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18/12/25

Claudio Piersanti, provare a vivere. (La finestra sul porto. 2025)

 


“Quanti sono i momenti belli e importanti nella vita di una persona? ... Pochi giorni, …, forse poche ore, il resto è niente o male”, dice tra sé Roberto, avvocato quarantatreenne, protagonista dell’ultimo, perfetto, romanzo breve di Claudio Piersanti La finestra sul porto (Gramma, Feltrinelli, 2025). Siamo a metà del libro: la vita di Roberto ha da poco conosciuto il grande inatteso cambiamento che lui nemmeno sognava più e tra poco ne subentrerà un altro, negativo, conseguenza del primo e che rischierà di mandarlo all’aria e guastarlo per sempre.

Roberto, scapolo, con una vita professionale apprezzabile anche se meno di quanto potrebbe se, come dicono a scuola, si applicasse di più e fosse più pragmatico e cinico, e con varie storie sentimentali di poco conto alle spalle, ha da poco trovato modo di rivelare il suo amore a Maria, la donna di cui è stato innamorato fin dalla prima volta che l’ha vista in compagnia di Piero, il suo migliore, e anzi unico vero amico, che poi se l’è sposata. Si sono frequentati per anni, ma lui non ha mai lasciato trapelare il suo sentimento che è diventato con il tempo sempre più difficile da celare, tanto più che pian piano l’amicizia con Piero si era venuta allentando, così come il legame tra la coppia, soprattutto da parte di Maria, mentre Piero, narcisista ambizioso e collerico, ma anche brillante e generoso, dà per scontato che lei lo ami come sempre. Maria si accorge di quanto tiene a Roberto quando lui comincia a disertare le cene e non risponde alle sue chiamate, e scopre a sua volta con stupore e gioia di amarlo il giorno che lo cerca per chiedergli conto delle sue lunghe latitanze.

È un momento di grande trepidazione quello in cui si manifesta la reciproca attrazione, qualcosa che li travolge e sorpassa come può capitare solo a due adolescenti al loro primo amore. E difatti per Roberto lo è davvero, vertiginoso, mentre per Maria è una rivelazione improvvisa, come repentina è la sua accettazione, sia pure con un prevedibile sgomento: la scoperta che nella vita un po’ soffocante in cui stava cadendo, non fosse che per il lavoro di archeologa che la appassiona e le dona non pochi momenti di incanto, si spalanca una finestra da cui si scorge un nuovo orizzonte.

Ora la felicità è entrata a vele spiegate nella vita di entrambi, ma Piero ha scoperto il loro legame e sta per chiedere conto a Roberto del suo tradimento, che in seguito cercherà di far pagare a entrambi con un gesto terribile, ma, a conti fatti, solo per lui.

Fino ad allora, cioè a poche settimane prima di quel momento, la vita di Roberto era trascorsa pacificamente ma senza entusiasmi: orfano di padre dalla nascita, era stato cresciuto dalla madre infermiera nella città di mare dove lei aveva vinto un concorso, in un piccolo appartamento della città vecchia che lui aveva conservato dopo la morte di lei come suo rifugio segreto, che nessuno conosceva, e dove poteva ritirarsi ogni volta che voleva sparire o starsene per un po’ da solo in santa pace.

Ora invece finalmente ha trovato l’amore con la donna che aveva sempre desiderato. Il libro racconta questa storia. La storia di un amore felice. Niente di peggio per un romanzo, quindi, se, come dice Borges, “l’unica cosa senza mistero è la felicità, perché si giustifica da sé”. E senza mistero, niente storia. Ma siccome nessuna felicità è mai piena e senza smagliature, anche la sua manutenzione ha una storia e Piersanti, maestro nel raccontare esistenze all’apparenza banali e piatte, la racconta nelle sue differenti declinazioni e sfumature.

L’amore degli adulti è sempre stato uno dei suoi temi prediletti, oltre che il titolo del suo secondo libro, uno dei più fortunati peraltro (ultima edizione, Feltrinelli 2006), ma raramente lo scrittore ne aveva narrato la nascita e il consolidamento in modo così dettagliato, senza in apparenza inventare niente di nuovo, ma evitando al contempo qualsiasi occasione di déjà-vu, tanto da arrivare a costruire un edificio autonomo, con una sua singolare fisionomia e forza, e delicatezza. Perché, per quanto ciò che Roberto e Maria cercano e trovano non sia che una vita normalmente felice, e la normalità appaia “bellissima” a Maria quando considera la loro quotidianità dopo che hanno preso a vivere insieme, nessuna normalità e nessuna felicità sono banali, neppure quando appaiono scontate. Tanto più che a turbarle, e a metterle a rischio, arriva il suicidio di Piero, che forse era anche un tentativo di omicidio di Maria, alla cui possibilità nessuno aveva mai pensato, che accentua i sensi di colpa già avvertiti dai due innamorati per un tradimento che peraltro non sentono tale, e che non cesseranno finché non saranno loro a perdonarsi andando a chiedere perdono a Piero sulla sua tomba, estinguendo con il proprio pentimento anche la colpa.

Personalità equilibrata, in apparenza, e distaccata, Roberto, pur essendosi fatto del mondo un’idea non proprio lusinghiera, anche in ragione del campionario umano con cui deve trattare per professione ogni giorno, è nondimeno capace di empatia, per quanto malinconica e disincantata. Forse proprio in ragione del fatto che le sue idee sociali e politiche “poco realistiche” sono molto critiche e completamente pessimiste, si fa della compassione quasi un dovere, convinto che la pietà è “il più nobile dei sentimenti umani”, e rifugge da qualsiasi aggressività e rancore. Il rancore, una malattia sociale oltre che individuale che ricorre in tante altre opere di Piersanti e persino nel titolo della penultima (Ogni rancore è spento, Rizzoli, 2023: vedi la recensione di Chiara De Nardi), in questa affligge solo Piero, attore frustrato e invidioso della fama altrui, mentre è del tutto assente in Maria e in Roberto, che l’autore riesce nell’impresa di presentarci, senza enfasi e sdolcinature, come personaggi infine del tutto positivi.

L’atteggiamento di distacco, razionale più che morale, che contraddistingue Roberto, è anche in lui, come spesso capita, una difesa abituale e in apparenza consolidata, ma basta poco a Maria a infrangerlo portando in primo piano tutti i lati positivi che già contraddistinguevano la sua personalità, come segnalato dal suo cognome, Clemente, significativo come spesso nei personaggi di Piersanti.

L’amore accolto senza remore è un atto di liberazione, la conquista di una libertà che, se non esenta dall’assunzione di responsabilità, proietta la nuova coppia in una specie di innocenza che tuttavia non manca di un suo risvolto tragico e colpevole, che li tocca per quanto non ne siano oggettivamente responsabili.

Liberazione e responsabilità, innocenza e colpa sono tutte il risultato dell’abbandono, nel duplice senso del termine, che ha condotto alla loro unione: l’abbandono di un marito ormai insopportabile e di un amico carissimo con cui però la complicità e la confidenza si erano ormai consumate; e l’abbandono a cui finalmente cedono entrambi: l’uno nei confronti dell’altra e entrambi a ciò che di profondo c’è in loro stessi: al proprio desiderio, alla felicità, che non è mai gratis, come avviene quando si prende atto di una verità: perché anche allora “non si ottiene un sollievo totale, [e] all’improvviso scende un invisibile velo malinconico sopra ogni cosa”.

Piersanti riesce a raccontare con grande equilibrio, con una prosa pacata e dal ritmo sommesso e quasi inavvertito governato da una sottile musicalità, tutte le gradazioni di gesti e sentimenti, i dubbi e le decisioni a volte sorprendenti prima di tutto per chi le prende, senza mai cadere in psicologismi o in semplificazioni. Anche i momenti più drammatici e intensi sono narrati in un calibratissimo amalgama di focalizzazione interna, con uso misurato dell’indiretto libero, e distacco, come a sottoporli a un processo di raffreddamento che però non li spegne, senza la minima traccia di cinismo, in modo da lasciare che sotto la superficie piana del discorso continuino a agire, e a trasparire, le emozioni, le loro sfumature e tensioni, le differenti lunghezze d’onda e vibrazioni, e persino il loro tremolio, i loro fremiti, quando ometterli sarebbe una mancanza, un cedimento stilistico non minore di eventuali concessioni al lirismo o a colpi ad effetto sempre in agguato in quei frangenti.

È più difficile narrare un’apertura che una chiusura; parlare di qualcuno che prova a vivere che di qualcuno che si chiude e rinuncia e crolla. La misura stilistica della felicità è millimetrica e fragile. Piersanti in questo libro parla di persone che provano a vivere, senza eroismi e volontarie cecità. Alcuni ci riescono, altri no. “Aveva ragione Maria: erano anni importanti quelli che stavano vivendo, … e loro li stavano sprecando”. Tutti partono da una parvenza di vita soddisfatta, che forse per un po’ lo è anche stata, ma che con il tempo diventa consuetudine, irosa per qualcuno, placida per altri, rassegnata per altri ancora. Finché questa specie di equilibrio neutro, di un’infelicità talmente pervasiva da essere diventata consuetudine assimilata, si spezza, e i protagonisti si trovano nelle condizioni di arrendersi alla vita, di accettarne l’azzardo. Piero ci prova ma alla fine ne è vinto e rifiuta il cambiamento, a cui soccombe; accusando gli altri della propria mediocrità e fallimento non ha sospetti su di sé, finché non si trova davanti a una catastrofe che gli rivela il proprio vuoto e non sa affrontarla, tanto più che le uniche due persone che avrebbero potuto soccorrerlo sono quelle che l’hanno provocata. Anche lui, come loro, era il figlio disilluso di una generazione, quella del boom, “inutile” con i suoi “incomprensibili sogni rivoluzionari, le … fedi tutte rigorosamente autoritarie, le loro barricate, i loro riti” … e che non aveva lasciato loro “altra scelta se non quella di andarsene”.

 

Roberto ha questa tentazione di lasciare e di chiudersi nella sua vita costellata di segreti, che sembra quasi collezionare compiaciuto. “Nessuno in città sapeva niente del suo passato. O meglio, nessuno al mondo poteva affermare di conoscerlo veramente. I segreti che custodiva, non avendo più famiglia, erano segreti assoluti.” Non si tratta di chissà che misteri o colpe, ma solo di cose che egli non vuole che siano conosciute e che in un certo senso custodiscono la sua identità e la sua storia. Sono il nucleo in cui è racchiusa la sua vera identità, o almeno quella che lui ritiene tale e che quindi intende preservare ad ogni costo. “Soltanto la sua vita segreta aveva un senso”, scrive Piersanti all’inizio del libro, salvo poi aggiungere più tardi, dopo che alcuni erano stati rivelati, “ma non aveva mai saputo mentire”. Il che implica che nessuno li conosce perché nessuno ha pensato bene di interessarsi tanto a lui da chiedergli se ne aveva e quali; e viceversa che nessuno, prima di Maria, è stato per lui così importante, intimo e affidabile da suscitargli il desiderio, se non addirittura il bisogno, di confidarglieli, di poterglieli affidare. E infatti, nonostante tutti i contatti che la sua professione comporta e le fidanzate che si susseguono, “sentiva molto il peso della solitudine…, era sempre stato solo nella sua vita adulta. Un senso di solitudine che lo divorava e nello stesso tempo lo nutriva. Se si è soli meglio esserlo completamente”, pensava

Il segreto è la sua forza: da lì nessuno lo può attaccare; ma insieme è anche la sua debolezza: è il punto sensibile, quello che, se si incrina e cede, può portare al crollo e alla resa, ammesso che la resa sia sempre negativa, una sconfitta definitiva e non, talvolta, l’inizio di un nuovo percorso che potrebbe portare a una vera salvezza, una vittoria al di fuori della logica dello scontro, di una concezione bellica dell’esistenza e del rapporto tra gli uomini, come invece potrebbero indurlo a pensare i casi che deve affrontare quotidianamente nella sua professione. È la sua difesa: da lì non è esposto a nessun attacco, ma da lì non potrà neanche uscire, non si dice per attaccare, ma nemmeno per provare a espandersi verso l’esterno, ad allungare le proprie propaggini verso gli altri e il mondo per costruire altrimenti la sua vita. Ad aprire porta e finestre.

Quando questo, non a caso in un momento di debolezza reciproca con Maria a fare da elemento scatenante, troverà uno spiraglio da cui affacciarsi, tutta la strategia difensiva mostrerà la sua inconsistenza e la forza dell’irruzione sarà tale da smantellare ogni difesa, rivelandone a Roberto l’essenza, peraltro già sospettata (non è stupido) in quanto prigione. I segreti infatti sono meno ciò che egli racchiude, di ciò che invece racchiude lui. Un luogo (interiore prima ancora che fisico: la casa) in cui si sente sicuro, ma che rischia di soffocarlo tenendolo separato dal resto, con cui comunica (o crede di comunicare) solo da lontano, come guarda fuori dalla finestra che dà sul porto, dove persone e merci arrivano e partono e dove lui ha sì l’abitudine di recarsi a passeggiare e a fare colazione, ma sempre e solo per guardare, per assistere alla vita degli altri.

Dalla finestra però vede il mare, l’unica cosa che sembra rasserenarlo e appagarlo. Se era rimasto nella cittadina dove era cresciuto a seguito della madre, nonostante i concittadini gli fossero estranei e si fosse “sempre considerato apolide”, era stato “perché sentiva il bisogno di vedere il mare ogni giorno”. La finestra è l’apertura sul mondo, da lontano, restando nascosti, protetti, ma aperta all’incanto che dalla lontananza arriva: il porto e il mare. È la soglia protetta, segreta, tra interno (la casa, la piccola, simbiotica famiglia con la sola madre vedova, e con Maria poi) e esterno. Soglia che viene raddoppiata dal porto, dove però l’interno è soggetto all’irruzione anche violenta dell’imprevisto, come il litigio cruento dei due coniugi stranieri che lascia una forte impronta in Roberto e la cui memoria torna in alcuni contesti cruciali del libro, ma che comunica con il mare, aperto assoluto, che è bello guardare, che dà respiro, anche all’immaginazione, e che forse il figlio che alla fine Maria concepisce percorrerà, esponendosi a quei possibili che il padre si sarà negato, pago, alla fine, di quell’unico che per lui aveva importanza, e che con Maria si rivela ricco di tante imprevedibili, minime ma assolute, fioriture. Come se “alla fine tutto abbia un senso”.

 


 

 

 

 

 

 

23/11/21

Claudio Piersanti, Quel maledetto Vronskij

 

Giovanni è un tipografo di mezza età che dopo il licenziamento dalla grande azienda in cui lavorava, ha aperto una piccola attività in proprio per poter continuare il lavoro che costituisce la passione della sua vita. È un uomo mansueto, tanto gentile da avvertirlo come una debolezza, sposato con Giulia, una donna intelligente e ancora molto bella, che non ha mai capito come avesse potuto scegliere e amare intensamente proprio lui. La coppia vive in grande armonia e tranquillità in una villetta suburbana, con un piccolo giardino che lei cura amorevolmente, finché un giorno “il male [entra] nella loro casa”. Giulia si ammala gravemente e la malattia, anche se viene apparentemente superata, lascia dei segni nel loro rapporto che però entrambi, delicatamente, cercano di nascondere all’altro. Fino a che un giorno Giulia sparisce senza motivo né spiegazioni, dopo che la notte prima avevano fatto l’amore con grande tenerezza. Allora per quell’uomo in fondo semplice che è Giovanni (ammesso che un essere umano possa essere semplice), comincia un periodo di disorientamento totale, che lui cerca di controllare perseverando nella sua routine. Un giorno, per occupare il tempo e tener vivo il ricordo, decide di scegliere a caso uno dei libri della moglie, grande lettrice al contrario di lui che ha sempre e solo letto le pagine che doveva comporre badando unicamente alla corretta forma linguistica e tipografica, e di copiarlo tutto, per farne un libro unico, bellissimo, curato in ogni dettaglio, per quando lei tornerà. Mentre lo ricopia con sempre maggiore partecipazione, gli sembra di trovare nelle sue pagine una specie di premonizione di ciò che sta vivendo. Il libro è Anna Karenina, che come è noto ha uno degli esordi più famosi di tutta la storia della letteratura (”Tutte le famiglie felici si assomigliano; ogni famiglia infelice invece è infelice a modo suo”), che a mio parere è stata una delle molle che hanno indotto Claudio Piersanti a scrivere questa storia, per verificare quanta verità la sentenza contiene. A colpire Giovanni però non è la protagonista, che non assomiglia per nulla alla moglie scomparsa, quanto la figura di Vronskij, il seduttore di Anna, che si insinua nel suo mondo mentale come incarnazione di tutto ciò che lui non è, bello brillante e affascinante, e che può aver allontanato da lui la donna che continua ad amare più che mai.


Pian piano Giovanni quasi senza accorgersene sovrappone ciò che gli capita a ciò che trascrive (come lo scrittore ha presente ciò che ha letto quando scrive, fosse pure nella forma dell’oblio): trova nel libro di Tolstoj, in filigrana, alcune delle situazioni che sta vivendo e gli strumenti per cercare di capire, naturalmente in modo illusorio e arbitrario. Perché ciò che vive è effetto più di ciò che immagina, che di ciò che sa; e lui immagina sul filo non della realtà, ma di ciò che è scritto. Vronskij diventa la chiave per provare a interpretare prima ciò che immagina accada alla moglie, poi quello che accade dentro di lui, e infine cosa a tutto questo è sotteso, come destino. Dallo statuto di personaggio passa a quello di strumento ermeneutico, assurge a simbolo polivalente, a categoria, e quasi a entelechia. È la personificazione della minaccia, dell’inquietudine, dell’elemento senza coscienza morale che incombe, stravolge e porta alla distruzione. Alla fine troverà il suo vero nome, che non rivelo per la ferrea legge antispoiler. (La morte, detto in camera caritatis.)

Quel maledetto Vronskij, che racconta questa vicenda, è un libro struggente, senza contenere un solo passaggio sentimentale. Si tratta del resto di una caratteristica di Piersanti, che non si ritrae davanti ai temi forti, e anzi li va a cercare, e li affronta, sempre, insieme con adesione e distacco. Li prende sul serio, cioè, e proprio per questo se ne discosta per guardarli in faccia, con forza pacata, che però non ha nulla della distanza cinica, che semmai è presente solo nelle parole di alcuni personaggi. La voce narrante è impersonale, onnisciente, anche se prevale in buona parte del libro (dei libri di Piersanti) una specie di focalizzazione interna a uno o due dei protagonisti, di cui vengono seguiti moti d’animo e pensieri con una specie di discorso indiretto semilibero, se mi è concessa l’approssimazione: cioè libero nelle associazioni dei pensieri di personaggi, ma filtrato da una prosa asciutta, cadenzata in un ritmo di grande presa proprio in quanto piano, misurato nel tono, ma non freddo né mai sopra le righe nemmeno nei momenti più aspri, che evita sistematicamente la tentazione di sussulti vistosi e la ricerca di detti memorabili, nel senso letterale di questo termine. Vertici che non mancano, ma che nella lettura passano inavvertiti e arrivano a segno solo dopo, con un sottile quanto incisivo effetto di ritorno. Lo stile, in questo libro più che in altri, pur severo, è soffuso di tenerezza, oggettivo e al contempo partecipe; la sofferenza, i dubbi e le trepidazioni di Giovanni hanno la sua voce, che però giunge a noi smorzata, raccontata dall’esterno in virtù non solo della prospettiva “oggettiva” adottata da Piersanti, ma ancor più dal fatto di non essere disgiunta, come gli altri sentimenti del resto, dalla minuzia discreta della narrazione degli eventi quotidiani e dei gesti e dei luoghi. La scelta della terza persona, apparentemente tradizionale, che incornicia e dà il tono alla parziale focalizzazione interna laconica come la personalità del protagonista, è funzionale a questa resa. Perfetta, senza sbavature, senza una parola superflua, come avviene in quello che secondo me resta il capolavoro di Piersanti, Luisa e il silenzio. 

Anche la sintassi contribuisce all’arginamento del sentimentalismo che l’argomento del libro potrebbe favorire, e del lirismo che pure è presente, quasi reticente ma intenso, specie quando lo sguardo si dirige sulla natura. Il ritmo è scandito da frasi brevi, ma non elementari se non nel senso di essenziali; la scarsità di concatenazioni e di subordinate anziché sintomo di piattezza o ricerca forzata di linearità, è l’effetto primario di uno stile ellittico e direi concentrato, dove il tasso di taciuto (di silenzio) si arricchisce di tutte le relazioni possibili. Il risultato è una scrittura piana, ma tutt’altro che semplice. La lettura richiede una certa lentezza: impossibile pattinare da una frase all’altra, correre a ciò che succede, perché ciò che succede non è tanto, e in mezzo c’è tutto. Invece di un flusso il lettore si trova di fronte a un susseguirsi di monadi, ciascuna conclusa e perfetta, che spetta a lui mettere in relazione, ma in modo autonomo, richiesto, e quasi imposto, dal ritmo stesso della narrazione, pacato e implacabile, che nella elementarità della sintassi semplice e perlopiù paratattica trova l’impulso, anziché l’ostacolo. Come se la punteggiatura avesse una sua temporalità continua, diversa da quella pausata o anche sincopata che a volte la brevità produce, un suo armonico respiro privo di sbalzi e cadute.

L’assenza di commenti, e di ogni dimensione meta- tipica di tanta narrativa modernista e contemporanea, non esclude, per esempio, la possibilità di una lettura in tal senso almeno per alcuni aspetti della figura del protagonista. Infatti è difficile non leggere nella professione di tipografo del protagonista, così ossessionato dalla correttezza dei testi e dalla perfezione dell’impaginazione un’immagine dello scrittore, non per forza autobiografica. E nel suo licenziamento a causa delle innovazioni tecnologiche, così come nel suo declassamento fino all’abbandono della piccola bottega tipografica artigianale un‘allusione alla perdita di ruolo e di significato dello scrittore. E ancora nel quasi religioso, monacale, lavoro di copiatura di uno dei massimi capolavori della letteratura mondiale l’allusione più che quella esplicita alla devozione per la bellezza che ogni attività artistica comporta, a quella alla memoria e al confronto con le opere del passato per cui l’agire artistico passa pur senza farne diretto oggetto di riflessione all’interno dell’opera. Giovanni si limita a copiare, Piersanti si confronta. E scrive la storia di un matrimonio per quanto possibile felice. Cosa dichiarata noiosa da Tolstoj, con la sua sentenza diventata cliché universale, come peraltro meritano il suo sensazionalismo e la sete di applausi implicita. (Certo che colpire colpisce, però!)

Piersanti invece con questo libro sembra voler smentire Tolstoj. Quella che racconta è la storia di una coppia felice, una coppia piccolo borghese, presa nella sua medietà e mediocrità (nell’eccezionalità che in ogni medietà si cela e che a nessuno viene in mente di cercare), senza nessuna inflessione di ironia, da cui del resto Piersanti si guarda bene in tutte le sue opere, per quanto crudeli possano essere le storie che racconta: gli ideali di fusione che la coppia di sposi persegue e nel complesso raggiunge, la creazione di un piccolo mondo chiuso, a sé (amore, casa, famiglia, lavoro, svaghi, ambizioni, con poche amicizie fedeli e di lunga data), autosufficiente (persino la lontananza della figlia che ormai vive all’estero è vissuta senza patemi: così è, così stanno le cose...), non hanno nulla di meschino, sono ciò che hanno deciso insieme di perseguire e che fanno di tutto per raggiungere, in modo quieto, nonostante amarezze anche intense, come il licenziamento di Giovanni da un lavoro in cui aveva riposto tutte le sue ambizioni e la malattia di Giulia. Giovanni e Giulia sono la coppia scissa di Aristofane che ha avuto la fortuna di incontrarsi e non ha nessuna intenzione di lasciarsi più dividere, che trova modo di vivere questa fusione pur mantenendo ciascuno la propria personalità, fino all’arrivo di quello che Giovanni chiamerà Vronskij, e più ancora dopo, superata la separazione: le prove che ne scaturiscono, e la sua minaccia sempre incipiente e che prima o poi tornerà (ma non è detto che dovrà essere una catastrofe a cui passivamente soccombere), quando le sue metamorfosi a partire da quella iniziale della gelosia riveleranno il suo vero volto di morte con la paura che essa comporta, alla fine verranno riconosciute e affrontate, non insieme, perché infine ognuno deve affrontarle da solo, ma uno accanto all’altra, ciascuno sapendo e accettando la presenza dell’altro.

C’è sempre un Vronskij che mina la felicità. A cominciare dal Vronskij insito nell’idea stessa di felicità. Non esiste la famiglia felice, soltanto un osservatore superficiale ne vede qualcuna, e la vede perché vuole vederla, per invidia, per sarcasmo, o per darsi un’illusione, e un obiettivo. Ogni famiglia è infelice, in diverso grado. Per fortuna esiste l’oblio. La cancellazione, la tolleranza, la pazienza. E pure l’amore: la nebulosa di cose che questa parola contiene, e che quindi è opportuno evitare. (Evitare di nominare, beninteso...)

Soltanto i romanzieri dell’800, e i loro eredi odierni, fanno ancora queste distinzioni. Non si occupano di quelle che a loro sembrano famiglie felici perché appunto le trovano monotone, cioè senza niente di particolarmente attraente da raccontare, e pertanto, più o meno apertamente, le disprezzano. Non c’è luogo, in esse, per le emozioni forti, che bramerebbero i lettori, o loro stessi che non sanno scrivere altro. Ma ogni giorno è un susseguirsi di colpi di scena. Ogni giorno c’è il dolore; e la morte all’orizzonte. Ogni giorno qualcosa manca, affanna, preoccupa, si incrina e minaccia di spezzarsi e difatti si spezza, anche nelle relazioni cosiddette felici. Anche senza fare troppe scenate o clamore. Senza altro rumore che non sia quello avvertito da colui o coloro per i quali quella cosa, minima o grande, si spezza, da colui e coloro che sono incrinati e spezzati.

C’è la sofferenza, che spesso resta inespressa e a volte si nasconde per volerla risparmiare all'altro, che invece soffre di non poterla condividere e si sente escluso proprio laddove vorrebbe poter far sentire la propria presenza, intervenire, alleviare se non curare. Non tutto può essere detto, eppure è proprio questo silenzio a essere più doloroso. A escludere la comunanza, l'intimità da cui pure era nato. E chi così esclude, al pari di chi è escluso, come Giulia e Giovanni, soffre di questa esclusione e non sa come venirne a capo, e in tal modo approfondisce tanto l’esclusione che il dolore. Allora cerca nel silenzio qualche possibile spiegazione, ma nessuna è all’altezza né di chi tace e se ne è andato, né di chi non fa che pensarci e vuole un senso per l’abbandono. Tanto più che, come Piersanti scriveva già nel precedente, potente, La forza di gravità, “non ti abbandona mai uno soltanto, a un certo punto ti abbandonano tutti”. Ma poi “[d]opo l’abbandono viene la forza”.  A volte, quanto meno. Perché anche qui risiede la possibilità, se non di una salvezza, almeno di una diversa, nuova, e forse più matura, condivisione, senza parole, dopo che le poche indispensabili saranno state dette, ancora inquieta, ma per l’altro, non per sé, quasi serena, accettata. Piersanti racconta questa storia. Il suo libro è bellissimo.