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20/09/22

Il momento esatto in cui la notte finisce


Oggi sono uscito di casa nell'esatto momento in cui la notte finiva. Erano le 7,05, c'era tutto buio, la luna uno spicchio sottile, prossimo a estinguersi anche se brillante. Dopo 500 metri, appena imboccata la strada per Pontirolo, l'unica fonte di luce è rimasta lei. Per 5 km è aperta campagna, senza case né lampioni, con scarsissimo traffico a quest'ora, ma molto pericoloso, perché gli autisti si sentono al sicuro e, nonostante la strada stretta, vanno a forte velocità, tagliano le curve con gli abbaglianti accesi e si concedono più distrazioni del solito. A chi cavolo telefoneranno così presto? Oggi ho incontrato quattro macchine e Mariangela con le due cugine che camminavano sul bordo dell'asfalto avvolte da giacche catarifrangenti: andavano di buona lena, ma spesso si accostavano per scambiare qualche parola, con il rischio che esattamente allora sbucasse un bolide. Cosa cavolo avranno sempre da dirsi, dopo tutti gli anni che camminano assieme? Di sicuro non si raccontano i sogni, se ne hanno ancora. Io, per esempio, non ne ho.

Il cielo era ancora scuro, l'orizzonte non si vedeva, le masse degli alberi nere e non definite, i confini tra i campi indiscernibili. Ma subito è comparso un lucore minimo, senza fonte, che non si posava sulle cose ma restava sospeso nell'aria, inconsistente, come se questi primi raggi infiltrati di contrabbando nell'atmosfera non avessero la forza di raggiungere il mondo e si accontentassero di galleggiare lì, ad altezza incerta, consumandosi nel vuoto, nel suo interregno. Nell'intervallo tra qualcosa che non c'è più e altro che ancora non si sa (se poi verrà).

Poi, nei 5 minuti successivi, pian piano, pur senza riuscire ancora ad affermarsi, si sono rafforzati. Restava ancora tutto buio, ma cominciavano a emergere le masse, a delinearsi i contorni più vistosi, e la guazza, in lontananza, a brillare fiocamente, sospesa sui campi, a nascondere in tronchi degli alberi giù in fondo, a bendarli nel mentre resecava le radici dalle chiome. Il cielo rimaneva buio, ma a un certo punto, dietro la linea bassa degli alberi, ho cominciato a vedere il profilo delle nubi, che forse sono solo la forma notturna dell'umidità, sopra l'orizzonte.

Man mano che procedevo verso la Geromina, gli alberi uscivano dall'indistinto, e i margini dei fossi tra i campi. Grosse linee irregolari, spatolate di buio nel buio. Una debolissima punteggiatura rosata tentava di forzare il limite basso del cielo, ma forse era solo un desiderio, suo e mio. Le cose si arricchivano dei loro lineamenti, gli alberi delle foglie, prima a gruppi, in piccoli addensamenti dal profilo netto, poi nel dettaglio, ad una ad una.

Poi, raggiunte le case, sono apparsi tra gli alberi del viale, i lampioni, e anche se sopra il cielo si caricava di azzurro, la luce elettrica lo sovrastava e permeava. Meglio: lo contrastava e insieme lo metteva in risalto, lo caricava; e in quel momento, per qualche secondo, anche quel contrasto era bello. Se alzavo gli occhi verso il più alto del cielo, vedevo il blu perdere il nero e acquistare brillanza. L'orizzonte diventava violetto, ma si scorgeva raramente dietro il profilo delle case, o negli scarsi intervalli.

Ora che sono seduto in treno e guardo dal finestrino, in attesa che parta, l'orizzonte è di un pallido fucsia, le nubi sottili appena tinteggiate, e il resto è azzurro scipito. Tutto il resto.

15/05/15

Altre albe (2)



(Per 35 anni sono andato a scuola più o meno all'alba, sempre lungo strade in mezzo ai campi. Non mi sono mai stancato di guardare il cielo e il paesaggio. Ogni mattina una piccola meraviglia. Sono un uomo semplice, mi accontento di poco: dell'universo. Alla fine, ogni tanto, nei 5-10 minuti mentre aspettavo sul ciglio del viale verso la scuola i colleghi milanesi a cui davo sempre un passaggio, mi è venuta voglia di descriverne qualcuna. Per mio promemoria, perché a breve sarebbe arrivata la pensione e la routine sarebbe mutata. Questa è la seconda serie.  Stavolta però scritte ai semafori o prima di salire in classe, tanto in fretta che non sempre riesco a decifrare la scrittura)

 *****

(Quest’anno, l’ultimo della mia vita di insegnante, ho cambiato tragitto per andare a scuola. La strada che ho percorso per trent’anni, che deviava verso il Badalasco un km dopo l’uscita del paese, è diventata sempre più impraticabile per il moltiplicarsi dei rallentatori che l’hanno trasformata in un percorso a ostacoli. Ora sono almeno una dozzina in due km, alcuni molto alti, che costringono quasi a fermarsi. Viceversa l’imbocco della provinciale nella statale, un paio di km più avanti, che in passato generava file lunghissime e lentissime a sciogliersi, specialmente nelle ore del primo mattino, è stato reso molto più fluido recentemente da una grande rotatoria, una volta tanto benedetta (la moltiplicazione delle rotatorie, successiva a quella dei rallentatori, è la fissazione più in voga dei nostri amministratori: sono spuntate ovunque come funghi, perlopiù con stessa mancanza di criterio). Quindi ci sono paesaggi diversi, che da tempo mi sono ripromesso di descrivere nel dettaglio, con la storia dei cambiamenti che hanno subito dalla mia infanzia. Un giorno o l’altro lo farò, spero. Anzi, mi impegno. Meglio, già che ci sono la abbozzo subito. I dettagli, ciò che conta, seguiranno.
Qui di seguito questi paesaggi restano impliciti, o emergono a frammenti, che messi insieme già ne danno una discreta idea. Ma ci sono molte cose da dire. Mi viene in mente, ora, tanto per fare un esempio, il ciglio del fosso che costeggia il lato sinistro del rettilineo prima della cascina Taranta, detta Il Palazzetto (direzione Cassano-Treviglio), che per me e Angela è l’indicatore più attendibile, e atteso, dell’arrivo della primavera quando si riempie di fiori di San Giuseppe. Sulla destra di questo rettilineo, verso l’Adda ci sono prati che digradano, poi la macchia del boschetto percorso dalle risorgive che arriva fino al fiume, e più avanti le vasche per l’itticoltura, ai cui margini anni fa sono comparsi i primi aironi.
Dopo la rotatoria inizia un rettilineo di oltre tre km che sale leggermente alla fine e punta verso il campanile della Basilica di San Martino, situata in centro città. L’orientamento è Ovest-Est, per cui, grazie anche ai cambiamenti dell’ora legale, ho il sole negli occhi per la maggior parte dell’anno scolastico: appena sotto o sopra l’orizzonte o un po’ più alto, e nel suo spostamento da est a sud-est e da qui nel suo ritorno verso nord-est, con il mutare delle stagioni.
Ai lati della rotatoria due ristoranti, uno popolare, l’altro un po’ più pretenzioso, trasformato in pub, con parcheggi sterrati; di fronte c’è una grande cascina e subito dopo, sulla sinistra, un’altra. Sulla destra alcune villette, poi dei campi, interrotti da un numero crescente di capannoni, che invece sulla sinistra iniziano subito dopo la cascina e vanno avanti per un km almeno.
Una volta erano solo campi fino a Treviglio, con qualche costruzione isolata, un paio di cascine molto belle (una a metà rettilineo, sulla destra, in progressiva decadenza; l’altra, di fronte a questa, più piccola e meglio curata, in fondo a un viale sterrato con qualche albero su un solo lato: alberi abbastanza recenti... devo controllare), con le prime abitazioni e fabbrichette solo alla periferia della città. Bei campi, piuttosto grandi per le nostre parti, con pochi e discontinui filari alberati a scandirne i confini, al contrario di quelli della strada bassa, peraltro più mossa e con diversi cambi di visuale e di profondità quindi. Invece qui, l’unione dei questa relativa vastità e della continuità rettilinea della statale, con la sua fuga prospettica accentuata dalla salitella finale che alza l’orizzonte e dal campanile che si staglia sul punto di fuga, offre allo sguardo un respiro più ampio. Lo offre ancora, nonostante la recentissima metastasi di cemento che quest’anno ho visto crescere giorno dopo giorno sotto i miei occhi. (Anche la strada del Badalasco è cambiata, soprattutto una ventina di anni fa, poi c’è stato un notevole rallentamento. L’unica a non essere cambiata di una virgola in tutti questi anni è quella della Geromina: cioè, la Geromina si è ingigantita, ma tutta dalla parte di Treviglio, prima della curva che mette sulla strada verso Pontirolo e, dopo la svolta del Ponte Vignola, verso Canonica a destra e Fara a sinistra... Ma questa strada, la mia preferita, è protagonista di molti miei racconti.)


29-09-08
Cielo sereno. Il sole è alto, rosso e grande, sopra il campanile del duomo di Treviglio, ma la luce è insufficiente a riconoscere i dettagli nelle masse stagliate sullo sfondo in blocchi separati. Sui campi c’è come un velo di buio residuo, un’ombra che viene dall’interno, o sta per esservi assorbita. A metà del rettilineo, quando comincio a vedere la strada che sale, in fondo, proprio nel punto in cui le file dei platani sulla sinistra e delle prime case sulla destra sottolineano il restringersi della prospettiva, il punto di fuga è occupato da una macchia sospesa sull’asfalto. Un’esplosione rosa bloccata da un fermo immagine. E’ la prima nebbia. O piuttosto la guazza, alta, che viene dai campi, che solo lì ne sono invasi. La attraverso lentamente, più per il piacere di soggiornarvi che per problemi di visibilità, ma sparisce in poco tempo. Dopo 500 metri, la nube, ora con sfumature aranciate, si ripresenta, molto intensa per tonalità ma poco profonda, quasi un velo, che squarcio in un attimo per ritrovarmi accecato, il sole dritto negli occhi fino alla curva dove inizia la città.

30-09-08
Stamattina pensavo a tutti i cieli che ho dimenticato.

04-10-08
Stamattina, uscendo di casa, ho visto una vicina che saltellava in mezzo alla strada e si sfregava le braccia per difendersi dal freddo. In macchina ho visto che il termometro segnava 6 gradi. Non ci ho fatto molto caso, pensavo ad altro. La vicina indossava solo una giacchetta. Poi, sul rettilineo per Treviglio, mentre fissavo l’orizzonte davanti a me, con gli alberi che coprivano momentaneamente il sole, e, sopra, il cielo terso, e poi, a sinistra, le montagne illuminate, la coda dell’occhio mi ha segnalato qualcosa di insolito: un campo bianco. Ho guardato meglio. Orai ero nel punto in cui la campagna è più aperta e ho notato che tutti i campi erano bianchi. (Strano che non ci avessi fatto caso nel tratto tra Fara e il Palazzetto. Forse ero ancora soprappensiero.) Era la brina!
La brina il 4 ottobre? Non mi ricordo di averla mai vista così presto. E mi meraviglierei, se l’avessi vista, di averla dimenticata, e, più ancora, di non averne preso nota se ci fosse stata.
Non sono sempre soprappensiero. E comunque mai così a lungo e intensamente (ahimè! – Ahimè? Per fortuna!).

(E’ come il –5 di un inizio novembre di molti anni fa che ho subito registrato e poi inserito in un raccontino.)

13-10-08    10 gradi
Fuori paese la strada, sulla destra, è sorretta da una massicciata che la separa dai prati che digradano verso il fiume. Il dislivello è di pochi metri ma basta a dare una visuale sopraelevata, scandita dagli scalini della vegetazione che delimita i vari appezzamenti e un paio di stradine sterrate. Stamattina i prati erano coperti da una coltre di guazza abbastanza densa da impedire di scorgere l’erba sottostante. Gli alberi, nella luce scarsa, si stagliavano netti e scuri, con le sole chiome. A tratti si intravedevano fusti di granturco. Vicino non si vedeva niente.
Sulla sinistra, la guazza era leggera, alzata da terra solo in lontananza.

20-10-08
Il cielo è coperto, grigio scuro. La coltre di nubi è screziata dalla debole luce che pervade gli strati esterni dell’atmosfera. Man mano che procedo schiarisce, anche se l’alba è ancora lontana, o forse vicina e solo schermata dalle nubi. I solchi di luce biancastra disegnano il cielo di una trama come venosa, di sangue anemico però, esausto. O di cicatrici.

08-11-08
Mattino meraviglioso. Fresco e sereno.
Appena uscito da casa, sopra la nebbiolina che inizia a qualche centimetro da me ispessendosi man mano fino a avvolgere la prima fila di alberi e cascine per poi nascondere tutto il resto, vedo le montagne azzurre a Nord.
Sulla provinciale, direzione Nord-Sud, la campagna sulla destra, verso il fiume, è bellissima, con la boscaglia scandita in fondali tutti diversi secondo la distanza e la densità dell’atmosfera. Poi, di colpo, verso Sud, dietro di essi si erge una parete grigio-viola, compatta, solida, come se il mondo finisse lì; resa più materica, invalicabile, dalla profondità creata dalla prospettiva discontinua degli alberi e delle case disseminate ai suoi lati. Sono nubi inconsuete, che si stagliano poco sopra l’orizzonte da Sud a Sud-Est, dove è nascosto il sole. Ne vedrò il margine arancione solo nei pressi di Treviglio, dopo aver percorso la statale (Ovest-Est) in mezzo a una nebbia prima fitta e poi più rada, posata mollemente tra i campi in strati di pochi metri che in città spariranno del tutto nella luce abbagliante che mi accompagna a scuola.
 


19-11-08 (Mi è venuto di scrivere così, con questa rozza scansione. Non è una poesia; sono solo appunti presi molto velocemente ai semafori di Treviglio e lasciati incompleti dall’arrivo a scuola, che ricopio senza la minima correzione. Pensavo a un amico francese, pittore, che abitava sui Pirenei, vicino al mare, e che, dopo averla percorsa in camper, mi aveva detto di avere trovato molto noiosa la pianura.)

La pianura educa alle differenze.
A quelle minime, alle sfumature.
Si potrebbe credere, per esempio,
che la campagna è piatta, livellata,
invece è mossa, tutta dislivelli,
onde, rilievi, balze e incassamenti.
Cigli rialzati, fossi, massicciate,
poi distese lisce, non sconfinate,
scandite da filari di robinie,
da qualche gelso, o vecchio noce, o platano,
da arbusti addensati in una macchia,
in boschetti...

22-11-08
Il vento di tramontana stanotte ha ripulito l’aria e dato il colpo di grazia alle ultime foglie. Per la prima volta vedo il boschetto della lanca spoglio. Al Palazzetto mi appaiono gli Appennini vicinissimi, con il profilo disegnato netto contro il cielo dal sole non ancora sorto alle loro spalle. Viceversa, a Nord, le Alpi sono più torbide, roseo-grigie come le nubi sottili le coprono il cielo a Nord-Est. Le nubi però hanno tonalità più scure nei grigi e più marcate nei colori, che virano verso differenti violetti e rosa-arancio, con squarci orizzontali di azzurro molto limpido.
All’ingresso di Treviglio,  la scritta sul palazzo della Same-Deutz-Fahr sembra illuminata dall’interno, rosso-arancio.
A scuola un piccolo alloro spezzato sul marciapiede.

[l’appunto precedente mi ha indotto a prestare maggiore attenzione allo stato attuale del fogliame. Ecco le risultanze addì 23 novembre:

Spogli: robinie, noci, tigli;
Quasi spogli: melograni, ippocastani platani, pioppi e carpino bianco (foglie gialle)
Frassini: spogli, eccetto i grappoli dei frutti(?)
Faggi: foglie residue verso l’alto, color ruggine
Ancora con molte foglie allori e betulle (verde pallido o gialline, queste)
... a seguire]

24-11-08
Ieri a Bergamo per la consegna del Premio Calepino a Dacia Maraini. Un’ora per attraversare la città: non sapevamo dei negozi aperti e dei mercatini. Trovato parcheggio solo all’Ospedale Maggiore. Freddo mentre aspettavamo Pasqui, che, dopo aver preso un tè in una bella pasticceria, ci ha portato in città con la sua auto e se n’è andata.
Arrivati che la sala delle cerimonie era strapiena, atrio incluso. Sentito qualcosa su violenza e donne, salutati Lucio e Tiziano e via quasi subito. Fuori non c’era più vento, l’aria era pulita e a camminare verso il parcheggio non sentivo più freddo. Bella sensazione.
Il termometro in auto mia ha poi rivelato che c’erano zero gradi.
Poi stanotte è nevicato. Angela era preoccupata per i gattini portati a casa di sua mamma sabato, nonostante avesse praticamente imbottito di lana la cuccia e l’avesse protetta fuori con una specie di tenda di cellofan piuttosto robusto, lasciando solo uno piccolo pertugio per il passaggio.
La neve è alta non più di 5 centimetri, sufficienti però a imbiancare il paesaggio. Bello, senza riflessi. I colori sono spariti: c’è solo il contrasto bianco-grigio. Il grigio del cielo ma anche degli alberi, i cui tronchi stranamente non sono scuri.
Le strade per fortuna sono pulite. Bagnate ma non sdrucciolevoli né ghiacciate. Temperatura –1/0.

(Rettifica dello stato del fogliame: i pioppi e i platani ai lati della statale hanno ancora parecchie foglie.
Inoltre, verifico che l’insegna della Same-Deutz-Fahr è illuminata, quindi sabato o non era stata accesa o c’era una sovrapposizione di luce propria e riflessi solari: rispetto a oggi aveva però una tonalità forte e un po’ più opaca.)

09-01-09
la nebbia partorisce epifanie

...-02-09
E’ da un po’ che non guardo bene il paesaggio all’alba: è come se la neve che lo ricopre mi avesse anestetizzato la pupilla.

16-02-09
Ieri pomeriggio, tornando da una passeggiata a Crema, Angela guidava e io leggevo e guardavo il paesaggio. Erano le 17,30, c’era ancora il sole, ma prossimo a tramontare. Sul rettilineo verso Rivolta, direzione Nord-Ovest, ho visto davanti a me le montagne. Era sereno, senza la minima foschia, ma la luce debole rendeva le Prealpi delle masse scure, incorporee e compatte, senza profilo. Le cime innevate alle loro spalle, bianco-rosee-azzurrine, sembravano invece librate, come se avessero perso l’ancoraggio con il fondovalle, in procinto di smaterializzarsi a loro volta, con i contorni sfumati e le linee appena accennate, eppure ancora solide, minerali: splendide nella tersità dei loro colori che brillavano sopra la fascia buia delle colline scomparse e sotto il cielo azzurro.



12/05/15

Albe - 1



(Per 35 anni sono andato a scuola più o meno all'alba, sempre lungo strade in mezzo ai campi. Non mi sono mai stancato di guardare il cielo e il paesaggio. Ogni mattina una piccola meraviglia. Sono un uomo semplice, mi accontento di poco: dell'universo. Alla fine, ogni tanto, nei 5-10 minuti mentre aspettavo sul ciglio del viale verso la scuola i colleghi milanesi a cui davo sempre un passaggio, mi veniva voglia di descriverne qualcuna. Per mio promemoria, perché a breve sarebbe arrivata la pensione e la routine sarebbe mutata. Qui la prima serie.)
  
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10 ott. 2006 ore 7,25-7,37
Quando esco di casa il cielo è sereno, l’aria fresca, la macchina fredda. Riscaldo un po’ il motore e vado in paese, dove mi fermo a prendere il giornale. Risalito in macchina, mentre aspetto il momento buono per ripartire accendo la sigaretta. Un minuto e sono già fuori dall’abitato, tra i campi. E’ una mattina bellissima, la prima di quelle autunnali che mi piacciono tanto. Adoro la pianura in tutte le stagioni e ad ogni ora, ma questi, e alcuni nelle mattine secche d’inverno, sono i momenti in cui la preferisco. Il sole non è ancora spuntato ma la luce già illumina la campagna, senza però colorare i banchi di rugiada che si alzano grigi qua e là, leggermente perlati. I campi arati hanno un colore scuro, con le zolle che sembrano gigantesche scaglie, umide, di cioccolato. La guazza sembra stendersi verso il fondo come una densa velatura di farina, o meglio: di zucchero (sono goloso.). Altrove, dove la campagna si apre in spazi più ampi, la rugiada crea fondali di differenti densità e altezze che la fanno sembrare nebbia. I filari di alberi che delimitano i campi si profilano neri e, nonostante siano separati dai banchi di rugiada, nettissimi, come se appartenessero a mondi contigui ma discontinui. Ogni tanto un albero isolato si accampa in mezzo a un prato: un vecchio noce, o più raramente un pioppo o un platano capitato lì chissà come. Il traffico è scarso, io guido a velocità moderata e ho tutto il tempo di guardarmi attorno. In vari punti si vede solo campagna senza case o cascine. Lentamente la luce si fa più chiara. Il cielo però, anche in fondo, verso ovest (la direzione in cui procedo), non è ancora diventato rosa, solo un’impercettibile sfumatura segue il confine della barriera compatta di alberi che verso l’orizzonte copre la riva dove terminava il lago che nei tempi remoti copriva questa zona. La visione è chiara nonostante in certi punti la guazza sia tanto alta che posso scorgere solo la cima ancora frondosa degli alberi più alti. A seconda che copra prati a maggese o distese di stoppie o si addossi contro i bordi di campi di granturco per qualche ragione non ancora tagliati, prende sfumature e densità diverse. La musica che mi fa oggi da sottofondo (Facing You di Keith Jarret) è già da un po’ che non la sento più, la sigaretta è arrivata al filtro. Apro il finestrino e la getto. Sento l’aria entrare, avvolgermi. Sto bene. In fondo ci sono le prime case di Treviglio. Torno a sentire la musica e comincio a canticchiarne alcuni frammenti nel mio modo stonato. Sono allegro e mi viene subito voglia di scrivere.
Qualche minuto dopo, mentre vicino alla stazione aspetto Vito e gli altri colleghi a cui do un passaggio ormai da 15 anni, prendo qualche appunto. Passano alcune allieve che guardano dentro la macchina e mi sorridono. Rispondo con un cenno del capo senza smettere di prendere appunti. Arrivano Vito e gli altri. Li saluto. Mi raccontano, come sempre, del loro ultimo battibecco sul treno. Mi viene subito una battuta divertente per risposta. Ridono. E’ quello che si aspettano da me. Ne dico un’altra e rido anch’io. Credo che oggi farò delle buone lezioni.

11 ott. 2006
Oggi è diverso. Sono partito 5 minuti prima, il sole sorge qualche minuto dopo, e così sono arrivato alla periferia di Treviglio prima che l’alba potesse mostrare i suoi effetti. Il cielo era sereno e un po’ di luce c’era già, ma debole, con tracce invisibili di ombra a intorbidirla. Nessun raggio filtrava dall’orizzonte, fasciato da un’alta cintura grigia, forse di smog. I colori dei prati erano spenti, opachi, e io distratto, con pensieri sbocconcellati che mi attraversavano la testa e si sovrapponevano appesantendola: fatto sta che il paesaggio l’ho guardato tardi, e quasi senza vederlo: io stesso opaco, la mente lenta, il respiro faticoso, la sigaretta consumata senza che mi accorgessi di averla fumata.

17 ott. (verso scuola, 3)
Stamattina, appena fuori paese, la rugiada era così fitta e densa che dai prati dalla parte del fiume si è spinta fino alla strada sotto forma di nebbia. Per qualche centinaio di metri la visibilità è scesa quasi a zero, poi di colpo la nebbia è sparita mostrando una campagna dai colori umidi e accesi, e, all’orizzonte, verso nord le montagne già illuminate dal sole, e verso est un cielo con sfumature rosa arancio e indaco appena percettibili. Svoltato verso il Badalasco, la rugiada è ritornata. Nei campi arati era leggera e la vedevo alzarsi come cosa viva. Nei prati erbosi invece si era staccata da terra e formava uno strato sospeso a mezz’aria, ad una altezza tale che un bambino avrebbe avuto la testa tra le nubi. Mi ricordo di una volta, di sera, che era così alta che ci passavo sotto con la macchina. I fari ritagliavano dal buio la terra e la base dei tronchi neri ai margini della stradina, e sopra c’era questa galleria densa e scura, che diventava perlacea e vibrante man mano che la luce riflessa dall’asfalto vi rimbalzava contro.
Dopo il Badalasco, dove la campagna è più aperta, la rugiada si è fatta più compatta. Degli alberi potevo vedere solo i primi filari, mentre sullo sfondo c’era una massa grigia dalla quale stavolta emergevano solo i pali dell’alta tensione e qualche macchia boschiva all’improvviso, come un’apparizione.
Dopo la salitella è apparsa invece Treviglio, e è scomparso tutto.

6-11-06
Stamattina il cielo è in parte velato da nubi sottili. Le montagne sono azzurre, la campagna ha colori carichi ma opachi. La spoliazione degli alberi procede a rilento, la maggior parte delle chiome è ancora verde, alcune si stanno brizzolando di giallo o di rosso. I primi a perdere le foglie sono i tigli dei viali, ma non è una regola. Non saprei. Nei campi di granturco tra le stoppie alcune piantine provano a crescere di nuovo, ma ingialliscono subito. Non vivranno, non servono a nulla, eppure sono belle. Sembrano l’illustrazione dell’estetica.

7-11-06
Stamattina, uscendo, ho trovato la brina nel prato accanto a casa mia e i vetri dell’auto gelati. Le nubi sottili che ieri avevano coperto l’occidente di colori che dall’arancione digradavano al violetto, inframezzate da lembi di sereno di un celeste che non mi ricordavo di avere mai visto così puro, se ne sono andate e ora tutto il cielo è sgombro, con il sole già alto sopra la riva verso Treviglio. Verso il fiume la guazza è abbastanza densa, non troppo alta, come una fascia di tre-quattro metri sopra la quale spuntano nitidi gli alberi, separati da una linea netta, come disegnata.
Delle montagne si scorge solo la massa azzurrorosata, compatta, senza dettagli. Il profilo invece è marcato da una linea più scura, quasi blu, contro il cielo azzurro opaco. Nei campi alberati la rugiada è bassa, addensata attorno ai piedi dei tronchi; dove la campagna è più aperta si ritira sullo sfondo, ai margini delle stoppie brinate.
(Io ero un po’ triste. Non so se c’entra.)


 8-11-06
Questa mattina il cielo è coperto da un sottile strato di nubi grigiorosate, che a sprazzi lasciano intravedere lembi di cielo azzurro spento: tutto, tranne una striscia all’orizzonte, dove si accampa il sole. L’aria è umida, ma non abbastanza da formare la guazza. Verso est vibra di un rosa che tende all’arancione, o di un arancione che sfuma al rosa. Vibra e brilla. Quando invece, dopo Badalasco, svolto verso sud, diventa grigia, un po’ opaca, e i colori della campagna si attenuano e sembrano spegnersi.
Nei pochi minuti del percorso il sole fa in tempo a salire fino a essere coperto quasi del tutto dalle nubi. Quando svolto di nuovo verso est, la striscia di sereno sotto il sole è incendiata di un colore arancione molto carico che sfuma verso un rosa sempre più tenue più si guarda verso i margini. Dopo la salitella l’orizzonte si abbassa e sotto la striscia di sereno vedo, sotto l’arancione, lembi slabbrati di nubi ciascuno di una diversa tonalità di indaco.
Appena arrivo alla periferia di Treviglio, e sempre più mentre mi inoltro in città, tutto si ingrigisce. Grigie sono le nubi in alto, e dove prima c’era il rosa ora si accampano varie gradazioni di bianco. Di bianco sporco. Sudicio.

30-11-06
Dopo tante grigie o insignificanti (o forse lo ero io), oggi è una bella mattina. Fa freddo, la campagna è brinata, con sparse macchie di rugiada che si alza non più di un metro. Due, verso il fiume. Il cielo è sereno, completamente sgombro, a parte sottili strisce di rosa molto pallido a oriente. Un campo arato da poco, contiguo a una villetta e delimitato da bassi arbusti, sembra un giardino giapponese. Al centro di un altro fuma un mucchio di letame. Le montagne sono una macchia blu, come aria addensata. Una signora sul bordo della strada si piega in avanti come chi si appresta a attraversare. Mi fermo e le faccio cenno di passare. Mi sorride. Appena appena. Quanto basta. E tanto mi basta.

5-12-06
Nebbia. Il sole non è ancora sorto ma non è buio. Man mano che mi avvicino a Treviglio, l’aria grigia si carica sempre più di azzurro. La visibilità è buona per una ventina di metri, poi sfuma per altri trenta. I campi sembrano infiniti, specie quelli arati, per la prospettiva dei solchi. Degli altri emerge di volta in volta solo il filare più vicino alla strada; il secondo solo raramente e come una macchia stinta. Una casa, un palo della luce, un’auto parcheggiata alla volta. Due, tre lampioni, non di più.

29-1-07
Stamani ho visto il turchino più bello che mi ricordi. E’ stato per due-tre minuti al massimo, attorno alle 7,30, in una porzione di cielo appena sopra l’orizzonte, negli spazi liberi tra le nubi sottili, arancione e rosa, dell’alba serena. Poi è svanito nell’azzurrino scipito del resto del cielo.

27-2-07
Mattino bellissimo. Sole già alto, ma luce ancora radente su erba nuova e campi arati. Luccicano. Il vento ha pulito l’aria. A nord si vedono le Alpi, a sud gli Appennini.
Al ritorno spero di vedere il Monte Rosa.
... (12,30)
E sì, l’ho visto, dall’alto della riva di Pontirolo, bellissimo, con una nube a coronargli la cima, e tutte le Alpi, a destra e a sinistra, a perdita d’occhio, innevate, e più vicino le Prealpi Orobiche brulle, con tutti i paesini appoggiati a qualche cima o incassati negli avvallamenti, discernibili casa per casa, e Bergamo alta tanto vicina da poterla raggiungere con una passeggiata, e l’erba nuova che, pur con il sole a picco, tremava e ancora luccicava.

5-12-07 (foglietto sparso- appunto veloce: trascrivo com’è)
Zero gradi. Luce pervasiva, debole ancora, rappresa sulle superfici ricettive; ossatura degli alberi nera, ritagliata netta dall’aria; un prato giallo, un altro marrone scuro; ciuffi di stoppie ciascuno con il suo colore.
Nubi fino a mezzo cielo, nere sopra l’orizzonte con margini viola, smangiati dove dietro sta il sole. Turchino come 29-1-07