16/03/15

Rahotep e consorte: parole con figure.




(ALS IXH XAN)


Quando ho visto l'immagine della coppia, la prima cosa che ho pensato è stata: lui non lo conosco, ma lei è un mio amico, di cui taccio il nome per discrezione, appena uscito dalla sauna di una beauty farm (è grasso, anche le tette gli corrispondono in pieno). Soltanto dopo, ma più tardi, molto più tardi, mi sono accorto di conoscere anche lui, che non avevo guardato bene perché distratto da una cosa che dirò fra poco: è Roberto, un giovane amico cultore delle docce solari integrali, identico nel gesto e nel baffetto, scurissimo sopra il labbro pronunciato (le labbra di Roberto però sono più fini, e lo sguardo più sveglio, e molto!: è napoletano; Rahotep invece è morto).
Va be', è un gioco: la somiglianza che dà il la, che muove a immaginare, e poi a guardare diversamente; persino a pensare, se proprio, a volte. Una somiglianza all'origine. Arbitrarie entrambe: somiglianza e origine, intendo. Inter-soggettive però. Inter, intra... mah! La cosa che ho visto, e pensato subito dopo, quella che mi ha impedito una visione più ravvicinata e che era a sua volta, come vedremo, l'effetto di una visione veloce, uguale al lampo della prima somiglianza, ad essa associata, come il prolungamento del suo flusso, in continuità si direbbe, ancora senza, o prima di un ritmo, che poi però arriva subito, ed è composito, o confuso, non so, stratificato anche, sebbene forse non nel modo in cui vorrei io (potrebbe essere un bene anche questo, però)... la seconda cosa, dicevo, il secondo pensiero, è stato: ancora e sempre, già lì, allora, la scrittura alle spalle!
 
 
 
Curioso: poco dopo, leggendo la lettera che mi invitava a partecipare a questo numero di Warburghiana, mi sono accorto che, tra l'altro (Aurelio Andrighetto, il curatore, mi travolge sempre con le sue idee: mi emoziona e disorienta e impaurisce, e io fatico a stargli dietro; alzo il muro del dubbio, sulle prime, mi rifiuto, faccio la madonnina, ritrosetto, ma poi quelle idee mi si installano da qualche parte, e, sia pur senza esagerare, mi perseguitano, mi fiatano alle spalle, e io, affannato, svicolo in ogni direzione per sfuggire alla loro presa ma solo per accorgermi che nella fuga gli sto dietro anch'io, le seguo e inseguo, e non le mollo, come e finché posso, come se fossimo inscritti, tutti, in una trama all'apparenza circolare, ma che poi no, da qualche parte si apre, si dirama e lascia respirare, per un po'...), parlava proprio del rapporto tra scrittura e immagine, della funzione determinativa delle statue rispetto alla scrittura, e soprattutto, per ciò che mi riguardava (cioè la ragione per cui ero interpellato), che le statue avevano voltato le spalle alla scrittura, come accade spesso alle immagini, che pur essendo in rapporti molteplici con iscrizioni di ogni genere, voltano loro le spalle, ne fanno a meno, fanno come se potessero davvero farne a meno, tanto che alcuni credono che davvero esse siano qualcosa di assolutamente diverso dalla scrittura, che viene prima e che già per questo può farne a meno. Le immagini meno la scrittura. Con questa sottrazione che, però, ha lasciato una traccia scavata dentro di esse, come una cicatrice quasi del tutto rimarginata ma sempre presente, sottilissima, un'ombra bianca a cui nessuno fa caso.
Ma anche così avevo guardato frettolosamente e male: un muro di scrittura alle spalle!, ho pensato già nel pensare, o meglio: nell'abbozzare, senza formularla, la frase precedente (quella summenzionata, la seconda, e in realtà simultanea alla prima, relativa alla somiglianza: quella della relativa somiglianza, forse addirittura a quest'ultima antecedente, ma incompleta, frammentata: essa pure abbozzata, incisa solo in parte nei vuoti della prima, appena a scalfirla, e ancora, per quel poco, non visibile anch'essa, o quasi: ma già con la stessa onda di emozione, già nello stesso stupore...). Un muro! Perché mi è parso che le due figure fossero a tutto tondo, poste in avanti sul piedistallo, con dietro staccato, un muro: un muro coperto interamente di geroglifici, fitti, come sulla stele che raffigura Rahotep seduto da solo davanti a un tavolino su cui si stagliano oggetti che potrebbero essere vasi ma che a un occhio malizioso, e quindi non al mio, potrebbero assomigliare a..., lasciamo perdere..., e contornato, sempre Rahotep, da altri oggetti e segni che certo sono scrittura e chissà cosa raccontano, mentre qui l'iscrizione alle sue spalle, e più ancora quella della moglie (due, identiche!: ribadite quasi a convincere della verità di ciò che dicono, o a racchiudere come tra parentesi), dice solo di chi si tratta, con i debiti titoli, e cariche, imprese e qualità salienti. Una miseria. E però già tanto. Almeno sappiamo chi sono, i due. Possiamo pensarli, morti, con un nome e addirittura qualcosa di più, aggettivi, caratteri, qualificazioni: bellissima!, lei. Secondo il loro metro. E un po' anche secondo il mio, mica intendo fare lo sfizioso! Le caviglie però...
Eh sì, le scritte mi dicono chi sono i due raffigurati nelle statue (nelle, o dalle? o mediante? o altro ancora?), immagino con una certa somiglianza; somiglianza che a me, invece, ha richiamato innanzitutto i miei due amici; prima uno, con la piccola differenza del sesso (che nel suo caso non è poi così decisivo – come in genere le differenze di genere, oggi –, perché sono sicuro che lui, già un po' ambiguo di suo, non mente quando dice che, a causa della salute, sono anni che per lui è solo memoria: che dico anni? secoli, millenni!, epoche lontane come le prime dinastie egizie); poi l'altro (maschio sì, eccome!, lui: c'ha pure il baffo).

Senza tutte le scritte: anche quelle, enciclopediche o altro, che mi fanno sapere qualcosa dell'antico Egitto, e poi della rappresentazione, concetto storia e implicazioni, della distanza, qualsiasi distanza, e delle vicinanze, e di ciò che si può unire e dividere, e accostare e distinguere ecc. Solo la somiglianza, resterebbe. La somiglianza e basta. A sua volta, però, iscritta da qualche parte meno nella statua che in me. E se non somigliassero a nessuno che conosco, mi richiamerebbero, quanto meno, due figure umane, con qualche carattere specifico in aggiunta: sesso, abito, colore ecc. Assomiglierebbero alla somiglianza. (La sparo grossa, chiedo scusa...)
Figurarsi che, per dire come lo sguardo frettoloso e le fantasie che esso genera, o da cui è generato, proseguono nella generazione dell'errore, in un primo tempo avevo visto sulle ginocchia di Rahotep, contaminandolo certamente con un'altra statua, quella famosissima di uno scriba, una tavoletta a sua volta coperta di scritture. Un muretto orizzontale, tanto per non farci mancare nessuna direzione. E quindi, l'ho visto, Rahotep, non solo con la scrittura alle spalle, ma anche con la scrittura davanti.  Non dà le spalle alla scrittura, ma, come l'ha davanti a sé, l'ha alle spalle, ma questa, senza saperlo. Può darsi, così fioriva il mio errore, che lui creda che l'unica scrittura sia quella sulla tavoletta, l'unica  a contare almeno, che magari ha tracciato di persona e che di certo lui legge e controlla. E potrebbe anche darsi, allora, che quella che ha alle spalle, che lui non vede ma che può immaginare per aver già visto qualcosa del genere, o solo perché è facile immaginarla, potrebbe darsi, insisto, che lui pensi che sia identica, o molto simile, a quella che ha davanti a sé, che ne sia anzi la garante, che la rispecchi (le assomigli), e la protegga, come il muro, con la sua solidità e con il sapere di ciò che vi è scritto: che sostenga e protegga tutto il suo essere, le sue proprietà, moglie inclusa, presenti e future, per il qui e soprattutto per il là, per l'aldilà; mentre a me sembra che il muro, quel presunto muro, lo separi anche e lo chiuda a tutto il resto, e che la scrittura, inoltre, questo penso in certi momenti di scoramento, sia puntata come un'arma alle sue spalle, a minacciare e precludere ogni sua possibilità e volontà di indipendenza, per figlio di faraone che sia: che ne de-finisca l'identità che è ignota a lui stesso, titoli e cariche e qualità che possa o meno enumerare. Che gli tracci un altro profilo. Che ne disegni, alle spalle, un'altra figura.
E così anch'io, quando poi vedo le cose come sono, le statue le scritte e il resto, non le vedo come sono, ma intrecciate, sovrapposte, o affioranti, o alternate a quelle che avevo pensato di vedere; e la traccia di questa visione non la posso cancellare: il suo stampo e la sua onda (uno che accoglie la mia impronta e l'altra che l'avvolge e la dissolve: via, via!), che si sono tradotti immediatamente in parole e ora anche in scrittura, hanno continuato a agire nel modo di vedere bene, a formicolare nella visione corretta, sovrascritta a quella, e in ciò che poi davvero ne ho scritto e che qui, con il lettore, anch'io da sopra la mia spalla, dietro di me, io stesso alle mie stesse spalle, leggo come una specie di mio ritratto non iconico, di una somiglianza che riecheggia senza assomigliare o che semmai assomiglia ad altro.

Alle Giubbe rosse, Firenze 20..?

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