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09/04/18

La biblioteca sul treno



Mi piacerebbe che ci fosse una biblioteca mobile.
L'ideale, per me, sarebbe su un treno, tipo Orient Express, con tavolini e lampade come alla vecchia Bibliothèque Nationale. Dovrebbe fare ogni giorno un percorso a caso, a volte uguale o simile, altre diverso, e girare 24 ore su 24 passando da casa o nelle vicinanze tre o quattro di volte per poter salire o scendere alla bisogna. Se fossero più d'uno, con territori diversi, ma imprevedibili, non programmabili, meglio ancora. Ci dovrebbero essere varie fermate, nel caso volessi scendere e fare due o quattro o diecimila passi, e per imbarcare altri viaggiatori, non necessariamente lettori accaniti o studiosi, per variare anche il paesaggio interno dei vagoni e stimolare lo sguardo e la fantasia quando gli occhi si alzano dalla pagina. Visioni istantanee, o contaminazioni con ciò che la lettura sta suscitando. Allora credo che la mia testa funzionerebbe meglio e io, cullato dal movimento e dal ronzio del treno, sarei più tranquillo. Non dico soddisfatto, ma di sicuro meno agitato e insoddisfatto.
Credo.
Nell'attesa prendo il treno ogni volta che posso. Alzo gli occhi, guardo fuori, l'umidità vela il finestrino, fuori piove e sto bene. Cioè, abbastanza. Riprendo il libro, mordicchio la matita, sottolineo una frase e prendo un appunto. 
Non questo.



Non questo.

28/06/17

Uomo che non so e non voglio definire (con ps. di due giorni dopo)



C’è quest’uomo, che non so e non voglio definire, che si aggira a passi veloci, dinoccolati per la città parlando da solo a voce alta, emettendo lamenti e suoni spesso incomprensibili, che passa sempre, regolarmente, in biblioteca, si aggira per il chiostro, poi sale a quello del piano superiore, entra nelle sale di studio e consultazione, ridiscende, gira e mugugna di nuovo, si siede sulle lastre di pietra che sormontano i bassi muretti tra le colonne dove molti allungano i piedi e depositano libri e pc,  si appoggia a una colonna a gambe raccolte o incrociate e comincia a oscillare il busto e la testa continuando a modulare a voce più spesso alta o altissima che bassa la propria fondamentale incomprensione di ciò che gli accade, chiede spiccioli senza troppo insistere, ma a volte anche sì, senza reagire ai rifiuti se non con altri mugugni tra sé mentre si allontana, attraversato da una frenesia incontenibile, e poi esce, gira per i quartieri limitrofi sempre sbuffando, raccontando il mondo ai passanti senza rivolgersi a nessuno e dopo un po’ ritorna e chi è lì e sta leggendo, studiando, chiacchierando o addirittura scrivendo, ormai non gli dà più peso, e solo qualcuno, io per esempio, spera per una volta di essere risparmiato, che gli giri alla larga, sentendosi magari in colpa per questo pensiero, ma incapace, lui pure, di contenere il disagio, il timore infondato ma pur sempre avvertito di non si sa cosa, un’aggressione, un disvelamento di qualche parte di sé che preferirebbe restasse per sempre al buio, e soprattutto (così pensa) di essere interrotto in ciò che sta facendo, spendendo così più tempo e pensieri e tensioni di quanto non farebbe prestandogli un attimo ascolto e dandogli i pochi centesimi per il caffè o altro che chiede, ricevuti i quali se ne andrebbe, non si sa se per un istante pacificato, ma certo silenzioso, col passo un po’ più lento, fino al prossimo angolo del chiostro, alla pausa davanti alla macchinetta delle bibite, o anche no, prima ancora, per tre passi, due, uno, un sospiro.


****************


(c'è un ps. sotto la foto)



Ps. di due giorni dopo.
Poco fa sono sceso a prendere un caffè, lui non si era ancora visto né sentito, poi, mentre aspettavo il mio turno davanti alla macchinetta, si è materializzato biascicando non so cosa. Sì è fermato davanti a me e con voce calma, chiarissima, mi ha chiesto 20 centesimi. Io, che mi ero già riproposto di mettere in pratica ciò che avevo scritto, glieli ho dati. Li ha aggiunti ad altri che aveva già in mano e ha preso una mezza di minerale gasata che ha tracannato seduto su uno dei divanetti rossi del locale-ristoro. Mentre la beveva ha ripreso a rimuginare a voce alta uno dei suoi discorsi, assolutamente incomprensibili come ho potuto verificare con grande sorpresa da presso. Non si capiva una sola parola intera. Nella raffica dei suoni emergevano qua e là coppie di sillabe che potevano alludere a qualche senso, nella mia enciclopedia quanto meno, ma senza pervenirvi né da sole né in qualche insieme o sottoinsieme. Non avevo ancora finito di sorseggiare il caffè che se n'è andato e mi è mancata la sfrontatezza di fotografarlo. In compenso poi, raggiunto il chiostro, l'ho visto sdraiato sulla prima lastra a destra nella foto, come non lo avevo mai visto prima, esattamente nella posizione dell'uomo del quadro di Rosai che avevo scelto come illustrazione l'altro giorno. 
Ecco quanto.

04/11/15

Biblioteche dreamin'



(Opera di Mariella Bettineschi)


Sognerò la biblioteca universale con il bibliotecario cieco e lo cercherò nei suoi meandri perché mi reciti a memoria, appoggiato al bastone, rivolto al cielo assente, tutti i libri, uno per uno, a partire da quelli scomparsi o dimenticati. Prima di svegliarmi, lui mi suggerirà dei titoli che io correrò a appuntarmi su qualche foglio perché non ho l’abitudine, detestando i sogni, a maggior ragione quando trascritti, di tenere l’occorrente per scrivere sul comodino. Poi, da sveglio cercherò questi libri nel catalogo universale online e scoprirò che esistono e che è possibile averne una copia, cartacea o digitale, o se impossibile troverò l’indirizzo dove recarmi, con le mappe e gli orari esatti, se la voglio leggere di persona, magari in un monastero tibetano, dove mi sorprenderò di non capirci un’acca ma sarò estasiato di sfiorarne la superficie rugosa con i miei sensibilissimi polpastrelli.
Oppure mi accontenterò di sapere che tutti i libri sognati, e anche gli altri, ci sono, che qualcuno li ha catalogati, forse anche letti, o addirittura che sono fuori in prestito. E poche ore dopo, quando sbircerò il volume che sta davanti al signore dalle guance cadenti, da vecchio libertino, che mi siede sempre accanto al vecchio tavolo della biblioteca reale che frequento, mi accorgerò che proprio lui starà studiando uno di essi. Il più prezioso di tutti: non foss’altro che perché sarà qui, davanti a lui, accanto a me, e io lo potrò sbirciare, leggendo sopra la sua spalla, oltre la barriera del suo corpo che metterà di traverso per impedire la mia curiosità importuna, o farò finta di niente e aspetterò quando lui si prenderà una pausa per tirare il volume dalla mia parte, oppure ancora seguirò il debosciato alla macchinetta del caffè e lì lo lascerò di stucco, con l’occhio destro che si contrarrà a piccoli scatti per lo sgomento, e forse la paura, quella, pensa un po’, dell’inatteso, dell’improvvisamente ignoto, chiedendogli di parlarmene con una domanda su un dettaglio secondario, che lui avrà appena letto senza capirci un’acca.
 A quelli che dicono che Dio si nasconde nei dettagli, secondo la sua deplorevole abitudine di giocare a nascondino (finirà col farlo da solo, come il mio amico Gianni che contava, si nascondeva, si cercava e si liberava tutto da solo, - salvo poi tornare stranito a contare, sempre e solo lui, senza capire il perché; Dio invece lo capisco: e ammiro la sua pazienza, di aspettare quando tutti saranno stati presi, e lui, col suo miglior sorriso tenuto in serbo per tutti quegli eoni, potrà finalmente gridare, felice come nessuno è mai stato o mai sarà: Tana libera tutti!, - salvo magari accorgersi, lui come Gianni, che non ci sarà più nessuno da liberare, o, peggio, che nessuno vorrà più essere liberato), a tutti questi zelanti pignoli, si potrebbe ribattere quanto affermava Voltaire: “Maledite i dettagli, la posterità li ignora tutti”. Ma perché aspettare la posterità, se si può cominciare a ignorarli da subito? Molti non si danno neppure la pena di maledirli, dal momento che non se ne sono mai curati, come se non esistessero. Gente che va subito all’essenziale, nel minor tempo possibile, con il minor dispendio di energie, fisiche e intellettuali, possibile.
A costoro i libri non interessano: non solo li disprezzano loro, ma fanno in modo che tutti gli altri seguano il loro esempio, a partire dall’infanzia. Dalla scuola. Prima, anzi, già che ci sono. Tanto qualche servo che li leggerà per loro e gli farà il riassunto lo troveranno sempre, e a tutti gli altri (tutti gli altri servi) risparmieranno ogni fatica dicendogli loro cosa è meglio dire e pensare, a dispetto di tutto e di tutti, in primis dell’evidenza. E se proprio, c’è wikipedia (con tutto il rispetto, come si suol dire). I libri è meglio lasciarli ai dipendenti fidati; gli altri, quelli curiosi, precisi, quelli che hanno tempo da sprecare rincorrendo il dettaglio a spese della comunità, è meglio che si diano una calmata. E se non ci pensano loro, gli diamo un aiutino noi.
Così capiscono come funziona davvero il mondo e come vanno usate le risorse, sempre più scarse per chi non sia noi (o al massimo uno dei nostri). Cominciamo a limitare l’accesso ai testi, a porre ostacoli, poi non aggiorneremo, poi faremo pagare i servizi, e infine li toglieremo del tutto perché antieconomici. Del resto con tutto il sapere e le informazioni che già sono in circolazione e che noi stessi alimentiamo ogni giorno, che bisogno c’è di altro? Quello che offre il mercato basta e avanza. Se qualcosa non serve, si elimina; qualsiasi cosa non serva: qualsiasi cosa non sia utile e non sia serva.
 

Ps. Mi era stato chiesto di scrivere qualcosa sulla decurtazione, per non dire la soppressione dei fondi per l’OPAC SBN una decisione perfettamente in linea con la stupidità di chi ci governa, che vuole che sia condivisa appieno anche dai governati. Io godo da anni esclusivamente dei benefici del servizio di interprestito della provincia di Bergamo (che ha sempre funzionato benissimo e ora è minacciato di una sorte analoga, come molti altri servizi locali), oltre che delle biblioteche cittadine e all’occorrenza di quelle di Milano. In quanto non studioso poco serio non sono un utente dell’OPAC SBN, ma conosco e apprezzo, e a volte addirittura ammiro, varie persone per le quali esso è uno strumento indispensabile di studio e lavoro. E’ uno dei servizi che qualificano la civiltà di una nazione. La sua assenza è indizio di un'arretratezza culturale e economica che in genere chi la patisce desidera superare, e indica una delle strade che deve percorrere per raggiungere la sua maturità civile; la sua restrizione, o addirittura eliminazione, è sintomo inequivocabile di quanto invece una nazione inclini, se già non vi sguazza, verso la barbarie morale e culturale, cioè sociale e umana. Non sono stato in grado di rispondere alla richiesta che mi è stata fatta, mi spiace; mi è venuto solo questo pezzo, che certo non è di grande utilità. Spero di sbagliarmi, almeno un po'. Perché se non ho nessuna causa da servire e in genere diffido di chi lo fa, questo è uno dei casi in cui farei più volentieri un'eccezione.


07/06/14

In biblioteca (sono di quelli che pensano al paradiso in questi termini: poveri noi!)

Era da molto che non entravo a leggere nell'altissimo salone della biblioteca Angelo Mai, dove ho ambientato il finale del mio primo e meritatamente (forse) inedito romanzo quasi 40 anni fa, di cui al momento non ricordo il titolo. Curioso! E anche stavolta ci sono entrato per caso, perché, giunto in largo anticipo a un appuntamento in Piazza Vecchia con un professore (e scrittore e pittore) colombiano (gente che mica si accontenta di una sola cosa... forze della natura!) e la sua (e mia) cocca Federica, e con un libro che mi bruciava in tasca, ne ho approfittato per cercare di finirlo.
Le ultime volte c'ero sempre stato per cerimonie, presentazioni o premiazioni; per leggere invece, era tantissimo che mancavo. Ci venivo da ragazzo, in autostop fino a Bergamo, con il pollice destro rivolto alla strada e lo sguardo sulle pagine di un libro che tenevo nella sinistra, indifferente al traffico, senza preoccuparmi del tempo che ci avrei impiegato. Ma in genere non dovevo aspettare tanto, perché quando uno mostra indifferenza verso tutto, e ancor di più verso qualcosa che pure sta facendo, trova sempre qualcuno che, risentito, vuole infrangerla, se non altro per curiosità. Non era una tecnica volontaria, ma funzionava lo stesso. L'autostop richiede pazienza, e io non volevo perdere tempo (tutto il tempo libero che non dedicavo alla lettura mi sembrava perso: sempre questa smania di fare qualcosa! il dovere, la colpa...): così leggevo, e gli automobilisti, un po' sconcertati da questa esca inedita, abboccavano.
Giorni fa ho scritto un raccontino in cui, tra l'altro, si parlava dell'arte di confezionare esche, un'arte che vorremmo padroneggiare tutti, mentre invece, nella stragrande maggioranza, siamo esperti solo in quella di abboccare. E se qualcuno abbocca a noi, è indipendentemente dai nostri propositi, per qualche ragione che non sospettiamo neppure, perché noi stessi siamo l'inconsapevole esca, l'oggetto di qualche desiderio che spesso, a sua volta, si ignora. Sempre una consolazione, comunque. Una dolcezza. E' bello essere l'oggetto, parziale quanto si voglia, di un desiderio, consapevole o meno, debole o intenso, e persino superficiale e istantaneo come quello degli automobilisti che si fermavano e, dopo aver aperto la portiera, subito esclamavano, come sorpresi dalla loro disponibilità: "di solito non do passaggi...".
Mi sono seduto al tavolo centrale della fila centrale (un'ardita novità nelle mie consuetudini prossematiche), equidistante da tre studiosi davanti a me e da 4 studentesse verso il fondo. Dare la schiena a quattro belle ragazze: dovevo proprio essere impazzito! D'altra parte, se uno vuole leggere è meglio che non sia distratto. E poi, non scherziamo, mica sono un lumacone con la bava alla bocca. Dignità! Un pizzico, almeno, per favore (chi ha orecchie per intendere...).
I tre studiosi davanti a me erano due anziani, un uomo sulla settantina, una donna ben oltre quella soglia, della quale vedevo solo il foltissimo caschetto di capelli bianchi, così compatti da sembrare una parrucca, non fosse che per alcuni fili e un ciuffo scomposto e vivo che fuoriuscivano qua e là, e infine, sulla destra, una suorina di mezz'età. Tutti consultavano grossi tomi, quelli delle due donne piuttosto vecchi, a giudicare dalle rilegature. In particolare quello della suorina, che probabilmente era una raccolta di documenti, registri o cronache manoscritte, non antiche, ma a occhio di almeno un paio di secoli. Tutti e tre avevano un pc portatile acceso accanto. (Nessuna delle studentesse l'aveva, invece. Mi era già parso a un primo sguardo, entrando, ma mi sono voltato apposta a controllare. Mi piaceva questa specie di ribaltamento. Studiavano sottolineando con vigore i propri libri, quasi arandoli. Se pareba boves, alba pratalia araba...)
Il libro della signora dal candido caschetto era aperto su una specie di leggio imbottito, foderato di stoffa verde, un cuscino sul quale le pagine (alba pratalia) si adagiavano comode, che quasi quasi, immagino, gli veniva sonno (a me sarebbe venuto). Ma ci pensava la lettrice a tenerle sveglie, pizzicando gli angoli a ogni cambio di foglio. Per il resto potevano sonnecchiare tranquille.
La suorina prendeva appunti sul pc, o ricopiava con diligenza certi passaggi che decifrava da quelle grafie curate ma senza troppi svolazzi, eppure per me più incomprensibili di quelle semi-informi dei miei vecchi studenti. Il signore compulsava grossi volumi dalla rilegatura rossa, prendendo pure appunti sul pc, prima che a interromperlo intervenisse un altro anziano signore sbucato da una porticina sul fondo che si era avvicinato a lui con amicizia e deferenza insieme.
Io sbirciavo ogni tanto, alzando la testa dal libro. E stavo bene. Forse per questo, o per mimetismo, quasi senza accorgermene ho estratto la biro dal taschino e ho cominciato a scrivere sui foglietti che tengo sempre come segnalibro,con l'idea di prendere un appunto su ciò che stavo vedendo, una cosa veloce, un elenco e niente più. Invece la biro è andata per conto suo e ha scritto tutto questo. E sono arrivato in ritardo all'appuntamento. Leggero, ma pur sempre ritardo. Imperdonabile!