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11/06/21

DERRIDA - La carte postale, de Socrate à Freud et au-delà (Alfabeta N. 29 ottobre 1981)


Mentre in altri paesi europei ed americani l’interesse per i testi di J. Derrida non accenna a diminuire, nei campi e della filosofia e dell’arte e della critica militante, in Italia, dopo che la traduzione quasi completa delle sue prime opere una decina di anni fa (La voce e il fenomeno, Milano, Jaca Book 1968; Della grammatologia, ibid., 1969; La scrittura e la differenza, Torino, Einaudi, 1971; alle quali è da aggiungersi la raccolta di interviste Posizioni, Verona, Bertani, 1975, alla quale si rimanda sia per l’utile glossario dell’appendice, che per la bella prefazione di G. Sertoli) aveva suscitato numerosi e diversificati interventi immediati, l’attenzione verso di essi è sempre più scemata.

Ciò che ne è rimasto si riduce in linea di massima ad alcune acquisizioni lessicali, usate non di rado in modo indeterminato e senza sospetto del loro contesto di affioramento e di azione, e che si riconosceranno facilmente nel corso dell’articolo.

Come è noto le indagini di Derrida, nello spazio aperto da Nietzsche ed Heidegger e con costante riferimento a Freud, hanno per oggetto la decostruzione della metafisica, cioè di quel sistema di inquadramento, interpretazione e trasformazione del mondo che, dalla sua instaurazione greca fino ai nostri giorni, ha dominato tutta la storia dell’occidente tanto da identificarvisi. Non tanto quindi di questo o quel sistema storicamente determinato e più o meno importante, quanto dello spazio inaugurale e sempre attivo della loro proliferazione e diversità, spazio che li ricongiunge in una fondamentale unità dominata dagli stessi valori trascendenti (essere, verità, presenza, origine, fine, identità…) che,lungi dal limitarsi al puro statuto concettuale, orientano persino le pieghe più banali della quotidianità. Logos unitario e totalizzante o totalitario, che si vorrebbe omogeneo e indiscutibile nella sua perfezione, che secondo Derrida non si tratta con gesto facile, quanto illusorio di oltrepassare verso un impensabile altrove magari simmetrico, bensì con giusta parola di decostruire. Il problema cioè non è di creare un’alternativa alla metafisica e di opporle un puro al di fuori o una pura alterità o differenza: tutte prospettive che rimarrebbero all’interno del suo orizzonte; quanto di individuarne e far concorrere alla sua destrutturazione tutto ciò che, al suo interno ma soprattutto lungo i margini, agisce da irriducibile eterogeneità: falle supplementari e innesti che ne minano sin dall’origine e nel fondamento la sferoide omogenea totalità.

A questo scopo l’analisi non si deve limitare alla sola filosofia  escludendo i campi artistico e scientifico, né deve pensare il decostruttore di poterne erigere e quindi organizzare i risultati a positività concettuale autonoma ovvero a nuovi principi costitutivi. Sono soltanto infatti “strumenti di decostruzione” non astraibili dai loro contesti concreti di emergenza e dalle letture che rendono possibili, ciò che ne spiega e la successiva differenza e la pluralità non unificabile (scrittura, disseminazione, traccia, margine…), indecidibili rispetto alla logica della metafisica dato che dei concetti non hanno né identità né pienezza.

E’ una logica altra da quella classica dell’identità e della differenza quella così articolata, una logica chiamata ad hoc da Derrida della differenza (différance): termine inesistente che solo la scrittura permette di distinguere da quello che si aggiunge, e che serve a Derrida a mostrare che non si dà differenza specifica al di fuori del movimento che, nel differenziare, differisce e ritarda, al di fuori della spaziatura che è temporizzazione, divenir-spazio del tempo e viceversa.

Ed è ancor sempre in tale ambito, trattasi di compito infinito, che si situa anche questo ultimo libro, a prosecuzione, e in certi casi esplicitandone le assise, di un percorso che, in altri testi da noi non ancora tradotti, aveva toccato oltre alla filosofia, la letteratura, la psicanalisi e la pittura (La dissémination, Paris, Le seuil, 1972; Marges – de la philosophie, Paris, Minuit, 1972; Glas, Paris, Galilée, 1974; La vérité en peinture, Paris, Flammarion, 1978). Questa volta l’obiettivo, paradossale e polemico, sin nel titolo, è la “metafisica postale”.

Polemico soprattutto verso quella lettura di Freud che si riassume nel nome di Lacan: è infatti all’analisi di un suo testo che si rivolge uno dei quattro saggi inclusi in questo libro (saggio pubblicato indipendentemente su Poétique, 21,1975, e in traduzione italiana Il fattore della verità, Milano, Adelphi, 1978, e che, essendo già stato largamente discusso, non verrà qui preso in esame), nonché alla discussione spesso criptica e allusiva delle divisioni del movimento analitico il quarto, sotto forma di breve intervista. Anche a prescindere dai riferimenti diretti, molto scarsi al di fuori di Il fattore della verità, che sarebbe inoltre impossibile non pensare a Lacan sia nella “cartolina” del titolo, con allusione al suo molteplice uso della “lettera” (rubata, freudiana, dell’inconscio…), sia nel “Freud e al di là” del sottotitolo. Comunque, e fortunatamente, in nessuno dei due casi ci si ferma all’istanza polemica.

La cartolina infatti domina tutta la prima parte del libro, la metà esatta, nella triplice veste di occasione, oggetto e anche strumento del discorso. Occasione come cartolina reale trovata da Derrida a Oxford, riproducente un’illustrazione tratta da un manoscritto del XIII sec., un libro di predizioni della fortuna. Vi vediamo un Socrate giovinetto, dai bei lineamenti e vezzosamente abbigliato, seduto ad uno scrittoio in atto di intingere una penna nel calamaio con la destra e di grattare col raschietto che tiene con la sinistra una pergamena ancora vergine davanti a lui, mentre alle sue spalle, vecchiotto bruttino e vestito da povero diavolo, un Platone di dimensioni ridotte ce lo indica con la destra e dirige il nostro sguardo chissà dove, in alto verso il margine, o fuori, con la sinistra.

D’accordo, si tratta probabilmente dell’errore di un copista poco accurato, ma Derrida mica si accontenta: questa cartolina ci dice qualcosa di importante, pensa, o meglio, ci mostra “il negativo di una fotografia da sviluppare da 25 secoli” (p. 14), il negativo della metafisica, forse. E proprio in questa cartolina, della metafisica ci rivela anche un aspetto fondamentale, quello postale, del quale viene specificata la costellazione concettuale che ne costituisce la struttura (e siamo all’oggetto), in una lettura che trova soprattutto, e prevedibilmente, in Nietzsche, Heidegger e Freud i parametri tanto di riferimento che di discussione.

 

Partendo dalla coppia stenografica S/P (Socrate e Platone certo, ma anche soggetto e predicato, processo primario e secondario…) questa struttura si specifica prima nel complesso sistema di collegamenti che uniscono cartolina e lettera a posta, e questa a posizione tesi e tema da un lato, e a destinazione destinare e destino (il Geschick heideggeriano, che è anche “abilità”, significato che rientra pure in adresse, “indirizzo”; vedi p.71) dall’altro, e poi, sempre concettualmente ma anche e soprattutto linguisticamente, in quello dell’andare-venire, dell’incamminamento, del vicino e del lontano, della verità, del transfert, della genealogia, del passare ecc. (vedi p. 238 e 240).

Sistema coestensivo di ogni nostra possibilità di discorso e di pensiero, che “ha invaso (persino) la nostra domesticità più privata” (p. 32), e dal cui spazio uscire è forse impossibile, dato che anche lo spazio si costituisce a partire da esso.

Forse impossibile e quasi certamente catastrofico, ripete spesso Derrida con un certo pathos che la diffusa ironia non basta comunque a ridimensionare. E’ la nostra condanna (ma Survivre è il titolo di una futura pubblicazione annunciata in queste stesse pagine); e la paralisi è il segno sotto cui ci muoviamo, nel senso, greco, che “non c’è più legame, che ogni vincolo è stato sciolto (altrimenti detto, certamente, analizzato) e che proprio per questo, perché si è ‘esenti’ prosciolti da tutto, niente va più, niente si tiene insieme, niente avanza più” (p. 138-139).

Nati tutti sotto Saturno? Quel che ci resta da fare allora, in questo sistema, è forse solo misurarne i bordi, (ri)scriverlo in una pratica plurale che non si deneghi e cerchi contemporaneamente di sfuggire ai tranelli che la metafisica è sempre pronta a far scattare al minimo segno di rilassamento. E’ la paranoia della metafisica potremmo dire, con genitivo soggettivo e oggettivo insieme, of course. Quel che soprattutto si deve evitare è l’ingenuità di volerla battere limitandosi ai suoi strumenti, nel senso almeno in cui essa ce li fornisce. E con questo siamo al terzo aspetto della cartolina. Come strumento di decostruzione della metafisica postale infatti, la cartolina, quella stessa che ci mostra la scena tra Socrate e Platone, la “scena primitiva” si potrebbe dire, manifesta ottimi requisiti: “fatta per circolare come una lettera aperta ma illeggibile” (p. 16) è “semi-privata semi-pubblicata” (p. 70), può essere letta da chiunque, se capitatagli in mano o intercettata – basta un secondo – il messaggio non ha più alcuna possibilità di raggiungere alcunché di determinabile, in nessun luogo (determinabile) possibile” (p. 58), con buona pace di tutti i “guardiani della lettera”, dice Derrida, siamo filosofi, giornalisti, psicanalisti o, ovviamente, letterati.

Così non c’è posto in essa per la verità, col suo seguito di tesi, referenzialità e dimostrazioni, la sua logica è indecidibile e non può essere disgiunta né dal rispetto e dall’attenzione alla lingua che, seguendo magari altre modalità, caratterizza più che i poeti la poesia (meglio ancora: la Dichtung), né da un nuovo modo di intendere e utilizzare la “finzione”, non tanto terrorizzandola quanto mettendola in atto. Come puntualmente accade infatti, sotto forma di lettera d’amore, lettera farcita (satura), divagazione e deviazione, autobiografia e parodia, in tutta questa prima parte di La carte postale.

 Ma “finzione” è anche, nel senso che non rientra nei tradizionali canoni metafisici, la nozione di speculazione che Freud utilizza per distinguere il suo discorso sia dalla filosofia sia dalla scienza sia dalla letteratura in Al di là del principio del piacere, al quale appunto per questo Derrida dedica un lungo e orientato commento. Ma anche qui, naturalmente, non si tratta di elaborarne esplicitamente la teoria o il metodo in modo estraibile dal contesto operativo: la speculazione non è niente al di fuori del complesso reticolo di argomenti con cui è consolidale nella scrittura di Derrida (per es. l’eredità freudiana, la scienza e il nome proprio, Freud e Nietzsche, Heidegger, gli scritti di Jacob e Canguilhem) e nel percorso di Al di là…

 

Caratteristica principale della speculazione come finzione è di non correre mai ad alcuna istanza finale che instauri valori o fondamenti di carattere trascendentale, dato che è legata a quelle “intime e profonde predilezioni” di cui Freud parla nel VI capitolo, “senza le quali il movimento stesso della ricerca, scientifica e speculativa, non sarebbe nemmeno dato” (p. 406), dal momento che l’indispensabile passaggio al linguaggio in essa ne è segnato sempre e comunque a tutti i livelli.

Non solo a causa dell’impossibilità di nominare la “cosa stessa” e della conseguente irriducibile necessità di abitare una “lingua d’immagini” (Bildersprache) che struttura anche la scienza immettendola fin dal suo sorgere in una serie di movimenti in tran, o in Uber, – transizione, trascrizione, traduzione, trasposizione, trasgressione, transfert, metafora (Ubertragung) – che la sottrae a qualsiasi riferimento a un “originale”, ma anche perché la speculazione da questi medesimi tragitti costituita “orientata, destina, calcola il ‘primo passo’ più originale e più passivo sulla soglia stessa della percezione. E questa percezione, il suo desiderio o il suo concetto, appartiene al destino di questo calcolo. Come ogni discorso tenuto a questo soggetto” (p. 409).

In tal modo quindi ogni ricerca è costituzionalmente una deviazione, che non nasconde però nessun tragitto proprio, nessun cammino diretto: l’origine è sottratta e il/la fine non possono nemmeno venir posti, ogni posizione viene incessantemente sospesa e l’interminabile è la legge, mentre del tutto inutile è provarne nostalgia e desiderare una lingua “finalmente propria”. La necessità di ciò che la speculazione enuncia, risiede soltanto nel giogo delle sue “metafore” (cioè dei suoi movimenti in trans) “a titolo di metafore” (p. 410).

Non si dà perciò oggetto della speculazione disgiunto dal suo linguaggio e dal suo effettivo operare: è per questo che ogni tesi viene sospesa, esattamente come fa Freud in Al di là…, ad ogni suo porsi per aprire la strada a sempre nuove deviazioni; che il procedimento della ricerca è anche quello del suo oggetto (per es. la coazione a ripetere di Freud che scrive, logica e linguistica a un tempo); e che le “intime e profonde predilezioni” comportando la messa in gioco, portando così tra l’altro a una ridefinizione del concetto di autobiografia, del “soggetto” stesso che specula (come è noto infatti Freud scopre la coazione a ripetere in un nipote; è della morte nella sua famiglia e tra i suoi discepoli e amici che Freud parla anche, sebbene ci tenga a distinguere, giustamente, questi fatti dalla sua morte; e molte delle precisazioni teoriche sono legate alle deviazioni del movimento legato al suo nome).

Si apre così lo spazio di una nuova logica nella quale non è più l’opposizione che domina, benché da essa procedano pure “effetti” dialettici, ma “l’irresoluzione” (p. 428). In essa l’obiettivo di ogni percorso non è che “un limite ideale, come dire una finzione” (p. 304), niente si dà nella sua purezza e tutto si muove in una “struttura di alterazione senza opposizione” (come all’interno o a partire dal principio di piacere in cui appare “il principio di realtà come il suo altro, e la pulsione di morte come il suo altro” (p. 377), basata sulle differenze e deviazioni prodotte dalla dif/ferenza.

Ma data l’indistinguibilità di procedimento e oggetto, allora la dif/ferenza diventa anche la legge del vivente, o meglio la deviazione a partire dalla quale soltanto essa si dà, così che l’evoluzione della vita non è che deviazione dall’inorganico in vista di se stesso, una corsa alla morte” (p. 377) e “ciò che si chiama realtà non è niente al di fuori di questa legge della dif/ferenza. Ne è un effetto. (p. 427).

La dif/ferenza, la deviazione, la sottrazione d’origine, la metafora: come si vede sono le stesse cose, in fondo che Derrida ripete da quindici anni ad ogni nuova pubblicazione e, se questo fosse tutto, anche questo suo ultimo lavoro nient’altro avrebbe fatto se non apportare un nuovo anello, fosse pure importante, ad un “sistema” che riceverebbe sì, dal suo punto di vista, un’ulteriore conferma e una migliore saldatura dei suoi nessi, ma rimarrebbe in sostanza immobile e inalterato. Ma come si è detto l’obiettivo di Derrida non è di costruire un suo sistema, quanto di decostruire quel sistema che è la metafisica, e naturalmente niente impedisce di utilizzare strumenti a volte identici o simili laddove e fin quando si dimostrino efficaci, cioè produttivi di una lettura disarticolante.

Il ritorno di risultati analoghi in campi differenti, inoltre, potrebbe anche significare tanto che non sono dovuti al caso né alla scelta di esempi ad hoc, quanto che il riproporsi di certe incrinature o di certe eterogeneità indica nel tessuto della metafisica i punti di più difficile riduzione e quindi di maggiore importanza strategica per la decostruzione, sui quali è perciò opportuno insistere. Tanto più che non è su di essi che Derrida insiste, visto che li pone quasi a cifre vuote di sostanza autonoma, quanto sulla lettura specifica e concreta che attraverso o in essi si opera.

Tuttavia se affermazioni di questo genere avevano dato in passato adito a critiche che ne limitavano la portata al puro livello teorico, mentre più rari erano coloro che sostenevano che anche la dif/ferenza, nonostante le affermazioni in contrario di Derrida, finiva col diventare essa pure principio costitutivo e fondamentale, e quindi rivestirsi di tutte quelle valenze che nella decostruzione invece si attribuiscono alla metafisica, è più probabile invece che le obiezioni a La carte postale saranno più numerose in questa direzione, data l’esplicita identificazione tra dif/ferenza e legge della vita e della realtà, pur fatta in modo tale che soltanto a partire dalla pluralità delle differenze essa sia desumibile. Obiezione certamente prevista da Derrida, come non meno prevedibile è la difesa che egli potrebbe a sua volta opporre.

 

J. Derrida - La carte postale -de Socrate à Freud ed au-delà, Coll. La philosophie en effet, Paris, Ed. Aubier-Flammarion, 1980

 

 

 

08/06/18

D.M. Thomas, L’albergo bianco, Frassinelli, 1983



Nel carteggio apocrifo che fa da prologo a L’albergo bianco (pubblicato nella bella traduzione di M. Amante dalle edizioni Frassinelli), Freud scrive al grande discepolo e amico Ferenczi: “Una mia paziente, una giovane afflitta da una grave isteria, ha appena “dato alla luce” degli scritti che paiono fornire un supporto alla mia teoria (della pulsione di morte, ndr.): una fantasia libidica spinta all’estremo, combinata con un’estrema morbosità. E’ come se Venere si guardasse allo specchio e vedesse la faccia di Medusa”.
Nell’emergenza di questa figura che è mortale fissare direttamente, nella sua sempre più netta delineazione a partire dall’altra figura nello specchio, fino ad uscirne per dilatarsi da un luogo senza nome che è in noi ai luoghi più innominabili (ma che proprio per questo più degli altri si deve con insistenza indicare e nominare) della storia, possiamo individuare una delle più feconde vie d’accesso a questo notevole libro, stratificato e insieme leggibilissimo.
Ma come Medusa non è un semplice riflesso o l’avversario complementare di Venere, così non è lineare la sua espansione dalla dimensione infrapersonale a quella interpersonale prima e collettiva poi. Il reticolo che conduce dalla storia privata di Lisa Erdman al massacro di 34.000 ebrei a Babi Yar, come il rapporto tra Eros e Thanatos è, cioè, pluridimensionale, fitto di intersecazioni, legami, accavallamenti, contrasti, connivenze, interruzioni, ritorni e cambiamenti di livello, come la struttura stessa di questo romanzo nella varietà e discontinuità delle sue sezioni e dei suoi linguaggi. I quali non mancano, tuttavia, di moltiplicare echi e riprese o variazioni, che se da un lato creano un insieme coerente e compatto oltre le membra sparse, dall’altro consentono un ampliamento semantico e concettuale su più piani e da più angolature. Quasi a ripetere, ai vari livelli semantici, simbolici e stilistici, quella che in psicanalisi viene chiamata surdeterminazione. Così che, assecondando i suggerimenti e le tracce sparse nel testo, le sei sezioni che seguono il prologo si fanno leggere, frazionare e ricomporre in vari modi, non solo tutti legittimi, ma tali da arricchirsi l’un l’altro.
La prima di queste sezioni è composta da un poemetto scritto nelle interlinee di uno spartito del Don Giovanni di Mozart, ulteriore conferma della centralità del tema amore-morte. In esso la protagonista racconta un allucinato incontro erotico con un figlio di Freud in un albergo bianco attorno al quale si susseguono eventi straordinari e mostruosi, come tempeste, incendi improvvisi e caduta di stelle.
Sotto forma di un diario in terza persona questo episodio viene ripreso e sviluppato nella seconda sezione, alla quale fa seguito, molto abilmente modellata su quelle vere, l’analisi del caso da parte di Freud, che ci permette di ricostruire la vita della protagonista e la sua storia interna , fino alla radice della malattia legata soprattutto alla madre, perita nell’incendio di un albergo mentre consumava un suo amore più o meno clandestino.
La quarta sezione racconta la storia di Lisa dopo l’analisi, apportandovi anche correzioni e integrazioni, e accompagna la sua attività di cantante lirica fino al matrimonio con un collega che segna il suo ritorno in Russia, alle origini. Proprio qui Lisa resta coinvolta nel massacro di Babi Yar, che viene narrato con molti particolari che D. M. Thomas ha potuto desumere da un libro di ricostruzione e testimonianze di A. Kuznetsov.
Non è questa tuttavia la fine del libro, che termina infatti con una specie di sogno escatologico, il racconto di una risurrezione, quasi che il treno diretto in Israele sul quale pensavano di partire le ignare vittime, le avesse davvero condotte nel paese dove si possono reincontrare tutti coloro  con i quali si è vissuto e chi si è amato, per vivere serenamente, chiarite le menzogne e gli equivoci del passato e nominati i segreti.
Ogni sezione ha una sua traiettoria narrativa e un suo linguaggio, che va dal poetico al saggistico al documentario, ma la forza del libro consiste nel non aver ceduto alla facilità della frammentazione del caos e nell’aver saputo ricondurli a una superiore unità e coerenza sia di tono che di struttura, assumendo in tal modo una tensione etica ben lontana dalla semplice constatazione del mondo crollato in schegge incoerenti e dalla sua speculare esibizione nell’opera, come avviene spesso con un gesto che si vorrebbe oggettivo ma che di fatto si rivela consenziente e banale.
C’è in L’albergo bianco come un partito dell’oggettività che prende la forma di reperti esibiti senza commenti, ma si tratta a ben guardare di un’esigenza di misura nel tono della scrittura, onde evitare, anche nei momenti più eccessivi e violenti, la retorica complementare del moralismo e del cinismo, e che riesce anzi a coniugare ironia e pietà in una sorta di diffusa tenerezza. Proprio quella tenerezza nella quale Lisa e la madre riconoscono, nel loro incontro finale, la forma più degna dell’amore e la radice di ogni speranza e salvezza. La tenerezza, e non l’amore, troppo strettamente legato, nell’esperienza di Lisa, alla violenza e alla morte. Quest’ultima scena credo possa indirizzare verso un’ulteriore interpretazione del significato dell’albergo bianco, oltre quella canonica del corpo della madre, “luogo senza peccato, libero dal nostro fardello di rimorso”.
Tra le diverse possibilità di lettura e collegamenti fra le sei parti del libro cui accennavo prima, una delle più evidenti è quella che rapporta la prima all’ultima sezione, segnate rispettivamente da una marca edenica prima e dopo il tempo, quello della caduta e della storia, ma volte in direzione opposta. L’albergo bianco del poemetto si può intendere come il luogo chiuso dell’abbondanza e dell’appagamento dei desideri, ma anche della distruzione, che si rimpiange fuori da ogni possibile ritorno, mentre nell’ultima parte esso si configura come un campo aperto che si desidera e forse si può raggiungere, come utopia positiva che non cancella il tempo e l’errore ma opera verso una conciliazione, senza la quale la storia finisce a Babi Yar.

20-05-1983

 
D.M. Thomas, L’albergo bianco, Frassinelli, Milano, 1983, p. 306, £ 12.500

30/06/14

Il dott. Freud non era in casa


Il registro dei visitatori della casa di Freud è diviso in tre colonne riservate a nome e cognome, provenienza e professione. In quest’ultima Lucio scrive ‘sfaccendato’. Leggo e rido. ‘Con Freud non si può mentire’, mi spiega. Allora guardo sopra, e poi nelle pagine precedenti. La percentuale degli italiani è altissima, quella degli austriaci nulla. Le professioni sono molto circoscritte: medici, psicologi, insegnanti e gentaglia simile. 
 
 
 
 
Solo un italiano, un paio di pagine indietro, ha scritto ‘astronauta’. Io non scrivo niente, come chi si vergogna di quello che fa, o non lo sa, o pensa che è meno importante di quello che è (o tutte e tre le ipotesi contemporaneamente; ma di fatto in ordine decrescente di probabilità: 90, 9, 1%. E così sia.). Come se quello che faccio (la mia professione: è tanto semplice) non fosse solo ciò che mi permette di vivere, ma definisse in tutto e per tutto quello che sono e io, lasciando lo spazio bianco, mi ribellassi a questa identificazione pur riconoscendola per vera. E in effetti, cosa sono al di fuori di quello che faccio? La mia professione, come ogni altra forse, finisce per assorbire, o tramutare in suoi derivati, anche tutto il resto: scrittore non sono, perché non sono pagato per farlo, e viceversa non sono pagato per farlo perché non lo sono. Anche se scrivessi con maggiore continuità, continuerei a non esserlo, pur sapendo che, se lo facessi, forse mi considererei scrittore un po’ di più; ma non lo sarei comunque. 
 
D’altra parte non mi basterebbe nemmeno che gli altri mi considerassero tale: adeguarmi al loro giudizio, notoriamente errato (quando mai qualcuno ha saputo chi è un altro, al di fuori di quello che fa in genere, o che fa per lui in particolare?), mi sembrerebbe tanto umiliante da invalidare anche la sua improbabile esattezza. So benissimo, inoltre, che è la domanda ‘chi sono?’ ad essere sbagliata; tuttavia il fatto che saperlo sia consolante nullifica (annienta e cancella) anche questa consapevolezza. La rende ridicola, e con essa tutto il resto: nient’altro che fisime. Perché cazzo non ho scritto ‘insegnante’ e non me ne sono andato spensierato, soddisfatto delle battute e osservazioni fatte fino a quel momento, e amen? E il tram, perché tarda ad arrivare? È l’effetto Berggasse, 19.
(Un brindisi Freud, e a tutti i benefattori!)
 3-8-99
 
ps. dell'8 luglio 2022
Mi sono accorto (33 anni dopo) che c'era un errore: mancava una G in Berggasse.
Una svista grossolana o un lapsus vero e proprio?
G per che cosa? 
Mi è subito venuto in mente G per Grazioli.
Il che confermerebbe quanto scritto nel testo. 
(Non è mai troppo tardi.
Ovvero: tutto è sempre al posto e al momento giusto, basta saperlo cercare.)