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04/02/25

Tappeti, artisti e dei non sempre benevoli


                                                Rubens, Pallade e Aracne

 

È abbastanza nota la storia, o leggenda, che i più abili tessitori persiani lasciavano apposta un’imperfezione nei loro tappeti perché la perfezione è solo di Dio.
La storia viene tramandata come esempio di umiltà e di fede dei pii artigiani, o artisti se si preferisce. A me sembra un esempio lampante, invece, di superbia e di tracotanza: come se, senza quell’imperfezione volontariamente lasciata, o meglio: creata a bella posta, il resto dell’opera sarebbe stato esente da difetti, cioè perfetto. E anzi l’opera intera lo sarebbe al quadrato, perché anche l’imperfezione sarebbe un gesto creativo (dove e come lasciarla, infatti? in quale forma e sotto che mentite spoglie celata o mimetizzata?), e segnalerebbe implicitamente la perfezione dell’autore, oltre a quella dell’opera. Se non addirittura al cubo, se si include l’acume formale e percettivo e di gusto dello spettatore o acquirente, che saprebbe infine riconoscerla e apprezzarla, sentendosi a sua volta intelligente, oltre che pio.
L’unico a essere ingannato da questo maneggio sarebbe allora Dio, accecato dalla lusinga nel proprio narcisismo. Ma non credo che ci sia mai cascato. Essendo compassionevole, però, ha di sicuro perdonato questa maldestra mistificazione, sorridendone in cuor suo.

 

Che il narcisismo accechi gli esseri umani, invece, è un dato di fatto.
Perché altrimenti alcuni di loro si piccano di sfidare gli dei sul loro stesso campo (Aracne Pallade nella tessitura; Marsia, che però era un satiro, un essere ibrido, molto più vicino alla natura dell’uomo, Apollo nella musica ecc.)? Gli dei sono dei, superiori per definizione. Le arti e tecniche in cui sono sfidati le hanno inventate loro. Possibile che a un certo punto gli uomini abbiano pensato di averle portate oltre il limite che era dettato dalla loro origine divina, di averle superate e migliorate? È l’hybris, certo, la tracotanza che a un certo punto prende gli esseri umani, e mai gli animali: è un derivato della coscienza, della consapevolezza del proprio fare e agire, la stupidità insita nella loro intelligenza, nel suo stesso principio. Per questo i mistici, e in genere gli uomini di fede, dubitano dell’intelligenza, la mela avvelenata che Dio ha rifilato agli uomini, la somma tentazione, come se li avesse creati e gli avesse concesso tante doti solo per umiliarli, per poterli punire. Oppure, dicono loro, per mostrargli la strada per trascendere se stessi, perché solo avendo l’intelligenza si può, mediante essa, capire che bisogna andare oltre, e abbandonarla, alla fine, come uno strumento che ha fatto il suo lavoro; come un ferro vecchio.
(Altri pensano che non è così. Che solo con l’intelligenza si può andare oltre, spingendo i suoi limiti sempre più in là, magari con l’aiuto degli strumenti da essa stessa creati per potenziarsi, che hanno sempre dato prova della loro bontà. Con qualche piccolo inconveniente, si sa. Ma anche quelli, sempre con l’intelligenza, prima o poi si riuscirà a superarli, sostengono. Altrimenti pazienza.)

 



15/03/19

Parlare con i cani




La meravigliosa essenzialità della lingua di coloro che vivono con i cani, e gli animali in genere! Non dico ‘padroni’ perché chiunque può accorgersi che in poco tempo si sviluppa una felice dipendenza che capovolge i ruoli, o li pone su un piano di tale adeguamento reciproco da rappresentare una delle manifestazioni più auspicabili della parità nella più radicale differenza. O presunta tale.
Tutti i discorsi superflui vengono meno, il vocabolario si riduce, torna alle origini, a dire la vita nei suoi fondamenti, pochissime parole, qualche sostantivo e aggettivo elementare e alcuni verbi perlopiù all’imperativo (o all’ottativo, se ci fosse in italiano: ma nel canino c’è), solo per esprimere le relazioni essenziali: invito, ordine, saluto, affetto, rimprovero, richiamo… più un’altra decina per gli esemplari più evoluti, o presunti tali, per i più raffinati, che magari hanno passato le forche caudine della scolarizzazione, per esprimere sfumature, azioni non del tutto naturali (Salta! Porgi la zampa!, fino al tristissimo Balla!), e un’altra dozzina quando, rivolgendosi all’animale, in realtà gli esemplari umani parlano a se stessi, abbozzano per il loro tramite l’unico discorso che sono in grado di fare a se stessi, la riflessione interiore che per il resto ignorano, che solo l’animale favorisce e innesca. Allora riescono a esprimersi, a confessare, a dire il mondo, sicuri di essere capiti, perdonati al di là del perdono. Cioè amati. Poche parole per riuscire talvolta ad amarsi attraverso il loro amore.
Loro, i cani, fingono di capire (o viceversa fingono di ignorare); ogni tanto danno il contentino, ma perlopiù guardano con affetto e indulgenza quegli esseri che solo con loro stanno davvero bene, e si limitano pertanto a essere se stessi, esattamente quello che sono e niente più, e a farsi fin dove è possibile i loro comodi. Dei quali fa parte anche per l’affetto. Sembra che anche loro ne siano appagati.
È l’incontro, come dicono i cinici dell’amore, di due solipsismi. Perfetto, rarissimo. E quindi davvero amore, perché qualunque cosa sia perfetta, dell’amore è una forma.




09/06/17

La perfezione, la cattiveria, Rembrandt, Federico De Leonardis, il sottoscritto e i lumaconi (senza tralasciare Duchamp)


Dopo la pubblicazione dell'ultimo post, La perfezione come scusa:
http://grazioliluigimario.blogspot.it/2017/06/la-perfezione-come-scusa.html

Il buon amico Federico De Leonardis mi posta questo commento su Facebook (con preghiera di pubblicarlo a commento sul blog. Copio anche qui per comodità:)

Tutto Grazioli in 25 righe: la modestia fatta scrittura, un lumacone senza guscio che ritira gli occhi quando arriva una macchina a schiacciarlo sull'asfalto. Potrebbe avere culo e arrivare all'umida erbetta dall'altra parte della strada: un terno al lotto. Potrebbe, sarebbe, vorrebbe, avrebbe... tutta una serie di condizionali che ci fanno precipitare nella profonda tristezza che emana dalla stanza di un povero pittore del seicento olandese che per un attimo ha un'intuizione: niente ha valore se non quest'istante qui, questo specchiarsi nella mediocrità, nella sporcizia, nelle scrostature dei muri, nell'ombra del mio strumento, il cavalletto.
Pardon, la penna ( meglio oggi la tastiera del digitale).
Perfetto.
Vorrei ricordarLe però, caro Luigi Figueroa, che Rembrandt era ricco, potente e prepotente e che aveva quella cattiveria che Lei ha dimenticato di possedere e che io, Federico De Leonardis, apprezzo più di ogni altra sua qualità artistica.

RISPONDO Io
In quel periodo Rembrandt non era ancora ricco e poi finirà povero. La cattiveria c'è cher monsieur Federico De Leonardis anche in questo stesso pezzo. Non importa chi ne è l'oggetto, che lei, peraltro con una certa pertinenza (ma sostanzialmente anche no) legge in modo personale, quasi che si parli del sottoscritto sdoppiato in un Quiroga che scrive e in un Figueroroa che ne sarebbe l'oggetto. Tutto vero, e limitatissimo, cioè falso

FDL commenta il commento:
Tanto per stopparla lì, Le risparmio la mia risposta (pertinente, pertinente...), se pubblicherà il suo post sul lumacone (a meno che non l'abbia già fatto)

LG (io) gli obbedisce mettendo tutti i link (sono 4 in tutto:
http://grazioliluigimario.blogspot.it/2014/01/luce-di-ferragosto.html
http://grazioliluigimario.blogspot.it/2014/08/lepopea-dei-lumaconi-continua.html
http://grazioliluigimario.blogspot.it/2014/09/bruco-oblomoviano.html
http://grazioliluigimario.blogspot.it/2014/10/quattro-minuti.html
(ps. le immagini che vedete qui sono tratte da quest'ultimo)

dopo alcuni giorni FDL mi scrive di nuovo (vole metterlo a commento, ma è troppo lungo e non viene preso: per questo viene messa qui tutta la spataffiata al completo...)


Uno sguardo dal ponte: riflessioni su Rembrandt digitale, lumaconi e Duchamp

Per la lettura di questo post rimando a quello di Luigi Grazioli, pubblicato qualche giorno fa (La Perfezione come scusa, su grazioliluigimario.blogspot.com ), al mio commento e alla sua risposta,  sullo stesso.

Caro Luigi, mi scuso del peso aggiuntivo di cui ti carico costringendoti a questo dibattito (con tutto quello che hai da leggere!), ma precisione vuole che io non mantenga la promessa di non replicare alla tua risposta se tu avessi pubblicato la storia del Lumacone; cosa che puntualmente tu hai annunciato di aver già fatto (naturalmente hai mangiato la foglia della mia sollecitazione, che serviva ai tuoi lettori per capire il mio ragionamento sui  pericoli dell'attraversamento stradale da parte di esseri lenti, ai quali penso apparteniamo entrambi).

Figueroa giustamente replica che chi scrive è anche Quiroga e Monsieur De Leonardis ora qui (ma anche quando ha scritto il suo commento) teme addirittura che potrebbero saltar fuori anche  Ricardo Reis,  Alberto Caeiro, Bernardo Soares ecc. Quindi è perfettamente cosciente della cattiveria che ha esercitato insinuando che Grazioli avesse fatto un autoritratto. Ma era a fin di bene, per  invitarlo a esercitare con più decisione la sua non solo letterariamente (come aveva fatto prendendo per il culo i perfezionisti). E c'è riuscito, vista la reazione un po’ scomposta:

Infatti sei scivolato su una buccia di banana: intanto Rembrandt a 23 anni non era povero: il papà mugnaio apparteneva alla classe media benestante e colta (come insegna anche Il formaggio e i vermi) e poi lui, dopo dieci anni di lavoro (si cominciava prestissimo allora a non fare i bamboccioni) era già ufficialmente un maestro, con tanto di bottega, molte commesse da parte di potenti ammiratori e alla vigilia di partire per Anversa (citazione da Benn), pardon Amsterdam, per avere già da subito là uno studio affollato di allievi, tutti paganti fior di fiorini e ansiosi di apprendere la sua maniera. Non era affatto povero e, se non posso mettere la mano sul fuoco circa la sua cattiveria, posso affermare che era un artista perfettamente cosciente del proprio valore e molto deciso a valersene con una certa prepotenza. Virtù dubbia la prepotenza, è vero: i lumaconi non si spintonano, al minimo urto ritirano le antenne e si arrotolano su se stessi, aspettando il momento giusto per ridistendersi e, avanzando, lasciare dietro a sé la famosa bava, preziosissima non solo in letteratura, ma letteralmente (scusami il jeu de mot, ma recentemente a causa della persistenza di una tosse secca mi son sorbito uno schifosissimo sciroppo cavato da quella: informatevi coi vostri whatsapp se dico balle!). Adottarla o meno è una scelta legittima, un po' autolesionista nel secondo caso, ma legittima e affonda le radici nella propria storia infantile.
Non è questo che volevo ribattere parlando di banane, ma il fatto che, diffondendo cultura (i social lo sono per antonomasia), condisci i tuoi interventi con foto e immagini varie ai tuoi post e lo fai con competenza e pertinenza: non sono il solo a dimostrarla nel campo avverso - sottolineo l'aggettivo, ma la tua riproduzione dell'autoritratto è decisamente troppo scura). Che male c'è? Dirai. Già. Evviva facebook, evviva il digitale, evviva l'immagine piatta, elettronica e con la luce da dietro: è tanto democratica! Ma noi siamo snob, subiamo molto la attuale democrazia e amiamo quella diretta (democrazia e luce), riflessa, opaca e tangibile (ti ricordi la mostra di Chardin a Ferrara?).
No, siamo seri, non ho nulla contro le tue immagini, fai bene a condire i tuoi scritti, del resto perfettamente autonomi e indipendenti dalle stampelle visive, ma l'altro giorno, aprendo la tua rivista (00 Doppiozero) mi capita di  scorrere (confesso di non aver avuto la pazienza di leggerla attentamente) l'esegesi di un'esegesi: indovina su chi? Ma sì, naturalmente il solito Duchamp. L'esegeta, l'ultimo della serie infinita, era tuo fratello e dell'esegeta dell'esegeta non ho avuto cuore di ricordare il nome: a' nen pei pu (al mio paese: non ne posso più!).
Tornando a noi allora: Rembrandt  non era povero (anche se in vecchiaia, per speculazioni finanziarie andate a buca lo era diventato), ma la stanza in cui si ritrae (pare proprio che quel 25x32 sia veramente suo e non di Jan Lievens), sì. Perché è sempre una constatazione della propria miseria il momento in cui da giovani ci si rende conto della caducità della vita e del dominio del tempo. Ma è povera nella forma, attraverso la forma: non mi ricordo più chi ha affermato che per un pittore una qualsiasi tragedia è sempre in definitiva un colore. Non per Duchamp, sia chiaro (e tu, fedele fratello, lasciami spezzare una lancia contro Elio e il suo persistere a  commentare l'amato maestro: di scacchi).
Purtroppo noi qui (plurale solo maiestatis) ci attardiamo a chiacchierare, mentre quello dipingeva (e come!): opaco, addirittura denso, corposo. Ma il digitale non lo riporta.


01/06/17

La perfezione come scusa




Ha sempre scritto poco, afferma, e sempre meno con il passare del tempo perché ogni frase gli rimanderebbe la misura esatta della sua mediocrità. E di vedere infallibilmente rispecchiata questa verità, con il passare del tempo, con l’avanzare della vecchiaia, che non è saggezza ma un po’ anche sì, avrebbe, dice, sempre meno voglia. Meglio guardare da un’altra parte. Non sapere. O almeno evitare ogni occasione per tornare a toccare con mano ciò che si sa già e si cerca, spesso riuscendoci per lunghi periodi, di dimenticare.
Mentre può essere esageratamente indulgente verso gli altri, a volte persino quando non meriterebbero che disprezzo (non troppo, perché anche la fatica del disprezzo è un segno di considerazione, cioè una subordinazione), da sé non ha mai preteso, né accettato, altro che la perfezione. Solo che la perfezione non è alla sua portata, né lui è stato capace, ammette senza fatica, di sacrificare abbastanza (cioè tutto) al tentativo di raggiungerla. Del resto nemmeno saprebbe dire cosa sarebbe, questa benedetta perfezione, anche se sostiene, avendola cercata per tutta la vita cosciente, di saperla riconoscere, e indicare, i rari casi in cui gli capita di incontrarla. Ma quella è la perfezione degli altri, non la sua. Il che implica che di perfezioni ce ne sono tante, che, al limite, ogni cosa e essere vivente avrebbe la propria. In linea di principio, se non di fatto. Ciò che comunque sarebbe una bella consolazione, che però, di nuovo, lui nega a se stesso. La sua, di perfezione, è dove lui non potrà mai essere. È ciò che, qualunque cosa faccia o scriva, lui non farà o scriverà mai.

Ciononostante, ogni tanto, sempre più di rado, a dispetto del risultato che già si prefigura, ha la debolezza di ritentare, convinto, mentre lo fa, che quella potrebbe essere la volta buona, la strada giusta. Perché la mediocrità che gli verrebbe rimandata dal risultato sarebbe comunque minore di quella che lo opprimerebbe se nemmeno la imboccasse. Non crede alle fandonie che sostengono che la perfezione sarebbe già il cammino che si percorre per raggiungerla, però in certi casi è indubbio che, sulla via, preso dal cammino, per qualche impagabile momento, quell’illusione, quanto a sé, dice, diventa una certezza.
Che ovviamente sparisce non appena si rilegge.