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06/04/23

Osnago, il 29 agosto 1998

 


Due parole dette a Osnago il 29 agosto 1998 a casa di Alberto Casiraghi per Enzo Fabbrucci, Aurelio Andrighetto e Mariella Bettineschi Mariella Bettineschi. Le metto qui come segno di amicizia che perdura.
***
Mi chiedevo stamattina che cosa hanno in comune i tre amici che oggi avrebbero fatto qui qualcosa che ancora ignoro, e l’unica risposta che mi è venuta in mente è che sono tutti e tre esperti di visione e di visioni.
Enzo è il nostro speleologo della notte e del buio, che trasforma in cose viste, in luce, i domìni del sonno e dell’insonnia, le regioni oscure della mente e della ragione, le paure e le ossessioni che in qualche modo scheggiano la superficie liscia del nostro vivere corazzato, facendone, da pietre d’inciampo, pietre angolari di un mondo che ci comprende e, reso percepibile da ogni senso, si lascia comprendere, cancellando i confini del nostro in un respiro più ampio e profondo che scuote dal di dentro anima e corpo.
 

Aurelio, che ha trasformato la fotofobia che lo affligge in ossessione per la luce, è il nostro scienziato luminoso, consulente della luce (con doppio genitivo, perché sospetto che anche la luce stessa, oltre a noi tutti, si rivolga a lui in certi casi quando vuole sapere qualcosa su di sé) che tuttavia produce oggetti nel buio e che della luce indaga soprattutto il lato in ombra e i margini, là dove essa si assenta o, viceversa, là dove, confusamente, qualcosa viene alla luce. La luce che viene alla luce.
Per giungere a questo, entrambi non disdegnano congiunzioni morganatiche, per necessità (dicono) ma traendone evidente piacere, col mito e con la scienza, negli spazi controversi dove è il primo a “spiegare” la seconda, o a esserne “generato” nel punto in cui ad essa la parola viene meno.
Anche Mariella “mastica” visioni, proprie e altrui, e le secerne (uso questo verbo ghiandolare per sottolineare la totale corporeità del suo sguardo e del suo agire) in serie di effetti luminosi, attimi sfuocati che si stampano come lampi sulla pellicola e incidono nella mente di chi li accoglie un’emozione alonata, incerta a prima vista come le cose che rappresentano ma, come esse, con lunghe scie intensissime. A uno sembra di levitarci dentro, ma poi si trova cicatrici sul versante interno della pelle.
Per questo a tutt’e tre sono grato, ma dal momento che, per deficienze strutturali a cui mi sono ormai rassegnato, non sono in grado di restituir loro quanto sarebbe giusto, mi limito a volergli bene, sperando che questo basti.
 

 

29/06/19

Agrate, 25 maggio 1995 dalle 16,30 alle 17,45


    

1 - 16,30, via Antonio d’Agrate.
Il sole batte su una parete e la sua luce si riverbera sul lato in ombra di un pilastro scalcinato dai toni grigiastri e discontinui che vengono ricoperti da una forte velatura omogenea di giallo. La parete è appena stata ridipinta. Non era così quando Aurelio l’ha vista e ha voluto inserirla nel suo percorso: l’intervento recente tuttavia, anziché modificare il riflesso, l’ha rafforzato. Il pilastro delimita sulla destra l’ingresso, privo di cancello, di un cortile irregolarmente coperto di ghiaietto. L’altro pilastro è appena stato restaurato e dipinto di un bianco perlaceo, ma opaco, come il muro che se ne diparte e la facciata della casa che ne costituisce la continuazione. Sotto il pilastro di destra, sulla strada stretta, c’è uno specchio convesso che permette di uscire senza pericolo dai cortili irregolari dei vecchi caseggiati, quasi cascine, che stanno sull’altro lato. Il riflesso si può vedere, di sbieco, anche da questo ingresso, a sua volta privo di cancello. L’occhio va dalla parete del muro di fronte a quella del pilastro, con la sua ombra colorata; poi si muove distrattamente nel cortile, tra le porte, qualche tenda, un paio di macchine parcheggiate, una donna che sporge la testa per controllare cosa fa quella gente sospetta che, dopo essere penetrata nel cortile e aver fatto il giro del pilastro saltando oltre la fossa appena scavata che lo separa dal muro giallo, staziona da qualche minuto in mezzo alla strada dove non passa nessuno guardando non si sa bene cosa; poi torna al pilastro, al suo lato che confina con l’asfalto; da lì risale verso lo specchio convesso che mostra la strada nella direzione opposta a quella della luce del sole, quindi inverte a sua volta la direzione dello sguardo rifacendo nello specchio il percorso fatto a piedi per giungere qui, fino a che, nell’angolo destro, vede l’incatenarsi dei cortili e, sul margine estremo, una persona messa di tre quarti e quella persona sono io che mi vedo guardare da un’altra parte.



2 - via IV Novembre, ore 16,50.
È una stradina ancora più stretta della precedente. Ci arrivo con in mano un gelato acquistato dopo aver fatto una piccola deviazione a sinistra ed essere poi tornato contento sui miei passi per una decina di metri. Sono un gelatodipendente e consumo con avida soddisfazione la mia passione. Anche qui la scena è stata alterata da un intervento edilizio, non tanto da influenzarla comunque. Alle spalle del luogo dove ci si deve arrestare, ma appena scostata, lungo tutta la parete di un grosso e vecchio caseggiato, c’è un’impalcatura, che dall’imbocco della viuzza aveva fatto temere una sua possibile frapposizione tra il sole e le targhette che dovrebbero proiettare i loro riflessi sull’ombra dell’asfalto antistante. Non è così, per fortuna; tuttavia un problema c’è: l’ombra ritaglia l’asfalto solo a metà. Nella parte soleggiata si vedono delle strisce irregolari più chiare, giallastre, come se a qualche muratore fosse caduta un po’ di calcina, o meglio di biacca, ora prosciugata: invece proprio quelle sono i riflessi. Aurelio si preoccupa per i calcoli sbagliati sul movimento del sole, per l’effetto che di conseguenza andrebbe perso. A me sembra invece che l’effetto ci guadagni: la luminosità infatti diventa evidente e risalta con più forza solo quando il passante, inserendosi tra le insegne e il punto d’arrivo dei raggi deviati, proietta la propria ombra sull’asfalto ricevendo sulle spalle quelli provenienti direttamente dal sole: allora, se pensieroso abbassa gli occhi verso terra, vede la propria ombra percorsa da strisce di luce in movimento, come bucata dalla luce, e ne riceve, grato, la lezione. Verrà buona per i momenti bui, ma già ora ne risente i benefici effetti, come la medicazione di una ferita che ignorava. Proprio in quel momento, senza un vero motivo, come per un vago sospetto, mi volto a guardare le targhette dalle quali provengono i riflessi e mi accorgo di ciò che avevo già notato in precedenza senza farci troppo caso: le targhette sono di due medici chirurghi. Forse appartengono a loro gli sguardi che mi sento addosso dalle finestre, sguardi che immagino ancora una volta incerti tra preoccupazione e meraviglia. Io invece li accolgo come una delicata carezza e per me conservo solo con meraviglia.

3 - via Marco d’Agrate, ore 17,10
In fondo a via IV Novembre si svolta a sinistra e subito il marciapiede si allarga come per predisporre a una sosta, invece di costituire semplicemente un passaggio. E così è: infatti al margine si innalzano alcuni gradini che portano a un grosso edificio di nessuna pretesa, se non per una certa miseranda monumentalità, che scopro essere un cinema-teatro. Sono le 17 passate, e l’ombra, con rinnovato sconforto di Aurelio, ha appena cominciato ad intaccare il marciapiede, ben lontana dai gradini coi quali dovrebbe incrociarsi. Anche qui, contro la parete del caseggiato di fronte, c’è un’impalcatura; ma anche qui non ci sono problemi, perché a proiettare l’ombra è quello che gli sta a lato, dato il percorso del sole, che tuttavia sembra in irridente ritardo. Se ne sta infatti bello alto sopra il tetto mentre dovrebbe esserne nascosto e proiettare soltanto l’ombra dal profilo dentato dell’embricatura delle tegole sul colmo (o da quelle del bordo esterno?) che dovrebbe sovrapporsi diagonalmente al profilo dei gradini così da formare una specie di ingranaggio che inconsapevole del pericolo calpesta, senza restarne imprigionato (ma sarà vero?), chi si reca alla proiezione del tardo pomeriggio. Costernato, e come a riparazione, Aurelio ci guida lungo la stessa via, in direzione opposta a quella del nostro arrivo verso la curva che immette in piazza Sant’Eusebio. Qui l’asfalto in ombra è tutto un brulicare di macchie colorate (esattamente quello che si sarebbe dovuto vedere in via IV Novembre, ma più in grande e con maggiore ostentazione), la maggior parte delle quali provengono da un’insegna che, aristotelicamente, dice “Costruzioni e restauri in genere”. Inseguiamo simulacri immateriali e la materia ci insegue; ci preoccupiamo, quasi come di spettacoli, delle metamorfosi della luce, dei suoi riflessi, dei suoi lati oscuri, così come dei lati luminosi dell’ombra, e tutto ci parla di costruzioni e restauri. Luce, ombra e colori si combinano per conto loro anche senza di me, sono in anticipo o in ritardo e si lasciano talvolta sorprendere se qualcuno le cerca senza sapere cosa vuole trovare; io descrivo cose che chi legge può anche non vedere e costruisco effetti che possono anche essere senza causa: anche in questo caso c’è, forse, una lezione.



4 e 5 - via Concordia, ore 17,25 e piazza Sant’Eusebio, ore 17,40.
Gli ultimi due luoghi mi appaiono in un certo senso complementari. In via Concordia la parete più stretta di un palazzone brilla di migliaia di luci, con un effetto banalmente vistoso che dura quasi tutto il giorno. Nel momento in cui ci siamo però capitati, per puro caso, il sole sembra tutto concentrato sul riquadro a mosaico azzurro sotto la finestra centrale della lunga e unica fila che divide la parete a metà. L’azzurro delle tessere scompare in una luminosità accecante e i confini del riquadro diventano invisibili per eccesso di luce, come se ne fossero la sorgente e essa si sprigionasse dalla materia. Troppo spettacolare, a meno che un’esibizione del genere non nasconda, in realtà, dell’altro. Ora però non mi interessa scoprirlo. Lascio che la luce si goda il suo tronfio trionfo. Ma, nell’allontanarmi, sono io che mi sento becero e banale: il mio disprezzo si riflette su di me. Passo sotto un arco che si apre nel muro di una casa a testa più china del solito e imbocco un vicolo scuro. Sono stanco di guardare e non ho voglia di pensare. Oltretutto si fa tardi: accelero il passo e faccio fretta a Aurelio che ci riporta al punto di partenza, in piazza Sant’Eusebio dove, sotto la statua del santo, c’è una fontana che costituisce l’ultima stazione di questa via lucis che alla fine mi trova ombroso. E un effetto di luce in movimento nascosta nell’ombra è quello che mi aspetta. Sotto il piedi del santo il basamento di marmo si prolunga fino a metà della vasca in cui nuotano pesci rossi e, credo, cavedani nerastri; dal basamento l’acqua scende, formando uno schermo sottile, nella vasca: il sole incontra la barriera di questa minuscola cascata proiettando increspature e vibrazioni sulla parete interna del muretto di contenimento che trascorrono velocemente ma nascoste dall’aggetto del basamento. Per vederle bene bisogna piegarsi. Sotto la statua una scritta informa che Sant’Eusebio è il patrono della Birmania. Della Birmania! Dunque nemmeno la Birmania è scampata da un patrono. Le luci nell’ombra scura acquistano una risonanza tropicale. Mi viene in mente un amico che ha vissuto un mese proprio nelle foreste di quel paese e che sulle foreste ha scritto due romanzi. Poi mi viene in mente la Cambogia, e altro ancora più vicino: morti da ogni parte. Mi viene anche in mente la recente lettura della storia della Compagnia di Gesù in Asia di Daniello Bartoli e un altro suo scritto che ha per titolo “L’uomo al punto”. Ho come il sentimento di aver fatto un breve percorso iniziatico. Ma poi, più modestamente, ritorno al percorso effettivo compiuto per le strade di Agrate: visto sullla cartina assomiglia al solito un otto, o al solito segno del solito infinito, ma un segno imperfetto, come di un infinito mal sagomato e un po’ allentato. Ricordo però che nel tragitto è stata operata una deviazione, e questo trasforma il segno nel nodo che si fa con i lacci delle scarpe, del quale la deviazione sarebbe uno dei capi. E l’altro? L’altro potrebbe essere quello tracciato da queste lettere, che ora son tentato di tirare sciogliendo così il nodo per sempre. In questo modo anche il percorso si chiuderebbe esattamente; quindi il nastro potrebbe riformarsi e il giro ricominciare da capo. A slacciare le stringhe si rischia di inciampare tuttavia, e anche nei meccanismi più perfetti una pecca prima o poi salta fuori. Sono certo di aver dimenticato qualcosa, come un granello che si è infiltrato negli ingranaggi o del ghiaietto nella scarpa; ma non mi dà fastidio; anzi, me ne rallegro: qualcosa che non c’entra e se ne va per conto suo, magari a comprare un gelato. 



https://vimeo.com/77918533

Tutte le immagini sono opere di Aurelio Andrighetto
 

22/03/17

L’acqua vuole ponti



a) Il mio amico Federico mi chiede di scrivere un racconto sull’acqua.

Non mi piacciono le cose che, anche prese alla lettera, sono già metafore. Tanto più che, in genere, sono quelle di cui è impossibile fare a meno. E io non sono mai riuscito ad accettare fino in fondo che di qualcosa sia impossibile fare a meno. Ma ovviamente, poiché di farne a meno è impossibile anche a me, ne sono attratto nella stessa misura in cui ne diffido. Ne diffido non solo perché dipendo da esse, ma anche perché mi sfidano su un terreno troppo vasto, che non posso controllare, dove rischio di perdermi ancora prima di riuscire a incontrarle. E mi attraggono per lo stesso motivo. La loro forza sta nel fatto che, quando credi di averle trovate, ti sfuggono da tutte le parti, come acqua dalle mani, ogni volta che cerchi di afferrarle. E del resto anche afferrarne un lembo, accontentarsi di coglierne un aspetto, oltre che insoddisfacente, è ancora cedere al loro potere, restarne prigioniero, nonostante che spesso quanto ci è concesso non si riduca che a questo. Ma è appunto questo che mi fa imbestialire. L’onnipotenza o niente: mi dico consumando l’obolo che mi viene distrattamente gettato tra i piedi. E intanto il nodo di diffidenza e attrazione si stringe sempre di più e loro si stagliano sempre più gigantesche davanti a me. Beffarde. Ben mi sta.
Ne diffido e mi attraggono perché mi fanno paura. Ho paura della paura, ma a volte mi piace. Così a volte distolgo lo sguardo, fuggo; altre invece resto medusato, incapace di fare alcunché ma con tutti i sensi acuiti, con la testa percorsa da innumerevoli piccole scariche che schizzano incontrollabili in ogni direzione. In questi casi prima cerco di prestare attenzione a tutte, poi, chissà perché, resto come attaccato a qualcuna, preso nella sua corrente, e così, senza accorgermene, comincio a muovermi, e quando me ne accorgo sono già abbastanza avanti da non sapere più come, e a volte da non volere, tornare indietro. Allora non mi resta che lasciarmi trascinare da esse, attraversarle e esserne attraversato, in una specie di panico attivo. Sono tutto meno che un eroe: lo faccio perché devo farlo, perché senza di esse non si vive (non si pensa, non si parla). Infatti queste sono le cosiddette cose elementari.
Più una cosa è elementare, meno è possibile prenderla alla lettera. Meno puoi prendere alla lettera una cosa, più difficile diventa parlarne. Si potrebbe pensare il contrario: più immagini e connessioni una cosa suscita, più spazio hai per muoverti e più materiale a disposizione. Ma sarebbe un errore, almeno per me. Più una cosa è elementare e meno è a tua disposizione: semmai sei tu a disposizione sua. Una cosa elementare non è un materiale. Né uno spazio libero in cui muoverti: meno sono visibili i vincoli, più forti sono e più facilmente ci si ritrova ingorgati. Lo stesso avviene con le parole.
Non considero il passato (le immagini) come un magazzino teatrale al quale attingere allegramente ciò che mi serve né le parole come altrettanti costumi da indossare, come faceva Rembrandt, per rappresentare ciò che voglio, ammesso che i costumi a Rembrandt interessassero veramente. Anche se poi si finisce per farlo comunque; ma non è una scusa. E poi io non sono Rembrandt. Piuttosto preferisco immergermi e percorrere tutte le strade, senza darlo a vedere (senza citare: allora le uso anch’io come costumi per nascondermi, o meglio come falso bersaglio per scremare i distratti, quelli il cui sguardo scorre sulle parole come l’acqua verso valle), per cercare di tracciarne un’altra, se possibile. E quest’altra deve partire da me, dall’esperienza, poca o tanta che sia, che io ne ho, della quale ovviamente le immagini e le parole fanno parte.



b) Dichiaro che è impossibile. Poi lo scrivo.

A cominciare dalle immagini invece non si finisce più. Un’immagine non è niente da sola: anche una bella immagine, per quanto ci sia chi per essa afferma di essere disposto a sacrificare parecchio, se non tutto. Ma allora, non è più l’immagine che conta, è l’ossessione. Ammesso che dica il vero, e che non si inganni sulla verità di ciò che dice. Comunque con l’acqua è impossibile persino cominciare. O si è sempre già cominciato.
L’acqua è ovunque, dal poema di Gilgamesh e dalla Genesi a tutte le cosmogonie, dall’Iliade alla mia lista della spesa (acqua minerale non gasata, acqua demineralizzata per il ferro da stiro), dalle acque che si sono rotte perché io potessi nascere a quelle che rilascerò alla mia morte. Non ci sono vie preferenziali per attraversare l’acqua. A parte le correnti, i venti e il calore, cioè qualcosa che è in relazione con l’esterno, su cui però anch’essa influisce. L’acqua è ciò che attraverso senza tracciare strade e che mi attraversa lungo strade che ignoro. Mi avvolge e la avvolgo. Mi contiene e la contengo.
Io sono fatto d’acqua, ma lo so davvero solo quando ho sete e sudo. Quando ho sete bevo. E io devo bere molto, poiché soffro di coliche renali. Comunque bevo, e mi piace che l’acqua sia buona.
L’acqua che bevo deve essere pura. Cioè quasi pura. E questo “quasi” dell’acqua mi piace molto: quasi pura perché possa berla, quasi trasparente per vederle attraverso vedendo anche lei. L’aria non la vedo, se non raramente: la sento, la respiro; l’acqua la vedo sempre. (Il mio amico Aurelio mi dice che la trasparenza di una cosa le deriva dall’essere composta di atomi che sono al nostro occhio invisibili e perciò non si manifestano come colore ma acquistano solo un valore di brillanza.) L’acqua pura non esiste, deve essere distillata apposta. L’acqua non esiste pura: anche la più buona deve contenere dell’altro. Pura, l’acqua è dannosa, per il mio organismo quanto meno. E se non dannosa, poco buona. Perché mi purifichi, deve essere quasi pura.
L’acqua piovana invece non è buona da bere; neanche quella del fiume lo è, se non vicino alle sorgenti. Non è buona l’acqua che scende, lo è quella che sale. Ma prima di salire deve essere scesa, deve essersi resa invisibile passando attraverso la terra, che non è buona. L’acqua filtra attraverso la terra, scende piano, paziente, finché non trova un fondo, il suo. Lì si deposita e si accumula; quando il livello è troppo cresciuto, lentamente sale verso la superficie o lentamente scivola verso un altro fondo collegato al primo: arrivata lì, è buona. Ma ci vuole tempo. È da lì che bisogna farla salire per poterla bere. Se invece sale troppo allagando il terreno, bisogna prosciugarla.
Quando ho bevuto, l’acqua si distribuisce nel mio corpo e poi ne fuoriesce. Tutta, o quasi tutta. Perdo acqua in continuazione, di solito senza accorgermene. Evapora. Mi piacerebbe vedere il mio corpo evaporare. Qualche strumento in grado di riprendere il processo ci sarà senz’altro, ma io, faute de mieux, mi limito ad immaginarlo, e poiché è estate e fa caldo, lo immagino come il calore che esce dall’asfalto, che infatti allora sembra bagnato, in lontananza, e vivo. Vedo la mia pelle ingigantita, come un’enorme distesa offuscata da queste esalazioni che fanno impercettibilmente vibrare la peluria che la ricopre a tratti densa e in altri rada, mentre in certe pieghe scorrono rivoli d’acqua. Fiumi, boschi, campi, pianura. Quella dove abito io.
Mi accorgo di perdere acqua solo quando sudo: allora non sono invisibili esalazioni ma gocce. Anche il sudore in genere è buono. Lo dico perché sono sano, non devo faticare quindici ore al giorno in miniera e non sono disperso nel Sahara. Il sudore è buono non solo quando è prodotto dallo sforzo di un corpo che ha il vigore per compierlo, ma anche quando cerca di ripristinare la temperatura corporea d’estate o durante le febbri (“prendi un’aspirina, mettiti a letto e fai una bella sudata”, mi diceva mia mamma quando ero influenzato) e perché trasmette l’odore del nostro corpo a chiunque in un modo o nell’altro vi sia interessato. Non si sa mai.
Quando sudo, o comunque mi sento sporco, mi lavo. Ma l’acqua da sola non lava. È un discreto ma blando solvente e uno sgrassante deficitario. Lavarsi può essere fastidioso (quando fa freddo per esempio), ma in genere è piacevole, specie al mattino, appena sveglio. Di solito io mi alzo allegro, e l’acqua mi fa buona compagnia. Mi piace anche farmi la barba, pelo e contropelo, con devozione, e quando le guance sono perfettamente lisce e morbide è bello sciacquarle con l’acqua fredda. Ho ricevuto il buonumore in dote alla nascita. Sono felice. Non scrivo perché la vita mi fa male (anche se una quota la versa anche a me); scrivo per aumentare la felicità, la mia in primis e eventualmente quella di qualcun altro. Non ce n’è mai abbastanza. (Il mio amico Marco, leggendo ieri questo passaggio, mi ha detto che devo smetterla di scrivere queste cose. Se uno dice di essere felice insistendo come faccio io, non verrà mai creduto: cent’anni di psicanalisi saranno pur serviti a qualcosa! Si chiama denegazione, lo so. Ma io non pretendo di essere creduto quando scrivo. Se c’è una verità in ciò che uno scrive, non si esaurisce certo nella lettera. Comunque va bene: sono infelice. Molto infelice. Disperato. Così mi crederanno. Non il più disperato degli uomini. Meglio non esagerare. Se si dice a qualcuno di essere più disperato di lui, garantito che quello si offende. Allora diciamo che sono piuttosto disperato, ma un filino meno di ciascuno dei miei lettori. Così sono contenti tutti. Si scrive per questo, no?)
Mi lavo e canto, sottovoce. È la bellezza della doccia del mattino: le acque mi scorrono lungo il corpo, mi massaggiano e mi consegnano fresco a una nuova giornata nella quale, olimpicamente, non mi importa se combinerò qualcosa o il solito fico secco. E tu che dall’alto dei mondi. Do re mi. Il bagno invece è meglio la sera, quando sono stanco, cioè quasi mai. È però la prima cosa che faccio quando prendo possesso della mia camera d’albergo dopo un viaggio. Faccio scendere l’acqua calda mentre disfo i bagagli e quando è pronta ci resto immerso fino a quando non mi sono abituato al nuovo luogo. E poi via! Quanto al resto non sono un patito del bagno, neanche al mare, dove infatti di solito non vado.

Facevo invece molti bagni da ragazzo, al fiume, vicino al punto dove si incontra con uno dei due canali che lo costeggiano al mio paese. È un punto pericoloso, dove annega sempre qualcuno, come è accaduto proprio una decina di giorni fa, in modo banalissimo, a due ragazzi, due fratelli. A guardarlo così, senza pensare a niente, è un incanto. Ci vado ancora, da solo o con gli amici che vengono da fuori, a fare delle passeggiate, e tutti ne sono conquistati. C’è una pace! E invece ogni anno ci muore qualcuno, qualcuno ci annega o va ad annegare.
Una volta sono partito proprio da lì per attraversare il fiume controcorrente nonostante fosse più veloce del solito. Nuotavo in diagonale, verso monte, per non rischiare di ritrovarmi dalle parti della diga che c’è più a valle. Poco oltre la metà del fiume le forze hanno cominciato a mancarmi e così ho cercato di resistere meno alla corrente, pur senza assecondarla. Alla fine, stremato e vicino alla disperazione, sono riuscito ad aggrapparmi ad un arbusto che sporgeva sull’acqua, ancora lontano dalla diga. Mi sono trascinato sulla sponda e sono rimasto lì, sdraiato in pendenza tra i cespugli, confuso e col batticuore, per non so quanto tempo. Con l’acqua è così.
Per tornare a riprendere le mie cose mi son dovuto fare un giro lunghissimo. Mancava ancora parecchio al tramonto, ma le nubi si stavano già preparando per il solito temporale serale. Avevo freddo. Dei miei amici molti se ne erano già andati a casa. Ho messo i vestiti in silenzio e mi sono seduto contro un albero a guardare il ponte alla mia sinistra, tranquillo adesso. Allora gli amici rimasti mi hanno chiesto cosa mi era successo. L’ho riassunto velocemente. Bel pirla, mi hanno detto, e si sono tuffati per un’ultima nuotata.
Eppure io ero convinto di aver capito qualcosa.

Sono approdato proprio qui. Il ponte si vede sullo sfondo
L'immagine prededente è un tratto del fiume in questione
Le prime due sono opere di Federico De Leonardis
La prima si intitola - Essere Mare 1 - esposta alla casa di Pessoa a Lisbona
Scritto per una mostra a Verona di non ricordo più quando

16/03/15

Rahotep e consorte: parole con figure.




(ALS IXH XAN)


Quando ho visto l'immagine della coppia, la prima cosa che ho pensato è stata: lui non lo conosco, ma lei è un mio amico, di cui taccio il nome per discrezione, appena uscito dalla sauna di una beauty farm (è grasso, anche le tette gli corrispondono in pieno). Soltanto dopo, ma più tardi, molto più tardi, mi sono accorto di conoscere anche lui, che non avevo guardato bene perché distratto da una cosa che dirò fra poco: è Roberto, un giovane amico cultore delle docce solari integrali, identico nel gesto e nel baffetto, scurissimo sopra il labbro pronunciato (le labbra di Roberto però sono più fini, e lo sguardo più sveglio, e molto!: è napoletano; Rahotep invece è morto).
Va be', è un gioco: la somiglianza che dà il la, che muove a immaginare, e poi a guardare diversamente; persino a pensare, se proprio, a volte. Una somiglianza all'origine. Arbitrarie entrambe: somiglianza e origine, intendo. Inter-soggettive però. Inter, intra... mah! La cosa che ho visto, e pensato subito dopo, quella che mi ha impedito una visione più ravvicinata e che era a sua volta, come vedremo, l'effetto di una visione veloce, uguale al lampo della prima somiglianza, ad essa associata, come il prolungamento del suo flusso, in continuità si direbbe, ancora senza, o prima di un ritmo, che poi però arriva subito, ed è composito, o confuso, non so, stratificato anche, sebbene forse non nel modo in cui vorrei io (potrebbe essere un bene anche questo, però)... la seconda cosa, dicevo, il secondo pensiero, è stato: ancora e sempre, già lì, allora, la scrittura alle spalle!
 
 
 
Curioso: poco dopo, leggendo la lettera che mi invitava a partecipare a questo numero di Warburghiana, mi sono accorto che, tra l'altro (Aurelio Andrighetto, il curatore, mi travolge sempre con le sue idee: mi emoziona e disorienta e impaurisce, e io fatico a stargli dietro; alzo il muro del dubbio, sulle prime, mi rifiuto, faccio la madonnina, ritrosetto, ma poi quelle idee mi si installano da qualche parte, e, sia pur senza esagerare, mi perseguitano, mi fiatano alle spalle, e io, affannato, svicolo in ogni direzione per sfuggire alla loro presa ma solo per accorgermi che nella fuga gli sto dietro anch'io, le seguo e inseguo, e non le mollo, come e finché posso, come se fossimo inscritti, tutti, in una trama all'apparenza circolare, ma che poi no, da qualche parte si apre, si dirama e lascia respirare, per un po'...), parlava proprio del rapporto tra scrittura e immagine, della funzione determinativa delle statue rispetto alla scrittura, e soprattutto, per ciò che mi riguardava (cioè la ragione per cui ero interpellato), che le statue avevano voltato le spalle alla scrittura, come accade spesso alle immagini, che pur essendo in rapporti molteplici con iscrizioni di ogni genere, voltano loro le spalle, ne fanno a meno, fanno come se potessero davvero farne a meno, tanto che alcuni credono che davvero esse siano qualcosa di assolutamente diverso dalla scrittura, che viene prima e che già per questo può farne a meno. Le immagini meno la scrittura. Con questa sottrazione che, però, ha lasciato una traccia scavata dentro di esse, come una cicatrice quasi del tutto rimarginata ma sempre presente, sottilissima, un'ombra bianca a cui nessuno fa caso.
Ma anche così avevo guardato frettolosamente e male: un muro di scrittura alle spalle!, ho pensato già nel pensare, o meglio: nell'abbozzare, senza formularla, la frase precedente (quella summenzionata, la seconda, e in realtà simultanea alla prima, relativa alla somiglianza: quella della relativa somiglianza, forse addirittura a quest'ultima antecedente, ma incompleta, frammentata: essa pure abbozzata, incisa solo in parte nei vuoti della prima, appena a scalfirla, e ancora, per quel poco, non visibile anch'essa, o quasi: ma già con la stessa onda di emozione, già nello stesso stupore...). Un muro! Perché mi è parso che le due figure fossero a tutto tondo, poste in avanti sul piedistallo, con dietro staccato, un muro: un muro coperto interamente di geroglifici, fitti, come sulla stele che raffigura Rahotep seduto da solo davanti a un tavolino su cui si stagliano oggetti che potrebbero essere vasi ma che a un occhio malizioso, e quindi non al mio, potrebbero assomigliare a..., lasciamo perdere..., e contornato, sempre Rahotep, da altri oggetti e segni che certo sono scrittura e chissà cosa raccontano, mentre qui l'iscrizione alle sue spalle, e più ancora quella della moglie (due, identiche!: ribadite quasi a convincere della verità di ciò che dicono, o a racchiudere come tra parentesi), dice solo di chi si tratta, con i debiti titoli, e cariche, imprese e qualità salienti. Una miseria. E però già tanto. Almeno sappiamo chi sono, i due. Possiamo pensarli, morti, con un nome e addirittura qualcosa di più, aggettivi, caratteri, qualificazioni: bellissima!, lei. Secondo il loro metro. E un po' anche secondo il mio, mica intendo fare lo sfizioso! Le caviglie però...
Eh sì, le scritte mi dicono chi sono i due raffigurati nelle statue (nelle, o dalle? o mediante? o altro ancora?), immagino con una certa somiglianza; somiglianza che a me, invece, ha richiamato innanzitutto i miei due amici; prima uno, con la piccola differenza del sesso (che nel suo caso non è poi così decisivo – come in genere le differenze di genere, oggi –, perché sono sicuro che lui, già un po' ambiguo di suo, non mente quando dice che, a causa della salute, sono anni che per lui è solo memoria: che dico anni? secoli, millenni!, epoche lontane come le prime dinastie egizie); poi l'altro (maschio sì, eccome!, lui: c'ha pure il baffo).

Senza tutte le scritte: anche quelle, enciclopediche o altro, che mi fanno sapere qualcosa dell'antico Egitto, e poi della rappresentazione, concetto storia e implicazioni, della distanza, qualsiasi distanza, e delle vicinanze, e di ciò che si può unire e dividere, e accostare e distinguere ecc. Solo la somiglianza, resterebbe. La somiglianza e basta. A sua volta, però, iscritta da qualche parte meno nella statua che in me. E se non somigliassero a nessuno che conosco, mi richiamerebbero, quanto meno, due figure umane, con qualche carattere specifico in aggiunta: sesso, abito, colore ecc. Assomiglierebbero alla somiglianza. (La sparo grossa, chiedo scusa...)
Figurarsi che, per dire come lo sguardo frettoloso e le fantasie che esso genera, o da cui è generato, proseguono nella generazione dell'errore, in un primo tempo avevo visto sulle ginocchia di Rahotep, contaminandolo certamente con un'altra statua, quella famosissima di uno scriba, una tavoletta a sua volta coperta di scritture. Un muretto orizzontale, tanto per non farci mancare nessuna direzione. E quindi, l'ho visto, Rahotep, non solo con la scrittura alle spalle, ma anche con la scrittura davanti.  Non dà le spalle alla scrittura, ma, come l'ha davanti a sé, l'ha alle spalle, ma questa, senza saperlo. Può darsi, così fioriva il mio errore, che lui creda che l'unica scrittura sia quella sulla tavoletta, l'unica  a contare almeno, che magari ha tracciato di persona e che di certo lui legge e controlla. E potrebbe anche darsi, allora, che quella che ha alle spalle, che lui non vede ma che può immaginare per aver già visto qualcosa del genere, o solo perché è facile immaginarla, potrebbe darsi, insisto, che lui pensi che sia identica, o molto simile, a quella che ha davanti a sé, che ne sia anzi la garante, che la rispecchi (le assomigli), e la protegga, come il muro, con la sua solidità e con il sapere di ciò che vi è scritto: che sostenga e protegga tutto il suo essere, le sue proprietà, moglie inclusa, presenti e future, per il qui e soprattutto per il là, per l'aldilà; mentre a me sembra che il muro, quel presunto muro, lo separi anche e lo chiuda a tutto il resto, e che la scrittura, inoltre, questo penso in certi momenti di scoramento, sia puntata come un'arma alle sue spalle, a minacciare e precludere ogni sua possibilità e volontà di indipendenza, per figlio di faraone che sia: che ne de-finisca l'identità che è ignota a lui stesso, titoli e cariche e qualità che possa o meno enumerare. Che gli tracci un altro profilo. Che ne disegni, alle spalle, un'altra figura.
E così anch'io, quando poi vedo le cose come sono, le statue le scritte e il resto, non le vedo come sono, ma intrecciate, sovrapposte, o affioranti, o alternate a quelle che avevo pensato di vedere; e la traccia di questa visione non la posso cancellare: il suo stampo e la sua onda (uno che accoglie la mia impronta e l'altra che l'avvolge e la dissolve: via, via!), che si sono tradotti immediatamente in parole e ora anche in scrittura, hanno continuato a agire nel modo di vedere bene, a formicolare nella visione corretta, sovrascritta a quella, e in ciò che poi davvero ne ho scritto e che qui, con il lettore, anch'io da sopra la mia spalla, dietro di me, io stesso alle mie stesse spalle, leggo come una specie di mio ritratto non iconico, di una somiglianza che riecheggia senza assomigliare o che semmai assomiglia ad altro.

Alle Giubbe rosse, Firenze 20..?