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18/09/25

Kafka, Diari, 20-1-1922 , vol. II p. 207 (Mia vecchia ediz. BMM)


 

“come se acquistassi il vero senso di me stesso solo quando sono insopportabilmente infelice. Ed è anche giusto che sia così.”

La prima frase suona convincente e vera. E non si può dubitare che così Kafka si senta, dal momento che lo scrive. Però mi sembra, quanto a ciò che dice, vera solo in parte. Perché l’infelicità, quando è insopportabile, se non annienta completamente la possibilità di pensare proprio in quanto insopportabile, tanto da non lasciare margine per nient’altro al di fuori di sé, può davvero portare a conoscere se stessi per avere allora raggiunto il proprio limite estremo, così che ci vediamo in modo radicale, privo di orpelli e superfetazioni morali o razionali, come ridotti al nocciolo essenziale del nostro essere nella vita, alla sua verità nuda e cruda. Ma che sia anche giusto, al di là del fatto che Kafka trova giusta ogni umiliazione e punizione e quindi ogni sofferenza, vero non è: nel senso che non c’è nessuna giustizia, nemmeno per chi si sente assolutamente colpevole, nell’infelicità, tanto più quando è estrema, al colmo della sua insopportabilità; e poi perché non può esserci senso vero senza quelli che sono ritenuti aspetti esteriori o superficiali o accessori, come la ragione e la morale ecc., senza i quali nessun discorso o definizione di verità può darsi né pensarsi. E infine perché un vero senso non si dà, tanto più unitario e immutabile, non soggetto ai continui mutamenti di ciò che sentiamo come noi stessi, se non come illusione prodotta dall’insopportabilità del dolore, che allora diventa un po’ meno insopportabile, dal momento che quanto meno elargirebbe la percezione del vero senso di se stessi. Cioè un po’ di consolazione. Resta vera solo l’insopportabilità percepita, la percezione di aver raggiunto una soglia oltre la quale non si può andare.

E però si va. Ci si tiene il dolore, si sta nella sua insopportabilità che prima o poi finisce. E allora si muore. O si allenta. E allora si scrive.

23/02/25

Abbandonarsi (abbozzo 11-6-24)



(Premessa: era stanco e teso ecc., lo è sempre più spesso, e allora gli è presa una voglia irresistibile di lasciar perdere, di rinunciare – a cosa poi? – e lasciarsi andare, abbandonarsi. Poi ha pensato:  )

 

Abbandonarsi non è poi così difficile. È come arrendersi: una tentazione sempre a portata di mano. Anche solo pensarci, a volte. È un piccolo sollievo. Una soddisfazione. Placida, molle, in genere, solo a volte drammatica, quasi mai davvero disperata. Sentirsi sicuro, compreso a priori, non giudicato, accolto senza dover fare niente per meritarlo. Poggiare la testa su una spalla, nel grembo materno. In un grembo qualunque. E stare lì per tutto il tempo che si vuole, senza dover chiedere né ringraziare. Senza pretendere, conquistare, combattere. Solo perché così è naturale, spontaneo, e cioè, almeno in questo caso, buono e giusto.
Lo chiamano così, ma, per quando gradevole, necessario a volte, non è un vero abbandono. Il vero abbandono è invece quello che sopraggiunge dopo avere opposto ogni possibile resistenza, come se ad attenderci, raggiunto, ci fosse una tortura. È quando si capiscono tutta la falsità (e la facilità: è lo stesso) che si incarna in ogni cosa o atto a cui si decide di resistere, e che la resistenza stessa rivela e denuncia come inammissibile. Quando finalmente si rinuncia a se stessi, e quindi a ogni compiaciuta, in fondo miserabile, soddisfazione. (Non fossimo uomini.  Miserabili, appunto).
È quello che capiscono i condannati e da ultimo lo stesso ufficiale addetto alla macchina in “Nella colonia penale”, man mano che l’esecuzione procede, che non a caso consiste nella scrittura. Sul suo processo. Che rivela mentre uccide. Che sevizia, dilania e dà pace. Che fa affiorare il ricordo anche di qualcosa che nemmeno si sa di aver commesso, o solo fatto (è lo stesso), e dimenticato, e dona la sua cancellazione, l’oblio.

Quando non è più espressione, volontà di dire e fare qualcosa. Quando non sei tu a volere, ma ti annulli, scompari, in ciò che è detto e fatto.

 

Sembra qualcosa di eroico: una lotta, una serie di dolorose vittorie verso la pace finale, l’apoteosi. Un risultato che probabilmente nemmeno si saprà di aver raggiunto. Una coppa da cui si berrà.
Ma che senso ha questa negazione? Questo oltrepassamento forse senza fine? Perché ricercarlo, quando tutto congiura, e alletta, affinché ce ne si distolga (lo si abbandoni)? Cosa si cerca? Cosa si spera di ottenere? Ma ricercare, e cercare di ottenere, non è già precludersi di raggiungere? Non è già interrompere il processo, affannarsi per vincerlo e di fatto soccombervi? Negarlo e abbandonarlo senza abbandono?
Se poi uno non ha nessuna fede in qualcosa di superiore, fosse solo (solo!) la verità, che senso ha? È forse l’ultima possibilità per chi non ha appunto nessuna fede? Per chi sa che c’è “infinita speranza, solo non per noi”?
È una forma di suicidio in vita? Un’esperienza della morte per chi non solo non rinuncia a vivere ma pensa (finge di credere) che essa in questo modo raggiunga il colmo? Che solo attraverso la sua negazione trovi la propria completezza (il proprio compimento)? Che solo lasciandosi alle spalle (e con quanta fatica!) ogni volontà e ricerca di senso, che è sempre e comunque parziale perché è nella parzialità e differenza che il senso si dà, si possa attingere un qualsiasi senso totale e definitivo?
Una specie di trascendenza immanente? Di immortalità al centro, al colmo, della mortalità?
Tutte cose che fanno paura. Tanto più che si sospetta sempre (si sa), che sono solo parole, pie illusioni. E quindi un’altra resistenza da opporre, un altro abbandono a cui non inchinarsi, un’altra scusa per distogliersi, per rinunciare e accontentarsi dei piccoli piaceri, e anche dei mediocri godimenti, della soddisfazione del dolce abbandono.
Ma non è cercare la grande soddisfazione, il grande abbandono, il miraggio del grande senso a muoverci, a indurre a non cedere, a far sentire ogni rallentamento e deviazione come la massima debolezza, una colpa, il peggior tradimento (verso chi?): è che non se ne può fare a meno. Che c’è una specie di dovere, di obbligo (verso chi? verso se stessi? il vero sé?, ma per favore!), una forza irresistibile che non sopraggiunge su (in) chi la prova, non lo investe da sopra, e nemmeno da dentro, ma è chi la prova; che ad essa, allora, non può sottrarsi, a meno di morire. Di essere davvero morto.

[…]


11/02/24

Vicino e lontano dalla pagina (appunti per niente. 45)


 

C’è questo scrittore che scrive piccole storie, visioni, aneddoti o semplici divertimenti, se non addirittura scherzi, e lettere, aforismi, diari, in frammenti più o meno lunghi che separati gli uni dagli altri danno spesso a ciascuno l’apparenza di un racconto autonomo e rifinito, e messi insieme a gruppi, l’idea di qualcosa di più grande e omogeneo che prende la forma di un libro, e non di una semplice accozzaglia o accidentale raccolta, o di un romanzo, tutti incompiuti però, ma che, considerati tutti nel loro complesso, un’opera che potrebbe anche essere misteriosamente coerente, come una sfida lanciata a chiunque voglia raccoglierla, il quale si impegna ogni volta a tutta una serie di altrettanto piccole operazioni in vista di una comprensione che non deve, che non può essere incompleta e deludente, e per far questo cerca gli indizi in ogni lacerto, o addirittura in ogni frase, avvicinandosi sempre di più a ciò che trova scritto, ma nello stesso tempo allontanandolo sempre più da sé e da qualsiasi comprensione, per cui quando a contraltare della troppa prossimità cerca di allontanarsi un po’, e poi di più, tanto, tantissimo, così da potervi intravedere, se non proprio vedere, tutto l’insieme come mondo decifrabile e coerente, con un messaggio ampio e profondo, una chiave, anzi una miriade di chiavi che aprano infinite porte, tutto gli si rivela confuso, enigmatico, sconcertante e misterioso, pur emanando bagliori quasi accecanti, prima questo e poi quello, e poi infiniti altri, così che è portato a avvicinarsi di nuovo, a immergersi, guardare da vicinissimo, respingendo sempre più lontano la visione e la comprensione che deve allora ricominciare da capo, sempre più imperscrutabile, perché i frutti dei precedenti movimenti sono sempre lì, e per quanto si vorrebbe gettarli via tutti, fare piazza pulita e ricominciare davvero da una tabula rasa, questa appare già da sempre ingombra, lunghissima come la più grande muraglia, altissima come la torre più alta, profonda come l’acqua su lui cui sta galleggiando senza poter alzarsi in volo da essa o andare a fondo.


Kafka, Un medico di campagna, Mondadori 2024, a cura di Luca Crescenzi (molto interessante)

26/01/24

Vite immaginarie di Kafka (Appunti per niente 43)


Abbiamo un bel dire che la letteratura sono i testi e il resto non conta, ma se uno ama quelli, un po' dell'amore si riverbera attorno, invade i paraggi e vi si installa, comodo comodo. In particolare va a lambire la figura dell'autore, e non solo quando è stato in qualche modo un protagonista dei suoi tempi, ma anche solo così, per pura passione, o feticismo. Il paradosso è quando il suo oggetto è qualcuno che invece per e nella scrittura si è cancellato, o ha tentato di cancellarsi. Fosse pure come stratagemma per sottrarsi alla vita; a quella che in genere si chiama vita. A quella che gli altri chiamano vita, scandalizzandosi se qualcuno non la pensa come loro. Come Kafka, per esempio. E così le vite immaginarie di Kafka si sprecano. Tra l'altro è quello che ha sempre attratto anche me, che pure di biografie sono poco curioso. Ma se ami ciò che uno ha scritto e la scrittura è stata la sua vita, anche nel senso che la vita, le scelte e le azioni di cui è fatta, è stata subordinata alla scrittura, o addirittura vi si è dissolta, allora è normale che uno si interessi a quella vita, non in quanto vita di qualcuno che ha scritto, che al limite ci potrebbe anche stare (perché no? è una curiosità legittima), ma in quanto vita nella scrittura, dove è confluito anche ciò che l'ha preceduta, per chi ha scritto, e seguita, per chi ha letto o legge, incluso chi ha scritto. Il bello è che tutti coloro che lo pensano sopravvissuto, e sopravvissuto anche ai lager, magari perché emigrato, come qui Philip Roth peraltro in modo molto spassoso, ne dipingono non solo un'esistenza grigia (date le premesse: quelle di chi scrive... di chi immagina la vita di Kafka basandone la colorazione sull’idea di colorazione che della vita ha lui: scarsamente fantasiosa) ma anche senza opere: sia quelle che avrebbe potuto scrivere dopo l'emigrazione o prima del lager, sia quelle scritte prima, che l'autore avrebbe magari bruciato davvero, mentre invece la sua provvida morte (siamo sempre alla "provvida sventura") ha consegnato nelle mani del pio Brod e da lì nelle nostre, ancora più pie (infatti noi non ci esimiamo dal dare lezioni di morale a Brod) e al contempo disinvolte.

Benjamin avrebbe avuto (nei continuatori immaginari della sua vita) ben altro futuro! (Ma è talmente tragica – leggi: interessante, paradossale, simbolica, ecc. – la sua morte, che di solito non si fa che ruotarle attorno, subordinarle tutto, e alla fine non ci si muove da lì...)

Meno male che Kafka è morto nel ‘924. Così non ha fatto in tempo a distruggere i suoi manoscritti (anche se non è certo che l’avrebbe mai fatto: continuava a minacciarlo, ma quanto a mettere in atto le intenzioni... quasi come il matrimonio; qualcosa però è sicuro che l’ha bruciato, come in parte la sua vita, appunto) e non è finito a Auschwitz, come i suoi famigliari; e, soprattutto, così ha lasciato libero corso a scrittori e lettori di immaginare la sua vita dopo quella data proiettandovi un po’ della propria, paure e illusioni soprattutto.

 

 

04/08/23

Ennesimo appunto sull'effetto che fa leggere Kafka

 


In Kafka il narratore non dà nessuna spiegazione degli eventi insondabili (assurdi, misteriosi, o semplicemente imprevisti, strani) che narra, e quando lo fa o mette commenti e spiegazioni in bocca ai personaggi che per quanto improbabili o inverosimili li affermano con la massima naturalezza , le cose si complicano sempre di più, il mistero si infittisce, l’incomprensibilità di ciò che accade si estende al mondo intero, che sembra accoglierla come se si trattasse di qualcosa di scontato, e il lettore si scopre (tu ti scopri) perduto, allo stesso modo di chi li sta vivendo, o subendo. Perduto e appagato. Appagato ma perduto.

 

Immagine di Giuliano Guatta

07/05/23

Robert Walser, L'assistente

 


Spesso, leggendo di Robert Walser, si ha l’impressione che se ne parli quasi esclusivamente come di uno strano personaggio, che accidentalmente ha scritto migliaia di pagine, molte delle quali nella seconda parte della sua vita, con una calligrafia sempre più piccola fino a diventare illeggibile, per poi smettere del tutto, dopo essere stato rinchiuso con il suo consenso per oltre vent’anni in un manicomio dove passava le giornate a sbucciare piselli o intrecciare canestri e altre simili attività manuali, pur conservando una lucidità implacabile, quando si degnava di parlare.

La sua figura è affascinante e misteriosa. Come non essere attratti dalla sua storia? Come non identificarsi, impietosirsi o meravigliarsi di questo o quell’altro suo aspetto? Sarebbe meglio evitarlo, però. Fare come se di lui non si sappia davvero niente, come se davvero gli sia riuscito di rendersi invisibile e scomparire, come ambiva. La sua opera suprema, forse, a suo parere. Del resto, come scrisse lui stesso, “Nessuno ha il diritto di comportarsi con me come se mi conoscesse” (La rosa, Adelphi, 1992). Bene, lo asseconderemo, non foss’altro che per buona educazione.

Restano solo le opere scritte allora, dalle quali è comunque difficile scrostare tutte le letture che ne sono state fatte sovrapponendovi la griglia degli enigmi della sua figura. Tanto più che le mille cose di cui esse parlano sono in buona parte ispirate dalle esperienze del loro autore. I personaggi sono in genere dei suoi alter ego, ma alter ego sfuggenti e dispettosi, che molto spesso non “ubbidisc[ono]” al narratore (come afferma quello del capolavoro postumo Il brigante, Adelphi, 2008). Si tratta comunque di materiali grezzi, di poco conto, di una banalità il più delle volte sconcertante, a ben guardare, se non fosse per i romanzi, racconti, poesie e saggi in cui hanno subito le più sorprendenti metamorfosi. Walser infatti parte quasi sempre da uno spunto autobiografico, uno qualsiasi, ma non appena si mette a scriverne, la scrittura lo porta altrove, a passeggio, sulle proprie strade e stradine, tracciando sentieri nell’erba o nella neve, scie nell’acqua, che prima non c’erano e presto si richiudono man mano che la penna procede – finché il narratore viene a trovarsi, un po’ smarrito e stordito ma colmo di meraviglia, al pari dei suoi personaggi, in mezzo a un paesaggio insieme familiare e sconosciuto, nel punto in cui l’essersi perso lo consegna a casa, al luogo che riconosce come proprio, sia pure per un attimo. Perché subito i passi riprendono, la penna prosegue, arriva un altro spezzone di ricordo, o un abbaglio che gli ricorda un ricordo che lui ricorda solo di aver dimenticato, forse una fantasia, un desiderio trattenuto nell’orizzonte del suo sorgere a cui non aveva dato seguito, ma che ora, appena fatto capolino, reclama di essere ripreso, tanto che lui non può esimersi dal seguirlo, ripartendo da quella interruzione e rinuncia, finché ancora… e così via.


 Anche L’assistente, da poco riproposto da Adelphi nella nuova traduzione di Cesare De Marchi, a sessant’anni da quella storica di Ervino Pocar per Einaudi, parte da dati autobiografici, che troviamo anche in un’altra recente riedizione del primo libro approdato in Italia del grande e allora sconosciuto scrittore svizzero, Una cena elegante, appena licenziata da Quodlibet nella sua recente collana “Storie”. Ma mentre questa è una raccolta di racconti, brevi prose e “saggi” tratti da due libri del 1913 e ‘14, in cui gli alter ego si rifrangono in decine di figurine memorabili, L’assistente (1908) si presenta come un romanzo all’apparenza piuttosto tradizionale. Scritto a Berlino nella brevissima, prodigiosa stagione in cui tra i ventinove e i trentun anni Walser ci ha dato tre grandi libri (gli altri sono I fratelli Tanner, 1907, e Jakob von Gunten, 1909, entrambi editi da Adelphi) che da soli sarebbero bastati a collocarlo nel ristretto novero dei grandi del XX secolo, come peraltro è stato presto riconosciuto da Hesse, Benjamin, Kafka, tanto per fare qualche nome, il libro narra la storia di Joseph Marti, un giovane di ventitré anni, nei sei mesi in cui diventa assistente dell’ingegner Tobler, un inventore, che lo accoglie nella sua casa e famiglia. Con questo libro Walser prova a fare un romanzo “tradizionale”, con una vicenda strutturata e personaggi con caratteri ben costruiti, lui che era accusato di non saper raccontare, ma solo divagare, seguire gli estri lirici o riflessivi che gli venivano da qualche minimo aspetto della realtà o dell’esperienza, o della fantasia. Anche qui l’andamento è quello solito dei Fratelli Tanner e delle brevi prose precedenti (che, dopo Jakob von Gunten, e a eccezione di Il brigante, diventeranno poi l’unica forma, con le poesie, da lui adottata), ma a ben guardare una storia la racconta, quella della rovina della famiglia Tobler, del disastro a cui va incontro un sognatore che vuole avere successo nella realtà senza prendersi la briga di obbedire alle sue leggi, o addirittura di provare a conoscerle, lui pure, come il suo assistente, catturato da un’emozione, che lui chiama idea, anche interessante in linea di massima, che però segue senza preoccuparsi di quanto costerà realizzarla, aspettandosi profitti improbabili, diversamente dall’assistente, e da tutti i protagonisti di Walser, che invece del profitto non si curano, se non per quel poco che serve alla sopravvivenza e per un periodo limitato, pensato sempre come a termine ancor prima di iniziarlo.

Ancor più che affascinato, il personaggio di Walser è calamitato da tutto ciò che esiste in presenza (al presente). Non appena una cosa, un paesaggio, una parola, viene ad essere davanti a lui, già lo possiede, lo consegna allo stupore, all’accettazione senza riserve; tutto gli va bene; e solo in un secondo tempo matura una reazione, per lo più sbagliata, o poco o tanto sfasata, che lo fa riflettere negativamente su di sé, e talvolta anche sugli altri, ma mai fino al punto di rifiutarli, persino quando gli rinfaccia i loro difetti e limiti, che presto però dimentica o riassorbe nella complessiva, generale accettazione. Nessuna rabbia, nessun rancore, nessun rimpianto. Come fa con la Signora Tobler e con Wirsch, il suo predecessore nell’impiego, che anzi solleciterà la sua generosità e simpatia a dispetto di tutte le sue debolezze.

Contano tutti così poco! Vivono così precariamente! Perché sottrarre loro quel minimo di accoglienza e di benevolenza che concedere non costa niente e anzi colma di gioia? Per questo, quando parla, può anche essere diretto e rude, e persino offensivo, a volte. Ma senza cattiveria. Quasi senza emozione. Così stanno, in quel momento, le cose, e dunque perché non dirle? C’è dietro, o attorno, qualcos’altro? No. È tutto lì. E quindi, finché lì è, va detto. Avvenga quel che avvenga. Poi arriva altro e si sposta l’attenzione e la parola su quello. Via uno, l’altro, senza soluzione di continuità, orizzontalmente. Come una pura superficie. Che però continua a scintillare, a mandare bagliori e a catturare anche il lettore. “C’è forse una voce nelle profondità del lago”, scrive Magris, come in ogni cosa e paesaggio del resto, “ma non si può udire né esprimere”. Resta la brillanza della pelle del mondo. E tanto basta. Goduta, sparisce. Annichilita.

Per questo i personaggi di Walser ricordano le cose ma non ne fanno esperienza (non ne traggono profitto). Joseph non impara nulla (come Simon in I fratelli Tanner, come Jakob in Jakob von Gunten). Non matura. Resta sempre quello. Accumula senza fare spessore. Consuma senza metter su ciccia né muscoli. Anzi, verrebbe da dire che consumando un evento, un incontro, uno sguardo via l’altro, è sé che consuma: tanto che prima ha periodicamente bisogno di fermarsi, di agire facendosi comandare e guidare (di agire da agito), e poi rinuncia anche quello: agisce non come pausa tra un obiettivo o uno spostamento e l’altro o in vista di una ripresa (ripartire, fuggire, scrivere) ma per se stesso, per qualsiasi cosa, meglio se umile, insignificante, che necessiti un po’ di concentrazione, ma non troppa. Abbastanza da tener lontano tutto il resto, senza confessarlo nemmeno a se stesso. Tanto più che “prestare attenzione ha un che di assai vivificante. La disattenzione spossa” (Il brigante, p. 21)


Non solo niente di quello che Joseph fa gli porta profitto, ma nemmeno gli importa davvero. E infatti non riceve mai lo stipendio, né lo rivendica veramente, al massimo qualche moneta la domenica che subito spende, sperpera o regala. Non accumula, non progetta, non risparmia in vista d’altro. Gode di ciò che gli viene offerto (cibo, sigari, caffè, persino un abito) nel presente, come fa con un luogo, un bagno, una passeggiata, che hanno in se stessi la propria ragion sufficiente. La sua è una sfera extra- o addirittura anti-economica. Come quella del suo signore e padrone (più che datore di lavoro), l’ingegner Tobler che, – sia pure, lui, con l’obiettivo di guadagnare; e tanto –, non fa che spendere e accumulare i debiti che lo porteranno al fallimento, per la realizzazione dei prototipi delle sue strampalate invenzioni e ancor più in spese smodate e superflue che inaspriranno le rivalse dei suoi creditori (grotta nel parco; decorazioni, feste, cibi e abiti di qualità, visite all’hotel del Veliero, viaggi di lavoro non si sa dove né con chi, su treni a cui arriva sempre in ritardo). Tutto si regge sull’economia, nell’industre Svizzera appena fuori dalla villa, ma non lì. E non loro. Tutto viene tenuto fuori, si costruiscono argini in cui però non tardano ad aprirsi crepe da ogni parte. Delle quali la principale è l’oblio, la dimenticanza volontaria, il fare ‘come se’, continuando nel brillante tran tran di sempre, sperando che l’esterno, il mondo, gli altri si adeguino, ipnotizzati da una messinscena di naturalezza che tende a dimenticare di essere tale. Nemmeno la signora Tobler, che pure avverte sempre più l’imminenza della rovina, fa nulla per sottarsi a questa deriva e finirà per esservi trascinata a sua volta, consenziente.

Si cerca soprattutto di tener fuori il tempo, principale elemento dell’economia (Joseph, come Simon Tanner, nel loro atteggiamento antiborghese di fondo, amano solo sperperarlo, considerandolo precipuamente come tempo della natura, della meteorologia e delle stagioni, fonte inesausta di gioia e di incanto), eccetto alcune scadenze liturgiche religiose e civili, cioè il non tempo delle ricorrenze, della ripetizione della routine, fingendo che l’angoscia dello scorrere sia così bloccata, azzittita per un po’, se non proprio sconfitta. Quando torna si sprofonda, ma poi ci si aggrappa alla prima occasione esteriore per allontanarla di nuovo, come se non esistesse. Anche la prosa di Walser è costruita su questa strategia, ed è questo che conferisce il particolare tono alla malia che ne promana, di grazia smaltata su una cancellazione; una successione di guarigioni momentanee che devono in continuazione rinnovarsi, spesso riuscendoci, per non dover risprofondare nella malattia, per quanta fatica questo sforzo costi (Benjamin lo aveva capito subito). Fatica che però molti personaggi di Walser, come Joseph, tentano di evitare, scaricandone il peso sul “padrone”, a cui spetta prendere le decisioni e dirigere la vita, anche quando il servo svicola o lazzaroneggia (tanto le decisioni sono prese, le cose avviate e seguiranno il proprio corso anche da sole). Per questo Joseph gli è persino grato. Meno pensa meglio è, felice quando può dedicarsi a attività servili e fisiche, per le quali sospetta di essere nato. Ma talvolta prende anche appunti o scrive riflessioni su foglietti (come farà più tardi Walser nella sua vita) che si affretterà a distruggere subito. A volte tuttavia una diversa consapevolezza lo assale. “Anche qui egli era un bottone ciondolante che non ci si dà la briga di riattaccare, ben sapendo che la giacca non la si porterà più per molto. Sì, la sua esistenza non era che una giacca provvisoria, un vestito che non calza bene.” Ma sono attimi. Il resto sfavilla.

La tela è preparata con un fondo nerissimo, ma lo scrittore la ricopre interamente di colori smaglianti, a più velature, che però crescendo, anziché cancellare il sostrato, lo rendono sensibile. L’eccesso di deviazioni, a guardare da fuori, si configura come una fuga, un rifiuto. Ma finché si scrive, e si legge, si è dentro, e resta solo lo scintillio, la vertigine dell’orizzontale. Per questo non si deve tornare indietro, ricollegare, connettere, stratificare, correggere. Avanti!, finché non sopraggiunge la stanchezza (e un po’ di nausea).

Il presente regna sovrano (o così sembra, finché poi il tempo presenta il suo conto). Assorbiti da esso, il passato non esiste, non fa nemmeno in tempo ad essere dimenticato, perché ciò che si presenta (ai sensi, all’immaginazione, alla lingua, alla penna) richiama tutta l’attenzione, immediatamente, senza che si possa pensare a cosa precede né a cosa seguirà, al luogo da cui si proviene né verso dove ci si dirige. Quando la catastrofe arriva (o l’illuminazione), la meraviglia e lo sgomento hanno sempre lo stigma di una irrelata necessità: non c’è sorpresa, perché questa presuppone una diversa attesa. C’è la parusia, il prodigio. O l’abisso, la paralisi.

Non c’è neanche più un soggetto (che vede, sente o parla) ma un’istanza che si conviene chiamare “io” o “Joseph” o “Jakob” che viene ad essere nel preciso momento in cui vede, sente o parla, ad opera di ciò che si presenta alla vista, ai sensi e alla parola, il cui statuto diventa allora indecidibile.

Questo fa sì che anche il lettore sia sedotto, aspirato, incantato mentre legge, e disorientato, non appena alza gli occhi e tira il fiato, e chiude la bocca rimasta troppo a lungo spalancata. Tutto appare “normale”, o comunque accettato senza batter ciglio; anche i comportamenti più bizzarri o irrazionali al massimo suscitano un attimo di sconcerto, e subito entrano nell’alveo del quotidiano. Ma come è veramente, si chiede allora? È davvero solo così, o c’è qualcosa d’altro, sotto o sopra? Un altro senso? dell’ironia? allusioni, allegorie, secondi e terzi livelli di lettura? 

Allora si muove un passo indietro, ci si stacca, si guarda da fuori. Ma nel fare questo, si assiste, e quindi si torna in qualche modo a identificarsi con Joseph. Assistente nel romanzo vale come aiutante, subordinato, servitore, impiegato; ma è anche colui che si prende cura, che dà una mano; e infine colui che assiste, che guarda, che è fuori, distaccato anche quando è dentro, coinvolto. “La dipendenza assicura l’estraneità”, del resto, come osserva ancora Magris, e favorisce l’osservazione. Questo almeno per “assistente” in italiano. Ma senza dubbio vale per Walser e i suoi personaggi, e per il protagonista del romanzo con questo titolo in particolare.

I “suoi personaggi si trovano sempre sulla soglia dell’età adulta, ma non la superano”, dice V. Ottoboni (“Verso l’insignificante”, in Robert Walser, ed. Joker, 2016). È vero, al più giocano a fare i grandi, ma vorrebbero quasi saltare la maturità a piè pari per trasbordare dall’infanzia, scansando regole e responsabilità, con pochissimi vincoli (almeno nel desiderio), tutti provvisori e presto abbandonabili, alla vecchiaia che da quei vincoli si è liberata, recuperando uno sguardo vergine sul mondo: non originario, ma di una verginità riconquistata, quella che disfa formule schemi e sapere perché li ha conosciuti e può liberarsene a ragion veduta, direi quasi con una leggerezza di secondo grado, una leggerezza al quadrato. Anche in Una cena elegante è possibile trovarne esempi.

Quando osservano il mondo, protagonisti e narratore, e ne tessono incantati le lodi, si ha talvolta il sospetto che ci stiano prendendo in giro, e che prendano in giro anche se stessi, perché le vispe Terese che essi allora sono, covano le più nere depressioni e impotenze, a cui reagiscono a volte con una breve deviazione che tuttavia basta a portarli lontano, con lo stesso effetto di una fuga, a cui però si concedono in modo discreto. Evitare di affrontare le situazioni, le pressioni esistenziali e psicologiche, i problemi relazionali e economici, infatti, non è una fuga: è il modo più efficace che essi hanno a disposizione per affrontarli, in assenza di altri. Anche per fuggire occorre coraggio. Di fronte a questo spropositato idillio, si sta in precario equilibrio sul filo (sulla lama) che divide incanto e disincanto, tra il sorrisetto malizioso di chi la sa lunga, da un lato, con il sospetto magari di essere a sua volta lo sciocco della situazione, e, all’opposto, il desiderio di lasciarsi cadere dall’altra parte, nel versante fiorito, luminoso, morbido, dove il mondo ci vuole bene e la natura non è mai stata una matrigna.

Ci si adagia, come Joseph su un prato davanti al lago, in questa prosa tranquilla, distaccata, governata sapientemente, con ironia, sovrana, nel mentre viene ad essere svolgendosi come un nastro sotto gli occhi sorpresi, e persino meravigliati, di colui che scrive e si guarda lasciandosi scrivere, quasi che la scrittura sia autonoma, indipendente da lui, come sempre in gran parte è; e invece è percorsa, la prosa dico, da una sottile, invisibile quanto intensa, inquietudine, da incertezze quasi mai palesate, da sussulti e scarti in ogni direzione, ma tutti e sempre orizzontali, mai verticali. È un continuo susseguirsi, un trapasso, un dimenticare l’appena scritto o un negarlo, non esplicitamente, ma tramite la semplice successione, la banale contiguità e alterità di ogni nuova frase, delle parole che una dopo l’altra vengono a disporsi sul foglio, che si affacciano alla mente o mettono in moto, senza poterla arrestare, la voce.
Sappiamo tutti che è così sempre, quando si scrive davvero, quando non ci si limita, o ci si illude di limitarsi, a “comunicare” o a esporre il già pensato, l’acquisito, il consolidato (ma anche lì, poi…), salvo alla fine cercare di dare una specie di logica, di costruire – come argine contro l’informe, contro il formicolio frenetico dell’incertezza, lo sgretolarsi inarrestabile di ogni stabilità –, un’armatura di coerenza, di disegnare un filo, imbastire una forma, con rattoppi e rammendi a posteriori, spostamenti, montaggi, tagli e riempitivi, come se il vuoto potesse essere colmato da noi stessi, mentre chi può farlo, semmai, è solo un altro, chi legge, e anche lui solo per un po’, con tutte le incertezze del caso, nel timore di sfumare egli stesso, e di dissolversi. Come se questa non fosse la cosa migliore che può capitare.

Mi piace leggere L’assistente come una specie di precedente (o di prequel) del Castello di Kafka, che pure preferiva Jakob von Gunten. Mentre l’agrimensore arriva al villaggio ai piedi del castello, il romanzo di Walser inizia con il suo protagonista, Joseph Marti, che è appena stato assunto tramite l’agenzia di collocamento, davanti al cancello di una villa (anche I fratelli Tanner iniziava con Simon che va a cercare lavoro). Piove. E in anticipo, ma suona lo stesso e gli viene aperto, all’opposto di quanto accade all’agrimensore K. Tutta la vicenda, della durata di qualche mese, si svolgerà all’interno della casa e del piccolo parco che la circonda, a parte alcune uscite domenicali, fino a che Joseph dovrà lasciarla. Sarà quindi la vita nel castello a esser raccontata. Un castello che ha poco o nulla di metafisico, materialissimo nella sua quotidianità, e nonostante questo un piccolo pur se traballante paradiso. Almeno per Joseph, che, pur non ricevendo mai uno stipendio, gode dei vantaggi della partecipazione alla vita della famiglia che lo ospita, in balia degli umori di un padrone e signore burbero e benevolo, a volte iroso come il Dio dell’Antico Testamento ma anche pasticcione, sognatore con ambizioni concrete, creatore inconcludente quanto puntigliosi sono i progetti delle sue creazioni (invenzioni), che sembra concentratissimo su di esse, ma poi si distrae, si allontana non si sa a far cosa, per affari dice, e resta giornate e notti intere al bar, impegnato a giocare a carte (a dadi sarebbe troppo), e a discutere con avventori che non lo prendono sul serio; un signore che quando serve non c’è, mentre gli affari che dice di curare vanno a rotoli e i creditori si fanno sempre più esigenti e feroci, nonostante lui li disprezzi e cerchi di rintuzzarli con motivazioni risibili e arroganti.

Se si guarda dal punto di vista del cosiddetto solido buonsenso borghese (proprio ciò che Walser sbeffeggia e rifiuta sia pure senza accenti plateali), c’è sempre un’ombra di idiozia nei suoi personaggi; e a volte anche più di un’ombra. Prima o poi tutti, a partire dai protagonisti, fanno qualcosa di cui qualsiasi persona dotata di un minimo di buon senso percepirebbe immediatamente l’insulsaggine e la dannosità. Ma è appunto qui che sta la peculiarità di Walser: il buon senso, la ragionevolezza non solo non hanno corso nelle sue storie, e se a volte vengono rigettati come un che di mostruoso, non lo sono mai in modo vistoso, ma semplicemente non li si prende in considerazione, come non pertinenti, quando non proprio controproducenti, e vengono lasciati (in modo un po’ beffardo) ai loro detentori, come un tesoro inutile, di cui non si sa che farsene.

Ai personaggi di Walser in fondo tutte le cose e le attività e relazioni appaiono insensate. Ciò che tuttavia non impedisce loro di acquisire senso. Se tutto è insensato, infatti, tutto è suscettibile di senso infinito; se tutto è separato, solo, spezzato, ogni più piccola cosa diventa, fosse pure per poco, assoluta. Che sta a sé e vale per sé, totale, completa, che non rimanda a niente e non ha bisogno di connettersi a nient’altro. Niente è più, e niente è meno. Per comodità, e finché è comodo, si accettano le regole e le gerarchie (quelle borghesi, con tutte le loro piccole virtù, della piccola patria svizzera, della comunità in cui ci si ritrova a nascere o a vivere), e al contempo le si guarda con ironia, le si irride, senza che questo conduca a nessun cambiamento e ribaltamento. Ci si sta bene dentro, si lascia agli altri l’onore e l’onere delle scelte, le responsabilità e i loro vantaggi. A loro basta il poco che hanno, finché non si stancano o qualcosa li spinge via. Non importa. È tutto lo stesso: importa (se importa) finché lo si fa, e poi torna al suo nulla, come giusto.

Le risibili invenzioni, le fantasie e gli entusiasmi di Tobler, non lo sono più di ogni altra cosa a cui consuetudini, necessità e regole economiche e sociali hanno appiccicato un valore.

La famiglia, la casa, gli affetti, possono essere oggetto di desiderio o di rimpianto, ma non abbastanza da doverli cercare ad ogni costo o da non poterli abbandonare senza troppo sforzo né rimpianto. Si mette nella valigia il poco che si possiede, e si parte. Da qualche parte si andrà. In qualche posto, per un po’, ci si fermerà. Qualcosa si troverà. Qualcosa si farà.

 


 

10/02/22

Svogliato

 


Celati nella Prefazione ai racconti di Delfini scrive:
“Nei Diari c’è scritto: “L’occidente ha perso il senso dell’ozio. Fra le tante cose ch’è difficile fare, l’ozio, in occidente, è diventata la più difficile” (p. 143). Gli svogliati sono animali assurdi nell’era della volontà utilitaristica intesa come bene assoluto, o base del profitto. Perché negli svogliati c’è una stanchezza di questa volontà di fare ad ogni costo – la volontà di fare qualcosa, che diventa l’obbligo di fare qualcosa, travestito con tutte le maschere della necessità.”
 
Fare per fare, come se non si facesse niente, come se quello che si fa potesse benissimo essere altro, eppure che va bene così. Senza che diventi compimento, opera, traguardo. Senza competere, o performare, ma anche senza che questo distogliersi sia un rifiuto o una fuga, e nemmeno una semplice opposizione, un diverso conflitto. Che sia come è perché è come è, e basta.
 
Ps. di due giorni dopo
Per tornare a questo post e ai suoi graditissimi apprezzamenti e commenti, a me pare che, almeno per quanto concerne la mia parte (che sarebbe tutta quella dopo la citazione), c'è stato un piccolo equivoco di poca importanza. Cioè che io mica difendevo l'ozio. Sono bergamasco figlio di gente che ha lavorato tutta la vita 12 e più ore al giorno (motto di famiglia: sóta a laurà) e anch'io nel mio piccolo mica scherzo. E non mi lamento. Anzi mi piace. Ho questa deformazione. Era il fare senza finalità. Il fare non utilitaristico. Il fare che è tutto sempre un fare qualcosa anche quando non si fa niente, ma sempre, soprattutto, che non sia per forza, e anzi il meno possibile, un fare in vista di...
Tutto qui.
Che però anche l'ozio ci sta dentro. E bene. Con tutte le sue belle sfumature. Compreso il fare del sognare e del fantasticare e del masticare un filo di paglia e guardare le onde e le nuvole. Ecco, grazie.
E felice di tutti i commenti, lo ribadisco. Anche di quelli che verranno, o non verranno, ora.
E buona serata. Tra un po' chiudo, perché dopo cena, a furia di non fare niente, crollo.
 
 

Ps. 1 aprile 2022

E oggi, per completare il terzetto, ho (ri)trovato questa citazione di Kafka (un appunto del 1920) che avevo completamente dimenticato. La aggiungo senza commento. Non ha bisogno.

 

“Inchiodare una tavola con mestiere paziente e minuzioso e nello stesso tempo non far nulla, e non già che si possa dire: “Per lui inchiodare è nulla”, ma “Per lui inchiodare è un vero inchiodare e nello stesso tempo un nulla”, per cui anzi l’inchiodare sarebbe diventato ancora più audace, ancora più deciso, ancora più reale, e, se vuoi, ancora più folle.”

12/10/21

Fankafkisti per la prima volta a Praga

Non appena si sparse la voce che due dei più accaniti e noiosi fankafkisti del pianeta (io e il mio amico Lucio, ma lui più di me) erano giunti per la prima volta a Praga, le autorità cittadine convocarono con urgenza un consiglio comunale, alla presenza del prefetto e del capo delle milizie urbane, per correre ai ripari, nel tentativo di limitare i danni che gli sciagurati avrebbero potuto combinare con le loro chiacchiere appestanti e i loro imprevedibili movimenti sulle tracce vere e presunte del grande scrittore, perseguite in modo certamente scomposto e rumoroso, come la loro nomea lasciava presagire. Fermo restando che bloccarli, arrestarli o espellerli avrebbe creato problemi diplomatici e riflessi nocivi sul flusso turistico che il grande scrittore aveva innescato a sua insaputa (ne sarebbe morto ancora prima del tempo) e che al momento costituiva una delle entrate più cospicue della traballante economia locale, si trattava di allestire qualche stratagemma per distrarli, spostare i loro interessi verso altre fonti di attrazione e contenere la loro nocività a livelli minimi e scarsamente attinenti alle ragioni della loro venuta, rinviata da tanti anni da essere ormai improcrastinabile. Oltre a fankafkisti conclamati, i due, ormai uomini di mezza età già instradati verso la terza, erano anche innocui morti di fame proclivi al commento estetico e a prolungate e maliziose, quando non acide, considerazioni sull’essenza del genere umano, in particolare femminile, ragion per cui le autorità non trovarono niente di meglio, con una mossa che avrebbe giovato anche al turismo non letterario, di convocare nella grande sala del castello cittadino tutte le belle ragazze e giovani signore della città e del circondario, per poi dislocarle strategicamente, come se nulla fosse, lungo i viali, le strade, le piazze e le stradine più legate al pellegrinaggio lungo l’infinita e labirintica via crucis legata all’autore della “Tana”, e ai crocicchi più frequentati nonché a certe stazioni nodali della metropolitana o nei pressi di musei e di note birrerie, e poi succedesse quello che poteva succedere, o anche no (meglio). I due infatti, dopo un breve periodo sconfortante, quantomeno per le autorità che sorvegliavano discretamente da lungi, in cui avevano proseguito, impavidi, a strologare sul più e sul meno, e praticamente su tutto, chiusi nella bolla della loro mitologia, cominciarono pian piano a notare con la coda dell’occhio qualche bellissima giovane ai tavolini dei bar, o alle fermate dei bus; altre si accorsero di incrociarne sui marciapiedi, o nei negozi, oltre le vetrine, commesse o clienti che fossero, e altre ancora che venivano a bere un caffè o a comprare dei dolci nei bar e nelle pasticcerie dove ogni tanto facevano una sosta loro, o alle biglietterie dei luoghi di interesse storico e culturale, o nelle librerie dove, anche se non capivano un’acca del ceco e del tedesco, non resistevano a entrare per sfogliare libri e almanacchi manco a dirli tutti dedicati a Kafka, con qualche eccezione per altri scrittori praghesi, Meyrink, Kubin, Holan, Hrabal, Kundera, Havel, Hašek, Orten ecc, come santini di altari laterali. Per modo che i due cominciarono a porsi domande sulla genetica cecoslovacca (la nazione non si era ancora divisa) e slava in genere e sulle peculiarità individuali dei fenotipi incrociati con crescente, disinteressata, eidetica ammirazione. Una così alta concentrazione di belle signore e signorine, dalle figure snelle e slanciate, perfette nelle forme e nei lineamenti, con quel pizzico di esotico che non guasta mai, gli occhi chiari o scurissimi, tutti splendidi, la pelle di seta o porcellana ecc. (ognuno può aggiungere i suoi stereotipi preferiti), li lasciava esterrefatti, e per un po’, imprevedibilmente, senza parole. O forse erano loro, di formazione modernista con simpatie avanguardiste, che per non indulgere a stereotipi turistico latini (ma anche slavi e centroeuropei, avendo Lucio sangue sloveno e ungherese in circolo nel suo sistema arterioso), si limitavano, all’inizio, a esternazioni di breve durata, per lo più esclamazioni di stupore, brevi fasi incompiute ma creative (di meno non avrebbero potuto accontentarsi), e ad affondi retorici, di fatto, di minino spessore, o volume; ma con il passare del tempo e il ripresentarsi delle felici, per non dire numinose, apparizioni, le parole cercavano percorsi più elaborati e soddisfacenti dal punto di vista narrativo e socio-biologico, per lasciare, alla fine di ogni segmento relativamente autonomo delimitato dal rinvenimento di reliquie o memorie di questo o quel racconto o diario o lettera, di nuovo spazio a silenzi stuporosi e soffusi di una lieve patina di felicità che nel frattempo si era venuta a sovrapporre ai loro lineamenti in qualche modo pacificati, come quelli che assumono i morti, quelli trapassati in modo non violento quantomeno. Poi, alla ripresa dopo il pranzo, il riposo in albergo, la visita al museo o alla sinagoga o al cimitero, ripartiva il pellegrinaggio con le sue litanie ammorbanti, le divagazioni più acrobatiche e gli arresti improvvisi in mezzo al traffico dei ponti o sui binari dei tram, o sulle strisce pedonali, dove perlomeno in un incidente avrebbero avuto la legge dalla loro. La legge! A Praga.

Le considerazioni però erano più vacue e fumose del solito, come disturbate da retropensieri strani, pressanti quanto indefiniti, senza oggetto, o con oggetti abbaglianti ma sempre in via di svanire. E quando si rendevano conto di quali fossero questi fattori di disturbo e si guardavano attorno per focalizzarli e poi chissà che altro, non c’era più niente e nessuno, come fate morgane dissolte tra i fumi del fiume o sull’umidità degli acciottolati, messaggi inviati da qualche emissario superno che si erano persi per strada ma sarebbero certamente arrivati prima o poi. Poi però, prima, arrivava sera, e i due, dopo una cena consumata in qualche locale sempre sbagliato e un’ultima sosta in un bar per un caffè (io) o un whisky (Lucio), stremati per quanto avevano cercato e non trovato, visto senza averlo cercato, trovato senza averlo afferrato, se ne andavano ciascuno nella propria stanza a dormire o leggere, o a prendere appunti che non avrebbero usato, a rincorrere parole che sul momento si erano sottratte, a tracciare percorsi che non avrebbero seguito, né il giorno dopo né mai.



31/05/21

Due cose pensate leggendo (se questo è pensare)


Questa di ieri (30-05-21)

 

Morirò avendo imparato qualcosa
sul cervello degli imenotteri,

ho pensato leggendo,

e niente di significativo sul mio,

come su qualsiasi altra cosa.

(Con tutto che imparare, oggi come oggi, è la cosa al mondo che preferisco.)

 


E questa di poco fa (31-05-21):

 

e più tardi ho pensato, sempre leggendo,
ma leggendo altro (perché a me capita di pensare,

se questo è pensare,
solo leggendo),

che non è vero che ci sono alcuni, o molti,

che valgono di più della loro opera,

perché l'opera vale di più del suo autore,

sempre e comunque, e questa

è la peggior cosa che all'autore possa capitare.

Perché se uno dice a qualcuno (mi dice)
che lui (io) vale di più della sua (della mia opera,
significa che l'opera vale davvero poco, 

e quindi che lui (io), che l'ha scritta,
vale meno ancora.
Un'offesa, per quanto spesso involontaria,
che andrebbe lavata col sangue.

Ancor di più se involontaria, anzi.

Perché la verità dell'offesa

vale di più della volontà di infliggerla.

E di più del povero cretino che l'ha ricevuta

e dell'ancor più cretino che l'ha inflitta.

Eppure la verità resta,
ed è questa la condanna di entrambi.

Come sapeva Kafka, che ce l'ha consegnata

senza volerla insegnare,
rendendola in tal modo definitiva per tutti.

Lui compreso. Perché anche lui,

pur così immenso nella sua debolezza,

era meno della sua opera, che lui reputava

infinitamente meno di quello che aveva in testa

e a cui ambiva, conseguendolo però

proprio col suo fallimento.

Senza sfuggire con questo alla condanna,

e anzi, come si sa, eseguendola lui stesso.

 

19/10/20

La tomba dell’immortale

 


Quando molti anni fa, assieme al mio amico Lucio Klobas, dopo aver abbandonato la mia classe di maturandi (tutti maggiorenni) a girovagare in centro con altri colleghi, siamo andati al nuovo cimitero ebraico, al capolinea di una linea di metro in periferia, a rendere omaggio alla tomba di Kafka, mi sono sentito insieme oppresso dalla perdita e liberato da un dovere direi metafisico, assoluto, che altrimenti mi avrebbe avvelenato tutto il resto della vita, ma al contempo sono stato pervaso anche da un senso di stupore e di incredulità. Anche se le date e il luogo e i nomi dei famigliari e la lapide di Brod sul muro lì di fronte, mi certificavano che era tutto vero, che lì dove mi cedevano le ginocchia e mi veniva da piangere, era sepolto proprio lui, Franz Kafka, non riuscivo a farmi persuaso che fosse proprio così. Ma come è possibile?, mi dicevo. Gli immortali non muoiono, lo dice la parola stessa. Qui ci dev’essere sepolto un omonimo, o un simulacro, o addirittura nessuno. Stasera e le prossime girerò per tutta Praga, per i luoghi che frequentava ma anche a casaccio, alla mercé del destino, e sono sicuro che lo incontro, o quanto meno che ne percepirò la presenza, se da quel burlone timido che è, si rifiuterà di incrociarmi, di farsi anche solo intravvedere da lontano, di sfuggita, lui o la sua sagoma inconfondibile, limitandosi a lasciare qualche segno ambiguo qua e là, una traccia dubbia e però indubitabile. E infatti io e Lucio ne abbiamo trovate parecchie di papabili, lui più di me, essendo un fanatico conoscitore di tutti i dettagli dell’esistenza dell’autore di “Rinuncia!”, che poi abbiamo passato settimane, al ritorno, a vagliare, discutendo accanitamente fino quasi a far vacillare un’amicizia solidissima che durava da decenni.

Un immortale non muore, tomba o non tomba, con la sepoltura documentata o meno. Non ammetto dubbi. Penso per esempio alla tomba di Omero, visitabile in una dozzina di isole e città greche, ovviamente tutte false, tutte vuote, o che racchiudono un inquilino che non c’entra, un involontario parassita che si gode omaggi non suoi, fiori, lacrime, sospiri, recitazioni di versi in tutte le lingue, strazianti, per il significato e per la performance, ma tutti in qualche modo meritati, che vanno infallibilmente a segno, perché un immortale è di tutti, e quindi anche di questi scrocconi o santi che in suo onore hanno rinunciato in eterno alla propria identità, mentre lui, Omero, è ancora vivo e vegeto, e se ne va in giro per tutte le isole greche e sulle spiagge mediterranee, caraibiche o californiane, in bermuda e camicia hawaiana, la barba curatissima e i capelli appena appena lunghi, così che possa respirare il vento e intridersi dei suoi profumi, accompagnato dal ragazzino, seduto nelle terrazze di qualche bar, o sulle panchine in riva al mare, o nell’atrio di grandi hotel a chiacchierare con chiunque lo desideri, a farsi offrire l’aperitivo, o un birra, raccontando storie strampalate e crudeli, ma anche malinconiche e dolci, di eroi e altri esseri immortali come lui, inventati però di sana pianta, loro.