lo dà. La droga dell’adrenalina. La sfida. L’incertezza. Il rischio fatale. La possibilità che tutto, ma proprio tutto, finisca tra un istante. Se pensi a questo, mi fa il narratore, altro che inganno!, ti vien da pensare. Per cui, quando ha visto le armi, il giovanotto, che scemo non era, si è precipitato ad accaparrarsele scientemente, lasciando credere al furbissimo tracagnotto di Itaca di averlo fatto abboccare come il pesce Makò, per citare un mio amico pace all’anima sua, mentre in realtà è stato lui, facendo l’ingenuo, a farlo fesso, assicurandosi così la sua fedeltà, e quella dei suoi mandanti, una volta per tutte in un colpo solo. Ricordandogli ogni giorno, con la sua sola presenza, quanto erano stati intelligenti tutti, e lui Odisseo più di ogni altro, lo avrebbero onorato e gli sarebbero stati devoti senza sforzo, e senza quegli strascichi di invidia e rancori che i forti si portano sempre appresso. È la dialettica dell’ingannato e dell’ingannatore. La stessa di quella servo-signore. La sua nobile antenata. Lo sfruttamento ha sempre bisogno di nobilitarsi. L’inganno pure. Forse sono la stessa cosa.




Poi, come va a finire davvero, non si sa. Anche i più grandi devono morire. I divini genitori, che vorrebbero salvarli, non ce la fanno; in cielo non riescono a portare nessuno, se non tramutato in qualche stella, o costellazione. Poca roba.  L’immortalità se la sognano, quelli che ci pensano. Gli altri affrontano la morte come capita, alcuni spavaldi, altri terrorizzati, altri rassegnati. Sereno nessuno. Alcuni muoiono per cause stupide, per una fesseria, per una distrazione degli dei che a volte sono proprio approssimativi. Fanno le cose male. All’ingrosso. Tanto a loro che importa? Basta un niente, un tallone, e zac, sei fottuto. Potevano stare radiosi e felici nei Campi elisi, e invece sono tristi, incazzati, inconsolabili nell’Ade. Con solo qualche ricordo della vita, in genere vago, ma quanto basta a un rimpianto senza fine. L’oblio non funziona, la cancellazione non è mai totale. Qualcosa resta. Il peggio. 

12/07/18

C'era questo grande guerriero (Achilleide - appunti, 1)



C’era questo grande guerriero, Achille, che se ne stava in disparte nelle sue tende, molto adirato perché dei suoi cosiddetti amici gli avevano sottratto la sua schiava preferita e l’avevano assegnata a quel vecchio vanesio del capo, che ne aveva già a bizzeffe e non era neanche in grado di farle contente, o almeno così si sussurrava. Ma erano malignità, perché se uno si incapriccia così della preferita del suo guerriero più forte, uno da cui possono dipendere le sorti della guerra in corso, qualche capacità residua bisogna attribuirgliela per forza, al di là di una sana libidine senile. Senza contare che lui, Agamennone, per quella guerra, aveva fatto una rinuncia di quelle grosse grosse, il sacrificio cruento della figlia più cara, cosa che di sicuro avrebbe pagato un giorno o l’altro. Non che Achille fosse poi così innamorato, a quel tempo gli eroi erano intelligenti, mica si innamoravano, e poi di amiche e amici ne aveva anche lui quanti ne voleva; quello che gli bruciava era lo sgarbo. Lui era indiscutibilmente il più forte, se le cose erano andate bene fino a quel punto gran parte del merito era suo, e quel trombone di capo degli eserciti, con la sua barbetta ben curata e il pizzetto brizzolati, aveva anche lui il suo giro per tutte le orge che gli andava di organizzare: se si era impuntato per quella Briseide, con la scusa che aveva dovuto cedere la sua amante pure in –eide (Criseide) per calmare un Apollo arrabbiatissimo (a quei tempi l’ira scorreva a fiumi, non avevano ancora imparato a controllarla in vista del peggio), che aveva scatenato la solita pestilenza per l’assassinio dei suoi sacerdoti ex-mariti sia della sottratta che della contesa, era solo per far vedere chi comandava lì, mica per altro, e lui, lui Achille dico, questo proprio non glielo perdonava, gliel'avrebbe fatta pagare lì sul posto se non gliel'avesse impedito una dea… a lui e a tutto il corteo di falsi amici che gli dicevano di essere ragionevole, che insomma di bottino di guerra ne aveva accumulato a iosa, in schiavi ori e armi, e che se voleva gli cedevano qualcosa del proprio, ma che per favore la smettesse di fare il bambino viziato. Per una donna poi! Traditori bastardi tutti!
Non gli interessava niente a quelli, né di lui né del capo, volevano solo che la guerra finisse in fretta che almeno così tornavano a casa. Intanto invece le cose andavano che un giorno le prendeva uno, un giorno l’altro, e i morti non si contavano. Roba non molto importante, è vero: solo soldati semplici, fantaccini, servitori, carne beccata dai corvi, sangue che irrorava quella pianura secca, già rossa di polvere di suo e ora della poltiglia delle viscere e del sangue, che comunque non ci cresceva niente di niente lo stesso. Solo che ogni tanto ci lasciava le penne anche qualche guerriero con le sue armi e il suo cavallo, e la sua armatura!, fratello di un comandante, figlio di un re, e le famiglie a casa si lamentavano, che ci tenevano alla discendenza, loro, non si erano fatto il mazzo per prendere il potere per poi lasciarlo a qualche cugino sfaccendato o fratello degenere che nel frattempo, nel frattempo della guerra che andava avanti e non finiva mai, tenevano caldo il letto della regina e davano fondo alla dispensa e ai forzieri. E poi l’onore, l’onore! Una parola che, sembra, contava eccome, allora. Mentre oggi non serve nemmeno più per sciacquarsi la bocca. Magari è meglio così. Anche la vergogna, se è per questo… mentre allora persino i re, e anzi i re più di tutti in certi casi, erano i primi a provarla. Non si vergognavano di vergognarsi. Per dire che un po’ di grandezza ce l’avevano… Achille invece no, stavolta. E avrebbe dovuto, come quella volta che l’avevano vestito da femmina per evitargli la guerra e il destino che lo aspettava, non dico altro perché se no rovino il finale… e al tintinnio delle armi, si è tolto tutta quella mascherata e così al suo destino è andato incontro di corsa, con gran dispiacere della mamma, che sarà anche stata una divinità (minore però), ma era pur sempre una mamma. Anche i greci! Va be’…

Erano epoche, quelle, in cui il tempo era piuttosto ondivago, ancora incerto su se stesso, cosa era o non era, che direzione darsi, che senso aveva o doveva prendere, così andava da una parte e poi dall’altra, si fermava, tornava indietro, rallentava, accelerava, si stiracchiava, si avvitava su se stesso e a volte persino si dimenticava di se stesso e prendeva delle lunghe pause, si assentava, e sebbene la cronologia avesse raggiunto una sua pace aritmetica sommando un anno all’altro, stagione dopo stagione, come da programma, senza indagare oltre, questo non sembrava avere un influsso determinante sulla vita degli uomini,  e i loro anni si allungavano e contraevano senza avere una lunghezza e un ritmo regolari, tutto era imprevedibile, a volte certi anni, singolarmente o a mucchietti, venivano magari ufficialmente contabilizzati, ma poi, a guardare a ritroso, erano stati saltati del tutto, non solo non erano ricordati o non era successo niente di niente (questo accade anche oggi, e sono anni benedetti), ma proprio non c’erano stati, c’era un buco di tutto tranne che nei calendari, la gente manco se ne rendeva conto, per cui magari uno partiva per un viaggio e aveva un sacco di avventure e quando tornava erano passati pochi giorni o viceversa intere generazioni, e tutto era diverso e insieme uguale, o uguale ma pure diversissimo, e un altro andava in guerra giovanetto imberbe, ci stava 10 anni, veniva ucciso poco prima che terminasse, e poi si scopre che viene vendicato da un figlio di 20 o più anni che chissà da dove era sbucato, e ciascuno aveva un tempo suo che raramente coincideva con quello degli altri, e allora solo per poco, ma quel poco era tremendo, di gioia selvaggia o di lutto indicibile che non si vedeva l’ora finisse e invece non finiva mai, mai.